Calcio
Fabregas disse no all’Inter, Fabrizio Romano svela il retroscena: «Voleva tempo, investimenti e ricostruire la squadra» (VIDEO)
Fabrizio Romano ricostruisce il mancato matrimonio tra Cesc Fabregas e l’Inter nell’estate 2025: lo spagnolo chiedeva un progetto costruito con calma, interventi importanti sul mercato e la possibilità di ridisegnare la squadra. Il Mondiale per Club era alle porte e i nerazzurri non potevano aspettare.
Cesc Fabregas sulla panchina dell’Inter non fu soltanto una suggestione di mercato. I nerazzurri provarono davvero a portarlo a Milano e Piero Ausilio volò a Londra per incontrarlo. Ma tra quello che chiedeva l’allenatore spagnolo e ciò che l’Inter poteva garantirgli in quel momento c’era una distanza troppo grande.
A ricostruire il retroscena è Fabrizio Romano, che torna su uno dei grandi incroci mancati dell’estate 2025. Fabregas era diventato il candidato principale per raccogliere l’eredità di Simone Inzaghi, appena passato all’Al-Hilal. L’Inter aveva però un problema enorme: il tempo.
Il Mondiale per Club sarebbe cominciato pochi giorni dopo, la squadra doveva partire per gli Stati Uniti e serviva immediatamente un allenatore. Fabregas ragionava invece su un progetto molto più ampio, che comprendeva ricostruzione della rosa, investimenti e programmazione.
Fabregas-Inter, cosa accadde davvero a Londra
Il momento decisivo arrivò all’inizio di giugno 2025. Fabregas si trovava a Londra e nella capitale britannica arrivò anche il direttore sportivo dell’Inter Piero Ausilio.
Il corteggiamento nerazzurro era concreto. Dopo la fine dell’era Inzaghi, l’Inter vedeva nell’ex centrocampista di Arsenal, Barcellona e Chelsea l’uomo ideale per aprire un nuovo ciclo. Giovane, ambizioso e reduce da un lavoro che aveva già trasformato il Como, Fabregas rappresentava una scelta di forte discontinuità.
Il problema emerse proprio quando si cominciò a parlare concretamente del progetto.
Secondo Romano, le richieste dell’allenatore erano troppo lontane dalle possibilità immediate dell’Inter, soprattutto sul piano dei tempi. Fabregas voleva capire come sarebbe stata ricostruita la squadra, quali investimenti sarebbero stati effettuati e quale margine avrebbe avuto per modellare la rosa secondo le proprie idee.
L’Inter aveva invece bisogno di una risposta praticamente immediata.
«Fabregas chiedeva tempo per progettare e investire»
Romano individua proprio qui il punto sul quale saltò tutto.
«Le sue richieste erano completamente lontane da quello che il club poteva fare in termini di ricostruzione della squadra, investimenti e di tempi», ha spiegato l’esperto di mercato. Poi il passaggio decisivo: «C’era il Mondiale per Club a pochi giorni, ma Fabregas chiedeva tempo prima di incontrarsi, progettare e investire: era impossibile procedere».
In pratica, Fabregas non cercava semplicemente una panchina più prestigiosa. Prima di accettare voleva avere un quadro preciso della squadra che avrebbe allenato e delle operazioni necessarie per trasformarla.
Una filosofia che lo spagnolo aveva già espresso pubblicamente parlando della propria esperienza a Como. Proprio in quei giorni spiegava di credere in un progetto a lungo termine e di apprezzare soprattutto la possibilità di lavorare secondo le proprie idee.
L’Inter aveva il Mondiale per Club alle porte
A rendere quasi impossibile l’operazione fu il calendario.
Simone Inzaghi aveva lasciato l’Inter dopo la finale di Champions League persa contro il Paris Saint-Germain e i nerazzurri dovevano preparare immediatamente il Mondiale per Club. La partenza per gli Stati Uniti era prevista nel giro di pochi giorni e il debutto contro il Monterrey era fissato per il 17 giugno.
Non c’era dunque il tempo per settimane di riunioni, valutazioni della rosa e discussioni sul mercato.
Fabregas chiedeva esattamente questo: tempo per studiare il progetto prima di legarsi all’Inter.
I nerazzurri, al contrario, dovevano trovare qualcuno disposto a prendere subito in mano la squadra, organizzare gli allenamenti e partire per gli Stati Uniti.
Le due esigenze semplicemente non coincidevano.
E poi c’era il muro del Como
Alla distanza sul progetto si aggiunse un altro ostacolo: il Como non aveva alcuna intenzione di perdere Fabregas.
Il club lariano rese pubblica la propria posizione. Il presidente Mirwan Suwarso spiegò di aver comunicato direttamente all’Inter il rifiuto alla richiesta di poter trattare la partenza dell’allenatore. Fabregas, inoltre, non aveva chiesto di lasciare il club.
Il Como poteva offrirgli qualcosa che in quel momento pesava moltissimo: continuità, libertà tecnica e un progetto costruito intorno alle sue idee.
L’Inter rappresentava il grande salto, ma comportava anche la necessità di prendere immediatamente in mano una squadra reduce da una stagione estenuante e da una finale di Champions persa 5-0.
Dal no di Fabregas alla scelta di Chivu
Quando la pista Fabregas diventò impraticabile, l’Inter accelerò sulle alternative e arrivò rapidamente a Cristian Chivu.
Una soluzione completamente diversa. L’ex difensore nerazzurro conosceva già l’ambiente, aveva lavorato per anni nel settore giovanile dell’Inter e soprattutto poteva entrare immediatamente in carica. Pochi giorni dopo era già alla guida della squadra in vista della partenza per gli Stati Uniti.
A distanza di oltre un anno, con il Como di Fabregas cresciuto fino a conquistare la Champions League, quel vertice londinese assume inevitabilmente un altro peso.
L’Inter ci provò davvero. Fabregas ascoltò la proposta. Ma voleva tempo, mercato e la possibilità di costruire la sua squadra.
Tre cose che, con il Mondiale per Club ormai alle porte, i nerazzurri non potevano garantirgli.
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Calcio
Gattuso e la malattia che combatte da 15 anni: «Prendo cortisone ogni giorno, mi costa. C’è chi resta a letto per mesi»
«Ho smesso di giocare per questo. La malattia l’ho accettata, ci lavoro, ma prendere cortisone tutti i giorni non è facile». E racconta perché ha eliminato completamente l’alcol
Gennaro Gattuso parla senza filtri della malattia autoimmune con cui combatte da anni e racconta per la prima volta fino a che punto abbia condizionato la sua vita. Una battaglia quotidiana che lo accompagna da circa quindici anni e che lo costringe ad assumere cortisone ogni giorno. L’allenatore ha raccontato la sua esperienza durante un intervento al Festival dello Sport di Trento, spiegando anche come abbia imparato a convivere con la miastenia oculare.
«Ho smesso di giocare per la malattia autoimmune che ho preso. Ed è da quindici anni che prendo il cortisone», ha spiegato Gattuso. Una confessione che restituisce una dimensione molto diversa dell’uomo che il pubblico ha conosciuto prima come centrocampista e poi come allenatore, sempre associato all’immagine del combattente capace di non arrendersi davanti a nulla.
«C’è gente che con la mia malattia resta a letto per mesi»
Gattuso non nasconde la serietà della patologia e soprattutto evita di presentare la propria esperienza come qualcosa di eccezionale. Al contrario, ricorda che esistono pazienti costretti ad affrontare conseguenze molto più pesanti.
«In tutti questi anni ho detto che c’è gente che con la mia malattia sta a letto quattro o cinque mesi perché non riesce a muoversi. La malattia l’ho accettata, ci lavoro. Ma mi costa, perché prendere il cortisone tutti i giorni non è facile».
Parole che raccontano una convivenza lunga e complessa con la patologia. Gattuso aveva già parlato pubblicamente dei problemi agli occhi che in alcuni periodi lo avevano costretto anche a comparire in panchina con una benda, ma adesso mette l’accento soprattutto sulla quotidianità della cura.
Quindici anni di cortisone e la rinuncia all’alcol
Nel suo racconto c’è anche un’altra scelta legata alla salute e allo stile di vita. «Sono sei o sette anni che non bevo nessun tipo di alcolico», ha spiegato.
Gattuso affronta la questione con il linguaggio diretto che lo ha sempre caratterizzato, senza nascondere la fatica della terapia ma neppure trasformandola in un motivo per fermarsi. «Si va avanti fino a quando Dio ci dà la forza di continuare», ha concluso.
Una frase che riassume il modo con cui l’ex centrocampista ha deciso di affrontare una condizione cronica: accettarla, curarsi e continuare a lavorare.
Cos’è la miastenia oculare
La miastenia oculare è una forma di miastenia gravis, patologia autoimmune che interferisce con la corretta comunicazione tra nervi e muscoli. Quando la malattia interessa prevalentemente i muscoli oculari può provocare debolezza e affaticamento, con sintomi caratteristici come l’abbassamento di una o entrambe le palpebre e la visione doppia.
La gravità e l’evoluzione possono variare da persona a persona e la gestione della malattia richiede una valutazione specialistica. Nel caso di Gattuso, è stato lui stesso a spiegare di seguire da quindici anni una terapia a base di cortisone.
Dietro l’immagine di Ringhio, insomma, c’è da molto tempo anche una battaglia meno visibile. Gattuso non la nasconde e non cerca scorciatoie nel raccontarla: «La malattia l’ho accettata». Ma subito dopo aggiunge le parole che spiegano meglio di tutte quanto possa pesare: «Mi costa».
Calcio
Totti, la scoperta choc sul figlio Cristian: «Un’occlusione nell’acquedotto di Silvio». Perché ha lasciato il calcio
Tutto scoperto quasi per caso durante una Tac: «C’era un’occlusione, non passava tutto il liquido al cervello». Poi la rabbia per gli attacchi ricevuti da Cristian quando era ancora adolescente
Cristian Totti ha smesso di giocare a calcio. A quasi 21 anni, dopo aver provato a costruirsi una carriera arrivando anche in Serie D con l’Olbia, il primogenito di Francesco Totti ha deciso di fermarsi. Dietro quella scelta, però, c’è una storia molto più complessa del peso di un cognome impossibile da ignorare. A raccontarla è stato proprio l’ex capitano della Roma, che ha rivelato anche un problema di salute scoperto quasi casualmente durante alcuni accertamenti.
«Ha avuto un problema alla testa», ha raccontato Totti. Tutto sarebbe emerso quando Cristian si è sottoposto a una Tac per una questione legata al naso. L’esame ha mostrato qualcosa che nessuno si aspettava: «Hanno trovato un’occlusione nell’acquedotto di Silvio. Mo’, non è che faccio il medico, te lo dico così come me l’hanno spiegato: non passava tutto il liquido al cervello».
Cristian Totti e quei mal di testa fin da bambino
La scoperta avrebbe dato anche una possibile spiegazione a un problema che accompagnava Cristian da molto tempo. Totti ha infatti raccontato che il figlio soffriva di frequenti mal di testa già da bambino, senza che inizialmente la famiglia pensasse a qualcosa di particolare.
«Fin da piccolo aveva frequenti mal di testa», ha ricordato l’ex numero 10 giallorosso. Cristian era però un bambino molto attivo e proprio per questo quei disturbi venivano ricondotti alla stanchezza: «Era sempre in movimento, nessuno si era mai preoccupato. Sarà un po’ stanco, pensavamo».
La scoperta è arrivata soltanto successivamente, attraverso quell’esame effettuato per tutt’altra ragione. Totti non entra nei dettagli clinici e precisa lui stesso di limitarsi a riferire ciò che gli è stato spiegato dai medici, ma il racconto apre per la prima volta uno squarcio su un aspetto molto privato della vita del figlio.
«Voleva fare il tennista e io ero strafelice»
Il calcio, paradossalmente, non era stato neppure il primo sogno sportivo di Cristian. Da ragazzo voleva dedicarsi al tennis e Francesco Totti non aveva nascosto la propria soddisfazione: «Voleva fare il tennista e io ero strafelice».
Poi qualcosa è cambiato. Cristian ha scelto proprio lo sport nel quale suo padre era diventato una leggenda e gli ha comunicato la decisione senza troppi giri di parole: «Pa’, voglio diventare calciatore».
Totti sapeva perfettamente che cosa avrebbe significato per lui entrare in campo portandosi sulle spalle quel cognome, ma non ha provato a fermarlo. Gli ha chiesto soltanto di affrontare il calcio seriamente: «Fa’ lo sport che ti piace, non potevo dirgli altro. L’importante è che lo fai con la testa giusta, con dedizione, con voglia, con rispetto».
Cristian ha così cominciato il proprio percorso, passando anche dalle giovanili della Roma e provando successivamente altre esperienze fino all’Olbia. Inevitabilmente, però, ogni partita e ogni scelta sono state accompagnate dal confronto con il padre.
Totti e la rabbia per le critiche al figlio: «È vergognoso»
Ed è proprio questo uno degli aspetti che Francesco Totti sembra avere sofferto maggiormente. Essere il figlio di uno dei calciatori italiani più famosi di sempre ha trasformato Cristian in un personaggio pubblico quando era ancora giovanissimo. Prestazioni, forma fisica e possibilità di costruirsi una carriera sono finite ripetutamente sotto osservazione.
«Crescendo ha conosciuto la cattiveria degli altri», ha spiegato Totti, che non nasconde quanto certi giudizi abbiano fatto male anche a lui. Soprattutto quando il bersaglio era ancora un ragazzino: «Parlar male di un ragazzo di dodici, quindici anni è vergognoso. Mi hanno ferito».
Parole che mostrano un Francesco Totti molto diverso dal campione abituato a convivere per decenni con critiche, pressioni e aspettative. Quando quelle stesse dinamiche hanno coinvolto suo figlio, la corazza evidentemente non è bastata.
Cristian lascia il calcio a nemmeno 21 anni
Oggi Cristian ha deciso di voltare pagina. Il sogno di diventare calciatore professionista si è fermato prima dei 21 anni e il racconto del padre restituisce il peso di un percorso vissuto inevitabilmente sotto una lente d’ingrandimento.
Prima il desiderio di giocare a tennis, poi la decisione di inseguire il calcio, il confronto continuo con Francesco Totti, le critiche ricevute quando era ancora adolescente e, sullo sfondo, quel problema di salute scoperto attraverso una Tac. Ora per Cristian comincia un’altra fase della vita, lontano almeno per il momento da quel campo sul quale qualsiasi cosa avesse fatto avrebbe inevitabilmente portato con sé una domanda: quanto assomiglia a suo padre?
Calcio
Caso Var, cade tutto su Rocchi: dopo Milano anche la Figc archivia l’inchiesta che aveva terremotato il mondo degli arbitri
Prima la magistratura ordinaria, adesso quella sportiva: entrambe le indagini sulle presunte irregolarità nella struttura Var finiscono senza conseguenze per l’ex designatore. La Procura generale dello Sport presso il Coni dà il via libera all’archiviazione federale
Il caso Var che aveva investito Gianluca Rocchi finisce con una doppia archiviazione. Dopo la Procura di Milano, anche la Procura federale della Figc ha chiuso il procedimento sulle presunte irregolarità nei rapporti interni alla sala Var di Lissone, uno dei luoghi più delicati dell’intero sistema arbitrale italiano.
Due indagini differenti, condotte dalla magistratura ordinaria e dalla giustizia sportiva, arrivano dunque allo stesso epilogo: nessuna conseguenza per Rocchi. Anche la Procura generale dello Sport presso il Coni ha dato il proprio via libera alla chiusura del fascicolo federale.
Il caso che aveva acceso i riflettori sulla sala Var
L’inchiesta federale puntava a verificare eventuali violazioni delle norme sportive nella gestione dei rapporti all’interno della struttura di Lissone, dove gli addetti Var seguono le partite e comunicano con gli arbitri impegnati sul terreno di gioco.
Proprio la delicatezza di quel meccanismo aveva trasformato rapidamente gli accertamenti in un caso capace di attirare enorme attenzione sul mondo arbitrale. Dopo l’esame degli elementi raccolti, però, la Procura federale ha deciso di non formulare contestazioni nei confronti dell’ex designatore.
Prima Milano, adesso la Figc: due archiviazioni per Rocchi
Il fronte sportivo non era l’unico. Sugli stessi fatti aveva aperto un fascicolo anche la Procura di Milano, che aveva svolto accertamenti sulle presunte irregolarità e sui rapporti tra le persone impegnate nella struttura Var.
Quel procedimento si era già concluso senza conseguenze giudiziarie per Rocchi. Adesso arriva anche la seconda archiviazione, maturata attraverso un percorso autonomo all’interno della giustizia sportiva.
Cala il sipario sul caso Var
È proprio la doppia decisione a cambiare definitivamente lo scenario. Il caso aveva sollevato interrogativi sul funzionamento della sala Var e sui rapporti all’interno del settore arbitrale, ma i due distinti filoni non hanno prodotto contestazioni nei confronti di Rocchi.
Prima Milano, poi la Figc: entrambi i fascicoli sono arrivati al capolinea. Per l’ex designatore si chiude così una vicenda che aveva scosso il mondo degli arbitri e riportato ancora una volta il funzionamento del Var al centro delle polemiche del calcio italiano.
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