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Pino Insegno, ascolti in picchiata per Reazione a catena: Rai 1 pensa al sostituto

Dopo mesi di critiche e ascolti traballanti, Reazione a catena perde terreno e potrebbe riservare una brutta sorpresa a Insegno. La Rai valuta cambi di conduzione mentre l’inossidabile Ruota della fortuna di Canale 5 rosicchia share.

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    Il preserale di Rai 1, Reazione a catena, sta facendo acqua da tutte le parti e il conduttore Pino Insegno potrebbe presto trovarsi senza microfono. Con la stagione quasi agli sgoccioli, il quiz show cerca di recuperare terreno puntando su sfide tra i “migliori” concorrenti, tra cui la celebre squadra delle Volta Pagina, le tre signore urlatrici che, con il loro stile a dir poco “vivace”, hanno fatto sognare (e disperare) il pubblico con lampi di genialità e urla degne di un colpo di teatro. Sarà sufficiente a salvare la barca? Difficile dirlo, ma le voci di corridoio suggeriscono un inevitabile cambio di conduzione per la prossima edizione.

    Per Pino Insegno, la strada non è stata facile. Dapprima accolto con un certo clamore e polemiche politiche, il conduttore ha cercato di reggere il colpo con la sua classica “voce da doppiatore d’altri tempi” e una conduzione che, a dirla tutta, a qualcuno ha ricordato i quiz radiofonici degli anni ‘80. Ma il tempo delle nostalgie sembra essere finito: lo share cala e, come se non bastasse, a Canale 5 la “Ruota della fortuna” si diverte a rosicchiare punti di share senza pietà, mettendo a rischio la stabilità del preserale Rai.

    E pensare che Insegno, inizialmente, rispondeva alle critiche con una buona dose di orgoglio, vantando i numeri e ignorando gli attacchi. Ma con la discesa degli ascolti, anche lui sembra aver rinunciato alla difesa a oltranza. D’altronde, si sa, per chi cerca di resistere alle critiche “con il petto in fuori” — come i toni alla Giletti — il finale non è sempre roseo. La dirigenza Rai, finora “amica”, si trova ora davanti a un quesito amletico: dare ancora fiducia a Insegno o voltare pagina?

    Le ultime puntate di stagione potrebbero essere l’ultima occasione per lui di salvare la faccia e la conduzione. A prescindere da come andrà, il retrogusto dell’intera vicenda è amaro, e resta un dubbio per i più nostalgici: valeva davvero la pena riportare in scena uno stile che, forse, appartiene davvero a un’altra epoca?

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      J-Ax torna a Sanremo da solista: a Sanremo 2026 con “Italian Starter Pack”

      Tra memoria musicale, incontri decisivi e il racconto dei suoi anni più difficili, J-Ax si prepara a un Festival che per lui è anche un bilancio personale e artistico.

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      J-Ax torna a Sanremo da solista

        J-Ax, all’anagrafe Alessandro Aleotti, si prepara a tornare sul palco del Festival di Sanremo 2026 in una veste inedita: da solo. Dopo una carriera segnata da collaborazioni di successo e da un lungo percorso con gli Articolo 31, il rapper milanese ha scelto di presentarsi all’Ariston senza compagni di viaggio, portando un brano dal titolo emblematico: Italian Starter Pack. Una canzone che, come ha raccontato in un’intervista a la Repubblica, nasce da una riflessione più ampia sull’identità culturale del Paese.

        «L’idea di fondo è che siamo stati “colonizzati” dagli Stati Uniti molto prima della Seconda guerra mondiale», ha spiegato Aleotti. Un concetto che il cantante prova a sviluppare attraverso la musica, raccontando come linguaggi, modelli e immaginari americani abbiano influenzato in profondità la società italiana, spesso senza che ce ne rendessimo conto. Non una provocazione fine a se stessa, ma una lettura critica del presente, affidata a un linguaggio diretto e riconoscibile.

        Il percorso di J-Ax è sempre stato intrecciato a incontri importanti. Tra questi spiccano le collaborazioni con due giganti della musica italiana come Pino Daniele ed Enzo Jannacci. Proprio di quest’ultimo, Aleotti conserva uno dei ricordi più intensi della sua carriera. Fu Paolo Jannacci a metterli in contatto: prima una cover punk di Veronica, poi l’invito a scrivere una strofa per Disperato. «Quando gliela lessi, Enzo reagiva a ogni parola», ha raccontato. Alla fine arrivò una frase che J-Ax considera ancora oggi la più bella mai ricevuta: “Hai una voce fatta per sovrastare i rumori della metropoli”. Un giudizio che, a suo dire, racchiude tutta la sua storia artistica.

        Nel racconto dell’artista non mancano i capitoli più complessi. J-Ax ha parlato apertamente dei periodi segnati da abuso di alcol, droghe e da una depressione che ha faticato a riconoscere. Dopo la fine degli Articolo 31, il timore di non riuscire più a ritrovare spazio nel mainstream si è fatto concreto, anche per una questione anagrafica: «In questo mondo l’età pesa, soprattutto quando il pubblico è molto giovane». Ma il momento più insidioso, ha spiegato, è arrivato durante la pandemia, quando pensava di stare bene e invece si è trovato disorientato, incapace di dare senso alle cose, con rapporti personali incrinati e l’ansia per il futuro, anche da padre.

        Sul fronte delle collaborazioni più recenti, come quella con Fedez, J-Ax preferisce oggi il silenzio. Dopo scontri pubblici e una riconciliazione, ha chiarito di non voler più alimentare narrazioni mediatiche: «Quello che dovevamo dirci, ce lo siamo detti».

        Un capitolo a parte è il rapporto con la televisione e i talent show. J-Ax non ha nascosto di credere che, al momento, Amici sia l’unico format capace di offrire reali prospettive di carriera agli artisti. Un’esperienza vissuta con grande coinvolgimento emotivo, al contrario di altre avventure televisive che, col senno di poi, non hanno prodotto i cambiamenti sperati.

        Sanremo 2026, per J-Ax, non sarà soltanto una vetrina musicale. È piuttosto un punto di sintesi: tra passato e presente, tra fragilità e consapevolezza, con la volontà di usare la musica come strumento per raccontare chi siamo diventati.

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          Elisabetta Gregoraci “educational”: “Sentirsi distanti da un figlio adolescente capita a tutte le mamme”

          Nessuna lezione dall’alto, solo condivisione ed empatia. Elisabetta Gregoraci usa i social per raccontare un lato intimo della maternità e normalizzare i dubbi di chi cresce un figlio adolescente.

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            Un messaggio semplice, ma capace di parlare a molte madri. Elisabetta Gregoraci ha risposto sui social a una follower che le chiedeva se, nonostante l’immagine di grande complicità con il figlio, le capitasse mai di sentirsi distante da lui.

            La domanda di una mamma (e di molte altre)

            “Vi vedo così uniti… ti capita mai di sentirti distante da tuo figlio adolescente?”, ha scritto una follower, intercettando un sentimento comune a tanti genitori che osservano i propri figli crescere e cambiare improvvisamente.

            Una domanda diretta, senza filtri, che ha trovato una risposta altrettanto onesta.

            “Capita a tutte, è una fase particolare”

            La Gregoraci non ha cercato scorciatoie rassicuranti: “Capita anche a me, certo… come capita a tutte le mamme di un adolescente!”, ha scritto. Una frase che sposta il racconto dalla perfezione social alla realtà quotidiana, fatta di silenzi, distanze emotive e tentativi continui di comprensione.

            Nessuno ci insegna a essere genitori

            Il cuore della risposta sta nella riflessione finale: “Alla fine nessuno ci insegna a essere genitori e questa fase è davvero particolare”. Un messaggio che normalizza l’incertezza, toglie peso al senso di colpa e restituisce dignità ai dubbi di chi cresce un figlio senza manuali d’istruzione.

            Un intervento breve, ma efficace, che trasforma un contenuto social in un momento di condivisione reale, lontano dai cliché della maternità perfetta e molto più vicino alla vita vera.

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              Camila Raznovich rompe il silenzio sulle molestie subite da bambina: «Raccontarlo è un atto necessario»

              Camila Raznovich torna a parlare apertamente di sesso e corpo con lo spettacolo teatrale Loveline, ma soprattutto sceglie di raccontare una ferita privata rimasta a lungo taciuta. In un’intervista al settimanale F, la conduttrice Rai rivela di aver subìto molestie da bambina. Una presa di parola che assume un valore pubblico: rompere il silenzio per aiutare chi, ancora oggi, non riesce a denunciare.

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                Camila Raznovich ha scelto di parlare. E non è un dettaglio, né una confessione estemporanea. È una presa di parola consapevole, pubblica, che arriva da una donna adulta, da una professionista affermata, da un volto riconoscibile del servizio pubblico. Ed è proprio questo che rende la sua testimonianza così importante.

                La conduttrice di Kilimangiaro è tornata a teatro con Loveline, spettacolo che riprende il titolo del programma cult che conduceva su MTV Italia quasi vent’anni fa, quando parlare di sesso in televisione era ancora una piccola rivoluzione. Ma oggi Loveline non è solo ironia, leggerezza o educazione sentimentale: è anche memoria, corpo, trauma.

                In un’intervista rilasciata al settimanale F, Raznovich ha raccontato per la prima volta le molestie subite da bambina. «Un amico di famiglia mi mise le mani nelle mutandine», ha detto. Una frase semplice, diretta, che non cerca attenuanti né drammatizzazioni, ma che restituisce tutta la violenza di un gesto compiuto in un contesto di fiducia.

                Parlare quando si può, parlare per chi non riesce

                Il valore della testimonianza di Camila Raznovich sta proprio qui: non nel sensazionalismo, ma nel tempismo umano. Racconta oggi, quando ha gli strumenti per farlo, quando può reggere il peso di quelle parole, quando può trasformare un’esperienza privata in un messaggio collettivo.

                Perché quando una donna, un personaggio pubblico, racconta una molestia subita nell’infanzia, non lo fa solo per sé. Lo fa anche per tutte quelle persone – donne e uomini – che non hanno mai trovato il coraggio di parlare, di denunciare, di nominare ciò che è accaduto. E che spesso portano quel silenzio addosso per una vita intera.

                Raznovich non usa la parola “denuncia” a caso, non costruisce un manifesto. Ma il senso del suo racconto è chiaro: rompere il silenzio è possibile, anche dopo molti anni. E non è mai “troppo tardi” per dare un nome a ciò che è successo.

                Dal sesso raccontato al corpo violato

                Negli anni Duemila Loveline era uno spazio di libertà. Si parlava di sesso senza moralismi, senza vergogna, senza paternalismi. Oggi quel titolo torna, ma con una consapevolezza diversa. Parlare di sesso significa parlare anche di consenso, di confini, di abusi, di ciò che segna il rapporto con il corpo fin dall’infanzia.

                Il teatro diventa il luogo ideale per questo passaggio: più libero della televisione, meno filtrato, più diretto. Non c’è contraddizione tra la Raznovich divulgatrice di viaggi e la Raznovich che racconta una molestia. C’è continuità. È lo stesso sguardo curioso sull’essere umano, solo rivolto verso l’interno.

                Una testimonianza che ha un peso pubblico

                Non è un caso che queste parole arrivino da una figura che negli anni ha mantenuto un profilo equilibrato, mai sopra le righe, mai scandalistico. Camila Raznovich non è una che usa il dolore come leva mediatica. Proprio per questo la sua scelta pesa di più.

                In un Paese in cui le molestie vengono ancora minimizzate, rimosse, archiviate come “episodi”, la sua voce contribuisce a cambiare la percezione collettiva. Non serve gridare, non serve accusare nomi e cognomi: basta raccontare la verità.

                E quando la verità viene detta da chi ha visibilità, credibilità e ascolto, diventa uno strumento potentissimo. Per chi ha subito, per chi subisce, per chi ha ancora paura di parlare.

                Camila Raznovich non chiede solidarietà. Non chiede indulgenza. Racconta.
                Ed è proprio questo, oggi, il gesto più politico e più utile che potesse fare.

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