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Greenwashing: strategie di contrasto, casi italiani e internazionali, la guida definitiva

Verrà presentato oggi all’Università Bocconi di Milano il libro “Greenwahing strategie di contrasto casi italiani e internazionali”, scritto da Marco Letizi.

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    Verrà presentato oggi (Mercoledì 9 ottobre) alle 17 al Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale presso l’Università Bocconi di Milano il libro “Greenwashing: strategie di contrasto, casi italiani e internazionali“. Scritto da Marco Letizi e pubblicato da Egea, il libro affronta in modo approfondito il fenomeno del greenwashing, dalla sua nascita fino alle moderne strategie di contrasto. Analizza casi italiani e internazionali, fornendo una guida dettagliata su come riconoscere e combattere queste pratiche di marketing ingannevole legate all’ambiente. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore per capire il fenomeno del greenwashing e l’importanza della responsabilità sociale delle imprese.

    D. Cosa si intende esattamente per greenwashing?

    R. Il greenwashing è, in estrema sintesi, la comunicazione di informazioni ambientali ingannevoli attraverso le quali le imprese vogliono presentare un prodotto o un servizio come ecosostenibile quando, in realtà, non lo è. In altri termini, incorrono in pratiche di greenwashing le imprese che dichiarano prestazioni ambientali, in termini di fornitura di beni e/o servizi, mai avvenute o solo parzialmente eseguite.

    D. Da dove nasce il fenomeno e come si è sviluppato nel corso del tempo?

    R. Sin dalla nascita del movimento ambientalista negli anni Sessanta, negli USA, il green marketing non è mai stato trascurato. A partire dagli anni Settanta, pubblicitari e commercianti tentarono di capitalizzare le preoccupazioni dei consumatori per l’ambiente, promuovendo gli aspetti ecologici di prodotti, servizi e ponendo in essere pratiche commerciali che fossero quanto più possibile rispettose dell’ambiente. Gli advertisers e i marketers furono lungimiranti e compresero che non sarebbe stato saggio ignorare la sensibilità dimostrata da una certa parte di consumatori rispetto alle tematiche ambientali. Preconizzando che le decisioni d’acquisto di questi ultimi sarebbero sempre più state influenzate dall’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi commercializzati.

    Inevitabilmente, molte delle affermazioni di marketing ambientale dei players sul mercato si rivelarono false o fuorvianti. Alla fine degli anni Settanta, lo scetticismo ecologico innescato da tali pratiche commerciali scorrette ebbe una vasta eco sull’opinione pubblica americana. Dieci anni più tardi l’ambientalista Jay Westervelt coniò il neologismo greenwashing. E soprattutto spinse il legislatore statunitense a varare una legge ad hoc contro i greenwasher. E, inoltre, a disciplinare la pubblicità di prodotti e servizi in relazione alle tematiche ambientali.

    Dalle ideologie al pragmatismo

    La particolare attenzione dell’opinione pubblica americana rispetto al fenomeno del greenwashing fu in gran parte attribuita al cambiamento di strategia del movimento ambientalista. Movimento che abbandonò le posizioni più ideologiche, intraprendendo un percorso di scelte più professionali e pragmatiche e instaurando relazioni più costruttive con il mondo politico. Due fondamentali provvedimenti legislativi di questo periodo furono il Clean Air Act e il Clean Water Act, che costituiscono tuttora il legal framework statunitense in materia ambientale. Uno dei primissimi casi di marketing ambientale ingannevole riguardava le affermazioni pubblicitarie della Standard Oil su un additivo per la benzina chiamato Chevron F-310. Era pubblicizzato come un articolo ecologico in quanto avrebbe «prodotto una significativa riduzione delle emissioni di scarico e del conseguente inquinamento atmosferico».

    Pochi mesi dopo un gruppo di consumatori, che aveva collettivamente acquistato 300 milioni di galloni di benzina F-310, intentò una class action innanzi alla Federal Trade Commission. L’accusa fu rivolta contro le emittenti tv che avevano lanciato lo spot pubblicitario del prodotto commercializzato dalla Standard Oil, sostenendo la falsità delle affermazioni.

    D. Qual è la direttiva europea più recente sul contrasto al greenwashing?

    R. Si tratta della Direttiva 2024/825/UE, nota come Empowering Consumers for Green Transition Directive. In vigore dallo scorso 26 marzo dovrà essere recepita dagli Stati Membri entro il 27 marzo 2026 e applicata entro il successivo 27 settembre 2026. La direttiva si pone l’obiettivo, da un lato, di mettere i consumatori nelle condizioni di poter prendere decisioni di acquisto informate, responsabili e contribuire in tal modo a modelli di consumo più sostenibili. Dall’altro, indurre gli operatori economici (produttori e rivenditori) a una maggiore responsabilità di fornire informazioni chiare, pertinenti e affidabili. La direttiva, inoltre, contribuisce al corretto funzionamento del mercato interno, incentiva la concorrenza leale tra le imprese. E inoltre stimola la domanda e l’offerta di beni più sostenibili e conseguente riduzione dell’impatto negativo sull’ambiente.

    La direttiva introduce una vera e propria black list di pratiche commerciali sleali. Segnalo, inoltre, la proposta di direttiva sull’attestazione e sulla comunicazione delle asserzioni ambientali esplicite (Green Claims Directive) presentata dalla Commissione europea il 22 marzo 2023. Il 17 giugno 2024, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato la sua posizione in merito alla direttiva. L’orientamento generale adottato dal Consiglio servirà quale base per i negoziati con il Parlamento europeo sulla forma definitiva della direttiva nell’ambito di questa X legislatura europea.

    D. Ci può citare qualche esempio di casi di greenwashing in Italia?

    R. Nel libro esamino numerosi casi di greenwashing in Italia, nell’Unione europea e in paesi extra-UE. Per quanto riguarda l’Italia, ho analizzato il caso di Ferrarelle Spa, San Benedetto e Acqua Sant’Anna sanzionate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato per greenwashing, nonché il caso di greenwashing che ha coinvolto ENI SpA nei cui confronti l’Autorità ha irrogato una sanzione pecuniaria amministrativa pari a 5 milioni di euro per il suo Green Diesel.

    D. Quali sanzioni rischiano le aziende che praticano il greenwashing?

    R. Le imprese che pongono in essere pratiche di greenwashing possono incorrere in sanzioni pecuniarie anche piuttosto pesanti. Nel provvedimento che vieta la pratica commerciale scorretta, l’Antitrust può disporre l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 5 mila a 10 milioni di euro tenuto conto delle informazioni sul fatturato annuo del trasgressore. E inoltre della natura, gravità, entità, durata della violazione ed eventuali casi di recidiva. Delle azioni intraprese dal trasgressore per attenuare il danno subito dai consumatori o per porvi rimedio. Del vantaggio economico conseguito o delle perdite evitate dal trasgressore in conseguenza della violazione. E infine delle eventuali sanzioni inflitte al trasgressore per la medesima violazione in altri Stati membri in casi di infrazioni intra-UE.

    D. Come possono le imprese dimostrare la loro trasparenza ambientale?

    R. Anzitutto le imprese devono essere compliant con gli obblighi introdotti nel tempo dal legislatore europeo. Mi riferisco, ad esempio, alla Corporate Sustainability Reporting Directive in tema di obblighi di rendicontazione societaria di sostenibilità. E, inoltre, ai criteri tassonomici introdotti dal Regolamento Tassonomia per valutare se le attività economiche di un’impresa possano considerarsi effettivamente ecosostenibili. O ancora al Regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) volto a migliorare la trasparenza informativa nel settore finanziario, riducendo sensibilmente le pratiche di greenwashing. E soprattutto permettendo agli investitori di assumere decisioni più responsabili e coerenti ai propri valori e obiettivi.

    Inoltre, per evitare i rischi di greenwashing è necessario calcolare l’impatto ambientale in ogni fase del ciclo di vita di un prodotto, servizio, organizzazione e processo attraverso il metodo di analisi denominato Life Cycle Assessment (LCA). Nella stessa direzione si è orientato anche il garante dei consumatori italiano che ha più volte ribadito come la metodologia LCA rappresenti l’unico robusto supporto capace di fornire dati e informazioni incontestabili per i green claims relativi ai prodotti.

    D. Perché questo libro è considerato una guida fondamentale per chi opera nel settore?

    R. Questo libro spiega come va raccontata la sostenibilità, quali sono le norme italiane e le numerose leggi internazionali che implicano che si debba evitare il greenwashing. E lo fa analizzando gli aspetti legislativi, economici, tecnologici. Infatti, assieme alla meticolosa, puntuale e aggiornatissima analisi della legislazione italiana, europea, statunitense, asiatica e mediorientale, il fenomeno viene riportato nella realtà delle imprese attraverso casi pratici e le testimonianze di chi applica la sostenibilità in società e la comunica evitando il greenwashing. Il libro, pertanto, è utile sia per chi lavora in azienda sia per il consumatore o cittadino.

    Ma vista l’importanza del fenomeno del greenwashing vi è di conseguenza un enorme potenziale interesse di sviluppo per numerose figure professionali. Sia a livello micro (aziende singole di ogni dimensione, tipologia e settore, e anche per lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali) che a livello macro (sistema economico-istituzionale, dagli organismi sovranazionali alle organizzazioni internazionali e le pubbliche amministrazioni). Il mercato richiede una vasta gamma di figure professionali, ognuna con competenze specifiche: più orientate su aspetti scientifico-tecnologici piuttosto che ad aspetti manageriali. È richiesta una base ampia e integrata di conoscenze e capacità che permetta di comprendere le varie problematiche da diversi punti di vista.

    Sono necessari nuovi esperti per guidare la trasformazione sostenibile delle organizzazioni, a loro è richiesto di innovare, grazie anche al potenziale delle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Non si tratta di un compito semplice: temi di sostenibilità così rilevanti come i diritti umani, le diseguaglianze sociali e il cambio climatico richiedono lo sviluppo di nuove competenze in grado di coniugare la crescita aziendale con risultati economici, istanze sociali e ambientali evitando appunto il greenwashing, ma perseguendo una vera e sostanziale sostenibilità trasformativa, comunicata correttamente.

    Il libro è certamente una guida completa ed esaustiva sul come mettere in pratica davvero la sostenibilità e comunicarla correttamente grazie proprio alla conoscenza del greenwashing ovvero di cosa non fare. In pratica, un aiuto concreto per passare dal dire al fare più velocemente, per aiutare le imprese che devono integrare nei piani strategici la sostenibilità trasformativa. Chi non intraprende il cammino verso sostenibilità sul serio è avvisato!

    D. Qual è la sua esperienza nel settore?

    R. PhD in Business Management presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Avvocato, Dottore Commercialista e Revisore Legale, sono un ex Colonnello della Guardia di Finanza con circa 30 anni di esperienza “sul campo”. Nella lotta alla criminalità economica organizzata, ho condotto complesse indagini anche nel settore dei green crimes e, in particolare, nel settore del traffico di rifiuti. Il sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti in quanto “capital intensive sector” è particolarmente favorito dalla criminalità organizzata anche di matrice mafiosa. In ragione di tali complesse indagini nel settore ambientale, per diversi anni ho collaborato con la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari.

    Dal 2015 lavoro come esperto della Commissione europea e del Consiglio d’Europa e dal 2021 come Global Consultant per conto delle Nazioni Unite e di diversi governi. Mi occupo da sempre di corporate compliance integrata, combinando – secondo un approccio multidisciplinare, interdisciplinare e integrato – gli aspetti tradizionali della corporate compliance (tax compliance, antiriciclaggio e anticorruzione) con gli obblighi normativi in tema di sostenibilità.

    Dal 2021, coordino un team di esperti nelle attività di consulenza in materia di corporate compliance integrata e, con riferimento all’audit ESG, supporto le imprese a migliorare le loro performance in tema di sostenibilità. Inoltre, assisto i Paesi in via di sviluppo ed emergenti a porre in essere le migliori iniziative possibili al fine di allineare le loro green agenda all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ho, inoltre, pubblicato numerosi libri e articoli in tema di antiriciclaggio, contrasto al finanziamento del terrorismo, lotta alla criminalità economica, green economy e sustainable finance. Collaboro con Il Sole 24 Ore.

    D. Quali altri contributi sono presenti nel suo libro?

    R. La prefazione del libro è stata scritta dal Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Senatore Claudio Barbaro. L’introduzione dall’Europarlamentare e Professoressa Ordinaria di Economia dell’Ambiente al Politecnico di Torino – Mercedes Bresso – e le conclusioni da Francesco Perrini, Professore Ordinario di Economia Aziendale presso l’Università Bocconi, Associate Dean di SDA Bocconi e Direttore del Sustainability Lab. Colgo, inoltre, l’occasione per ringraziare il presidente Brunello Cucinelli per avermi dato la possibilità di parlare in modo approfondito del suo gruppo e delle iniziative che la Brunello Cucinelli S.p.a. ha posto in essere per mitigare i rischi di greenwashing.

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      Playboy Mansion, Crystal Hefner rompe il silenzio sulla villa delle conigliette: sesso, regole umilianti e i segreti del regno di Hugh Hefner

      Crystal Hefner, vedova di Hugh Hefner, detto Hef ideatore e fondatore di Playboy ha pubblicato un libro di memorie dove si racconta l’epopea di Bunny Mansion la maison di Hefner dove hanno abitato migliaia di ‘conigliette’

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        Crystal Hefner, vedova di Hugh Hefner, detto Hef ideatore e fondatore di Playboy nel suo libro di memorie racconta l’epopea di Bunny Mansion, la maison di Hefner dove hanno abitato migliaia di ‘conigliette’.

        Ma com’era la vita all’interno della villa più erotica del secolo?

        Non era quello che ti aspetti dice Zeleb una delle conigliette che come prima impressione puntualizza tra gioia e terrore: “Una volta entrati era difficile trovare l’uscita“. Andiamo bene. E come mai, ci sorge spontaneo chiederci. Una serie di testimonianze di come si viveva in quella villa ci aiutano a capire alcuni perché. Crystal, per esempio, si trasferì nella villa nel 2008 dopo aver inviato una sua foto a Hugh Hefner, che la invitò a una festa. Ben presto, abbandonò gli studi di psicologia per sostituire Holly Madison, ex fidanzata di Hefner. La vedova, di umile estrazione, ebbe la sfortuna di perdere il padre ancora adolescente che la lasciò in una situazione economicamente precaria e psicologicamente difficile.

        Una gabbia dorata

        Per questo la villa le sembrò un vero e proprio eldorado. “Una situazione che non avrei mai immaginato di poter vivere. Venivo da un mondo dove non avevo niente“. Una volta preso possesso dei suoi spazi Crystal viene a contatto con un mondo che non aveva mai visto prima. Viene a contatto con il potere. Forse il potere dei soldi. Ma non solo. “I muri hanno iniziato a chiudersi intorno a me. Penso che le donne vulnerabili siano attratte da situazioni del genere. Ancora non capisco perché. Questo è uno dei motivi per cui ho ripreso a studiare psicologia. Per capire bene cosa succede a certe donne che vengono in contatto con questi mondi“. Quando Crystal arrivò alla Bunny Mansion aveva solo 21 anni. Oggi, a 37 anni, tra le pagine del suo romanza cerca di spiegarsi le dinamiche degli eventi che ha vissuto.

        Il lavaggio del cervello

        “Credo che mi abbiano fatto il lavaggio del cervello, perché alla fine mi sono resa conto che ci sono rimasta per dieci lunghi anni senza che nulla apparentemente andasse male. Sto ancora cercando di capire come è stato possibile. Ho il sospetto che mi fosse stato fato un lavaggio del cervello“. In un documentario l’ex assistente di Hefner, Lisa Loving Barrett, ha spesso citato l’abuso di sostanze illegali come parte del suo lavoro. Incaricata di procurarsi tutte le prescrizioni per le pillole sedative, Lisa le definisce “un male necessario per vivere in quella villa“. Ma nella relazione tra il padrone di casa e le future ‘conigliette’ c’era anche uno scambio di denaro? Sembra proprio di sì perché alle ospiti non era consentito lavorare all’esterno della villa. Ricevevano un assegno settimanale di circa 1.000 dollari. E dovevano fare la fila per prendere i soldi.

        Tutte in fila per la busta paga

        Come ricorda Crystal, a Hefner piaceva farle aspettare, quindi si prendeva il tempo necessario per contare ogni banconota prima di consegnarle alle ragazze. Una umiliazione?. Una perversione? Un disturbo mentale…? Di certo alla maison di Hugh le regole erano rigide. Izabella St. James, una delle conigliette, nella sua autobiografia “Bunny Tales“, sottolinea che infrangere anche una sola regola poteva comportare la perdita di quello stipendio. “C’era il coprifuoco. Dovevamo essere tutte nella villa entro le 21 ogni sera, a meno che non fossimo con Hef in un club o ad un evento.” Nei video di quegli anni girati durante feste ed eventi appaiono anche “celebrità, politici e imprenditori, alcuni dei quali erano sposati“, rivela Crystal. Quando ha chiesto a Hugh se le persone sapevano che erano state filmate, lui ha alzato le spalle e ha risposto: “È la mia camera da letto. E’ casa mia, il resto non mi interessa“.

        E per il sesso come era considerata la casa di Hugh?

        Nel suo libro Crystal descrive il tragitto verso la camera da letto di Hefner a fine serata. “Ho fatto cose con cui non mi sentivo a mio agio. Non ero attratta fisicamente da un uomo di 80 anni. Cercavo solo di sopportare. Le altre ragazze? Non ci piacevamo. Eravamo lì solo per Hef.” Per segnalare la disponibilità a fare sesso in villa si usava il linguaggio dei pigiami. Come?
        Esisteva un sistema di comunicazione particolare che coinvolgeva i pigiami delle ragazze. “Se tenevi addosso i pantaloni del pigiama, era un segno che non volevi avere contatti quella notte.” La prima notte non si è sentita a suo agio e ha tenuto i pantaloni addosso. Durante gli incontro Hefner non utilizzava mai protezioni, il che metteva in forte imbarazzo molte ragazze che si sentivano letteralmente a disagio. Un sistema accettato tanto che Crystal alla fine sposa Hefner che di anni ne aveva 60 più di lei. “Mi ha consegnato l’anello in una scatola e ha detto che sperava che andasse bene. Non mi ha dato la possibilità di dire di no.”

        Nel letto tante conigliette, ma in fondo era un romantico

        Eppur anche se al magnate Hefner piaceva condividere il letto con molte conigliette ce la metteva tutta per essere anche un romantico. “Ma purtroppo“, scrive Crystal “Le poche volte in cui ha cercato di essere romantico o intimo è stato semplicemente imbarazzante. Non aveva idea di come farlo“. Madison, una delle poche conigliette a raccontare le sue avventure, è stata molto schietta riguardo alle sue esperienze nella camera da letto di Hefner. Sul podcast di Bridget Marquardt, dice “Era proprio un inferno. Lo consideravamo un lavoro di routine che dovevamo fare, altrimenti saremmo state cacciate di casa. E tutte volevano solo farlo il più rapidamente possibile“..

        Ma almeno la vita in villa era confortevole?

        Per nulla, la casa non era molto ben tenuta. Come scrive Izabella St James nella sua autobiografia. Le stanze erano decorate come se qualcuno fosse andato in un negozio di beneficenza e avesse comprato l’essenziale. Materassi disgustosi: vecchi, logori e macchiati… tappeti sporchi e biancheria dei bagni usata con la presenza di malattie e batteri. Insomma una giornata tipo di una coniglietta nella villa di Hugh Hefner non era quello che ti aspetti. Molte di loro durante il loro soggiorno si sono ammalate di malattie più disparate. Febbre, mal di testa, tosse, mancanza di respiro e dolori. Tanto che alcuni ispettori sanitari trovarono tracce di batteri appartenenti al genere Legionella persino nella vasca idromassaggio della villa.

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          Michele Nosei, «Il settimo violino» conquista Santa in Giallo: «La musica racconta amore e dolore». Il mistero del Guarneri scomparso

          Un violinista assassinato, uno strumento leggendario scomparso e i segreti della Pavia musicale. Lo scrittore racconta il suo romanzo, tra ossessioni, sentimenti e vendetta.

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            Un violinista di fama internazionale viene trovato strangolato con le corde del proprio strumento. Accanto al cadavere, lo spartito del Capriccio n. 24 di Paganini. Nella stanza ci sono sette teche, ma una è vuota. Comincia così «Il settimo violino» di Michele Nosei, thriller vincitore della sezione inediti adulti del Premio Santa in Giallo 2025.

            A indagare è Alessio Nardi, poliziotto tormentato già protagonista di Nel buio e nel bianco si muove la morte. La ricerca di un leggendario Guarneri del Gesù conduce tra segreti, passioni e tradimenti.

            Michele Nosei: «Il violino è uno strumento diabolico»

            Nel romanzo la musica è quasi un personaggio. Perché hai scelto il mondo della liuteria?

            «La musica è forse la più complessa e trasversale delle arti, perché riesce a unire il rigore matematico all’istinto, alla magia e al mistero. Per raccontare una storia servono migliaia di parole, mentre sette note possono bastare per costruire un mondo intero. Il violino, poi, è lo strumento diabolico per eccellenza. Possiede una voce capace di esprimere sentimenti estremi e contrastanti. Credo che ogni violinista custodisca almeno una piccola parte di anima maledetta. Il suono di quelle quattro corde può trasformarsi, anche nel giro di pochi istanti, da un canto d’amore a un lamento di dolore. Era proprio questa ambivalenza che volevo portare dentro una storia criminale».

            Alessio Nardi torna nel tuo secondo romanzo. Che cosa è cambiato in lui?

            «In questa nuova storia Alessio mostra maggiormente la propria capacità di amare e proteggere. I demoni del passato continuano ad accompagnarlo, ma hanno perso parte della loro forza. La consapevolezza di poter ancora provare sentimenti profondi ha smussato alcuni aspetti del suo carattere ombroso. Anche il rapporto con Martina si è evoluto: da semplice mentore, Alessio è diventato per lei una figura quasi paterna, o almeno quella di un fratello maggiore. Rimane però una zona d’ombra importante, legata al suo passato più remoto. È una parte della sua vita che il lettore deve ancora scoprire completamente».

            Pavia, il mistero e il Premio Santa in Giallo

            Pavia è la città che hai scelto come casa. Quanto conta nell’economia del romanzo?

            «Pavia è un personaggio vero e proprio, importante quanto quelli umani. Non volevo che fosse soltanto uno sfondo riconoscibile o una successione di luoghi nei quali ambientare le scene. È una città che possiede un’atmosfera particolare, capace di avvolgere le vicende e di influenzarne il racconto. Per me, che la considero ormai la mia vera casa, era naturale darle questo ruolo. I luoghi hanno una memoria e una personalità, proprio come le persone, e credo che questo emerga anche nella storia».

            Che cosa ha rappresentato la vittoria al Premio Santa in Giallo 2025?

            «È stato il coronamento di un desiderio che porto con me fin da quando ho imparato a scrivere. Credo che la giuria abbia apprezzato soprattutto due aspetti. Il primo è che Il settimo violino non racconta soltanto un’indagine, ma anche persone, relazioni e luoghi. Il secondo riguarda il rigore della ricerca. Ho dedicato molta attenzione alla credibilità della vicenda, cercando di evitare incongruenze ed errori, soprattutto nelle procedure di polizia. Quando si scrive un giallo, la precisione è fondamentale: il lettore deve potersi fidare del mondo che gli viene raccontato».

            «Il settimo violino», dove bellezza e dolore convivono

            Nel libro convivono la bellezza della musica e la brutalità del delitto. È questo il cuore della storia?

            «Sì, il contrasto è il filo conduttore dell’intero romanzo. Penso che la vita sia esattamente questo: una convivenza continua, e non necessariamente alternata, di bellezza e dolore, luce e oscurità. Sono dimensioni che possono esistere contemporaneamente, anche nella stessa persona. La musica rappresenta perfettamente questa contraddizione, perché può suscitare emozioni sublimi e accompagnare sentimenti molto oscuri. Nel romanzo ho cercato di raccontare proprio questa complessità, attraverso personaggi che custodiscono ferite, desideri e colpe».

            Nel mondo raccontato da Michele Nosei, dunque, la musica diventa la chiave per comprendere le contraddizioni dell’animo umano. E il mistero del settimo violino accompagna il lettore verso una verità nella quale bellezza e violenza finiscono inevitabilmente per incontrarsi.

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              Gabriele Parpiglia sfida gli hater: oggi a Milano presenta il nuovo libro sull’odio social, «Un insulto lo reggi, mille ti cambiano la vita»

              Il giornalista e scrittore torna in libreria con Sotto attacco di hater, un’inchiesta nata anche dalla sua esperienza personale tra minacce, profili anonimi e violenza digitale

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              Gabriele Parpiglia

                Gabriele Parpiglia ha trascorso una parte importante della sua carriera raccontando gli altri. Personaggi famosi, amori, separazioni, televisione, retroscena e storie che spesso hanno fatto discutere. Ma negli ultimi anni il giornalista e scrittore ha scelto una strada diversa e decisamente più difficile: mettere sulla pagina anche ciò che fa male, compreso quello che è accaduto a lui.

                Oggi, 5 ottobre, arriva in libreria Sotto attacco di hater, pubblicato da Mursia, e questa sera alle 18.30 Parpiglia lo presenterà alla Feltrinelli Duomo di Milano insieme a Desirée Maldera. Non è un libro sul gossip e neppure una resa dei conti con qualcuno. È un viaggio dentro l’odio digitale e le conseguenze che può avere sulla vita reale di chi lo subisce, raccontato da uno che quella macchina l’ha conosciuta personalmente. Qui il libro sul Libraccio

                «Per rovinare una persona oggi basta un pubblico»

                Il punto di partenza è brutale nella sua semplicità. Una notifica, un profilo anonimo, un conto alla rovescia. L’incubo vissuto da Parpiglia comincia così e progressivamente esce dallo schermo per entrare nella sua quotidianità.

                Nel libro compaiono accuse, minacce, denunce, avvocati e una giustizia che spesso fatica a muoversi alla stessa velocità con cui corre la violenza online. Ma soprattutto compaiono le persone. Perché dietro un nickname insultato, minacciato o perseguitato c’è qualcuno che continua a vivere quando lo smartphone viene spento.

                Parpiglia allarga infatti il racconto oltre la propria esperienza e raccoglie storie diverse, tra le quali quelle di Elena Santarelli, Chiara Nasti e Desirée Maldera, fino alla vicenda drammatica di Tiziana Cantone. Il risultato vuole essere anche una sorta di guida per chi si ritrova intrappolato nella stessa spirale: capire come reagire, denunciare e soprattutto come evitare che l’aggressore digitale finisca per impossessarsi della vita della vittima. Qui il libro sul Libraccio

                Da giornalista di spettacolo a scrittore delle ferite invisibili

                Chi conosce Parpiglia soltanto attraverso la televisione rischia però di perdersi un pezzo importante della sua storia. Giornalista professionista, autore e volto che ha attraversato alcuni dei programmi più popolari della televisione italiana, negli anni ha costruito parallelamente un percorso da scrittore tutt’altro che occasionale.

                Ha cominciato con la narrativa, pubblicando #Formentera14 nel 2017 e #La porta del cuore nel 2018. Poi la scrittura ha cominciato ad avvicinarsi sempre di più alle zone più dolorose della realtà. Qui il link al libro IBS

                Nel 2025 con Sotto attacco di panico. La mia storia, il mio burnout, la mia ripartenza ha fatto qualcosa che, per un personaggio pubblico, richiede coraggio: raccontare senza maschere la propria fragilità. Parpiglia ha messo nero su bianco la convivenza con gli attacchi di panico, il burnout e il momento nel quale la macchina professionale e personale sembra improvvisamente incepparsi. La casa editrice Ugo Mursia Editore

                Poi è arrivato Dalla discoteca si esce senza voce, non senza vita, l’inchiesta sulla strage di Corinaldo dell’8 dicembre 2018, con sei morti e centinaia di feriti. Un libro nel quale Parpiglia ha scelto di dare spazio soprattutto alle vittime, ai sopravvissuti e alle famiglie che continuano a chiedere risposte. Qui il link al libro

                Parpiglia contro la violenza nascosta dietro uno schermo

                Sotto attacco di hater rappresenta quasi il punto d’incontro tra questi due percorsi: l’esperienza personale e l’inchiesta giornalistica. La sofferenza privata diventa la porta attraverso la quale entrare in un fenomeno molto più grande.

                Ed è forse questo l’aspetto più interessante del Parpiglia scrittore di oggi. Non rinnega il giornalismo di spettacolo che lo ha reso conosciuto, ma utilizza la notorietà conquistata in quel mondo per portare sotto i riflettori argomenti assai meno comodi.

                Nel nuovo libro l’hater smette così di essere la macchietta del frustrato che passa le giornate a insultare i famosi. Perché quando all’insulto si aggiungono persecuzione, minaccia e reiterazione, dall’altra parte dello schermo possono comparire paura, insonnia, ansia e isolamento.

                Parpiglia lo sintetizza con un’immagine ancora più dura nelle pagine dedicate al progetto: l’odio digitale non è il prezzo che bisogna pagare per avere successo. Horror Italia 24

                Ed è probabilmente questo il messaggio più importante del libro che arriva oggi nelle librerie. Essere conosciuti non significa perdere il diritto di essere persone. Avere migliaia di follower non rende meno dolorosa una minaccia. E nascondersi dietro uno schermo non trasforma la violenza in un’opinione.

                Questa sera a Milano Parpiglia comincerà a raccontarlo anche fuori dalle pagine.

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