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Speciale Sanremo 2026

Achille Lauro torna all’Ariston da co-conduttore e chiude il cerchio dell’ex marziano del pop

Lauro De Marinis passa dall’etichetta di “pericolo pubblico” alla consacrazione da volto rassicurante del Festival. In mezzo, provocazioni, scivoloni, rinascite e una normalizzazione che sa di strategia: “Il fallimento è parte del successo”, ripete. E intanto Sanremo, nel bene e nel male, lo ha usato e assorbito.

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Achille Lauro

    Accolto da un’ovazione, Achille Lauro torna all’Ariston un anno dopo “Incoscienti giovani” e lo fa dalla porta principale. Non più ospite disturbante, non più artista da spiegare ai genitori davanti alla tv, ma co-conduttore della seconda serata. Istituzionale. Integrato. Quasi rassicurante.

    Il confronto con il 2019 è lunare. All’epoca, con “Rolls Royce” – quella del “voglio una fine così”, una “Vita spericolata” de noantri – era il pericolo pubblico numero uno. Trap, citazioni sugli stupefacenti, periferia rivendicata, estetica ambigua, effusioni con Boss Doms che scatenavano editoriali e indignazioni. Le tv lo interrogavano come fosse un caso sociologico. Oggetto misterioso, divisivo, sospetto.

    Oggi Lauro De Marinis, romano classe 1990, è un artista da prime time per famiglie. Ha fondato Madre, una fondazione per i ragazzi di strada, riempirà gli stadi in estate, duetta con Laura Pausini in “16 marzo” – che canterà stasera – e viene blandito, rispettato, riconosciuto.

    Cos’è successo nel frattempo? È cambiato lui o è cambiato il Festival? Entrambi. Sei presenze all’Ariston in sette anni raccontano almeno tre vite diverse. Dopo l’epifania di “Rolls Royce”, Lauro ha tentato di spingere oltre il personaggio. “Me ne frego” nel 2020, con spogliarello annesso, sembrava la replica amplificata della provocazione iniziale. Ma già si intravedeva la fatica di dover stupire per contratto. Nel 2021 arrivano i “Quadri” da ospite fisso: performance a tema, costruite, quasi museali. Un primo tentativo del Festival di assimilarlo nel rito. Forse troppo presto.

    Nel 2022 “Domenica”, con battesimo in scena e accuse di blasfemia, segna il punto più estremo del personaggio divorato dalla necessità di far parlare di sé. Quell’anno tenta anche l’Eurovision per San Marino con “Stripper”. La definisce lui stesso “uno dei miei più grandi fallimenti”. “Il fallimento è parte del successo”, ripete. E in effetti la parabola di Lauro è tutta lì: sovraesposizione, deserti attraversati, rilanci.

    La svolta vera non è una vittoria. È un settimo posto. “Incoscienti giovani” nel 2025 non entra in top 5 e viene accolta dai fischi del pubblico in sala per l’esclusione. Paradossalmente è la consacrazione. Non è più l’intruso. È quello per cui il pubblico si indigna. Il giro è completato.

    Nel frattempo, la sua musica è diventata più tradizionale, più melodica, meno ossessionata dalla provocazione. “16 marzo” è del 2020, ma anticipava già la traiettoria: canzone classica, sentimento, costruzione pop solida. Poi “Fragole” con Rose Villain, l’approdo a X Factor come giudice, “Amore disperato” come prova generale del nuovo Lauro.

    Normalizzazione? Strategia? Crescita? Probabilmente tutte e tre. Senza il passato, senza gli eccessi, senza le accuse, questo Lauro non sarebbe credibile. La sua trasformazione funziona perché è stata pubblica, rischiosa, imperfetta.

    E anche Sanremo ha fatto la sua parte. Lauro è stato una delle chiavi di volta del rinnovamento del Festival, l’apertura definitiva al mondo urban, alla contaminazione, all’estetica fluida. Oggi può permettersi di essere classico proprio perché è stato estremo.

    Stasera, accanto a Carlo Conti e Laura Pausini, non c’è più il marziano del pop. C’è un artista che ha attraversato il sistema, lo ha sfidato e poi lo ha abitato. Nel solito gioco di specchi dell’Ariston, tra passato e futuro, provocazione e istituzione, non è da escludere che tra trent’anni possa tornare per un Premio alla Carriera. Sanremo lo ha addomesticato? O è stato lui a capire che per vincere davvero bisogna saper cambiare pelle? La risposta, come sempre con Lauro, sta nel mezzo.

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      Leo Gassmann: “In tempi bui cantare l’amore è un atto di coraggio”

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        Leo Gassmann torna per la terza volta sul palco del Festival di Sanremo con “Naturale”, un brano che mette al centro un messaggio chiaro: oggi più che mai, cantare l’amore è una scelta necessaria. In un presente che lui stesso definisce “terribile”, segnato da tensioni sociali e perdita di diritti, aprirsi all’altro diventa un gesto rivoluzionario.

        “Cantare l’amore è l’arma più potente che abbiamo”, sostiene il cantautore e attore romano, convinto che proprio dalle cose semplici possa nascere una nuova forma di resistenza emotiva e culturale. “La rivoluzione può partire dal celebrarlo, l’amore. È un modo per reagire al buio che stiamo attraversando”.

        Un messaggio contro la paura

        Il brano sanremese anticipa il nuovo album, Vita Vera Paradiso, in uscita il 10 aprile: un progetto che si muove tra sonorità country e suggestioni dei grandi cantautori italiani del passato, con un filo conduttore dichiaratamente ottimista. Un disco “solare”, come lo definisce lui stesso, che prova a restituire fiducia in un’epoca dominata da sfiducia e polarizzazioni. Secondo Gassmann, oggi “c’è poca voglia di volersi bene”. Le notizie quotidiane alimentano la percezione di un nemico costante e di un peggioramento continuo della realtà. Eppure, insiste, “le cose belle esistono, la luce c’è, va solo cercata e sostenuta”.

        Non si considera un guru né un cantautore politico. Piuttosto, un artista che sente l’urgenza di ribadire a sé stesso – prima ancora che agli altri – la necessità della speranza. “Quello che canto lo ripeto ogni mattina allo specchio. Se perdiamo la speranza diventiamo passivi, paralizzati dalla paura”.

        La serata cover con Aiello

        Per la tradizionale serata delle cover, Gassmann salirà sul palco insieme a Aiello, reinterpretando “Era già tutto previsto” di Riccardo Cocciante. La scelta non è casuale: in un “mondo plastificato”, dice, autenticità e trasparenza sono ciò che le macchine non possono replicare.

        “Giocheremo sulla sincerità. Ci metteremo tanto amore, ci divertiremo, ci emozioneremo. Probabilmente piangerò”, anticipa. Una performance che promette intensità emotiva più che effetti speciali.

        Una generazione alla ricerca di dialogo

        Il discorso si allarga poi alla sua generazione, segnata dalla pandemia e dalle sue conseguenze psicologiche e sociali. Il Covid ha costretto molti giovani a confrontarsi prematuramente con i propri “mostri interiori”, rallentando i processi di socializzazione proprio negli anni cruciali della formazione.

        Le ricadute, secondo Gassmann, sono ancora visibili: isolamento, chiusura, difficoltà relazionali, fenomeni come il dismorfismo digitale. La via d’uscita? Tornare al dialogo. “Aprire una conversazione è già un atto di coraggio”.

        Tra le letture che consiglia c’è La teoria di lasciare andare di Mel Robbins, un libro che affronta proprio il tema della liberazione dalle paure e dai condizionamenti.

        Tra musica e recitazione: il lavoro prima di tutto

        Definirlo ancora “figlio d’arte” appare riduttivo. Negli ultimi anni Gassmann ha costruito un percorso personale sia nella musica sia nella recitazione. Il successo, assicura, non è frutto del caso. “Il duro lavoro c’è, e ce n’è tanto. Preparazione, studio, voglia di migliorarsi ogni giorno”.

        Se qualcosa non è all’altezza delle aspettative, personali prima ancora che esterne, se ne accorge. E riparte. “Si può sempre essere migliori, trovare un’identità più forte”.

        Il momento, ammette, è positivo: dalla musica alla partecipazione a Sanremo, fino agli impegni televisivi come la serie Rai “L’invisibile”. Ma non è tempo di sedersi sugli allori. “C’è ancora tanto da crescere”.

        L’orizzonte

        Per Gassmann la vita è “una grande opportunità”. Un concetto che può sembrare retorico, ma che per lui è concreto: “Quello che stiamo vivendo ora non tornerà più. Va vissuto fino in fondo”. Il suo orizzonte è chiaro: fare musica, fare cinema, divertirsi, migliorarsi. E soprattutto regalare sorrisi, far sentire le persone riconosciute nelle sue canzoni e nei suoi personaggi. In un tempo che tende a dividere, per lui l’arte resta uno spazio di unione.

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          Speciale Sanremo 2026

          Standing ovation per le medaglie azzurre di Milano Cortina. Due ori olimpici e due protagonisti paralimpici sul palco. Assente Arianna Fontana.

          Sanremo celebra lo sport italiano accogliendo Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi, regine dei Giochi, insieme ai paralimpici Giacomo Bertagnolli e Giuliana Turra. Un ponte tra musica e Olimpiadi, in attesa delle sfide invernali.

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            Applausi lunghi, sinceri, di quelli che non hanno bisogno di effetti speciali. L’Ariston si alza in piedi per i campioni delle nazionali olimpiche e paralimpiche azzurre, ospiti della seconda serata del Festival. Sul palco salgono due campionesse olimpiche, Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi, e due atleti paralimpici, Giacomo Bertagnolli e Giuliana Turra. Assente, per un attacco febbrile, Arianna Fontana.

            Sanremo, come da tradizione, si ritaglia uno spazio per il grande sport italiano, e lo fa nel segno dei successi di Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, che hanno già scritto pagine memorabili per l’Italia.

            Francesca Lollobrigida, 35 anni, di Frascati, è stata una delle grandi protagoniste dei Giochi: oro nei 3000 e nei 5000 metri nel pattinaggio di velocità, imprese che l’hanno consegnata alla storia dello sport azzurro. Mamma del piccolo Matteo, in carriera ha conquistato anche un argento e un bronzo olimpico, oltre a un titolo mondiale nei 5000 metri e un altro bronzo iridato. La sua è una storia di costanza e di resistenza, costruita giro dopo giro, curva dopo curva.

            Accanto a lei Lisa Vittozzi, 31 anni, di Sappada, che a Milano Cortina ha conquistato la prima storica medaglia d’oro olimpica per l’Italia nel biathlon, trionfando nell’inseguimento. Nel suo palmarès figurano anche un argento e un bronzo olimpico, titoli mondiali nella staffetta a Oberhof 2023 e nell’individuale a Nové Mesto 2024. Nel 2024 ha vinto la Coppa del Mondo generale di biathlon, oltre a quattro Coppe di specialità. Precisione, freddezza e una capacità rara di reggere la pressione.

            Il Festival ha voluto rendere omaggio anche al mondo paralimpico. Giacomo Bertagnolli, 27 anni, di Cavalese, ipovedente dalla nascita per un’atrofia del nervo ottico, ha iniziato a sciare a due anni. Oggi è uno dei simboli dello sci alpino paralimpico italiano: otto medaglie paralimpiche – quattro ori tra Pyeongchang 2018 e Pechino 2022 – diciassette medaglie mondiali, di cui dieci d’oro, due Coppe del Mondo generali e undici di specialità. Numeri che parlano da soli.

            Con lui Giuliana Turra, ex ostetrica, costretta sulla sedia a rotelle dopo un incidente in montagna. Durante la riabilitazione a Torino ha scoperto il wheelchair curling, trasformando una ripartenza obbligata in una nuova carriera sportiva. Ha partecipato ai Mondiali paralimpici del 2023 chiudendo al dodicesimo posto nel doppio misto. Per lei, quelli di Milano Cortina saranno i primi Giochi Paralimpici Invernali.

            Quattro storie diverse, unite da un filo comune: la capacità di trasformare la fatica in traguardo. E per una sera, sotto le luci dell’Ariston, la musica ha lasciato spazio al rumore più bello: quello degli applausi per chi ha portato l’Italia sul gradino più alto del podio.

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              Speciale Sanremo 2026

              Sanremo, Arisa e Brancale: l’ex in comune, l’ex che firma il brano e il Festival dove l’amore finisce ma le royalties restano

              Sanremo è quella settimana dell’anno in cui persino i ritornelli sembrano avere una carta d’identità. Sul palco si canta, ma dietro le quinte si ricompongono pezzi di passato, si incrociano ex e si scopre che l’amore può finire, mentre le collaborazioni – e le royalties – spesso no.

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                Sanremo è quella settimana dell’anno in cui persino i ritornelli sembrano avere una carta d’identità. Sul palco si canta, ma dietro le quinte si ricompongono pezzi di passato, si incrociano ex e si scopre che l’amore può finire, mentre le collaborazioni – e le royalties – spesso no.

                Arisa e Giuseppe Anastasi: quando l’ex scrive la “Magica favola”

                Il caso più sanremese possibile è quello di Arisa. Torna in gara con “Magica favola”, titolo che suona quasi ironico se si considera che a firmarlo è Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato. Una relazione chiusa da anni, lui oggi sposato con la cantante Carlotta, ma artisticamente mai del tutto archiviata.

                Quando un sodalizio funziona in studio, il tempo può anche passare: l’alchimia resta. Anastasi e Arisa hanno già scritto insieme pagine fondamentali della carriera di lei, da “Sincerità” a “La notte” fino a “Controvento”. Non è nostalgia, è continuità produttiva. E Sanremo, si sa, ama le storie che tornano con un giro di valzer in più.

                L’ex in comune con Serena Brancale

                Come se non bastasse, Arisa condivide anche un ex “in comune” con Serena Brancale. La cantante pugliese è stata legata per oltre cinque anni al jazzista napoletano Walter Ricci. Dopo quella lunga relazione, Ricci ha avuto una storia con Arisa, durata meno di un anno.

                Ed ecco il classico cortocircuito festivaliero: tu sei lì per cantare, ma a pochi metri c’è una collega che ha condiviso lo stesso capitolo sentimentale. Nessun dramma pubblico, nessuna dichiarazione tagliente. Solo quella compostezza elegante che all’Ariston vale più di mille retroscena.

                Sanremo, in fondo, è il regno delle coincidenze perfette: camerini vicini, tempi televisivi stretti e un passato che, se vuole, si presenta puntuale all’orario delle prove.

                A Sanremo non esistono ex, esistono “connessioni”

                Il Festival sembra costruito apposta per ricordare una regola non scritta: a Sanremo non esistono “ex”, esistono “connessioni”. Le storie diventano curriculum, le relazioni si trasformano in aneddoti, e tutto si normalizza sotto le luci dell’Ariston.

                Mentre Arisa e Serena Brancale dimostrano che il passato può essere archiviato con maturità, la sensazione è che questo Festival sia anche una grande reunion sentimentale, dove i capitoli chiusi tornano sotto forma di canzone, di firma in calce o di nome pronunciato con naturalezza.

                Alla fine, resta la musica. Ma in quella strana settimana dell’anno, tra un ritornello e un backstage, anche le biografie cantano.

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