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Cronaca

Becciu e la possibile esclusione dal Conclave: spuntano due lettere firmate dal Papa

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    Due lettere, un nome, una questione aperta. Il caso di Angelo Becciu rischia di segnare uno dei momenti più delicati dell’avvicinamento al prossimo Conclave. Secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, ieri sera il cardinale Pietro Parolin, già segretario di Stato, avrebbe mostrato a Becciu due lettere dattiloscritte e siglate da Papa Francesco – riconoscibili per quella caratteristica firma con la sola lettera “F” – che formalizzerebbero la sua esclusione dall’ingresso in Cappella Sistina.

    La prima lettera sarebbe stata scritta nel 2023, la seconda risalirebbe al marzo scorso, in piena emergenza sanitaria del Pontefice, mentre Francesco affrontava la malattia che lo avrebbe condotto alla morte. Due documenti che, se confermati, costituirebbero un segnale inequivocabile: Francesco non voleva che Becciu partecipasse all’elezione del suo successore.

    Il cardinale sardo, che già nel settembre 2020 era stato privato da Francesco dei diritti legati al cardinalato a seguito dell’inchiesta vaticana sullo scandalo finanziario di Londra, avrebbe preso atto della comunicazione. Tuttavia, il suo destino non è ancora definitivamente chiuso: sarà infatti l’assemblea delle congregazioni generali pre-Conclave a decidere formalmente se Becciu potrà entrare o meno nella Cappella Sistina.

    Il quadro si complica ulteriormente. Sempre secondo la ricostruzione di Domani, il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio e domani celebrante dei funerali di Papa Francesco, avrebbe detto a Becciu di non aver ricevuto disposizioni scritte dal Pontefice sulla sua esclusione, e quindi di essere favorevole al suo ingresso in Conclave. Ma il cardinale camerlengo, Kevin Joseph Farrell, avrebbe ricordato a Re la volontà espressa a voce da Francesco, quella di escludere Becciu dall’assemblea elettiva.

    Due lettere dattiloscritte, un’indicazione orale, pareri contrastanti tra i vertici della Curia. E un verdetto, quello delle congregazioni generali, che si preannuncia teso e senza precedenti.

    Il Codice di diritto canonico e la Costituzione Universi Dominici Gregis stabiliscono infatti che, sebbene tutti i cardinali sotto gli ottant’anni abbiano diritto a votare, spetta alle congregazioni decidere caso per caso in presenza di situazioni particolari, come quella di un cardinale coinvolto in gravi procedimenti giudiziari.

    Non era mai successo prima che un Papa lasciasse indicazioni esplicite – sia pur informali – per escludere un cardinale da un Conclave. Un segnale della delicatezza e della straordinarietà di questa transizione.

    Ora tocca all’assemblea dei cardinali decidere se rispettare le volontà postume di Francesco o aprire comunque le porte della Sistina anche ad Angelo Becciu.

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      Cronaca

      Quando l’auto diventa un’arma: cosa scatta nella mente di chi piomba sulla folla

      Da Modena alla California, episodi simili riaprono una domanda inquietante: quale meccanismo psicologico può spingere una persona a trasformare un gesto quotidiano come guidare in un atto devastante? L’analisi clinica di chi da trent’anni studia le fratture della mente.

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      Quando l’auto diventa un’arma: cosa scatta nella mente di chi piomba sulla folla

        Ci sono immagini che colpiscono per la loro brutalità proprio perché spezzano la normalità. Un’auto che accelera all’improvviso verso una folla, corpi travolti, il caos che esplode in pochi secondi. Scene che, negli ultimi tempi, si sono ripetute in contesti diversi — da Modena fino ad analoghi episodi avvenuti negli Stati Uniti — imponendo una domanda tanto scomoda quanto necessaria: cosa accade nella mente di una persona che, in un frammento di tempo, decide di premere l’acceleratore contro altri esseri umani?

        Occorre partire da una premessa rigorosa: non esiste una risposta unica. Ridurre tutto alla formula “era folle” è una semplificazione fuorviante che non aiuta né a capire né a prevenire.

        Dietro gesti di questo tipo possono esistere matrici molto differenti. Talvolta c’è un crollo psicotico acuto, uno stato in cui la persona perde temporaneamente il contatto con la realtà. In queste condizioni il soggetto può vivere convinzioni deliranti, percepire minacce inesistenti o sentirsi inseguito da presenze immaginarie. L’automobile, in quel momento, smette di essere un mezzo di trasporto e diventa uno strumento inserito in una logica alterata, apparentemente coerente solo per chi la vive.

        Altre volte entrano in gioco condizioni dissociative o esplosioni impulsive estreme, spesso precedute da un accumulo di tensione psichica. Pensiamo a una pentola a pressione: il malessere cresce silenziosamente fino a quando un evento scatenante — reale o percepito — provoca una rottura improvvisa.

        C’è poi il capitolo, più complesso e delicato, delle personalità gravemente disorganizzate o segnate da una lunga incapacità di regolare rabbia, frustrazione e senso di fallimento. In alcuni casi, il gesto violento può assumere il significato distorto di una “vendetta” contro un mondo vissuto come ostile.

        Quello che spesso colpisce l’opinione pubblica è la rapidità. “Com’è possibile che una persona, in pochi secondi, faccia una cosa simile?”

        La risposta è che la mente umana, quando entra in uno stato critico, può attraversare un collasso del filtro inibitorio. È come se il sistema interno che normalmente frena impulsi e pensieri distruttivi si spegnesse all’improvviso. In condizioni ordinarie, tutti sperimentiamo rabbia o fantasie aggressive. La differenza sta nella capacità di contenerle, elaborarle, non trasformarle in azione.

        Quando questo argine salta, il passaggio dal pensiero al gesto può essere rapidissimo.

        Attenzione però a un equivoco frequente: la stragrande maggioranza delle persone con disturbi psichici non è violenta. Anzi, è molto più spesso vittima di isolamento, stigma e sofferenza che autrice di aggressioni.

        È per questo che ogni episodio va analizzato caso per caso, senza trasformare la malattia mentale in un’etichetta comoda da appiccicare a posteriori.

        Gli episodi recenti, da Modena alla California, ci ricordano piuttosto quanto sia cruciale investire nella prevenzione: intercettare precocemente segnali di scompenso, garantire reti di supporto, monitorare situazioni cliniche fragili.

        La psichiatria non possiede sfere di cristallo. Non può prevedere con certezza assoluta chi compirà un gesto estremo. Ma può individuare campanelli d’allarme.

        In fondo la mente umana assomiglia a un cruscotto: prima del guasto irreversibile, spesso qualche spia si accende. Il problema è che troppo spesso ce ne accorgiamo soltanto dopo lo schianto.

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          Cronaca

          Maldive, il giallo dei permessi dei sub: autorizzati fino a 50 metri, ma resta il rebus della grotta di Alimathaa

          Nuovi documenti chiariscono parte della vicenda dei cinque italiani morti durante l’immersione del 14 maggio nell’atollo di Vaavu. Le autorizzazioni c’erano, ma non avrebbero indicato l’esplorazione speleosubacquea. Intanto proseguono le indagini sulla tragedia.

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          Maldive, il giallo dei permessi dei sub: autorizzati fino a 50 metri, ma resta il rebus della grotta di Alimathaa

            Le carte esistono. E raccontano una verità più sfumata di quanto emerso nelle ore immediatamente successive alla tragedia. Tre dei cinque sub italiani morti il 14 maggio durante un’immersione nelle acque della grotta di Alimathaa, nell’atollo maldiviano di Vaavu, risultavano regolarmente autorizzati a svolgere attività di ricerca subacquea tra il 3 e il 17 maggio, in sei diversi atolli dell’arcipelago.

            Il dettaglio emerge da documenti ufficiali citati dalle autorità maldiviane e rilancia un’inchiesta che, giorno dopo giorno, si fa sempre più complessa. Secondo quanto riferito dal portavoce del presidente delle Maldive, Mohamed Hussain Shareef, le autorizzazioni consentivano immersioni operative tra 0 e 50 metri di profondità, con riferimento alle attrezzature impiegate e all’imbarcazione di supporto, la Duke of York.

            Il nodo, però, sarebbe un altro: il permesso non farebbe esplicito riferimento a immersioni in grotta.

            Ed è qui che il caso cambia prospettiva. Perché la cavità di Alimathaa, una delle più tecnicamente impegnative della zona, presenta un ingresso a circa 47 metri, mentre alcuni cunicoli si spingono fino a quota 60. Una differenza apparentemente minima per i non addetti ai lavori, ma enorme per chi conosce i rischi della speleosubacquea, dove ogni metro può fare la differenza tra controllo e tragedia.

            Le vittime sono Monica Montefalcone, 51 anni, docente di Ecologia dell’Università di Genova; la figlia Giorgia Sommacal, 23 anni; la ricercatrice Muriel Oddenino, 31 anni; la guida subacquea Gianluca Benedetti, 44 anni; e il biologo Federico Gualtieri, giovane ricercatore con una lunga formazione tecnica alle spalle.

            Secondo le autorità locali, tre di loro facevano parte del team scientifico formalmente autorizzato: Montefalcone, Oddenino e Gualtieri. Non figurava invece Giorgia Sommacal, presenza che apre ulteriori interrogativi organizzativi.

            Le famiglie, intanto, chiedono cautela. I legali dei parenti di Federico Gualtieri hanno invitato a evitare ricostruzioni affrettate, ricordando che il giovane possedeva 23 brevetti specialistici PADI e un curriculum subacqueo di alto livello. Un profilo che mal si concilierebbe con l’ipotesi di leggerezza o imprudenza.

            Sul fronte investigativo restano aperti più filoni: la verifica sulle modalità organizzative dell’immersione, il ruolo dell’imbarcazione, la conformità delle attrezzature e il rispetto dei protocolli previsti per immersioni ad alta complessità.

            Nel frattempo, la revoca della licenza turistica alla Duke of York e la morte del soccorritore maldiviano Mohamed Mahudhee, deceduto durante le operazioni di recupero, aggiungono ulteriore gravità a una vicenda che ha assunto i contorni di un dramma internazionale.

            Nel mare delle Maldive, dove tutto appare cartolina e paradiso, questa volta è rimasto un silenzio pesante. E sotto la superficie, più che i corpi, si cercano ancora le risposte.

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              Cronaca

              Salvini attacca le seconde generazioni, ma il Sindaco lo gela: «A bloccare l’attentatore sono stati due egiziani»

              Tra la solidarietà di Mattarella e i tweet di fuoco, il dibattito sull’integrazione si infiamma. Ma a fermare l’attentatore col coltello è stata una task force improvvisata di modenesi e immigrati.

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              Salvini attacca le seconde generazioni, ma il Sindaco lo gela: «A bloccare l’attentatore sono stati due egiziani»

                Se c’è una cosa che la politica italiana sa fare meglio di un calcolo economico, è trasformare un dramma di cronaca in un gigantesco talk show a cielo aperto. Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore dal folle sabato low-cost di Salim El Koudri sulla via Emilia, e mentre i medici cercano di salvare le gambe ai feriti, a Roma e dintorni si è già aperta la fiera del tweet più veloce del West.

                La giornata si è aperta con il dovuto protocollo istituzionale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sollevato la cornetta per chiamare il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, esprimendo la vicinanza della nazione e chiedendo esplicitamente di ringraziare quei passanti che hanno placcato l’attentatore come fossimo al Sei Nazioni di rugby. Sulla stessa linea di cordoglio e fermezza si sono schierate la premier Giorgia Meloni (“il responsabile risponda fino in fondo”) e la segretaria del PD Elly Schlein, passate direttamente al telefono col primo cittadino.

                Poi, però, è arrivato il momento dei social.

                Il Tweet-Lanciafiamme di Salvini

                A rompere la tregua istituzionale ci ha pensato il vicepremier Matteo Salvini, che ha preso lo smartphone e ha fatto quello che gli riesce meglio: l’identikit politico del criminale. «Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di “seconda generazione”», ha tuonato il leader della Lega, sentenziando che nelle città italiane «l’integrazione è fallita» e che storie come questa dimostrano che lo “Ius Soli” è un’utopia ideologica. La ricetta della Lega? Via il permesso di soggiorno a chi delinque (anche se Salim, ironia della sorte, la cittadinanza italiana ce l’ha già per nascita a Seriate, rendendo il “via” un filino complesso da attuare).

                Dall’opposizione, Giuseppe Conte ha liquidato il gesto come “aggressione ignobile” e Matteo Renzi si è detto “sconvolto”, facendo notare che un film del genere, in Italia, non si era ancora mai visto.

                Il Contropiede del Sindaco: Gli Eroi non hanno il Passaporto

                Mentre la bolla dei social network già invocava le ruspe e le barricate, a riportare tutti sulla terraferma ci ha pensato il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, con una dichiarazione che ha letteralmente scombinato i piani degli esperti di propaganda.

                Nel condannare lo “sciacallaggio” web, Mezzetti ha svelato un dettaglio tutt’altro che trascurabile sulla “task force” di passanti che ha inseguito e atterrato Salim mentre agitava il coltello:

                «Di quei quattro cittadini che lo hanno inseguito e immobilizzato, due sono di origine straniera, sono egiziani. Ne sono sopraggiunti altri in aiuto, sempre di origini straniere».

                In pratica, mentre la politica litigava sul fatto che gli stranieri di seconda generazione integrati male distruggono le città, sono stati degli stranieri (probabilmente di prima generazione e integrati benissimo) a salvare i modenesi dall’italiano Salim. Un cortocircuito logico che ha lasciato temporaneamente senza parole i tastieristi dell’odio.

                La Benedizione della Curia

                A chiudere il cerchio, cercando di riportare un po’ di pace civile in una città decisamente sotto shock, è intervenuto l’arcivescovo di Modena, monsignor Erio Castellucci. La Chiesa si stringe alle vittime e invita a sostenere chi crede nella pace civile.

                La morale della domenica? Se Salim voleva scatenare una guerra di civiltà a bordo della sua utilitaria usata, è riuscito solo a scatenare la solita, italianissima rissa politica. Con l’unica differenza che, stavolta, a dare lezioni di senso della comunità a tutta l’aula parlamentare sono stati un paio di ragazzi egiziani con un ottimo tempismo e zero tempo da perdere su X.

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