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Cronaca

Con Airbnb il Colosseo si trasforma in un’arena stile Disneyland. E scoppia la polemica

Per secoli il Colosseo è stato teatro di epiche battaglie, ospitando i leggendari gladiatori. Ora, per la prima volta in quasi 2.000 anni, l’iconica arena torna al suo scopo originale di sede di spettacoli, invitando guerrieri audaci a mettere piede al suo interno. Un’iniziativa in collaborazione con Airbnb che ha scatenato polemiche ed indignazione. Vi raccontiamo il motivo.

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    Mentre esce nelle sale italiane il sequel de Il gladiatore, sempre firmato dal regista Ridley Scott, la sponsorizzazione della società Airbnb che mette in palio la possibilità di travestirsi da gladiatore al Colosseo di Roma indigna… e non poco. Oltretutto non è l’unica scelta controversa della società da 12 milioni di visitatori.

    Il governo viene tirato in ballo

    La polemica su questa iniziativa coinvolge naturalmente l’amministrazione Meloni, per taluni poco avvezza a gestire le incombenze relativa alle complesse decisioni culturali necessarie ad un paese che vede nell’arte e nella storia una parte fondamentale della sua identità. In ballo c’è naturalmente la nostra immagine, sia in patria ed anche all’estero, quella dei suoi beni archeologici, dei suoi monumenti più iconici e dei suoi musei ricchi di tesori.

    Il turismo sempre più selvaggio nella città eterna

    La sponsorizzazione della piattaforma di Airbnb a vantaggio dell’ente che gestisce il Colosseo – chiamato Parco del Colosseo – vale circa un milione di euro, vere e proprie “briciole” per il colosso delle case in affitto. Roma, soprattutto negli ultimi anni, vive un assalto turistico poco sostenibile e Airbnb sta diventando in città più un problema che un’opportunità. La notizia che Airbnb sia sponsor del monumento più visitato e per certi versi banalizzato della città rappresenta già un paradosso. Se a questo si aggiunge che Airbnb utilizzi il sito per un progetto di gamificazione e mercificazione esperienziale è sicuramente ancor più bizzarro.

    Come funziona l’iniziativa

    Si tratta di una specie di lotteria che solo 16 clienti di Airbnb potranno vincere, partecipando sulla piattaforma a partire dal 27 novembre. I prescelti otterranno la possibilità, a maggio 2025, di accedere all’interno dell’arena, inscenando combattimenti vestiti da antichi romani. Un’operazione in stile Disleyland che davvero stride con l’importanza storico.culturale del monumento.

    Un simbolo trasformato in un luna park

    Mentre le associazioni capitoline dedite alla rievocazione storica vicine a esponenti di Fratelli d’Italia si fregano le mani, l’opposizione grida allo scandalo: il Colosseo trasformato in triste parco a tema con finti combattimenti, banchetti con cibo antico romano e passerelle promozionali per lanciare il nuovo film di Ridley Scott.

    Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla

    E’ l’ennesima iniziativa ad alto tasso di tristezza che evidentemente necessita ad alcuni governanti, imponendo nei luoghi più sacri della cultura logiche che con l’arte non c’entrano davvero nulla. Come Gennaro Sangiuliano che pretendeva a tutti i costi una mostra sul Futurismo, con l’intenzione di riscattare questo movimento artistico dai vari pregiudizi… ignorando però che il suo sdoganamento è avvenuto da almeno 50 anni, ad opera – udite udite – di critici e storici di sinistra!

    Qualche idea più nobile non ce l’abbiamo?

    E se invece di queste iniziative di cattivo gusto si lavorasse ad infrastrutture più nobili Il simbolo della romanità nel mondo potrebbe trasformarsi dell’arena che potrebbe diventare – come già a Verona – in un palcoscenico per rappresentazioni musicali e teatrali di eccellenza, come già da qualcuno proposto.

    Che amarezza…

    Invece, in perfetto stile medio-italiano, tra qualche giorno ci si potrà prenotare sulla pagina di Airbnb dedicata all’iniziativa per partecipare al concorso. I vincitori si potranno recare il prossimo maggio a Roma (a loro spese…) e, all’interno del Colosseo sceglieranno scudi e armature per abbigliarsi e mettere in scena il finto combattimento dopo aver mangiato uva, melograni, noci e mandorle.

    Un’occhiata ai numeri per tirare le somme

    Il colosso Airbnb solo in Italia maneggia 7,5 miliardi di euro ogni anno. La casa Paramount ha speso oltre 300 milioni di dollari per produrre Gladiator 2 che verrà pubblicizzato grazie al Colosseo. E chi gestisce l’anfiteatro che cosa ricava? Un milione di euro. Che nella Capitale non basta neanche per acquistare un appartamentino in centro. Una riflessione che può apparire uno “schiaffo alla miseria”… ma che rappresenta una concreta verità. Alla fine chi ci guadagna sono sempre gli altri.

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      Cronaca Nera

      Ricina a Pietracatella, clamorosa frenata sul giallo? Doveva arrivare un nome, invece la Procura ordina 60 giorni di nuovi esami

      Computer e dieci pen-drive tornano al centro dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli specialisti cercheranno eventuali ricerche sulla ricina, chat, messaggi, documenti, fotografie e metadati utili a ricostruire persino le posizioni geografiche. E il dettaglio dei sessanta giorni cambia ancora i tempi del caso.

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      Giallo della ricina a Pietracatella, l'indagine ad una svolta: pronte le prime iscrizioni di indagati tra verbali e test di laboratorio

        Sembrava che il giallo della ricina di Pietracatella fosse ormai arrivato al passaggio che tutti aspettavano: l’iscrizione di almeno un nome nel registro degli indagati per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dopo il Natale 2025. Dopo mesi di audizioni, accertamenti scientifici, verifiche sui rapporti personali e ricostruzioni delle ultime ore trascorse dalle due donne, la sensazione era che il cerchio investigativo si stesse stringendo. Invece arriva una mossa della Procura di Larino che riapre inevitabilmente le domande sullo stato dell’inchiesta.

        Gli inquirenti hanno disposto un nuovo accertamento tecnico irripetibile sui dispositivi informatici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e agli specialisti hanno affidato un incarico molto ampio. Dovranno cercare eventuali ricerche sulla ricina, analizzare chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note e documenti e scandagliare persino i metadati che potrebbero fornire indicazioni sulle geolocalizzazioni. Un lavoro per il quale sono stati concessi sessanta giorni.

        È davvero una retromarcia? Il provvedimento, da solo, non permette di dirlo. Dimostra però qualcosa di altrettanto significativo: la Procura vuole ancora risposte prima di considerare completo il quadro investigativo e alcune di queste risposte potrebbero trovarsi nella memoria digitale dei dispositivi sequestrati.

        Ricina, si aspettava un indagato ma la Procura torna a scavare nei computer

        L’operazione inizierà il 28 settembre nella Questura di Campobasso, dove gli specialisti della Terza Divisione STAI della Direzione centrale anticrimine lavoreranno sul materiale sequestrato il 31 luglio nella casa della famiglia. Si tratta di un computer desktop Lenovo ThinkCentre e di dieci pen-drive, una quantità considerevole di dati che potrebbe contenere prevalentemente materiale legato all’attività professionale di Gianni Di Vita, commercialista, ma all’interno della quale gli investigatori vogliono cercare qualsiasi elemento collegabile alla tragedia.

        Il primo passaggio consisterà nella realizzazione delle copie forensi dei supporti, in modo da preservare gli originali, seguito dalla creazione di una copia indicizzata sulla quale effettuare le ricerche. Gli specialisti dovranno ricostruire la storia informatica dei dispositivi dalla prima accensione fino all’ultimo utilizzo e verificare se esistano dati pertinenti all’inchiesta.

        La scelta dell’accertamento tecnico irripetibile permette inoltre alle parti interessate di partecipare attraverso avvocati e consulenti, garantendo il contraddittorio durante le operazioni. Ma a rendere particolarmente interessante questo nuovo capitolo non è soltanto la procedura scelta: sono soprattutto le domande formulate dalla Procura.

        Qualcuno aveva cercato informazioni sulla ricina prima delle morti?

        Uno dei quesiti porta direttamente al cuore del mistero. Gli specialisti dovranno verificare se nei dispositivi esistano tracce di navigazione internet relative alla ricina, prestando particolare attenzione a eventuali ricerche riconducibili a Sara Di Vita o alla madre Antonella Di Ielsi.

        La domanda è pesante perché tocca uno dei punti ancora fondamentali dell’inchiesta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e attraverso quale alimento, bevanda o altro veicolo è stata assunta dalle vittime?

        Gli investigatori vogliono verificare se le due donne avessero cercato autonomamente informazioni sulla sostanza, ma anche se all’interno dei dispositivi esistano elementi utili a ricostruire un eventuale approvvigionamento. L’accertamento potrebbe contribuire anche alla valutazione delle diverse ipotesi sulla natura dell’avvelenamento, compresa quella accidentale, che gli investigatori devono verificare o escludere sulla base degli elementi raccolti.

        La ricerca digitale sarà però molto più vasta. Gli specialisti passeranno al setaccio chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note, diari digitali e documenti, cercando anche eventuali annotazioni sugli alimenti consumati dalle vittime nei giorni precedenti all’intossicazione.

        Particolare attenzione verrà dedicata inoltre ai documenti relativi a patologie, disturbi o condizioni fisiche accusati da Antonella e Sara tra il 24 e il 28 dicembre 2025, una finestra temporale cruciale per ricostruire la progressione dell’avvelenamento e capire quando possano essere comparsi i primi sintomi.

        Il dettaglio delle geolocalizzazioni: dove si trovavano nelle ore decisive?

        Tra i quesiti affidati agli specialisti ce n’è uno che potrebbe rivelarsi particolarmente importante: la ricerca di metadati capaci di fornire informazioni sulla posizione geografica.

        Fotografie, documenti e altri file possono conservare informazioni che l’utente normalmente non vede, ma che possono indicare quando un contenuto è stato creato o modificato e, in determinate circostanze, anche dove si trovava il dispositivo. Per gli investigatori significa avere una possibilità ulteriore di ricostruire spostamenti e presenze nei giorni cruciali.

        Se gli accertamenti dovessero consolidare l’ipotesi di un avvelenamento volontario, diventerebbe infatti essenziale stabilire chi avesse accesso all’abitazione, chi vi fosse presente e quali fossero gli spostamenti delle persone coinvolte nelle ore ritenute decisive. I metadati potrebbero quindi essere incrociati con gli altri elementi già raccolti e fornire conferme o smentite alle ricostruzioni effettuate fino a oggi.

        È anche per questo che il nuovo accertamento appare molto più ampio di una semplice ricerca della parola «ricina» dentro un computer. Gli investigatori vogliono ricostruire comunicazioni, ricerche, documenti, movimenti e rapporti che ruotavano attorno alla famiglia nel periodo immediatamente precedente alla tragedia.

        Retromarcia oppure stanno cercando gli ultimi tasselli prima della svolta?

        Parlare oggi di una vera retromarcia investigativa sarebbe prematuro. Il nuovo accertamento non cancella quanto raccolto nei mesi precedenti e non dimostra che la Procura abbia abbandonato eventuali ipotesi maturate durante l’indagine. Certifica però che il quadro probatorio necessita ancora di approfondimenti e che gli inquirenti considerano la componente digitale sufficientemente importante da disporre un accertamento tecnico irripetibile.

        Rimane inoltre un’altra domanda destinata a pesare qualora gli elementi raccolti dovessero portare a escludere definitivamente un’intossicazione accidentale: chi avrebbe materialmente introdotto o somministrato la ricina e avrebbe agito da solo oppure altre persone avrebbero saputo qualcosa?

        È in questa prospettiva che chat, contatti, messaggi, fotografie, ricerche internet e dati di localizzazione potrebbero diventare particolarmente importanti. Non necessariamente perché contengano una prova diretta, ma perché potrebbero consentire agli investigatori di verificare relazioni, presenze e comunicazioni nei momenti cruciali.

        Alle operazioni potranno assistere i legali delle parti e i rispettivi consulenti. Tra le persone offese figura anche Alice Di Vita, la figlia sopravvissuta alla tragedia, insieme al padre e ai familiari delle vittime.

        Sessanta giorni di esami: il giallo della ricina si allunga ancora

        C’è infine un numero che pesa sull’inchiesta: sessanta giorni. È il tempo concesso agli specialisti per completare il lavoro e consegnare le proprie conclusioni. Questo non impedisce naturalmente alla Procura di proseguire parallelamente con altre attività investigative, ma significa che uno degli accertamenti ritenuti importanti potrà protrarsi ancora per settimane.

        Ed è proprio questo a modificare la percezione di un’inchiesta che sembrava avvicinarsi rapidamente a una svolta. Dopo mesi di interrogatori, analisi tossicologiche, sopralluoghi, confronti e verifiche sui rapporti personali della famiglia, gli investigatori tornano a scavare nel luogo nel quale una parte della vita di ciascuno di noi rimane conservata anche quando crediamo di averla cancellata: la memoria digitale.

        La domanda fondamentale, dunque, resta ancora aperta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e chi sapeva della sua presenza?

        Per cercare la risposta gli specialisti proveranno a recuperare praticamente tutto ciò che i dispositivi possono raccontare, dalle ricerche online alle conversazioni, dagli alimenti annotati durante le feste di Natale alle fotografie, fino a quei metadati invisibili all’utente comune che potrebbero permettere di stabilire dove si trovava un dispositivo quando un determinato contenuto è stato creato o modificato.

        Se dentro quel computer o in una delle dieci pen-drive esiste ancora un frammento capace di spiegare che cosa accadde tra Natale e la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, adesso gli investigatori proveranno a trovarlo.

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          Cronaca Nera

          Garlasco trasformato in pubblicità per vendere brioche: battute su Chiara Poggi, Stasi e Sempio. Ma davvero siamo arrivati a questo?

          Un conto è l’umorismo nero degli utenti, un altro è costruire una comunicazione commerciale attorno a un omicidio vero. Perché Chiara Poggi non era il personaggio di una serie crime e il 13 agosto non è una gag: è il giorno in cui una ragazza di 26 anni venne assassinata nella propria casa.

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            Pensavamo di averle viste tutte. Evidentemente peccavamo di ottimismo. Perché dopo mesi nei quali il delitto di Garlasco è stato trasformato in una specie di reality nazionale permanente, con investigatori improvvisati, complottisti da divano, criminologi nati su TikTok durante la pausa pranzo e orde di commentatori che ormai parlano di DNA, impronte papillari e BPA come se avessero trascorso vent’anni nei laboratori della Scientifica, mancava ancora qualcosa: usare l’omicidio di Chiara Poggi per vendere brioche.

            Adesso abbiamo anche quello.

            A Garlasco, La Casa della Brioche ha costruito una parte della propria comunicazione social giocando con nomi, circostanze e tormentoni legati all’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli. Non stiamo parlando di una battuta uscita male, pubblicata una sera e magari cancellata la mattina successiva dopo essersi accorti dell’enormità. I video sono diversi e seguono uno schema piuttosto preciso: si prende Garlasco, si prende un elemento del delitto, lo si trasforma in un gancio e, quando l’utente è stato catturato, gli si mostra la brioche.

            Il risultato social, almeno numericamente, c’è: l’account TikTok, attivo dal 2022, ha raccolto circa 18mila follower e un milione di like. Complimenti all’algoritmo. Sul resto, forse, qualche domanda sarebbe il caso di farsela.

            Perché Chiara Poggi non è un format, non è una mascotte e soprattutto non è morta per aiutare qualcuno a vendere dolci quasi vent’anni dopo.

            «Che Cappa di caldo»: quando il delitto diventa il gancio per il prodotto

            Il livello della trovata si comprende abbastanza bene da uno dei video: «Ma che Cappa di caldo fa a Garlasco? Rinfrescati con la nostra frutta realistica». «Cappa», naturalmente, richiama il cognome delle cugine di Chiara, Paola e Stefania Cappa. Una finezza.

            In un altro contenuto compare: «Anche tu stai studiando per gli esami? È l’ora di concedersi una pausa», riferimento che, dentro una comunicazione costruita attorno a Garlasco, rimanda immediatamente alla tesi di Alberto Stasi e agli accertamenti sul computer che hanno avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione di quella mattina.

            Poi c’è il finto notiziario: «Oggi abbiamo nuovi sviluppi da Garlasco. La novità è questa: la brioche gigante».

            Capito il meccanismo? Per qualche secondo si lascia immaginare all’utente che sia accaduto qualcosa nel caso che da mesi occupa giornali, televisioni e social, quindi arriva la sorpresa: tranquilli, nessuna novità investigativa, dobbiamo vendervi un dolce.

            Ma si riesce a fare persino meglio. In un altro video si sente: «È agosto, siamo a Garlasco e come vedete non c’è un’anima. Ma una cosa è certa: la Casa della Brioche è aperta fino al 15 agosto».

            Agosto. Garlasco. Ferragosto.

            Chiara Poggi venne assassinata il 13 agosto 2007.

            Probabilmente qualcuno avrà trovato l’idea irresistibile. Qualcun altro potrebbe semplicemente domandarsi se esista ancora una differenza tra essere bravi a comunicare ed essere disposti a utilizzare qualsiasi cosa pur di racimolare qualche visualizzazione.

            Stasi, Sempio e Poggi ridotti a giochi di parole

            Una volta aperta la porta, naturalmente, entra tutto. «Qui a Garlasco abbiamo un caso ancora aperto, nessuno riesce a decidere qual è la brioche più buona», recita un altro contenuto.

            Il «caso aperto» serve quindi a scegliere il dolce. E il pubblico, come spesso accade sui social, capisce immediatamente il gioco e comincia a partecipare.

            Così arriva il piccolo capolavoro linguistico: «Siete da prendere da e-sempio, ogni volta che vedo le vostre brioche vado in e-stasi, ma p-oggi siete aperti?».

            Andrea Sempio. Alberto Stasi. Chiara Poggi.

            Tre cognomi, tre giochi di parole, tre occasioni per farsi una risata. Con una differenza che evidentemente nell’euforia da engagement rischia di diventare un dettaglio: una delle tre persone citate è una ragazza assassinata a 26 anni.

            Il 13 agosto qualcuno scrive addirittura: «Oggi è il 13 agosto e ho pensato a voi e alla buon’anima di Chiara Poggi». Altrove c’è chi domanda: «C’è un parcheggio per stare un po’ da solo a parlare in auto?», mentre un altro commentatore scherza: «Aspetto il mio avvocato che torna dalle ferie e vengo ad assaggiare le vostre delizie».

            Il risultato è impressionante soprattutto per la rapidità con cui la tragedia reale scompare. Rimangono soltanto i personaggi, le frasi, i tormentoni, le allusioni. Garlasco diventa un universo narrativo e Chiara Poggi rischia di trasformarsi in una comparsa del “caso Garlasco”.

            Peccato che senza il suo assassinio non esisterebbe nessun «caso Garlasco».

            «Alberto è venuto a trovarci»: e compare anche Massimo Lovati

            La macchina prosegue. In un altro contenuto compare la frase «Alberto è venuto a trovarci, e non è l’unico: anche Paola, Rosa, Omar…». Formalmente Alberto può essere chiunque, naturalmente. Ma se da mesi costruisci contenuti disseminati di riferimenti al delitto più famoso avvenuto nella tua città, non serve esattamente Sherlock Holmes per capire quale associazione si voglia provocare nella testa di chi guarda.

            E nei contenuti del locale compare persino Massimo Lovati, ex avvocato di Andrea Sempio, fotografato insieme al giovane protagonista dei video.

            A quel punto la domanda non riguarda più nemmeno la capacità di creare engagement, che appare evidente. Riguarda piuttosto quanto in basso si sia disposti a scavare per ottenerlo.

            Perché il principio, portato alle sue conseguenze, è meravigliosamente semplice: se Garlasco tira, usiamo Garlasco; se Stasi tira, giochiamo con Stasi; se Sempio tira, giochiamo con Sempio; se il 13 agosto tira, usiamo anche quello. E se nel mezzo c’è una giovane donna massacrata nella propria abitazione, pazienza: l’importante è che l’utente non faccia swipe prima di vedere la brioche.

            Il problema non è l’umorismo nero: è trasformare un omicidio in marketing

            Sarebbe troppo semplice indignarsi genericamente perché «non si scherza sulla morte». Sui social si scherza praticamente su tutto e l’umorismo nero esiste da molto prima di TikTok. Può essere intelligente, feroce, persino liberatorio. E ciascuno stabilisce da sé ciò che considera divertente o disgustoso.

            Qui, però, c’è qualcosa di diverso. Qui il delitto diventa uno strumento commerciale.

            Non siamo davanti al ragazzino che pubblica un meme discutibile dal proprio telefono. Siamo davanti a contenuti che promuovono un’attività, mostrano prodotti e utilizzano il richiamo di uno dei casi di cronaca nera più seguiti d’Italia per catturare pubblico.

            Il percorso è elementare: Chiara Poggi porta attenzione, l’attenzione porta visualizzazioni, le visualizzazioni portano persone sul profilo e quelle persone possono diventare clienti.

            Sarà anche marketing. Di sicuro è un marketing che riesce nella non facile impresa di far rimpiangere i volantini nella cassetta della posta.

            L’algoritmo ha fame. Ma non è obbligatorio dargli da mangiare qualsiasi cosa

            Il caso racconta qualcosa che va molto oltre una pasticceria di Garlasco. La cronaca nera sui social sta subendo una trasformazione impressionante: le persone reali diventano personaggi, le prove diventano tormentoni, gli avvocati diventano meme e gli omicidi diventano format.

            È successo con altri delitti, da Yara Gambirasio a Giulia Cecchettin, con meme e montaggi dedicati persino agli uomini condannati per averle uccise. Il meccanismo dell’algoritmo è brutale ma semplicissimo: ciò che genera reazioni viene premiato, ciò che viene premiato viene replicato e ciò che viene replicato perde progressivamente il proprio significato originario.

            Ma l’algoritmo non possiede buon gusto, pietà, pudore o memoria. Le persone, in teoria, sì.

            Ed è forse questo il particolare più sgradevole dell’intera faccenda. A forza di parlare del «caso Garlasco», ci si può dimenticare che all’origine non c’è un podcast, una serie Netflix o una sceneggiatura scritta particolarmente bene. C’è Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni che la mattina del 13 agosto 2007 era nella propria casa e che da quella casa non è più uscita viva.

            Trasformare Sempio in «e-sempio» sarà una battuta. Trasformare Stasi in «e-stasi» sarà un’altra battuta. Giocare con «Cappa», «Poggi», il «caso ancora aperto» e persino con agosto farà probabilmente salire le visualizzazioni.

            Poi, alla fine del video, arriva la brioche.

            E forse la cosa davvero indigesta è proprio quella.

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              Cronaca

              Susan Sarandon arrestata a New York: il sit-in contro Netanyahu davanti al palazzo delle Nazioni Unite

              L’arrivo del premier israeliano alla 81ª Assemblea Generale dell’ONU ha scatenato la reazione dei movimenti pacifisti. L’artista, da tempo in prima fila per i diritti umani, è stata condotta via in manette dalla polizia.

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              Susan Sarandon arrestata a New York: il sit-in contro Netanyahu davanti al palazzo delle Nazioni Unite

                A pochi passi dalle vetrate del palazzo di vetro delle Nazioni Unite, la tensione è salita rapidamente mentre il corteo tentava di bloccare il traffico tra East 39th Street e First Avenue. La presenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a New York ha richiamato centinaia di attivisti, decisi a far sentire la propria voce contro il prosieguo delle operazioni militari e per chiedere l’immediata sospensione dell’invio di armi dagli Stati Uniti. Tra le fila dei manifestanti spiccava il volto celebre dell’attrice premio Oscar Susan Sarandon, che insieme a colleghi del mondo dello spettacolo ed esponenti politici locali ha dato vita a un sit-in pacifico ma non autorizzato a ridosso del perimetro di sicurezza.

                Le manette al sit-in di Jewish Voice for Peace

                L’iniziativa, promossa dall’organizzazione Jewish Voice for Peace, ha visto l’adesione di oltre cento persone che hanno occupato la sede stradale esibendo striscioni e scandendo cori diretti al palazzo dell’ONU. Quando le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare l’incrocio e ripristinare la viabilità, diversi manifestanti si sono rifiutati di alzarsi dall’asfalto. Gli agenti del dipartimento di polizia di New York hanno quindi iniziato ad ammanettare i presenti, compresa l’ottantenne star del cinema, condotta verso i mezzi della polizia senza che opponesse resistenza. Insieme a lei sono finite in custodia altre personalità dello spettacolo e della politica cittadina, tra cui le attrici Cynthia Nixon e Hannah Einbinder.

                Il prezzo dell’impegno politico e il dissenso a Hollywood

                Per la protagonista di capolavori della storia del cinema come Dead Man Walking e Thelma & Louise, la militanza politica sul fronte mediorientale non rappresenta una novità, sebbene negli ultimi mesi gli sia costata l’allontanamento da parte della sua storica agenzia di rappresentanza e varie difficoltà lavorative nell’ambiente hollywoodiano. Sarandon ha espresso più volte la determinazione nel proseguire la propria battaglia pubblica: «Ho trovato la mia famiglia, ho trovato la mia gente e sto bene», ha dichiarato di recente commentando le pressioni subite dall’industria del cinema nei confronti degli artisti apertamente critici verso la linea del governo israeliano.

                Il clima dentro e fuori la sede delle Nazioni Unite

                L’arresto dei manifestanti all’esterno ha fatto da specchio a un clima estremamente teso anche all’interno dell’aula dell’Assemblea Generale. Durante l’intervento del premier israeliano, diverse delegazioni diplomatiche hanno lasciato la sala in segno di protesta prima dell’inizio del discorso. Fuori dai cancelli, la polizia newyorkese ha identificato e rilasciato nelle ore successive gran parte dei fermati con citazioni dirette per blocco del traffico ed adunate sediziose. L’episodio conferma la crescente spaccatura sociale e culturale che attraversa gli Stati Uniti in merito alla gestione delle alleanze internazionali e del conflitto in Medio Oriente.

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