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Cronaca Nera

Cold Case: risolto omicidio grazie al Dna di una vittima dell’11 settembre

Dopo un enigma durato più di mezzo secolo, la “Jane Doe” di Midtown, identificata come Patricia Kathleen McGlone, rivela il suo legame inaspettato con l’11 settembre. La scoperta del suo scheletro sotto un edificio di Manhattan nel 2003 ha dato il via a una ricerca che ha portato a una svolta decisiva nel 2017, quando il suo DNA è stato collegato a una vittima dell’attacco terroristico, svelando così il suo tragico destino e lasciando aperte domande irrisolte sul suo passato.

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    Dopo oltre cinquant’anni di mistero, la figura enigmatica della “Jane Doe” di Midtown finalmente rivela la sua identità: Patricia Kathleen McGlone, una giovane di 16 anni scomparsa nel 1969. Questo mistero, intricato nel tessuto storico di New York, ha trovato una svolta inaspettata grazie a una sorprendente connessione con l’11 settembre.

    Il ritrovamento dello scheletro nel 2003, sotto un pavimento di un edificio a Manhattan, ha dato il via a una ricerca lunga e complessa. Solo nel 2017, con l’avanzamento delle tecnologie del DNA, è emersa una connessione sorprendente: il materiale genetico di una vittima di uno degli eventi più tragici della storia mondiale si è rivelato essere correlato a quello della giovane McGlone, ponendo fine a un enigma che ha affascinato la città per decenni.

    Patricia, ritrovata in una posizione fetale, legata con un filo elettrico, è stata identificata come la “Jane Doe” di Midtown, un nome che ha tormentato gli investigatori per anni. Il suo passato, segnato da un’anima inquietante e dalle incertezze del tempo, ha suscitato interrogativi su cosa sia accaduto a questa giovane donna così tanto tempo fa.

    Le indagini hanno rivelato dettagli scioccanti: Patricia era stata strangolata. L’anello d’oro con le iniziali “PMCG”, una moneta del 1969 e un soldatino giocattolo sono state le uniche tracce del suo passaggio, indizi che hanno alimentato il mistero attorno alla sua identità e al suo destino.

    Oggi, mentre il suo nome emerge dall’oscurità del passato, le domande sulle circostanze della sua sparizione rimangono irrisolte. Tuttavia, la scoperta della sua identità e la sua connessione con un evento storico di portata mondiale portano con sé una speranza di risposta e una promessa di giustizia per Patricia Kathleen McGlone e coloro che hanno pianto la sua perdita nel corso degli anni.

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      Cronaca Nera

      Ricina, svolta nel giallo di Pietracatella: sequestrati 71 computer, spuntano inquietanti ricerche online e gli investigatori pensano all’Fb

      Oltre 200 persone ascoltate dagli investigatori, un abitante su sei del paese. Nel mirino i computer dell’Istituto agrario di Riccia e alcuni messaggi comparsi su Reddit prima e dopo la morte di Antonella e Sara.

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        Un paese di appena 1.185 abitanti, oltre 200 persone interrogate e adesso 71 computer da passare al setaccio. L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, 15, avvelenate con la ricina dopo Natale a Pietracatella, in provincia di Campobasso, si concentra sulle tracce digitali. Gli investigatori cercano di scoprire chi abbia effettuato alcune ricerche online sul veleno e se quelle consultazioni possano avere un collegamento con la tragedia. Sullo sfondo emerge anche la possibilità di chiedere la collaborazione dell’Fbi americana.

        La Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, ha disposto un’ispezione informatica che coinvolgerà l’Istituto agrario di Riccia. Gli accertamenti riguarderanno 71 dispositivi, tra computer fissi e portatili, presenti nelle aule, negli uffici e nelle aree vicine alle serre. Gli investigatori avevano già controllato queste ultime nei mesi scorsi, cercando eventuali piante di ricino senza trovarne.

        Un abitante su sei ascoltato: oltre 200 testimonianze

        L’inchiesta ha coinvolto una parte considerevole della popolazione di Pietracatella. Da metà marzo, quando gli esami hanno individuato la ricina nel sangue delle due vittime, gli investigatori hanno ascoltato oltre 200 persone informate sui fatti. Tra loro figurano familiari, conoscenti e persone vicine a Gianni Di Vita, ex sindaco del paese, marito di Antonella e padre di Sara.

        Il parroco, don Stefano, ha affrontato tre audizioni, mentre Laura, cugina di Gianni, ha firmato cinque verbali. Gli inquirenti hanno inoltre ascoltato una docente amica dell’ex sindaco, che ad agosto ha partecipato a un confronto con lui. Anche il marito della donna, tecnico di laboratorio presso l’Istituto agrario di Riccia, ha fornito la propria testimonianza.

        I 71 computer e le ricerche sospette sulla ricina

        Il nuovo accertamento informatico potrebbe rappresentare un passaggio importante dell’indagine. Gli specialisti della Squadra mobile, diretta da Marco Graziano, e del Servizio centrale operativo esamineranno i dispositivi dell’istituto per individuare eventuali tracce di navigazione collegate al veleno.

        La Procura ha disposto l’acquisizione dei dati attraverso copie forensi, che permetteranno agli investigatori di analizzare il contenuto dei computer preservando gli elementi utili all’inchiesta. Il decreto parla esplicitamente di «navigazioni/interrogazioni su piattaforme web degne di interesse investigativo», riferendosi a ricerche contenenti termini come «veleno, ricina e similari».

        Resta da stabilire chi abbia effettuato quelle consultazioni e soprattutto quando. La presenza di ricerche sul veleno, da sola, non dimostrerebbe alcuna responsabilità, ma potrebbe fornire indicazioni preziose per ricostruire gli eventi.

        I messaggi su Reddit e l’ipotesi di coinvolgere l’Fbi

        Un altro elemento che gli investigatori potrebbero approfondire riguarda alcune conversazioni apparse su Reddit. Già nel luglio 2025 un utente aveva chiesto suggerimenti per un racconto di fantasia nel quale un personaggio doveva morire avvelenato senza che gli investigatori riuscissero a identificare la sostanza responsabile. Tra le risposte compariva proprio un riferimento alla ricina.

        Le coincidenze diventano ancora più inquietanti considerando alcuni messaggi successivi alla morte di Antonella e Sara. Il 5 gennaio un utente chiedeva quanto tempo le tossine rimanessero nell’organismo e se l’autopsia fosse sempre obbligatoria. Il 15 gennaio compariva invece una domanda sulla possibilità di programmare la cancellazione automatica di un account Reddit o della cronologia Google.

        Non esistono, allo stato delle informazioni disponibili, elementi che permettano di attribuire quelle ricerche all’autore dell’avvelenamento. Proprio per chiarire l’origine delle conversazioni, la Procura potrebbe valutare una collaborazione con l’Fbi, anche considerando che Reddit ha sede negli Stati Uniti.

        L’autopsia e il dubbio sul doppio avvelenamento

        Un ulteriore interrogativo arriva dagli accertamenti medico-legali. Secondo quanto emerge dalla documentazione autoptica, la ricina può provocare i primi effetti già due ore dopo l’ingestione. Un dato che potrebbe assumere particolare importanza nella ricostruzione degli ultimi momenti di vita delle due vittime.

        Vittorino Facciolla, avvocato di Gianni Di Vita, che figura tra le parti lese insieme alla figlia Alice, ritiene che questa circostanza possa orientare verso «l’ipotesi di un doppio avvelenamento». Si tratta di una valutazione difensiva che richiede ulteriori riscontri, mentre gli investigatori continuano a cercare elementi capaci di spiegare come Antonella e Sara siano entrate in contatto con il veleno.

        Il mistero di Pietracatella resta dunque aperto. Dopo mesi di testimonianze e accertamenti scientifici, l’attenzione si sposta sui computer e sulle tracce lasciate in rete. L’obiettivo è capire se dietro quelle ricerche si nasconda un collegamento concreto con la morte della madre e della figlia.

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          Garlasco, Giuseppe Sempio choc: «I soldi? Li ho dati agli avvocati, ma oggi chiederei la fattura». E nega di conoscere i carabinieri

          Il padre di Andrea Sempio respinge i sospetti sui prelievi di contanti e nega di conoscere i militari coinvolti negli accertamenti. Poi ammette un rimpianto sui pagamenti ai legali del 2017.

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            «Se tornassi indietro, l’unica cosa che farei è farmi fare la fattura». Giuseppe Sempio torna a parlare del delitto di Garlasco e delle indagini sui presunti pagamenti illeciti che avrebbero favorito l’archiviazione del figlio Andrea nel 2017. Lo fa con una dichiarazione destinata ad alimentare il dibattito, perché ammette di non aver richiesto le fatture per i compensi versati agli avvocati dell’epoca. Il padre dell’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, però, respinge ogni sospetto di corruzione e sostiene che quei soldi servirono esclusivamente a pagare i professionisti incaricati della difesa.

            Le dichiarazioni arrivano da un’intervista esclusiva a Quarto Grado, il programma di Retequattro condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero, in onda venerdì 9 ottobre. Al centro del confronto ci sono i prelievi di contanti finiti sotto la lente degli investigatori e il sospetto che parte di quel denaro possa aver raggiunto soggetti coinvolti nell’attività giudiziaria.

            «I soldi sono andati agli avvocati»: la versione di Giuseppe Sempio

            Giuseppe Sempio non cambia versione sulla destinazione del denaro. Secondo il suo racconto, i contanti prelevati nel periodo delle indagini del 2017 servirono a saldare le parcelle del gruppo di legali che seguiva il figlio. Alla domanda sull’eventualità che quelle somme siano poi arrivate alla polizia giudiziaria, risponde semplicemente: «Non credo».

            Una risposta che non equivale a una ricostruzione documentale dei successivi movimenti del denaro, ma che ribadisce la posizione del padre di Andrea. Giuseppe Sempio sostiene di aver pagato gli avvocati per il lavoro svolto e di non aver partecipato ad alcun accordo illecito finalizzato a ottenere l’archiviazione.

            «Quello che hanno fatto gli avvocati in quel periodo, secondo me, non l’hanno fatto male. Hanno fatto bene, sono stati pagati per il loro lavoro», dichiara, difendendo l’operato dei professionisti che assistevano la famiglia.

            «Spoto e Sapone? Non so chi siano»: la smentita sui carabinieri

            Un altro passaggio delicato riguarda Giuseppe Spoto e Silvio Sapone, i due carabinieri i cui nomi compaiono negli approfondimenti investigativi sulla presunta corruzione. Giuseppe Sempio afferma di non conoscerli e di non comprendere perché la propria posizione continui a essere oggetto di attenzione.

            «Non ho capito come mai è stata girata questa cosa e non lo capisco neanche adesso, perché io quella gente lì non la conosco neanche, non so chi sono», dichiara nell’intervista.

            Il padre di Andrea aveva sperato che l’archiviazione della posizione dell’ex procuratore Mario Venditti, inizialmente coinvolto nell’inchiesta sulla presunta corruzione, potesse determinare anche la fine degli accertamenti che lo riguardano. Al momento, però, la vicenda giudiziaria non risulta conclusa per tutti i soggetti interessati.

            Il rimpianto delle fatture e i dubbi sui prelievi del 2017

            Il passaggio più sorprendente dell’intervista riguarda proprio le modalità con cui Giuseppe Sempio sostiene di aver pagato i legali. Ripensando a quanto accaduto nove anni fa, individua un solo comportamento che cambierebbe: chiedere la documentazione fiscale dei versamenti.

            «Se tornassi indietro, l’unica cosa che farei è farmi fare la fattura», ripete, precisando di non avere altri rimpianti rispetto ai pagamenti effettuati.

            L’assenza delle fatture, per come emerge dalle sue dichiarazioni, rappresenta un elemento che potrebbe complicare la ricostruzione documentale della destinazione dei contanti. Non costituisce però, da sola, una prova dell’ipotesi corruttiva. Per gli investigatori resta centrale stabilire se esistano riscontri capaci di collegare quei prelievi a eventuali passaggi di denaro diversi dai compensi professionali.

            Garlasco, Andrea Sempio resta al centro della nuova indagine

            Le parole del padre arrivano in una fase particolarmente delicata del caso Garlasco. Andrea Sempio è l’unico indagato nella riapertura dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, mentre gli accertamenti sulla presunta corruzione costituiscono un filone distinto della vicenda.

            La nuova intervista offre la versione di Giuseppe Sempio su alcuni dei punti più controversi, ma non risolve gli interrogativi investigativi. La sua posizione resta quella di chi nega qualsiasi pagamento illecito e rivendica la legittimità delle somme versate ai difensori.

            Nella stessa serata televisiva è prevista anche un’intervista a Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio. Le dichiarazioni dei genitori riportano così l’attenzione su una delle questioni più discusse del caso: la reale destinazione del denaro prelevato nel 2017 e l’eventuale esistenza di elementi capaci di dimostrare un collegamento con l’archiviazione dell’epoca.

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              Garlasco, il mistero dei test negativi sul Dna di Chiara Poggi: «I consulenti di Stasi entravano nei laboratori del Ris»

              Un ufficiale del Ris racconta ai magistrati la presenza dei consulenti della difesa Stasi durante le analisi. Il nodo riguarda i test negativi sui pedali della bicicletta, mai entrati negli atti processuali, e chi potesse conoscerli.

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                Chi conosceva davvero i risultati delle analisi effettuate nel settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi? È questo il nuovo interrogativo che emerge dall’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi, dopo le dichiarazioni rese ai magistrati di Pavia dal tenente colonnello Alessandro Coli, in passato in servizio al Ris di Parma. Al centro del suo racconto c’è la presenza, frequente e assidua, di un consulente riconducibile alla difesa di Stasi nei giorni in cui i laboratori esaminavano i reperti.

                «Era sempre presente praticamente quotidianamente questo dottore che era per conto del professor Giarda, penso», ha riferito Coli durante l’audizione del 17 settembre 2026. L’ufficiale ha descritto un’attività protratta per diversi giorni, con confronti sui risultati e verifiche effettuate durante il lavoro dei tecnici.

                Il dettaglio assume particolare importanza alla luce della questione emersa recentemente: alcune analisi successive a quelle positive sul materiale prelevato dai pedali avevano fornito risultati negativi, ma questi esiti non comparivano nella documentazione processuale. La presenza dei consulenti non dimostra che ne fossero informati, ma apre una domanda precisa su quali dati fossero stati condivisi.

                «Entravano e ricontrollavano i risultati»: cosa ha raccontato Coli

                Durante l’audizione, il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha chiesto all’ufficiale se i consulenti avessero accesso ai laboratori oppure soltanto ai locali destinati alle ispezioni. Coli ha risposto: «Secondo me entravano, facevano l’attività insieme e ricontrollavano i risultati».

                Il testimone ha però precisato di non ricordare personalmente chi fosse presente nei singoli locali di estrazione e quantificazione. Si tratta di una distinzione fondamentale: Coli ha riferito la propria impressione sulle modalità operative, non ha attestato di aver visto i consulenti esaminare gli specifici risultati negativi oggi al centro delle verifiche.

                L’ufficiale ha ricordato anche un giovane consulente, indicandone il possibile cognome in Fabbri, ma con incertezza. La sua testimonianza permette dunque di ricostruire il contesto nel quale si svolgevano gli accertamenti, senza stabilire ancora chi abbia effettivamente conosciuto ciascun esito.

                I pedali della bicicletta e quei risultati discordanti

                Il punto scientifico risale al 19 e 20 settembre 2007. Secondo la ricostruzione emersa, le prime analisi sul materiale genetico prelevato dai pedali avevano restituito un risultato parziale e successivamente un risultato positivo riferito al Dna di Chiara Poggi. Ulteriori verifiche effettuate da Alberto Marino il giorno seguente avevano invece dato esito negativo.

                Coli ha ricordato che già all’epoca gli sembrava anomalo non riuscire più a ottenere un profilo genetico dopo un primo risultato utile. Ha spiegato che, nella sua esperienza, ripetendo il campionamento su una superficie poteva capitare di recuperare ancora materiale genetico, sebbene in quantità minore.

                Questa osservazione non basta, da sola, a stabilire che il primo risultato fosse sbagliato. Un esito negativo successivo non annulla automaticamente un esito positivo precedente: contano la quantità del materiale disponibile, le modalità dei prelievi, la qualità dei profili e le procedure adottate. Proprio per questo diventa importante recuperare e valutare l’intera sequenza delle analisi.

                La difesa di Stasi sapeva? Il punto ancora senza risposta

                Le dichiarazioni di Coli aprono due questioni distinte. La prima riguarda la documentazione: perché gli ulteriori risultati negativi non entrarono negli atti utilizzati durante il procedimento? La seconda riguarda la circolazione delle informazioni: quali consulenti ne erano eventualmente a conoscenza?

                La presenza abituale di un professionista nei laboratori non consente di concludere che avesse visto anche quei test. Allo stesso modo, non prova che qualcuno abbia deliberatamente nascosto gli esiti. Per rispondere servono riscontri sulle date, sulle attività svolte e sulle comunicazioni tra i soggetti coinvolti.

                È proprio su questi passaggi che le nuove verifiche potrebbero incidere. Ricostruire chi aveva accesso ai risultati permetterebbe di chiarire se la mancata acquisizione dei test negativi fosse conosciuta dalle parti oppure se quelle informazioni siano rimaste circoscritte a chi eseguì gli accertamenti.

                Una revisione del processo? Prima bisogna capire il valore delle nuove informazioni

                Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. La riemersione di analisi non presenti negli atti solleva interrogativi importanti, ma non comporta automaticamente la revisione della condanna.

                Per arrivare a una simile prospettiva occorrerebbe valutare se gli elementi recuperati siano davvero nuovi in senso processuale e se, considerati insieme alle prove già esaminate, possano incidere sull’accertamento della responsabilità. Non basta quindi dimostrare che esistessero risultati discordanti: bisogna stabilire che cosa significassero scientificamente e quale peso avrebbero potuto avere.

                Il prossimo passaggio decisivo riguarda proprio la ricostruzione delle analisi del 2007 e della loro trasmissione alle parti. La testimonianza di Coli non risolve il mistero, ma indica una strada concreta per affrontarlo: verificare chi fosse presente, quali risultati potesse consultare e perché alcuni dati non siano comparsi nella documentazione processuale.

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