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Cronaca Nera

Omicidio Cesaroni: ritrovato dopo 34 anni il documento che potrebbe riaprire il caso di via Poma

Scomparso per oltre tre decenni, il documento che contiene informazioni cruciali sul giorno dell’omicidio di Simonetta Cesaroni è stato finalmente ritrovato. La collega Giusy Faustini non firmò l’orario di uscita il giorno del delitto, sollevando nuovi sospetti sulla sua versione dei fatti. Il 19 novembre sarà decisivo per capire se l’inchiesta potrà proseguire.

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    Il caso di via Poma, che sconvolse l’Italia nell’estate del 1990, potrebbe avere un nuovo capitolo. A distanza di 34 anni dal brutale omicidio di Simonetta Cesaroni, è emerso un documento che potrebbe fare luce su dettagli cruciali del caso. Si tratta di un foglio presenze che, fino ad ora, era scomparso dagli atti giudiziari. Questo documento, che contiene le firme degli impiegati dell’ufficio degli Ostelli della gioventù, dove Simonetta lavorava, porta alla luce nuove incongruenze.

    Il 7 agosto 1990, giorno in cui Simonetta fu assassinata con 29 coltellate nel suo ufficio, Giusy Faustini, collega della Cesaroni, non firmò l’orario di uscita. Una mancanza che, oggi, alimenta sospetti su una possibile presenza di Faustini nell’ufficio anche durante il pomeriggio, quando avvenne il delitto. Faustini ha sempre sostenuto di aver lasciato il lavoro alle 14.15 e di aver trascorso il resto della giornata con i suoi genitori, ma l’assenza della firma sul foglio presenze getta ombre su quella versione.

    Un ritrovamento inatteso

    Il foglio in questione è stato consegnato alle autorità grazie all’intervento di una ex collega, Luigina Berrettini, che all’epoca dei fatti lo consegnò al padre di Simonetta nel tentativo di aiutarlo a scoprire la verità. Oggi, questo documento è riemerso, aprendo nuovi scenari investigativi. I magistrati che si sono occupati del caso in passato avevano spesso evidenziato le contraddizioni nelle testimonianze di alcuni colleghi, soprattutto per quanto riguarda la presenza di Faustini in ufficio il giorno del delitto.

    La testimonianza di Berrettini e i sospetti sul foglio presenze

    Luigina Berrettini, responsabile delle buste paga nell’ufficio di via Poma, ha raccontato che Faustini ricevette il pagamento per un’intera giornata lavorativa il 7 agosto 1990, nonostante avesse dichiarato di essere uscita a metà giornata. Questo particolare ha sollevato sospetti sul fatto che Faustini potesse essere stata presente nell’ufficio anche nel pomeriggio, quando Simonetta venne uccisa.

    Inoltre, il documento mancante comprendeva un lasso di tempo cruciale: dal 10 luglio al 13 novembre 1990, un periodo che includeva la data del delitto. Una manomissione che i magistrati ritengono non casuale, tanto da aver acceso nuove domande sulla gestione dei registri.

    I prossimi sviluppi: udienza decisiva il 19 novembre

    Il 19 novembre, il gip di Roma dovrà decidere se archiviare il caso o proseguire con nuove indagini. Nonostante la Procura abbia richiesto l’archiviazione, i legali della famiglia Cesaroni si oppongono, forti di questi nuovi elementi che potrebbero ribaltare le sorti del caso. Il ritrovamento del foglio presenze e le incongruenze nella testimonianza di Faustini potrebbero portare alla riapertura dell’inchiesta e a nuove scoperte su uno dei più noti casi di cronaca nera italiana.

    Un passato oscuro che ritorna

    Il documento ritrovato e le testimonianze che emergono dopo oltre tre decenni suggeriscono che la verità sull’omicidio di Simonetta Cesaroni potrebbe essere più vicina di quanto si pensi. Gli elementi che sembravano dimenticati o tralasciati ora riemergono, portando a nuove ipotesi e dando alla famiglia della vittima una rinnovata speranza di giustizia.

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      Cronaca Nera

      Caso Garlasco, Bruzzone a Quarto Grado: “Ho quasi finito un lavoro sui movimenti di Stasi. Ha detto delle bugie”

      Durante Quarto Grado, Roberta Bruzzone rivela di aver quasi concluso uno studio sui movimenti di Alberto Stasi, mettendoli a confronto con le sue versioni. Il lavoro sarà donato alla parte civile, ma in studio Caterina Collovati solleva una domanda chiave.

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        A proposito del caso di Garlasco, il dibattito torna ad accendersi negli studi di Quarto Grado. Ospite della trasmissione, Roberta Bruzzone ha annunciato di essere ormai vicina alla conclusione di un lavoro di analisi sui movimenti di Alberto Stasi nella mattina del delitto.

        Un’analisi che, come spiegato in studio, mette a confronto quei movimenti con le dichiarazioni rese dallo stesso Stasi all’epoca dei fatti.

        “Ha detto delle bugie”

        La conclusione a cui è arrivata Bruzzone è netta. Secondo quanto dichiarato in trasmissione, dal confronto emergerebbero incongruenze tali da portarla ad affermare che Stasi “abbia detto delle bugie”. Un giudizio che riporta al centro del dibattito uno dei nodi più controversi dell’intera vicenda giudiziaria.

        La criminologa ha inoltre precisato che il lavoro, una volta concluso, verrà donato alla parte civile.

        La scelta di consegnarlo alla parte civile

        La decisione di mettere l’analisi a disposizione della parte civile viene presentata come un contributo tecnico, frutto di uno studio sui dati e sulle dichiarazioni disponibili. Un passaggio che, però, apre immediatamente una nuova discussione sul piano dell’utilità processuale.

        La domanda di Caterina Collovati

        In studio, Caterina Collovati interviene con una domanda diretta che sposta il fuoco del confronto: a cosa servirebbe questo lavoro, visto che l’indagato oggi è Andrea Sempio?

        Un interrogativo che sintetizza il cuore del dibattito: il valore di un’analisi su Stasi in una fase in cui l’attenzione giudiziaria si concentra su un altro nome.

        Un confronto che resta aperto

        Il botta e risposta in studio fotografa bene lo stato attuale del caso Garlasco: una vicenda che, a distanza di anni, continua a generare analisi, interpretazioni e domande irrisolte. Tra studi tecnici, nuove ipotesi e interrogativi sulla loro ricaduta concreta, il confronto resta aperto, dentro e fuori dalle aule giudiziarie.

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          Venere in pelliccia in tribunale: Madalina Ghenea affronta l’udienza contro la stalker

          Madalina Ghenea compare in tribunale elegante e composta per l’udienza contro la presunta stalker. Chiesto un risarcimento da 5 milioni di euro, mentre la difesa chiede l’assoluzione sostenendo che l’account incriminato non appartenga all’imputata.

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            C’è chi sceglie il silenzio, chi l’invisibilità. Madalina Ghenea ha scelto la presenza. E lo ha fatto a modo suo. L’attrice e modella romena si è presentata in tribunale per l’udienza del processo contro la donna accusata di averla perseguitata, indossando un look sofisticato, quasi cinematografico, che non è passato inosservato. Accanto a lei, la madre, presenza discreta ma centrale in una vicenda che ha segnato profondamente entrambe.

            L’ingresso in aula e la richiesta di risarcimento

            Ghenea è comparsa in aula con un outfit scuro, pelliccia e portamento da diva d’altri tempi, una scelta che ha subito acceso il dibattito mediatico. Ma dietro l’immagine c’è un procedimento giudiziario serio e complesso. Il legale dell’attrice ha chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro per i danni morali e psicologici subiti, mentre per la madre la richiesta ammonta a 200mila euro, a testimonianza del coinvolgimento diretto e delle conseguenze familiari della vicenda.

            Le accuse: messaggi continui e pressione psicologica

            Secondo l’accusa, l’attrice sarebbe stata bersaglio di una lunga serie di messaggi ossessivi, invasivi e reiterati, tali da configurare una condotta persecutoria. Una pressione costante che avrebbe inciso sulla serenità personale e professionale di Ghenea, costringendola a cambiare abitudini e a vivere in uno stato di allerta permanente. Un copione purtroppo noto a molte donne esposte pubblicamente.

            La difesa: “L’account non era della mia cliente”

            Di tutt’altro segno la linea della difesa della presunta stalker. L’avvocato ha chiesto l’assoluzione sostenendo che l’account da cui sarebbero partiti i messaggi non appartiene alla sua assistita. Una tesi che sposta il baricentro del processo sulla prova tecnica e sulla riconducibilità certa delle comunicazioni contestate, nodo centrale dell’intero procedimento.

            Il processo entra ora nella sua fase più delicata, mentre l’immagine di Madalina Ghenea in tribunale – elegante, composta, accompagnata dalla madre – resta come simbolo di una battaglia che va oltre l’estetica e riguarda il diritto di non essere perseguitate, neppure quando si è una diva.

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              Garlasco, il colpo di scena che riaccende il caso: «Chiara Poggi aggredita in cucina». La nuova perizia che punta dritto su Stasi

              A diciotto anni dal delitto di Garlasco, una nuova perizia commissionata dalla famiglia Poggi ridisegna l’azione omicidiaria. Secondo i consulenti, Chiara Poggi sarebbe stata aggredita in cucina, durante la colazione. Un elemento che riporta al centro Alberto Stasi e mira a frenare ogni ipotesi di revisione del processo.

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                Il caso Garlasco torna a far discutere con un nuovo colpo di scena. Secondo una recente perizia commissionata dai genitori di Chiara Poggi, l’aggressione che portò alla sua morte non sarebbe iniziata all’ingresso della villetta di via Pascoli, come ipotizzato nel 2007, ma in cucina. Una ricostruzione che cambia la sequenza dei fatti e che, nelle intenzioni della famiglia, rafforza ulteriormente la colpevolezza di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere.

                Accertamenti tecnici sulla scena del crimine

                A firmare l’analisi è il consulente Dario Redaelli, che ha concluso una serie di accertamenti tecnici sulla scena del crimine. «L’aggressione comincia in cucina», spiega il perito, richiamando un elemento noto ma oggi riletto in modo diverso: nella spazzatura dell’ultima colazione di Chiara fu trovato un bricco di Estathé sulla cui cannuccia è presente il Dna di Stasi. Per i consulenti dei Poggi, questo dettaglio colloca il primo contatto violento in un ambiente domestico e quotidiano, incompatibile con l’ipotesi di un’aggressione improvvisa da parte di terzi.

                Ipotesi alternative

                La nuova perizia si inserisce in un momento delicato. Da mesi, infatti, il caso è tornato sotto i riflettori per le ipotesi alternative emerse nell’ambito della nuova inchiesta della Procura di Pavia, che ha acceso l’attenzione anche su Andrea Sempio. Una pista che la famiglia Poggi ha sempre respinto con fermezza, ribadendo di non avere mai dubbi sulla responsabilità dell’ex fidanzato di Chiara.

                Non a caso, questa ricostruzione viene letta come una mossa preventiva rispetto a una possibile richiesta di revisione del processo. Lo stesso Redaelli ammette che i risultati «potrebbero essere utilizzabili» in quel contesto, lasciando però la decisione finale ai legali. L’obiettivo appare chiaro: ribadire una verità processuale che i genitori della vittima ritengono già accertata.

                Resta ora da capire quanto questa nuova dinamica potrà incidere sul piano giudiziario. Le conclusioni dovranno confrontarsi con l’esito della nuova analisi delle macchie di sangue affidata al Ris di Cagliari, già consegnata ai magistrati. Secondo indiscrezioni, anche il Ris confermerebbe un’aggressione in più fasi. Il nodo centrale è stabilire se l’inizio in cucina o all’ingresso possa davvero fare la differenza nel quadro complessivo.

                A distanza di quasi vent’anni, il delitto di Garlasco continua così a dividere, tra sentenze definitive e nuovi tentativi di rilettura. Per la famiglia Poggi, però, la strada resta una sola: Chiara è stata aggredita in casa, in cucina, e il nome del colpevole non è mai cambiato.

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