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Cronaca

Francesco e Ratzinger, la lunga convivenza dei due Papi: ombre, lealtà e l’ultima sfida di Bergoglio

La morte di Papa Francesco riapre una delle pagine più delicate del pontificato: la convivenza con Benedetto XVI, il primo Papa emerito della storia moderna. Una coabitazione che ha alimentato narrazioni contrapposte, spaccature interne e sospetti di illegittimità. Ma anche una rara prova di lealtà tra due uomini diversissimi, uniti dal desiderio di preservare l’unità della Chiesa. Fino all’ultima, enigmatica volontà di Francesco: restare Papa fino alla fine, per evitare il peso di un doppio abbandono.

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    È stato un Papa senza contraltare solo per poco più di due anni. Poi, per oltre un decennio, Jorge Mario Bergoglio ha abitato il Vaticano con l’ombra costante di Joseph Ratzinger, suo predecessore e pontefice emerito. Un’anomalia mai codificata dal diritto canonico, che ha segnato in profondità la storia recente della Chiesa cattolica. E che, con la morte di Papa Francesco il 21 aprile, torna a far discutere.

    Francesco ha scelto fin dall’inizio una vita sobria e distante dai fasti dei Palazzi Apostolici, stabilendosi a Casa Santa Marta. Ratzinger, dopo la storica rinuncia del 2013, si è ritirato nel Monastero Mater Ecclesiae, a poche centinaia di metri in linea d’aria. Una vicinanza logistica e simbolica che ha creato inevitabili tensioni, accentuate dalle opposte visioni teologiche e pastorali dei due uomini.

    Eppure, ciò che ha tenuto insieme per dieci anni queste due figure è stato un patto non scritto: resistere alla tentazione dello scontro, evitare che le differenze diventassero fratture. In pubblico, hanno sempre mantenuto un rapporto rispettoso, quasi familiare. Francesco parlava di Ratzinger come di un “nonno saggio”, benché tra loro ci fossero solo otto anni di differenza. Ratzinger, da parte sua, ha sempre ostentato obbedienza, perfino teatralmente, come a voler zittire i rumors di una Chiesa divisa in due.

    Ma la realtà era più complessa. Visite a nunziature all’estero restituivano spesso l’immagine di due fotografie affiancate: quella di Francesco e quella di Benedetto. Una doppia rappresentazione che rifletteva il disorientamento di una Chiesa che faticava a interpretare un presente senza precedenti.

    Il problema non era solo di immagine. Senza una norma precisa che regoli le dimissioni papali, la presenza di un Papa emerito ha offerto per anni un facile pretesto a chi contestava la legittimità del successore. Nonostante Benedetto XVI abbia più volte ribadito che “c’è un solo Papa”, le sue parole sono state distorte o ignorate. Alcuni ambienti hanno continuato a insistere sulla tesi — mai dimostrata — di un Conclave viziato nel 2013.

    L’equivoco è stato alimentato da voci opposte e opposte tifoserie. Benedetto è stato dipinto come il custode dell’ortodossia, Francesco come il riformatore radicale. Ma a ben guardare, il gesto più rivoluzionario è stato proprio quello di Ratzinger: la sua rinuncia. Una decisione che ha aperto un vuoto normativo e psicologico, colmato poi da un pontificato che ha cercato di cambiare la Chiesa senza mai potersi scrollare di dosso il paragone costante col passato.

    Francesco ha smantellato parte dell’architettura vaticana, riformato la Curia, imposto una svolta sinodale. Ma lo ha fatto sotto il peso di una convivenza silenziosa, che molti hanno visto come contrapposizione mascherata. La residenza di Ratzinger è stata descritta dai detrattori di Francesco come il rifugio degli scontenti. Casa Santa Marta come il quartier generale di un’inedita resistenza alle élite tradizionaliste.

    In questo equilibrio instabile, ogni episodio rischiava di far crollare l’impalcatura. Dai casi di pedofilia alla guerra delle pubblicazioni, fino alle polemiche su cardinali e collaboratori, il fronte sembrava perennemente in bilico. Ratzinger difese Francesco più volte, attaccando apertamente chi lo considerava “privo di spessore teologico”. Eppure, persino nella sua raffinata “continuità interiore” evocata in un’intervista, lasciò trapelare l’ambiguità inevitabile del loro rapporto.

    Nel frattempo, Francesco ha resistito. Nonostante le voci su una sua possibile rinuncia, ha scelto di restare. Forse per senso del dovere, forse per non infliggere alla Chiesa l’esperienza inedita di due Papi emeriti vivi nello stesso tempo. O forse per coerenza con la sua natura combattiva: governare fino all’ultimo, anche con la malattia, anche con le difficoltà.

    Il suo ultimo giro su quella Papamobile bianca, tra la folla di piazza San Pietro, ha avuto il sapore di un congedo. Ma è stato anche un gesto politico, un messaggio silenzioso: “Sono ancora qui”. E ora, con la sua morte, resta il mistero di una volontà enigmatica, forse custodita tra le carte di Santa Marta. Una volontà che potrebbe chiarire — o complicare — la lettura del suo pontificato.

    Di sicuro, il lungo decennio della “convivenza impossibile” tra Francesco e Benedetto lascerà un’eredità difficile da gestire. Non solo nei libri di storia. Ma anche nel prossimo Conclave, che dovrà eleggere un Papa in un’epoca in cui, per oltre dieci anni, di Papi ce ne sono stati due.

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      Italia

      Gualtieri archivia il dogma dell’aria condizionata: cinema gratis e sale climatizzate contro l’ondata di caldo

      Con temperature vicine ai 40 gradi, il Campidoglio apre ai cittadini una rete di spazi climatizzati per proteggere soprattutto anziani e persone fragili. E il commento di Giorgio Gori diventa una stoccata politica: «Va bene la mitigazione, ma quanno ce vo’ serve anche l’adattamento».

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        Quando il termometro sfiora i 40 gradi, le battaglie ideologiche lasciano il posto al buon senso. È questo, in sintesi, il messaggio che arriva da Roma, dove il sindaco Roberto Gualtieri ha deciso di mettere a disposizione dei cittadini una rete di luoghi climatizzati per affrontare l’ondata di caldo estremo. Un’iniziativa che ha raccolto consensi anche fuori dagli schieramenti tradizionali e che qualcuno ha già definito la fine di un vecchio tabù: quello secondo cui l’aria condizionata sarebbe quasi un simbolo da combattere.

        Cinema gratis e sale climatizzate nelle ore più calde

        Il piano predisposto dal Campidoglio prevede l’apertura gratuita di undici cinema durante le ore più torride della giornata. Ai grandi schermi si aggiungono biblioteche, teatri e altri spazi pubblici climatizzati, trasformati per l’occasione in veri e propri rifugi contro il caldo.

        L’obiettivo è semplice: offrire un luogo fresco e sicuro soprattutto ad anziani, persone sole e cittadini più vulnerabili, riducendo i rischi sanitari legati alle temperature estreme e, allo stesso tempo, contrastando l’isolamento sociale che spesso accompagna i mesi estivi.

        Giorgio Gori: «Va bene la mitigazione, ma serve anche l’adattamento»

        A rilanciare l’iniziativa è stato anche Giorgio Gori, che ha affidato ai social un commento destinato a far discutere.

        «Va bene la mitigazione del cambiamento climatico, ma quanno ce vo’ serve anche l’adattamento.»

        Una frase che, letta tra le righe, suona come una critica a quelle posizioni che negli anni hanno guardato con sospetto all’uso dell’aria condizionata in nome della sostenibilità ambientale. Per Gori, invece, quando il caldo diventa un’emergenza la priorità resta la tutela delle persone.

        Il pragmatismo contro gli slogan

        L’iniziativa di Gualtieri prova a tenere insieme due esigenze solo apparentemente inconciliabili: continuare a investire nelle politiche contro il cambiamento climatico senza rinunciare a misure immediate per proteggere i cittadini durante le ondate di calore.

        Perché piantare alberi, ridurre le emissioni e ripensare le città resta fondamentale. Ma quando fuori ci sono quaranta gradi e migliaia di persone faticano perfino a respirare, aprire le porte di un cinema climatizzato può diventare una misura di salute pubblica prima ancora che una scelta amministrativa.

        E forse è proprio questo il messaggio che emerge dall’esperienza romana: il cambiamento climatico si combatte guardando al futuro, ma si affronta anche prendendosi cura del presente.

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          Politica

          Mattarella idolo della Gen Z: da Baby Gang ad Anna Pepe, il presidente è diventato l’icona più trap d’Italia

          A 85 anni il presidente della Repubblica è entrato nell’immaginario della musica urban italiana. L’ultima consacrazione arriva da Anna Pepe, ma prima di lei erano già passati Baby Gang, Carl Brave e perfino una T-shirt diventata di culto.

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            Chi l’avrebbe mai detto? Sergio Mattarella, con il suo stile sobrio e istituzionale, è diventato uno dei personaggi più citati e celebrati dalla nuova scena urban italiana. Altro che rapper tatuati o influencer da milioni di follower: a 85 anni il presidente della Repubblica si è trasformato, suo malgrado, nell’icona più “trap” del Paese.

            A raccontare questo curioso fenomeno è Andrea Conti, che mette insieme una lunga serie di episodi diventati ormai parte della cultura pop italiana.

            Da Baby Gang a Carl Brave: Mattarella entra nelle barre

            Negli ultimi anni il nome del capo dello Stato è comparso in diversi brani rap e trap. Baby Gang lo cita nelle sue rime, Carl Brave lo inserisce nelle proprie barre e, poco alla volta, Mattarella è uscito dalle pagine della politica per entrare nell’immaginario della musica urban.

            Non come bersaglio di satira, ma quasi come simbolo riconoscibile, un nome capace di attraversare mondi completamente diversi da quelli del Quirinale.

            La maglietta “Mattarella” diventa un oggetto di culto

            A consacrare definitivamente il fenomeno ci ha pensato anche la moda. Negli ultimi mesi ha iniziato a circolare una T-shirt con la scritta “Mattarella” realizzata con la stessa grafica utilizzata dai Metallica, un omaggio ironico che è rapidamente diventato un piccolo oggetto di culto tra appassionati di musica e cultura pop.

            Un cortocircuito perfetto: il presidente più istituzionale della storia recente trasformato, per gioco, in una rockstar.

            Anna Pepe firma l’incoronazione definitiva

            L’ultimo tassello arriva da Anna Pepe. La rapper ha pubblicato un selfie insieme al presidente della Repubblica che nel giro di poche ore è diventato virale, facendo il pieno di commenti, meme e condivisioni.

            L’immagine ha rappresentato la consacrazione definitiva di un fenomeno nato quasi per caso e cresciuto negli anni attraverso musica, social e cultura pop.

            Difficile immaginare che Sergio Mattarella abbia mai cercato tutto questo. Eppure il risultato è sotto gli occhi di tutti: senza cambiare stile, senza inseguire le mode e senza aprire un profilo TikTok, il presidente della Repubblica è riuscito in un’impresa che pochi avrebbero ritenuto possibile. Diventare, a 85 anni, l’icona più improbabile della trap italiana.

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              Cronaca

              Leonardo Del Vecchio nei guai: querela per violenza privata e denuncia per sottrazione di minore dopo la rottura con Sara Soldati

              Agli scontri familiari e al rinvio a giudizio nell’inchiesta Equalize si aggiunge una nuova vicenda legale. Sara Soldati avrebbe denunciato Leonardo Del Vecchio per sottrazione di minore e presentato una querela per violenza privata. A seguirla è l’avvocata Annamaria Bernardini De Pace.

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                I problemi per Leonardo Del Vecchio sembrano non conoscere tregua. L’erede del fondatore di Luxottica, già alle prese con le tensioni familiari legate all’eredità e con il rinvio a giudizio nell’inchiesta sul presunto dossieraggio della società Equalize, si ritrova ora coinvolto in un’altra delicata vicenda giudiziaria, questa volta legata alla sfera privata.

                Secondo le indiscrezioni, l’ex compagna Sara Soldati, modella e influencer dalla quale un anno fa è nata la piccola Bianca, avrebbe presentato una querela per violenza privata e una denuncia per sottrazione di minore. Una rottura che, da semplice crisi sentimentale, sarebbe ormai approdata nelle aule di giustizia.

                Il rapporto si sarebbe deteriorato nelle ultime settimane

                Che la relazione fosse arrivata a un punto di non ritorno era ormai evidente da tempo. Negli ultimi mesi si erano moltiplicate le voci su un clima sempre più teso tra i due e, secondo quanto trapelato, uno dei momenti più delicati sarebbe arrivato quando Leonardo Del Vecchio avrebbe deciso di bloccare le carte di credito utilizzate da Sara Soldati.

                Una scelta che avrebbe contribuito ad alimentare ulteriormente lo scontro, nonostante, sempre secondo le ricostruzioni circolate, la modella percepisse un consistente assegno mensile per il mantenimento della figlia.

                Entra in scena Bernardini De Pace

                A rappresentare Sara Soldati è Annamaria Bernardini De Pace, tra le avvocate matrimonialiste più note d’Italia e protagonista di numerose battaglie giudiziarie che hanno coinvolto personaggi famosi.

                La sua presenza lascia intuire che la vicenda potrebbe trasformarsi in una lunga e complessa contesa legale, destinata a far discutere ancora nelle prossime settimane.

                Un altro capitolo difficile

                Per Leonardo Del Vecchio si aggiunge così un nuovo capitolo a un periodo particolarmente complicato. Tra procedimenti giudiziari, tensioni familiari e ora anche il durissimo scontro con l’ex compagna, l’erede dell’impero Luxottica si trova ad affrontare una fase estremamente delicata della sua vita personale.

                Al momento i diretti interessati non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla vicenda. Trattandosi di una questione giudiziaria ancora agli inizi, sarà l’evoluzione delle indagini a chiarire il quadro e le eventuali responsabilità.

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