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Cronaca

Francesco e Ratzinger, la lunga convivenza dei due Papi: ombre, lealtà e l’ultima sfida di Bergoglio

La morte di Papa Francesco riapre una delle pagine più delicate del pontificato: la convivenza con Benedetto XVI, il primo Papa emerito della storia moderna. Una coabitazione che ha alimentato narrazioni contrapposte, spaccature interne e sospetti di illegittimità. Ma anche una rara prova di lealtà tra due uomini diversissimi, uniti dal desiderio di preservare l’unità della Chiesa. Fino all’ultima, enigmatica volontà di Francesco: restare Papa fino alla fine, per evitare il peso di un doppio abbandono.

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    È stato un Papa senza contraltare solo per poco più di due anni. Poi, per oltre un decennio, Jorge Mario Bergoglio ha abitato il Vaticano con l’ombra costante di Joseph Ratzinger, suo predecessore e pontefice emerito. Un’anomalia mai codificata dal diritto canonico, che ha segnato in profondità la storia recente della Chiesa cattolica. E che, con la morte di Papa Francesco il 21 aprile, torna a far discutere.

    Francesco ha scelto fin dall’inizio una vita sobria e distante dai fasti dei Palazzi Apostolici, stabilendosi a Casa Santa Marta. Ratzinger, dopo la storica rinuncia del 2013, si è ritirato nel Monastero Mater Ecclesiae, a poche centinaia di metri in linea d’aria. Una vicinanza logistica e simbolica che ha creato inevitabili tensioni, accentuate dalle opposte visioni teologiche e pastorali dei due uomini.

    Eppure, ciò che ha tenuto insieme per dieci anni queste due figure è stato un patto non scritto: resistere alla tentazione dello scontro, evitare che le differenze diventassero fratture. In pubblico, hanno sempre mantenuto un rapporto rispettoso, quasi familiare. Francesco parlava di Ratzinger come di un “nonno saggio”, benché tra loro ci fossero solo otto anni di differenza. Ratzinger, da parte sua, ha sempre ostentato obbedienza, perfino teatralmente, come a voler zittire i rumors di una Chiesa divisa in due.

    Ma la realtà era più complessa. Visite a nunziature all’estero restituivano spesso l’immagine di due fotografie affiancate: quella di Francesco e quella di Benedetto. Una doppia rappresentazione che rifletteva il disorientamento di una Chiesa che faticava a interpretare un presente senza precedenti.

    Il problema non era solo di immagine. Senza una norma precisa che regoli le dimissioni papali, la presenza di un Papa emerito ha offerto per anni un facile pretesto a chi contestava la legittimità del successore. Nonostante Benedetto XVI abbia più volte ribadito che “c’è un solo Papa”, le sue parole sono state distorte o ignorate. Alcuni ambienti hanno continuato a insistere sulla tesi — mai dimostrata — di un Conclave viziato nel 2013.

    L’equivoco è stato alimentato da voci opposte e opposte tifoserie. Benedetto è stato dipinto come il custode dell’ortodossia, Francesco come il riformatore radicale. Ma a ben guardare, il gesto più rivoluzionario è stato proprio quello di Ratzinger: la sua rinuncia. Una decisione che ha aperto un vuoto normativo e psicologico, colmato poi da un pontificato che ha cercato di cambiare la Chiesa senza mai potersi scrollare di dosso il paragone costante col passato.

    Francesco ha smantellato parte dell’architettura vaticana, riformato la Curia, imposto una svolta sinodale. Ma lo ha fatto sotto il peso di una convivenza silenziosa, che molti hanno visto come contrapposizione mascherata. La residenza di Ratzinger è stata descritta dai detrattori di Francesco come il rifugio degli scontenti. Casa Santa Marta come il quartier generale di un’inedita resistenza alle élite tradizionaliste.

    In questo equilibrio instabile, ogni episodio rischiava di far crollare l’impalcatura. Dai casi di pedofilia alla guerra delle pubblicazioni, fino alle polemiche su cardinali e collaboratori, il fronte sembrava perennemente in bilico. Ratzinger difese Francesco più volte, attaccando apertamente chi lo considerava “privo di spessore teologico”. Eppure, persino nella sua raffinata “continuità interiore” evocata in un’intervista, lasciò trapelare l’ambiguità inevitabile del loro rapporto.

    Nel frattempo, Francesco ha resistito. Nonostante le voci su una sua possibile rinuncia, ha scelto di restare. Forse per senso del dovere, forse per non infliggere alla Chiesa l’esperienza inedita di due Papi emeriti vivi nello stesso tempo. O forse per coerenza con la sua natura combattiva: governare fino all’ultimo, anche con la malattia, anche con le difficoltà.

    Il suo ultimo giro su quella Papamobile bianca, tra la folla di piazza San Pietro, ha avuto il sapore di un congedo. Ma è stato anche un gesto politico, un messaggio silenzioso: “Sono ancora qui”. E ora, con la sua morte, resta il mistero di una volontà enigmatica, forse custodita tra le carte di Santa Marta. Una volontà che potrebbe chiarire — o complicare — la lettura del suo pontificato.

    Di sicuro, il lungo decennio della “convivenza impossibile” tra Francesco e Benedetto lascerà un’eredità difficile da gestire. Non solo nei libri di storia. Ma anche nel prossimo Conclave, che dovrà eleggere un Papa in un’epoca in cui, per oltre dieci anni, di Papi ce ne sono stati due.

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      Cronaca Nera

      Yara, il giallo dei cinque test sul giubbetto: «Segnali compatibili con liquido seminale». La difesa di Bossetti: perché furono dati per negativi?

      Le immagini ad alta risoluzione dei reperti riaccendono il caso Gambirasio. Il genetista Marzio Capra contesta la classificazione degli esami effettuati all’epoca: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini». Ora la difesa vuole nuove analisi.

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        Cinque test sul giubbetto di Yara Gambirasio che all’epoca finirono nei verbali come negativi. Oggi, secondo i consulenti della difesa di Massimo Bossetti, le immagini ad alta risoluzione mostrerebbero invece reazioni compatibili con la possibile presenza di liquido seminale. Un altro segnale, più debole, comparirebbe anche sulla felpa della tredicenne. È il nuovo fronte che riaccende uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi decenni e che potrebbe riportare in laboratorio alcuni reperti dell’inchiesta sull’omicidio della ragazzina di Brembate di Sopra.

        A quasi sedici anni dalla sua scomparsa e dopo la condanna definitiva all’ergastolo di Massimo Bossetti, i suoi difensori concentrano l’attenzione sugli indumenti che Yara indossava al momento della morte. Anche Le Iene stanno lavorando sugli elementi indicati dai consulenti del carpentiere di Mapello.

        Serve però una distinzione fondamentale. La difesa propone una nuova interpretazione di vecchi accertamenti, non un risultato scientifico già acquisito. Quegli elementi, allo stato attuale, non modificano la sentenza definitiva. Ma la domanda posta dagli avvocati e dal genetista Marzio Capra pesa: se quei test mostravano reazioni meritevoli di approfondimento, perché gli investigatori li considerarono negativi?

        Cinque test sul giubbetto: da qui nasce il nuovo caso

        La svolta risale al 7 febbraio 2025, quando gli avvocati di Bossetti hanno ottenuto l’accesso ai reperti dopo una lunghissima battaglia giudiziaria. La difesa e i suoi consulenti hanno così potuto osservare anche fotografie ad altissima risoluzione degli accertamenti compiuti sugli indumenti di Yara.

        Ed è proprio dall’esame di quelle immagini che nasce la nuova contestazione.

        Secondo l’avvocato Claudio Salvagni e il genetista Marzio Capra, cinque test immunologici effettuati sul giubbetto presenterebbero reazioni cromatiche potenzialmente compatibili con la presenza di liquido seminale. Eppure, nei verbali dell’epoca, quei test risultano negativi.

        Capra contesta apertamente quella valutazione: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini per capire meglio».

        La questione non riguarderebbe soltanto il giubbetto. I consulenti avrebbero individuato anche sulla felpa di Yara un segnale analogo, sebbene più debole. La difesa chiede quindi di tornare su quei reperti e di esaminarli con tecnologie e metodologie oggi disponibili.

        Se quelle tracce esistono davvero, a chi appartengono?

        È la domanda inevitabile, ma anche quella che richiede maggiore prudenza. Una reazione a un test immunologico non significa automaticamente aver trovato il Dna di una persona diversa da quelle già entrate nell’inchiesta.

        Gli esperti dovrebbero innanzitutto confermare la presenza di materiale biologico e determinarne la natura. Poi dovrebbero capire se, a distanza di tanti anni, quel materiale consenta ancora di ricavare un profilo genetico attendibile.

        C’è inoltre un altro elemento da considerare. Il corpo di Yara rimase per circa tre mesi all’aperto, esposto a pioggia, neve, gelo, umidità e terreno. Condizioni estreme che possono avere inciso sulla conservazione delle eventuali tracce.

        Soltanto un nuovo esame potrebbe quindi chiarire che cosa mostrino realmente quei reperti. Se gli esperti trovassero materiale biologico ancora utilizzabile, potrebbero tentare di ricavarne un Dna e successivamente cercare di identificarlo. Ed è proprio questo il passaggio sul quale punta la difesa di Bossetti.

        Il Dna di Ignoto 1 che portò a Bossetti

        La questione assume un peso particolare perché il Dna rappresenta il cuore dell’intera indagine sull’omicidio di Yara.

        Gli investigatori individuarono sugli indumenti della tredicenne il profilo genetico attribuito a Ignoto 1. Da quel momento partì una gigantesca ricerca genealogica che condusse prima a Giuseppe Guerinoni e poi a Massimo Bossetti, suo figlio biologico.

        La prova genetica ebbe un ruolo centrale nell’impianto accusatorio che i giudici hanno poi valutato nei diversi gradi di giudizio. Bossetti ha sempre negato di avere conosciuto Yara e continua a dichiararsi innocente. La giustizia lo ha però condannato in via definitiva all’ergastolo.

        I rilievi della difesa, dunque, non cancellano quanto stabilito dai giudici e non provano che le analisi originarie contenessero errori. Aprono però un interrogativo preciso: sugli indumenti di Yara esistevano altre tracce biologiche che meritavano ulteriori approfondimenti?

        «Perché li considerarono negativi?»

        È su questo interrogativo che Salvagni e Capra costruiscono la nuova battaglia. Oggi la difesa non possiede un nuovo profilo genetico capace di indicare un’altra persona. Chiede invece di riesaminare i reperti per capire che cosa registrarono realmente quei test e se le tecniche attuali possano fornire informazioni che allora non emersero.

        La differenza è fondamentale. Nessuno ha appena scoperto un misterioso Dna sul giubbetto di Yara. La difesa contesta l’interpretazione di alcuni vecchi accertamenti e chiede nuove verifiche scientifiche.

        Se gli esami non confermassero la presenza di materiale biologico, questo nuovo fronte perderebbe gran parte del suo peso. Se invece individuassero materiale ancora analizzabile, gli esperti potrebbero tentare di identificarlo. A quel punto il caso entrerebbe in una fase completamente diversa.

        Dopo Garlasco, Le Iene accendono i riflettori sul caso Yara

        A dare ulteriore risonanza alla vicenda c’è l’interesse delle Iene. Dopo le nuove indagini sul delitto di Garlasco, il programma ha acceso i riflettori anche sul caso Gambirasio e sui reperti che la difesa di Bossetti ha potuto esaminare.

        I due casi hanno storie processuali, prove e protagonisti completamente differenti e non possono essere sovrapposti. Esiste però un punto di contatto: in entrambi tornano al centro dell’attenzione reperti e accertamenti scientifici compiuti molti anni fa.

        Nel caso Yara la strada appare particolarmente complessa. Bossetti sconta una condanna definitiva all’ergastolo e qualsiasi futura richiesta di revisione dovrà poggiare su elementi nuovi e giudiziariamente rilevanti.

        Bossetti resta all’ergastolo, la difesa punta sui reperti

        Massimo Bossetti resta dunque in carcere per l’omicidio di Yara Gambirasio e nulla di quanto emerso finora cambia la sua posizione giudiziaria. I suoi avvocati, però, non intendono fermarsi e guardano agli indumenti della tredicenne come a uno dei possibili terreni per cercare nuovi elementi.

        La partita passa adesso dalla scienza. Servono nuovi accertamenti per stabilire se quelle reazioni indichino davvero materiale biologico e se ne sia rimasto abbastanza per tentare ulteriori analisi. Solo allora si potrà capire il peso effettivo di ciò che la difesa sostiene di avere individuato.

        Per questo la domanda decisiva, almeno per ora, non riguarda l’identità di chi potrebbe avere lasciato quelle presunte tracce. Prima bisogna dimostrare che esistano e che abbiano un significato forense. Resta però l’interrogativo dal quale Salvagni e Capra vogliono ripartire: se cinque test sul giubbetto mostrarono davvero le reazioni che oggi compaiono nelle immagini, perché gli investigatori li considerarono negativi?

        Da quella risposta potrebbe partire il prossimo capitolo del caso Yara.

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          Cronaca Nera

          Garlasco, è arrivato il giorno che può cambiare tutto: scade il tempo per Sempio, ma sul caso Stasi esplode un nuovo giallo

          La data cerchiata in rosso è arrivata. Mentre la Procura di Pavia deve decidere la prossima mossa nell’indagine su Andrea Sempio, arriva la clamorosa frenata sulla revisione della condanna di Alberto Stasi: «A noi non risulta», sbotta Pino Rinaldi.

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          Delitto di Garlasco, Alberto Stasi lascia il carcere: affidato ai servizi sociali dopo oltre dieci anni

            Il 28 settembre è arrivato. Da settimane è la data cerchiata in rosso nel calendario del nuovo caso Garlasco, quella attorno alla quale si concentrano indiscrezioni, attese e interrogativi sull’inchiesta che ha riportato Andrea Sempio al centro dell’omicidio di Chiara Poggi. Ma proprio mentre il conto alla rovescia arriva a zero, sulla vicenda irrompe un altro colpo di scena che riguarda Alberto Stasi e la possibile revisione della sua condanna definitiva.

            Lo scenario sembrava abbastanza chiaro: da una parte la Procura di Pavia al lavoro sull’indagine Sempio, dall’altra la Procura generale di Milano impegnata a studiare gli elementi emersi negli ultimi mesi per valutare un’eventuale iniziativa sul processo Stasi. Adesso, però, qualcosa sembra essersi inceppato.

            La Procura generale milanese, secondo quanto emerso negli ultimi giorni, non avrebbe intenzione di muoversi autonomamente per chiedere la revisione e attenderebbe invece un’iniziativa dei difensori di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis. Una svolta che ha sorpreso anche Pino Rinaldi, che in diretta a Ignoto X ha reagito con poche parole destinate inevitabilmente a riaccendere il caso: «A noi non ci risulta». E subito dopo: «Qui lo dico e qui lo nego».

            Il 28 settembre è arrivato: che cosa può succedere a Sempio

            È però sul fronte di Andrea Sempio che oggi si concentra inevitabilmente l’attenzione. Il 28 settembre rappresenta una scadenza importante nell’inchiesta della Procura di Pavia, ma non bisogna immaginarlo come un interruttore capace di accendere o spegnere improvvisamente il caso.

            Gli inquirenti devono decidere come procedere dopo mesi di accertamenti che hanno riportato sotto la lente elementi vecchi e nuovi del delitto di via Pascoli. Tra questi ci sono il Dna trovato sulle unghie di Chiara, gli accertamenti antropometrici su Sempio, la discussa impronta a pallini rilevata nella villetta e la consulenza affidata allo psichiatra Roberto Catanesi, che aveva chiesto di incontrare personalmente l’indagato ricevendo il suo rifiuto.

            Secondo la ricostruzione accusatoria della Procura, Sempio avrebbe colpito Chiara almeno dodici volte con un oggetto contundente. Gli inquirenti ipotizzano inoltre un movente collegato a un presunto approccio sessuale respinto dalla ragazza e hanno approfondito anche l’ipotesi dell’esistenza di un video intimo che ritraeva Chiara con Stasi. Sono contestazioni della Procura ancora tutte da sottoporre al vaglio giudiziario: Sempio è indagato e non esiste nei suoi confronti alcuna sentenza di colpevolezza.

            Ma proprio adesso scoppia il giallo sulla revisione di Stasi

            Mentre Pavia arriva a questo passaggio cruciale, sul binario parallelo di Alberto Stasi si registra invece una brusca frenata.

            La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni aveva cominciato già a maggio a studiare gli atti del processo, compresa una relazione di circa cento pagine predisposta dai magistrati pavesi. Nei mesi successivi si era quindi fatta strada la possibilità che fosse proprio la Procura generale a valutare un’iniziativa per la revisione della condanna.

            Ora lo scenario appare diverso.

            L’ufficio milanese non intenderebbe promuovere direttamente la revisione e la prima mossa dovrebbe arrivare dalla difesa del condannato. Sarebbero dunque Bocellari e De Rensis a dover eventualmente bussare alla porta della Corte d’Appello di Brescia, depositando una richiesta costruita sugli elementi emersi dalle nuove indagini.

            Non significa che la revisione sia stata bocciata o che quella strada sia improvvisamente chiusa. Significa però che è cambiato chi dovrebbe fare la prima mossa, ed è proprio questo particolare a rendere ancora più enigmatico quanto sta accadendo.

            «A noi non risulta»: la reazione che riapre il caso

            La sorpresa è esplosa pubblicamente quando Pino Rinaldi ha letto la nota relativa alla posizione della Procura generale e ha reagito in diretta.

            «A noi non ci risulta», ha detto il giornalista, aggiungendo immediatamente: «Qui lo dico e qui lo nego».

            Parole che non dimostrano naturalmente l’esistenza di una decisione diversa, ma fotografano bene la confusione che si è creata attorno alla partita della revisione. Per mesi si è guardato alla Procura generale come a uno dei possibili motori di una riapertura del processo Stasi; adesso la palla sembra invece tornare improvvisamente nelle mani dei suoi avvocati.

            E la domanda diventa inevitabile: perché, dopo mesi trascorsi a studiare le carte e dopo l’acquisizione dei nuovi elementi, la Procura generale non intenderebbe prendere direttamente l’iniziativa?

            Stasi e Sempio, due partite diverse sullo stesso omicidio

            È il punto più delicato dell’intera vicenda. Alberto Stasi resta il condannato definitivo per l’omicidio di Chiara Poggi, mentre Andrea Sempio è indagato nella nuova inchiesta aperta dalla Procura di Pavia. Le due vicende possono incontrarsi sugli elementi investigativi, ma dal punto di vista giudiziario seguono strade differenti.

            Qualunque sviluppo dell’indagine su Sempio non cancella automaticamente la condanna di Stasi. Per rimettere in discussione quella sentenza serve il percorso previsto per la revisione, con una richiesta che dovrà essere esaminata dalla magistratura competente.

            Ed è proprio questo a rendere il 28 settembre ancora più carico di tensione. Da una parte c’è Pavia, chiamata a scegliere come proseguire nell’inchiesta Sempio; dall’altra c’è la partita di Stasi, sulla quale la mossa che molti immaginavano potesse arrivare dalla Procura generale sembra improvvisamente allontanarsi.

            A quasi vent’anni dall’assassinio di Chiara Poggi, dunque, Garlasco arriva a una delle giornate più attese con più domande di quante ne avesse alla vigilia. Il calendario ha finito il suo conto alla rovescia, ma la storia giudiziaria del delitto di via Pascoli sembra tutt’altro che vicina alla parola fine.

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              Cronaca Nera

              Garlasco, terremoto a un passo dalla chiusura dell’inchiesta: i pm tornano al 2007 e convocano Garofano e gli uomini del Ris

              Massimo riserbo su domande e risposte, ma la mossa della Procura riaccende improvvisamente i riflettori sulle prime indagini scientifiche per l’omicidio di Chiara Poggi. E arriva proprio mentre Andrea Sempio aspetta il nuovo avviso di conclusione delle indagini.

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                Quando sembrava che la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco fosse ormai arrivata all’ultima curva, la Procura di Pavia ha compiuto una mossa a sorpresa. I magistrati sono tornati direttamente al 2007, alle prime indagini scientifiche nella villetta di via Pascoli e agli uomini che cercarono le tracce dell’assassino di Chiara Poggi.

                I pm hanno convocato Luciano Garofano, all’epoca comandante del Ris di Parma, e alcuni ufficiali del reparto che parteciparono agli accertamenti sul delitto. Una decisione che arriva in un momento delicatissimo. Andrea Sempio, unico indagato nella nuova inchiesta, aspetta infatti il nuovo avviso di conclusione delle indagini.

                Sul contenuto degli incontri regna il massimo riserbo. Nessuno ha rivelato quali domande abbiano posto i magistrati a Garofano e agli altri militari. Proprio per questo emerge una domanda inevitabile: perché la Procura torna agli uomini del Ris del 2007 proprio adesso, alla vigilia della chiusura dell’inchiesta?

                Non abbiamo ancora una risposta e sarebbe prematuro parlare di nuove prove o di una svolta investigativa. La tempistica, però, resta significativa. Prima di chiudere questa fase dell’indagine, i pm hanno voluto parlare con chi lavorò sulle prove scientifiche diciannove anni fa.

                Garlasco, i pm tornano al Ris che lavorò nella villetta di Chiara

                La convocazione di Luciano Garofano attira inevitabilmente l’attenzione per il ruolo che il generale ricopriva nel 2007. Garofano guidava il Ris di Parma quando il reparto partecipò agli accertamenti successivi al ritrovamento del corpo di Chiara Poggi.

                Oggi la Procura torna a quella stagione investigativa e non si limita ad ascoltare l’ex comandante. I magistrati hanno convocato anche alcuni ufficiali che presero parte alle attività dell’epoca.

                Nessuno, per ora, conosce il punto preciso sul quale si sono concentrate le domande. I pm potrebbero aver voluto chiarire procedure, vecchi accertamenti o aspetti tecnici delle analisi. Potrebbero anche aver cercato un confronto tra quanto emerse allora e gli elementi raccolti nella nuova indagine. Al momento, però, non esistono informazioni pubbliche che permettano di scegliere una di queste ipotesi.

                Resta il dato investigativo. Prima di mettere il punto alla nuova fase dell’inchiesta, la Procura ha ritenuto necessario parlare ancora con gli uomini che entrarono nel caso quando il delitto era appena avvenuto.

                Perché Garofano proprio ora? Il mistero delle domande dei magistrati

                È soprattutto il momento scelto dai pm a rendere la notizia clamorosa. L’inchiesta su Andrea Sempio non si trova infatti all’inizio. Al contrario, la Procura si prepara a concludere l’attività investigativa.

                Ecco perché la domanda pesa: che cosa volevano sapere i magistrati dagli uomini del Ris del 2007?

                Per ora la Procura non lo ha reso noto. Non sappiamo se abbia voluto rileggere una singola traccia alla luce delle conoscenze attuali, chiarire alcuni passaggi dei vecchi verbali o approfondire le modalità degli accertamenti scientifici.

                Non possiamo quindi attribuire alle convocazioni il significato di una nuova scoperta. Possiamo però osservare la sequenza degli eventi: mentre parte il conto alla rovescia per la chiusura delle indagini su Sempio, i pm tornano alle prime analisi scientifiche del caso Garlasco.

                Diciannove anni dopo, quelle indagini tornano così al centro dell’attenzione.

                Andrea Sempio aspetta il nuovo avviso di chiusura

                Il prossimo passaggio riguarda proprio Andrea Sempio. Il procuratore di Pavia Fabio Napoleone aveva indicato già alla fine di maggio i tempi previsti per concludere l’attività investigativa. Ora Sempio aspetta un nuovo avviso di conclusione delle indagini preliminari, dopo quello del 7 maggio.

                La Procura gli contesta l’omicidio volontario di Chiara Poggi e alcune aggravanti. Tra queste figura la crudeltà, che i magistrati collegano al «numero e all’entità delle ferite inferte alla vittima». Gli atti richiamano almeno dodici ferite al cranio e al volto della giovane. Per il movente, invece, l’accusa indica il presunto «rifiuto del suo approccio sessuale».

                Questa rappresenta la ricostruzione della Procura e dovrà confrontarsi con le argomentazioni della difesa. Sempio resta indagato e nei suoi confronti vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.

                Con il nuovo avviso di conclusione delle indagini, i difensori potranno conoscere il quadro raccolto dall’accusa. Avranno quindi la possibilità di presentare memorie e documenti, chiedere l’interrogatorio dell’indagato o sollecitare ulteriori accertamenti.

                La consulenza psichiatrica e il no di Sempio ai colloqui

                Tra gli ultimi tasselli dell’inchiesta compare anche la consulenza che la Procura ha affidato al professor Roberto Catanesi. Lo psichiatra deve realizzare una valutazione personologica di Sempio.

                L’incarico mira a verificare se nel 2007 esistessero eventuali condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere. Catanesi dovrà inoltre valutare la presenza di eventuali disturbi rilevanti ai fini dell’imputabilità e formulare una valutazione sull’eventuale pericolosità sociale.

                Il professore aveva chiesto di incontrare personalmente Sempio per alcuni colloqui. L’indagato ha scelto di non partecipare agli incontri richiesti dal consulente della Procura.

                Anche questo elemento entra nel materiale che i magistrati stanno raccogliendo nelle battute finali dell’inchiesta. Ed è proprio dentro questo scenario che il ritorno agli uomini del Ris del 2007 acquista un peso particolare.

                Diciannove anni dopo i pm riaprono i fascicoli delle prime indagini

                Il caso Garlasco compie così un nuovo viaggio indietro nel tempo. Mentre la Procura si prepara a chiudere l’inchiesta su Andrea Sempio, i magistrati tornano agli uomini che lavorarono sul caso subito dopo l’omicidio.

                Per la morte di Chiara Poggi esiste già una condanna definitiva, quella di Alberto Stasi. La nuova indagine della Procura di Pavia segue però un percorso diverso e ha portato nuovamente Andrea Sempio al centro degli accertamenti.

                Proprio per questo occorre separare i due piani. La convocazione di Garofano e degli altri ufficiali non consente di parlare di una nuova prova e neppure di una svolta già maturata. Mostra però che i pm hanno ancora voluto verificare alcuni aspetti delle indagini originarie prima di chiudere il nuovo fascicolo investigativo.

                Ed è questo il particolare che sorprende. Tutto sembrava ormai indirizzato verso la conclusione dell’attività della Procura. Invece gli investigatori hanno fatto un ultimo salto nel passato e hanno bussato alla porta di chi, nel 2007, cercò le prime risposte nelle tracce raccolte dopo l’assassinio di Chiara.

                Il conto alla rovescia è iniziato, ma resta una domanda

                Adesso l’attenzione si concentra sul nuovo avviso di conclusione delle indagini per Sempio e sulle successive decisioni della Procura. Solo allora si potrà capire se gli incontri con gli uomini del Ris abbiano aggiunto qualcosa al quadro investigativo.

                Per il momento resta soprattutto la sorpresa della tempistica. A un passo dalla chiusura, i magistrati sono tornati al 2007. Hanno convocato Luciano Garofano e alcuni degli uomini che lavorarono sulle prove scientifiche dopo l’assassinio di Chiara Poggi.

                Non sappiamo che cosa abbiano chiesto e nemmeno quali risposte abbiano ottenuto. Sappiamo però che la Procura ha considerato necessario questo passaggio prima di chiudere una delle fasi più delicate della nuova indagine.

                Ed è sufficiente per riportare al centro del giallo una domanda che sembrava ormai superata dagli eventi: che cosa stanno cercando oggi i pm nelle prime indagini scientifiche sul delitto di Garlasco?

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