Cronaca
Gratteri contro tutti tra riforma della giustizia e attacchi mediatici: «Il mio padrone deve ancora nascere»
Il procuratore di Napoli risponde alle critiche sulla gestione delle ingiuste detenzioni e ribadisce la propria indipendenza politica. E sul sostegno alle inchieste antimafia dice: «LaC mi è stata vicino per 7 anni anche quando non conveniva e in Calabria c’erano poteri più forti della giustizia»
«Io stimo e rispetto le persone che pensano il contrario di quello che penso io. Però devono avere spina dorsale e coerenza, guardare negli occhi e dire esattamente quello che pensano». Nicola Gratteri, procuratore di Napoli e già procuratore di Catanzaro, autore di numerosi libri e di conduttore di un fortunato format su La7, “Lezioni di mafie”, è il magistrato più popolare d’Italia. Ospite del talk di LaC Tv Perfidia, condotto da Antonella Grippo, per un’intervista esclusiva, è corteggiato dalle tv e dai giornali e, allo stesso tempo, fortemente osteggiato da una pletora di detrattori (a loro volta sostenuti da altre tv e giornali) è abituato a stare al centro della tempesta.




Mai i nembi sono stati ostili e minacciosi come in questo periodo. Il nervo scoperto è quello del prossimo referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. I sostenitori del Sì (Camere penali e sostenitori del governo in primis) premono perché la riforma passi: separazione delle carriere per giudici e pm, sorteggio per eleggere i componenti togati del Consiglio superiore della magistratura, la creazione di un’Alta corte disciplinare. I sostenitori del No (la stragrande maggioranza dei magistrati, le opposizioni) ritengono questa riforma punitiva e pericolosa per l’indipendenza della magistratura. In prima linea per promuovere il No c’è Nicola Gratteri.
Gli attacchi
In un momento storico in cui il governo fa a spallate con la magistratura, Gratteri è più scomodo che mai e gli attacchi nei suoi confronti si sono moltiplicati, anche da parte di coloro che un tempo chiedevano interviste e si dichiaravano suoi amici. «Se tu vieni e ti raccomandi perché io ti rilasci un’intervista – racconta il procuratore, ospite del format Perfidia andato in onda ieri sera – e io per stanchezza te la rilascio, e poi ti senti grande a scrivere questo – Gratteri mostra una pagina del Il Giornale con il titolo “Il voltafaccia di Gratteri sul sorteggio al Csm” – pensando di mettermi in difficoltà, ti sbagli. Perché molti di questi giornali messi assieme non arrivano a 600 copie».
«La rete che mi è stata vicina»
Oggi Nicola Gratteri, dicevamo, è il frontman della campagna per il No al referendum. Una grossa mano per l’Associazione nazionale magistrati che non conta volti noti del suo calibro. Il procuratore sostiene la battaglia perché ci crede fortemente, non certo per particolare attaccamento all’Anm che, lo ha detto durante l’assemblea generale dell’Associazione, non gli è mai stata particolarmente vicina nei momenti più difficili della sua carriera. A stargli vicino sono state testate come LaC News24, che lo hanno sostenuto «anche in momenti in cui non gli conveniva».
Parole sue. «Nel momento in cui certi poteri erano più forti della giustizia in Calabria, questa rete, e altre reti, hanno riportato quello che vedevano. Perché questa rete mandava ogni giorno in conferenza stampa e nelle udienze un giornalista. Ha seguito tutte le udienze (con molta probabilità si riferisce al processo Rinascita Scott, ndr), riportando anche le ragioni dell’altra parte, giustamente. Quindi io ringrazio tutta questa rete, e tutta la stampa calabrese, che ha descritto ciò che è accaduto dal 2016, per sette anni»
«Catanzaro è sotto la media nazionale per ingiuste detenzioni»
La conduttrice Antonella Grippo i detrattori glieli piazza tutti in rassegna (stampa). Prendiamo il Foglio che punta il dito contro le ingiuste detenzioni in Calabria: “L’onda lunga di Gratteri. Dal 2018 al 2024 pagati 78 milioni per le ingiuste detenzioni in Calabria”. È uno degli argomenti di punta ogni volta che si vuole screditare il magistrato di Gerace.
Abituato a questa croce, Gratteri spiega, per l’ennesima volta: «In Calabria ci sono dieci procure alle quali corrispondono dieci tribunali dove i giudici emettono le ordinanze di custodia cautelare, dove il Riesame controlla la legittimità e la fondatezza dell’ordinanza di custodia cautelare. Non c’è solo il pm», dice Gratteri che ricorda che ci sono tre gradi di giudizio e «in genere si pensa che l’ultimo giudice ha ragione». «Io mi sono fatto mandare gli atti degli ultimi sette anni, della gestione Gratteri, diciamo così, sulla Procura di Catanzaro». Il risultato, dice il procuratore è che «in base agli arrestati, ai condannati e agli assolti, la Procura di Catanzaro è sotto la media nazionale per ingiuste detenzioni. Quindi non capisco dov’è la notizia, dov’è lo scandalo se la gestione Gratteri è sotto la media nazionale per le ingiuste detenzioni».
L’accusa di bluff sulle maxi operazioni
E anche sul fronte delle maxi operazioni, prima fra tutte Rinascita Scott, Gratteri rimanda al mittente le critiche, anche recenti. «Il narrato è che tutte le indagini fatte da Gratteri sono un bluff. Allora spiegatemi – dice il procuratore – perché camminando per la provincia di Vibo andate più veloci perché nelle strade ci sono meno macchine per quanta gente è in galera. Spiegatemi perché in provincia di Vibo ci sono circa 40 persone al 41bis.
Ci sono già le sentenze definitive in Cassazione di processi importanti celebrati su Vibo. Questa narrazione del bluff comincia a essere smentita dai fatti». Eppure questo non ha impedito alle camere penali di gridare al bluff appena un’ora dopo che era uscita l’ordinanza riassuntiva della retata di Rinascita: 5000 pagine delle quali 450 solo di capi di imputazione. «Almeno – scherza Gratteri – prendevi 48 ore per leggere le carte».
«Nessun pregiudizio accusatorio»
All’attacco del procuratore, di recente, si è rilanciato anche l’ex governatore della Calabria Mario Oliverio che più di un processo ha dovuto affrontare nell’era Gratteri. Ne è uscito fino a ora assolto, anche se le contestazioni a suo carico proseguono anche nel dopo Gratteri. Ma Oliverio accusa il procuratore di avergli stroncato la carriera politica.
Antonella Grippo, nelle vesti di provocatrice, ricorda all’ospite che la Cassazione parlò di “pregiudizio accusatorio” nei confronti del politico.
«Io non ho pregiudizio accusatorio – risponde Gratteri – noi abbiamo fatto quello che abbiamo fatto in base alle intercettazioni telefoniche, alle dichiarazioni e ai verbali assunti… Io non ce l’ho il pregiudizio accusatorio. Ma noi abbiamo visto anche delle foto, ascoltato le intercettazioni di qualcuno che si preoccupava di andare a Roma e che poi è sceso a Reggio Calabria in consiglio regionale…». «È bene – dice Gratteri – che si leggano le carte su ciò che accadeva a Catanzaro, a Crotone…».
L’affaire Falcone: «Non era un’intervista ma il contenuto era autentico»
E torniamo al Foglio e agli attacchi sulla cosiddetta “finta intervista a Falcone su Repubblica” letta nel corso della trasmissione Di Martedì che, ha più volte spiegato il procuratore di Napoli, «me l’hanno mandata persone serie». Altro argomento, questo, al quale si sono avvinghiati i detrattori del procuratore. «Rispetto a tutto quello che ho letto, l’unica cosa non vera – dice Gratteri – è che si trattava di una intervista. Non si trattava di un’intervista. Infatti io la settimana dopo ho spiegato che il contenuto di quello che io ho letto è vero. Perché l’8 maggio 1992 all’Istituto di Gonzaga dei gesuiti di Palermo, Falcone interviene sul punto (la separazione delle carriere, ndr) e ripete quello che io ho detto a Di Martedì». Insomma, cambiano le circostanze (non un’intervista a Repubblica ma un intervento dai gesuiti) ma Falcone, nella sostanza, quelle cose ha detto.
«Odio e paura verso la mia credibilità»
Ma a cosa è servito questo piccolissimo inciampo? A far emergere «falsità, attacchi gratuiti dove emerge il livore, l’odio nei miei confronti, dove non c’è serenità nei miei confronti ma odio e paura della mia credibilità e visibilità. Ma non sanno che la mia serietà, la mia credibilità passa da un’intera vita dedicata al lavoro, rinunciando a tutto».
Ma non solo. L’episodio su Falcone, ricorda Antonella Grippo, che un po’ intervista e un po’ pontifica, ci insegna che bisogna laicizzare il dibattito pubblico senza inginocchiarsi al santino di turno prostrandosi all’ipse dixit come fosse Vangelo. Anche perché «30 anni fa c’era un altro sistema».
«Il mio padrone deve ancora nascere»
E a chi vuole tirare Nicola Gratteri a destra o a sinistra, a chi vuole intrupparlo nel Pd o definirlo fascista, il procuratore di Napoli, semplicemente, risponde: «La mia storia di uomo e di magistrato si è sempre distinta per non essere né di destra né di sinistra né di centro. Mi sono costruito una vita per dire esattamente quello che penso, di qualsiasi argomento, di chiunque e guardandolo negli occhi». I detrattori si mettano d’accordo. Che sia il magistrato che parlando con un indagato ha definito Gratteri fascista, o che sia il Pd che non lo ha mai votato quando ha fatto domanda per procuratore aggiunto di Reggio Calabria, procuratore di Reggio Calabria, procuratore di Catanzaro, procuratore nazionale antimafia e procuratore di Napoli. Gratteri ci ricorda che sono stati i parlamentari di destra nel Csm a votarlo a procuratore di Napoli, quelli stessi con in quali oggi sta ingaggiando una battaglia perché non passi la loro riforma costituzionale sulla magistratura. «Il mio padrone – ride Gratteri – deve ancora nascere».
Ma dov’è la destra, dov’è la sinistra…
E sul tema destra-sinistra il magistrato si lancia anche in una analisi politica: «Se si studia la storia da Tangentopoli ad oggi, per me è anacronistico parlare di destra o di sinistra. Se tu studi oggi Fratelli d’Italia come fai a dire che è destra rispetto ad Almirante o a Fini? Come fai oggi a dire che il Pd è sinistra? Io da decenni sento dire “dobbiamo tornare alle periferie”, ma, anche per sbaglio, una foto della periferia non l’ho mai vista». Non le manda a dire Gratteri e questa non è una novità. Però assicura che con lui si possa fare altrettanto. Però non di nascosto, come pare che stiano facendo molti in questo periodo, ma «con spina dorsale e coerenza».
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Cronaca
Flavio Briatore rompe il silenzio sulla tragedia di Crans-Montana: «Non è sfortuna né fatalità, ma omicidio»
In un’intervista a Il Giornale, Flavio Briatore attacca senza mezzi termini il sistema dei controlli e la gestione della sicurezza del locale di Crans-Montana. Al centro delle sue accuse: uscite di emergenza insufficienti, soffitti bassi e materiali infiammabili, uso irresponsabile di fontane di scintille. Le autorità svizzere indagano.
«Non mi parlate di sfortuna, di caso, di circostanze avverse. Questo è omicidio». Le parole di Flavio Briatore arrivano come un pugno allo stomaco, a poche ore dalla strage avvenuta nella notte di San Silvestro all’interno del locale “Le Constellation” di Crans-Montana, in Svizzera, dove un incendio ha causato la morte di quaranta giovani. Un bilancio che ha scosso l’opinione pubblica europea e aperto interrogativi pesanti sulle responsabilità.
L’imprenditore piemontese, proprietario di attività in tutto il mondo, ha affidato il suo sfogo a un’intervista rilasciata al quotidiano Il Giornale, scegliendo un linguaggio netto e privo di attenuanti. «Questo pensiero mi ossessiona – ha detto –: come ha fatto un locale come quello ad ottenere la licenza? Chi ha esaminato le domande? Chi ha controllato? Vorrei una risposta a queste domande». Domande che oggi sono anche al centro dell’inchiesta avviata dalle autorità svizzere.
La questione delle uscite di sicurezza
Nel mirino di Briatore finiscono innanzitutto le misure di sicurezza del locale, che secondo le prime ricostruzioni ospitava centinaia di persone. A colpirlo, in particolare, la presenza di una sola uscita di emergenza. «Una sola scala, piccola, angusta – ha evidenziato –. Assolutamente insufficiente per ospitare decine, anzi centinaia di persone». Un elemento che, in una situazione di panico e fumo, può trasformarsi in una trappola mortale.
Briatore ha voluto fare un confronto diretto con l’esperienza maturata nelle sue attività internazionali: «Per noi, in tutti i locali che abbiamo nel mondo, le uscite di sicurezza sono la parte fondamentale della progettazione». E ha ricordato come in Italia la normativa sia particolarmente severa su questo punto: «In Italia abbiamo continuamente i controlli delle autorità sulle uscite di sicurezza. Ed è bene così. È giusto così».
Soffitti bassi e materiali infiammabili
Un altro aspetto che ha destato sconcerto riguarda la struttura interna del locale. Dalle immagini circolate dopo l’incendio, Briatore sottolinea la presenza di soffitti molto bassi, ricoperti da materiali che sembrano aver preso fuoco con estrema facilità. «Quei locali hanno bisogno di soffitti molto alti e non incendiabili. Anche questo deve essere un aspetto essenziale nella progettazione», ha spiegato.
Secondo quanto emerso, le fiamme si sarebbero propagate rapidamente dopo che le fontane di scintille, montate sui colli di alcune bottiglie di champagne, avrebbero raggiunto il soffitto. Un dettaglio che apre un ulteriore fronte di riflessione sulle pratiche di intrattenimento notturno e sui rischi spesso sottovalutati.
Le fontane di scintille e i rischi sottovalutati
Briatore si è soffermato anche sull’uso delle cosiddette fontane di scintille, sempre più diffuse nei locali notturni di lusso. «Devi avere gli spazi e devi sapere bene quando sono pericolosi – ha affermato –. Presentano molti rischi. Non sono candele. Se soffi non li spegni. Sono fuoco vivo». Un monito che arriva da chi, per esperienza diretta, conosce bene le dinamiche del settore.
Non a caso, l’imprenditore ha ricordato le scelte adottate in altri contesti internazionali: «A Dubai e in altri posti li abbiamo sostituiti con quelli elettrici a rischio incendio zero». Una soluzione che, alla luce di quanto accaduto, suona oggi come un’amara evidenza.
Un caso che interroga sistemi e controlli
Mentre le autorità svizzere proseguono le indagini per accertare cause e responsabilità, le parole di Briatore spostano il dibattito dal piano della fatalità a quello delle scelte progettuali, dei controlli e delle autorizzazioni. La tragedia di Crans-Montana diventa così un caso emblematico, capace di sollevare interrogativi che vanno oltre i confini nazionali e chiamano in causa l’intero sistema della sicurezza nei luoghi di intrattenimento.
Cronaca
Antitrust, multa da un milione di euro a Poltronesofà per pratica commerciale scorretta: sotto accusa le campagne pubblicitarie
L’istruttoria dell’Antitrust, avviata dopo diverse segnalazioni, si è chiusa con una sanzione da un milione di euro e il divieto di proseguire la pratica contestata. Poltronesofà dovrà inoltre comunicare entro 60 giorni le misure adottate per adeguarsi al provvedimento. Possibile il ricorso al Tar del Lazio.
Multa da un milione di euro per pratica commerciale scorretta. È il provvedimento adottato dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato nei confronti di Poltronesofà, al termine di un’istruttoria avviata all’inizio dello scorso anno. Al centro della decisione, secondo quanto riportato nel bollettino ufficiale dell’Autorità, ci sarebbe una comunicazione non corretta dei prezzi e degli sconti pubblicizzati durante le campagne promozionali diffuse attraverso televisione, radio, social media e internet.
L’Antitrust parla senza mezzi termini di “pratica commerciale scorretta” e dispone non solo la sanzione amministrativa pecuniaria, ma anche il divieto di ulteriore diffusione del messaggio contestato. Una decisione che riaccende i riflettori su uno dei marchi più noti del settore dell’arredamento e su un modello di comunicazione pubblicitaria molto riconoscibile dal grande pubblico.
Le contestazioni dell’Autorità
Secondo quanto ricostruito dall’Autorità garante, le campagne promozionali di Poltronesofà avrebbero presentato prezzi e sconti in modo tale da non consentire al consumatore una corretta comprensione del reale vantaggio economico. In particolare, le segnalazioni che hanno fatto scattare l’istruttoria parlavano di sconti enfatizzati e di prezzi di riferimento non sempre chiaramente esplicitati, con il rischio di indurre in errore chi si avvicinava all’acquisto.
Nel bollettino, l’Antitrust sottolinea che la pratica posta in essere dalla società “costituisce una pratica commerciale scorretta” ai sensi del Codice del consumo. Una valutazione che arriva dopo mesi di approfondimenti e che si traduce in un provvedimento formale di diffida, accompagnato dalla sanzione economica.
La sanzione e gli obblighi per l’azienda
Oltre alla multa da un milione di euro, l’Autorità ha imposto a Poltronesofà un preciso obbligo: entro sessanta giorni dalla notifica del provvedimento, la società dovrà comunicare all’Antitrust le iniziative adottate per conformarsi alla diffida. In altre parole, l’azienda è chiamata a dimostrare concretamente di aver modificato le proprie modalità di comunicazione commerciale, rendendole trasparenti e coerenti con quanto previsto dalla normativa.
Si tratta di un passaggio non secondario, perché il mancato adeguamento alle prescrizioni dell’Autorità potrebbe aprire la strada a ulteriori interventi o sanzioni. L’obiettivo dichiarato dell’Antitrust resta quello di tutelare i consumatori, garantendo che le informazioni su prezzi e sconti siano chiare, verificabili e non fuorvianti.
Pubblicità e fiducia dei consumatori
Il caso Poltronesofà si inserisce in un filone ormai consolidato di interventi dell’Autorità garante sulle pratiche promozionali considerate poco trasparenti. Il tema dei prezzi “gonfiati” o degli sconti permanenti, presentati come eccezionali, è da anni sotto osservazione, soprattutto in settori ad alta esposizione pubblicitaria come l’arredamento, l’elettronica e il fashion retail.
La fiducia del consumatore passa anche dalla percezione di correttezza della comunicazione commerciale. Quando il messaggio pubblicitario viene giudicato ingannevole, il danno non è solo economico, ma anche reputazionale, perché mina il rapporto tra brand e pubblico.
La possibilità di ricorso
Nel documento dell’Antitrust viene infine ricordato che Poltronesofà potrà presentare ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Lazio entro sessanta giorni dalla notifica del provvedimento. Una strada prevista dalla normativa e che consentirebbe all’azienda di contestare nel merito la decisione dell’Autorità.
Resta ora da capire se la società sceglierà di impugnare la sanzione o se opterà per un adeguamento immediato alle indicazioni dell’Antitrust. Nel frattempo, il caso rappresenta un nuovo monito per le aziende che fanno largo uso di campagne promozionali aggressive: la linea tra marketing efficace e pratica commerciale scorretta, per l’Autorità, è sempre più sorvegliata.
Mondo
Cyberbullismo contro Brigitte Macron, il tribunale di Parigi condanna gli imputati: pene fino a sei mesi per insulti
Un tribunale francese ha riconosciuto colpevoli gli autori di una campagna di cyberbullismo contro Brigitte Macron, basata su insulti, allusioni e false accuse legate al genere e alla differenza di età con il presidente. Le pene arrivano fino a sei mesi di carcere, in gran parte con sospensione condizionale.
Arrivano le prime condanne giudiziarie per il cyberbullismo contro Brigitte Macron. Un tribunale di Parigi ha inflitto pene detentive fino a sei mesi agli imputati accusati di aver diffuso e rilanciato online insulti e voci diffamatorie nei confronti della moglie del presidente francese, prendendo di mira il suo genere e la differenza di età con Emmanuel Macron.
La sentenza, pronunciata oggi, chiude un processo molto seguito in Francia, perché tocca uno dei temi più sensibili del dibattito pubblico contemporaneo: l’uso dei social network come strumento di aggressione personale e di delegittimazione, anche ai danni di figure istituzionali. Gli imputati erano accusati di cyberbullismo aggravato per aver alimentato, con post e commenti, una campagna di odio protratta nel tempo.
Le pene decise dal tribunale
Otto imputati sono stati condannati a pene detentive comprese tra quattro e otto mesi con sospensione condizionale. Secondo il giudice presidente, Thierry Donnard, le condotte contestate dimostrano una chiara “intenzione di danneggiare la querelante”, attraverso l’uso di un linguaggio definito “malevolo, degradante e offensivo”. Al centro delle accuse figurano in particolare allusioni e voci infondate sulla presunta pedofilia della first lady, considerate dal tribunale particolarmente gravi per il loro contenuto e per la loro diffusione online.
Una pena detentiva di sei mesi è stata invece inflitta a uno degli imputati in modo più severo, perché assente all’udienza. In questo caso, la mancata comparizione ha inciso sulla decisione del giudice, che ha disposto l’incarcerazione, segnando l’unica condanna non sospesa del procedimento.
Il peso delle parole online
Nelle motivazioni lette in aula, il tribunale ha sottolineato come il cyberbullismo non possa essere considerato una semplice estensione del diritto di critica o di espressione. Quando i messaggi assumono carattere sistematico e offensivo, con l’obiettivo di colpire la dignità e la reputazione di una persona, diventano un reato a tutti gli effetti.
Il caso Brigitte Macron viene letto anche come un precedente importante. Non solo per la notorietà della vittima, ma perché dimostra come la giustizia francese stia cercando di dare risposte concrete a un fenomeno che colpisce sempre più spesso personaggi pubblici, ma anche cittadini comuni, esposti alla violenza verbale amplificata dai social.
Un processo simbolico
Il procedimento giudiziario ha avuto un forte valore simbolico. Le accuse rivolte alla first lady, incentrate sulla sua vita privata e su false insinuazioni, sono state ritenute dal tribunale lesive non solo della persona, ma anche del dibattito pubblico. La sentenza ribadisce che la differenza di età tra i coniugi Macron, spesso usata come pretesto per attacchi personali, non può giustificare campagne di odio o la diffusione di voci diffamatorie.
Durante il processo è emerso come molti degli imputati abbiano agito attraverso piattaforme digitali, sfruttando l’anonimato o la velocità di diffusione dei contenuti per amplificare i messaggi. Un comportamento che, secondo il giudice, non attenua ma anzi aggrava la responsabilità individuale.
Il messaggio della giustizia francese
Con queste condanne, il tribunale di Parigi invia un segnale chiaro: il cyberbullismo è un reato perseguibile e punibile, anche quando prende di mira figure di primo piano della vita politica. La sospensione condizionale della pena per la maggior parte degli imputati non riduce il peso della decisione, che resta una censura netta delle condotte contestate.
Il caso si inserisce in un contesto europeo più ampio, in cui le istituzioni cercano di contrastare l’odio online senza comprimere la libertà di espressione. Una linea sottile, ma che la giustizia francese, in questa occasione, ha tracciato con decisione.
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