Cronaca
Gratteri contro tutti tra riforma della giustizia e attacchi mediatici: «Il mio padrone deve ancora nascere»
Il procuratore di Napoli risponde alle critiche sulla gestione delle ingiuste detenzioni e ribadisce la propria indipendenza politica. E sul sostegno alle inchieste antimafia dice: «LaC mi è stata vicino per 7 anni anche quando non conveniva e in Calabria c’erano poteri più forti della giustizia»
«Io stimo e rispetto le persone che pensano il contrario di quello che penso io. Però devono avere spina dorsale e coerenza, guardare negli occhi e dire esattamente quello che pensano». Nicola Gratteri, procuratore di Napoli e già procuratore di Catanzaro, autore di numerosi libri e di conduttore di un fortunato format su La7, “Lezioni di mafie”, è il magistrato più popolare d’Italia. Ospite del talk di LaC Tv Perfidia, condotto da Antonella Grippo, per un’intervista esclusiva, è corteggiato dalle tv e dai giornali e, allo stesso tempo, fortemente osteggiato da una pletora di detrattori (a loro volta sostenuti da altre tv e giornali) è abituato a stare al centro della tempesta.




Mai i nembi sono stati ostili e minacciosi come in questo periodo. Il nervo scoperto è quello del prossimo referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. I sostenitori del Sì (Camere penali e sostenitori del governo in primis) premono perché la riforma passi: separazione delle carriere per giudici e pm, sorteggio per eleggere i componenti togati del Consiglio superiore della magistratura, la creazione di un’Alta corte disciplinare. I sostenitori del No (la stragrande maggioranza dei magistrati, le opposizioni) ritengono questa riforma punitiva e pericolosa per l’indipendenza della magistratura. In prima linea per promuovere il No c’è Nicola Gratteri.
Gli attacchi
In un momento storico in cui il governo fa a spallate con la magistratura, Gratteri è più scomodo che mai e gli attacchi nei suoi confronti si sono moltiplicati, anche da parte di coloro che un tempo chiedevano interviste e si dichiaravano suoi amici. «Se tu vieni e ti raccomandi perché io ti rilasci un’intervista – racconta il procuratore, ospite del format Perfidia andato in onda ieri sera – e io per stanchezza te la rilascio, e poi ti senti grande a scrivere questo – Gratteri mostra una pagina del Il Giornale con il titolo “Il voltafaccia di Gratteri sul sorteggio al Csm” – pensando di mettermi in difficoltà, ti sbagli. Perché molti di questi giornali messi assieme non arrivano a 600 copie».
«La rete che mi è stata vicina»
Oggi Nicola Gratteri, dicevamo, è il frontman della campagna per il No al referendum. Una grossa mano per l’Associazione nazionale magistrati che non conta volti noti del suo calibro. Il procuratore sostiene la battaglia perché ci crede fortemente, non certo per particolare attaccamento all’Anm che, lo ha detto durante l’assemblea generale dell’Associazione, non gli è mai stata particolarmente vicina nei momenti più difficili della sua carriera. A stargli vicino sono state testate come LaC News24, che lo hanno sostenuto «anche in momenti in cui non gli conveniva».
Parole sue. «Nel momento in cui certi poteri erano più forti della giustizia in Calabria, questa rete, e altre reti, hanno riportato quello che vedevano. Perché questa rete mandava ogni giorno in conferenza stampa e nelle udienze un giornalista. Ha seguito tutte le udienze (con molta probabilità si riferisce al processo Rinascita Scott, ndr), riportando anche le ragioni dell’altra parte, giustamente. Quindi io ringrazio tutta questa rete, e tutta la stampa calabrese, che ha descritto ciò che è accaduto dal 2016, per sette anni»
«Catanzaro è sotto la media nazionale per ingiuste detenzioni»
La conduttrice Antonella Grippo i detrattori glieli piazza tutti in rassegna (stampa). Prendiamo il Foglio che punta il dito contro le ingiuste detenzioni in Calabria: “L’onda lunga di Gratteri. Dal 2018 al 2024 pagati 78 milioni per le ingiuste detenzioni in Calabria”. È uno degli argomenti di punta ogni volta che si vuole screditare il magistrato di Gerace.
Abituato a questa croce, Gratteri spiega, per l’ennesima volta: «In Calabria ci sono dieci procure alle quali corrispondono dieci tribunali dove i giudici emettono le ordinanze di custodia cautelare, dove il Riesame controlla la legittimità e la fondatezza dell’ordinanza di custodia cautelare. Non c’è solo il pm», dice Gratteri che ricorda che ci sono tre gradi di giudizio e «in genere si pensa che l’ultimo giudice ha ragione». «Io mi sono fatto mandare gli atti degli ultimi sette anni, della gestione Gratteri, diciamo così, sulla Procura di Catanzaro». Il risultato, dice il procuratore è che «in base agli arrestati, ai condannati e agli assolti, la Procura di Catanzaro è sotto la media nazionale per ingiuste detenzioni. Quindi non capisco dov’è la notizia, dov’è lo scandalo se la gestione Gratteri è sotto la media nazionale per le ingiuste detenzioni».
L’accusa di bluff sulle maxi operazioni
E anche sul fronte delle maxi operazioni, prima fra tutte Rinascita Scott, Gratteri rimanda al mittente le critiche, anche recenti. «Il narrato è che tutte le indagini fatte da Gratteri sono un bluff. Allora spiegatemi – dice il procuratore – perché camminando per la provincia di Vibo andate più veloci perché nelle strade ci sono meno macchine per quanta gente è in galera. Spiegatemi perché in provincia di Vibo ci sono circa 40 persone al 41bis.
Ci sono già le sentenze definitive in Cassazione di processi importanti celebrati su Vibo. Questa narrazione del bluff comincia a essere smentita dai fatti». Eppure questo non ha impedito alle camere penali di gridare al bluff appena un’ora dopo che era uscita l’ordinanza riassuntiva della retata di Rinascita: 5000 pagine delle quali 450 solo di capi di imputazione. «Almeno – scherza Gratteri – prendevi 48 ore per leggere le carte».
«Nessun pregiudizio accusatorio»
All’attacco del procuratore, di recente, si è rilanciato anche l’ex governatore della Calabria Mario Oliverio che più di un processo ha dovuto affrontare nell’era Gratteri. Ne è uscito fino a ora assolto, anche se le contestazioni a suo carico proseguono anche nel dopo Gratteri. Ma Oliverio accusa il procuratore di avergli stroncato la carriera politica.
Antonella Grippo, nelle vesti di provocatrice, ricorda all’ospite che la Cassazione parlò di “pregiudizio accusatorio” nei confronti del politico.
«Io non ho pregiudizio accusatorio – risponde Gratteri – noi abbiamo fatto quello che abbiamo fatto in base alle intercettazioni telefoniche, alle dichiarazioni e ai verbali assunti… Io non ce l’ho il pregiudizio accusatorio. Ma noi abbiamo visto anche delle foto, ascoltato le intercettazioni di qualcuno che si preoccupava di andare a Roma e che poi è sceso a Reggio Calabria in consiglio regionale…». «È bene – dice Gratteri – che si leggano le carte su ciò che accadeva a Catanzaro, a Crotone…».
L’affaire Falcone: «Non era un’intervista ma il contenuto era autentico»
E torniamo al Foglio e agli attacchi sulla cosiddetta “finta intervista a Falcone su Repubblica” letta nel corso della trasmissione Di Martedì che, ha più volte spiegato il procuratore di Napoli, «me l’hanno mandata persone serie». Altro argomento, questo, al quale si sono avvinghiati i detrattori del procuratore. «Rispetto a tutto quello che ho letto, l’unica cosa non vera – dice Gratteri – è che si trattava di una intervista. Non si trattava di un’intervista. Infatti io la settimana dopo ho spiegato che il contenuto di quello che io ho letto è vero. Perché l’8 maggio 1992 all’Istituto di Gonzaga dei gesuiti di Palermo, Falcone interviene sul punto (la separazione delle carriere, ndr) e ripete quello che io ho detto a Di Martedì». Insomma, cambiano le circostanze (non un’intervista a Repubblica ma un intervento dai gesuiti) ma Falcone, nella sostanza, quelle cose ha detto.
«Odio e paura verso la mia credibilità»
Ma a cosa è servito questo piccolissimo inciampo? A far emergere «falsità, attacchi gratuiti dove emerge il livore, l’odio nei miei confronti, dove non c’è serenità nei miei confronti ma odio e paura della mia credibilità e visibilità. Ma non sanno che la mia serietà, la mia credibilità passa da un’intera vita dedicata al lavoro, rinunciando a tutto».
Ma non solo. L’episodio su Falcone, ricorda Antonella Grippo, che un po’ intervista e un po’ pontifica, ci insegna che bisogna laicizzare il dibattito pubblico senza inginocchiarsi al santino di turno prostrandosi all’ipse dixit come fosse Vangelo. Anche perché «30 anni fa c’era un altro sistema».
«Il mio padrone deve ancora nascere»
E a chi vuole tirare Nicola Gratteri a destra o a sinistra, a chi vuole intrupparlo nel Pd o definirlo fascista, il procuratore di Napoli, semplicemente, risponde: «La mia storia di uomo e di magistrato si è sempre distinta per non essere né di destra né di sinistra né di centro. Mi sono costruito una vita per dire esattamente quello che penso, di qualsiasi argomento, di chiunque e guardandolo negli occhi». I detrattori si mettano d’accordo. Che sia il magistrato che parlando con un indagato ha definito Gratteri fascista, o che sia il Pd che non lo ha mai votato quando ha fatto domanda per procuratore aggiunto di Reggio Calabria, procuratore di Reggio Calabria, procuratore di Catanzaro, procuratore nazionale antimafia e procuratore di Napoli. Gratteri ci ricorda che sono stati i parlamentari di destra nel Csm a votarlo a procuratore di Napoli, quelli stessi con in quali oggi sta ingaggiando una battaglia perché non passi la loro riforma costituzionale sulla magistratura. «Il mio padrone – ride Gratteri – deve ancora nascere».
Ma dov’è la destra, dov’è la sinistra…
E sul tema destra-sinistra il magistrato si lancia anche in una analisi politica: «Se si studia la storia da Tangentopoli ad oggi, per me è anacronistico parlare di destra o di sinistra. Se tu studi oggi Fratelli d’Italia come fai a dire che è destra rispetto ad Almirante o a Fini? Come fai oggi a dire che il Pd è sinistra? Io da decenni sento dire “dobbiamo tornare alle periferie”, ma, anche per sbaglio, una foto della periferia non l’ho mai vista». Non le manda a dire Gratteri e questa non è una novità. Però assicura che con lui si possa fare altrettanto. Però non di nascosto, come pare che stiano facendo molti in questo periodo, ma «con spina dorsale e coerenza».
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Cronaca Nera
Garlasco, l’annuncio della legale di Stasi: «Abbiamo un elemento che farà scalpore». E non riguarda le vecchie indagini del 2007
La difesa del condannato per l’omicidio di Chiara Poggi prepara una nuova mossa: «Ci sono altri elementi a nostra disposizione, uno farà particolare scalpore». Bocellari mantiene il segreto, mentre Avato e Fabbri annunciano iniziative contro Capra: «Falso che conoscessimo i due test negativi»
«Abbiamo in mano un elemento che farà scalpore». Poche parole e il caso Garlasco si arricchisce immediatamente di un altro mistero. A pronunciarle è Giada Bocellari, avvocata di Alberto Stasi, che anticipa l’esistenza di una nuova carta della difesa senza però rivelare di che cosa si tratti.
L’annuncio arriva mentre l’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, con Andrea Sempio indagato, continua a produrre nuovi sviluppi e dopo la scoperta delle due analisi negative effettuate nel 2007 sul campione dei pedali della bicicletta di Stasi.
Bocellari: «Un elemento farà particolare scalpore»
Bocellari sceglie accuratamente le parole: «Ci sono altri elementi che la difesa ha a disposizione oggi, uno dei quali farà particolare scalpore a mio giudizio, che tuttavia non riguarda le indagini del 2007».
È proprio quest’ultima precisazione a rendere ancora più interessante l’annuncio. Se l’elemento non appartiene alla prima inchiesta, potrebbe collegarsi a sviluppi successivi o alla nuova attività investigativa. L’avvocata, però, non aggiunge altro e non consente per ora di stabilire quale sia la natura della nuova carta.
L’obiettivo della difesa resta quello di raccogliere elementi utili a sostenere l’innocenza di Stasi e a preparare un’eventuale richiesta di revisione della condanna definitiva.
Esplode lo scontro sui due test «fantasma» dei pedali
Intanto diventa sempre più duro lo scontro sulle due corse elettroforetiche negative effettuate il 20 settembre 2007 sul campione proveniente dai pedali. Il genetista della famiglia Poggi Marzio Capra ha sostenuto che i consulenti di Stasi, Francesco Maria Avato e Matteo Fabbri, fossero stati informati dell’esistenza dei risultati negativi durante una riunione del 24 settembre.
Avato e Fabbri respingono completamente questa ricostruzione: «La circostanza risulta assolutamente falsa». I due annunciano che le affermazioni di Capra «troveranno adeguata tutela nelle sedi competenti» e intendono chiedere alla Procura di Pavia di ascoltarli come persone informate sui fatti.
«Non abbiamo mai visto quei risultati»
La loro versione è categorica: «Non abbiamo mai avuto conoscenza, né visiva né documentale, né in quella data né successivamente durante il processo, che quel campione avesse dato esiti negativi».
Secondo Avato e Fabbri, quei risultati non entrarono mai nel fascicolo e non comparvero negli atti processuali o nelle consulenze. A loro sostegno ricordano anche quanto affermò il professor Angelo Giarda nel settembre 2007: i consulenti di Stasi avrebbero conosciuto soltanto due tracciati, quello di confronto di Chiara e l’unico risultato positivo del pedale del 19 settembre.
Mentre genetisti e consulenti si preparano così a un nuovo scontro, resta sospesa la frase della Bocellari. La difesa di Stasi sostiene di possedere qualcosa di nuovo, estraneo alle indagini del 2007 e capace di «fare scalpore». Che cosa sia, per ora, è la nuova domanda del caso Garlasco.
Cronaca
Ranucci denuncia: «Un giornalista ha cercato di entrare a casa mia». Spunta il nome di Moreno Pisto: «Ero lì per lavoro»
Sigfrido Ranucci racconta un presunto tentativo di accesso in un immobile a sua disposizione e punta il dito contro «un giornalista e inviato di un programma Rai». Moreno Pisto conferma di essere entrato nel cortile del palazzo ma nega qualsiasi blitz: «Cercavo Laura Cianfoni, non ho mandanti»
Un giornalista dentro il condominio, una donna delle pulizie coinvolta nella ricerca di un’inquilina e la denuncia che porta all’apertura di accertamenti per tentata violazione di domicilio. È il nuovo caso che coinvolge Sigfrido Ranucci e Moreno Pisto, con due versioni profondamente diverse di quanto sarebbe accaduto la mattina del 2 ottobre in un palazzo del quartiere Tufello, a Roma.
Ranucci sostiene che qualcuno abbia tentato di raggiungere un appartamento nella sua disponibilità utilizzando persino false generalità. Pisto conferma invece di essere stato nel condominio, ma respinge l’accusa: «Non è stata un’intrusione, ero lì per fare il mio lavoro».
Ranucci: «False generalità per entrare nell’appartamento»
Secondo il racconto di Ranucci, un «giornalista di un magazine online e inviato di un programma Rai» avrebbe cercato di accedere all’immobile e «fornito false generalità», coinvolgendo una donna delle pulizie affinché suonasse agli altri appartamenti.
Ranucci riferisce inoltre della presenza di «un uomo munito di zainetto e una donna dal dialetto campano» davanti alla porta. Scoperti da un condomino, avrebbero sostenuto di essere addetti alle pulizie, circostanza che Ranucci definisce falsa.
Pisto conferma di essere stato lì ma nega il blitz
Moreno Pisto fornisce una ricostruzione completamente diversa. Conferma di essere andato nel palazzo insieme al suo videomaker perché cercava Laura Cianfoni, ma sostiene di essersi fermato nel cortile.
Qui avrebbe incontrato una donna delle pulizie, che avrebbe contattato la propria datrice di lavoro chiedendo informazioni su Cianfoni. Una volta saputo che non era presente, Pisto afferma di essersene andato.
«Non ero lì per conto di Filorosso, non ho mandanti. Ho solo fatto il mio lavoro», precisa. E sull’uomo con lo zainetto aggiunge: «Avevo uno zainetto, ma non sono mai stato sul pianerottolo». La donna dal dialetto campano citata da Ranucci sarebbe invece, secondo Pisto, proprio la donna delle pulizie.
I carabinieri indagano dopo la denuncia
A trasformare lo scontro tra le due ricostruzioni in una vicenda giudiziaria è la denuncia presentata da Laura Cianfoni. I carabinieri hanno aperto accertamenti per tentata violazione di domicilio e dovranno ora ricostruire esattamente che cosa sia successo all’interno del condominio.
Il caso arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per Ranucci, impegnato nella battaglia giudiziaria contro la sua rimozione dalla conduzione di Report.
Per adesso restano due versioni inconciliabili. Ranucci parla di un tentativo studiato per raggiungere l’appartamento; Pisto ammette di essere entrato nel condominio per cercare Cianfoni, ma nega di aver tentato qualsiasi intrusione. Saranno gli accertamenti dei carabinieri a stabilire che cosa sia realmente accaduto quella mattina al Tufello.
Cronaca Nera
Garlasco, la mamma di Sempio contro la vittima: «Maledetta Chiara, muoiano i Poggi». Le frasi choc registrate dalle cimici
Daniela Ferrari intercettata nella sua abitazione mentre l’inchiesta sul figlio Andrea entra nel vivo. Dalla rabbia contro Chiara Poggi e la sua famiglia alla paura del carcere, fino alle domande sul Dna, sulla catenina della vittima e sul possibile movente: cosa raccontano davvero le conversazioni finite agli atti.
«Maledetta Chiara». Poi la rabbia si allarga alla famiglia Poggi, con parole ancora più pesanti e un augurio di morte. A pronunciarle è Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, senza sapere che gli investigatori stanno ascoltando e registrando le conversazioni dentro casa. È il 29 ottobre 2025 e la nuova inchiesta sull’omicidio di Garlasco sta entrando nella fase più delicata. Quasi un anno dopo, quelle parole emergono dagli atti e mostrano quale fosse il clima nella famiglia dell’uomo tornato al centro delle indagini sulla morte di Chiara Poggi.
La frase è violentissima, soprattutto perché ha come bersaglio una ragazza assassinata a 26 anni nella propria casa. Sul piano giudiziario, però, occorre tenere distinti i due piani: lo sfogo di Daniela Ferrari non costituisce una prova contro Andrea Sempio, né può essere utilizzato da solo per ricostruire ciò che accadde nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007. Le intercettazioni assumono interesse perché raccontano paure, ragionamenti e reazioni della famiglia mentre gli investigatori tornano a esaminare Dna, impronte e altri elementi del delitto.
«Maledetta Chiara»: la rabbia della madre contro i Poggi
Daniela Ferrari parla mentre la pressione sulla famiglia Sempio cresce. La donna se la prende direttamente con Chiara e poi con i suoi familiari. Non sa che ogni parola viene catturata dalle microspie piazzate dagli investigatori e destinata a entrare nel materiale della nuova inchiesta.
Dietro quella rabbia emerge soprattutto la convinzione della madre che il figlio stia subendo un’ingiustizia. Daniela difende Andrea e vive ogni nuovo accertamento come una minaccia. È in questo clima che pronuncia l’invettiva contro la vittima e i Poggi.
Il particolare inevitabilmente impressiona, ma il suo significato investigativo deve essere valutato nel contesto. Andrea Sempio continua a dichiararsi innocente e sostiene di non avere avuto alcun ruolo nell’omicidio. Per la morte di Chiara esiste inoltre una sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. La nuova indagine della Procura di Pavia ha però riportato Sempio al centro del caso, aprendo un nuovo scenario giudiziario.
La paura che Andrea finisca in carcere
Le cimici non registrano soltanto rabbia. Dentro casa Sempio emerge anche la paura. I genitori parlano dell’eventualità che Andrea possa essere arrestato e Daniela arriva a evocare l’immagine delle «arance» da portargli in carcere.
La famiglia segue con attenzione quasi ossessiva ogni sviluppo dell’inchiesta. Si discute degli accertamenti genetici, delle impronte, delle misurazioni sul corpo di Andrea e degli oggetti sui quali gli investigatori potrebbero cercare nuove tracce. Ogni notizia diventa materia di conversazione perché potrebbe incidere sulla posizione del figlio.
Il Dna rappresenta uno dei punti più delicati. Gli accertamenti sul materiale genetico recuperato dalle unghie di Chiara sono tornati al centro della nuova indagine e hanno prodotto un confronto durissimo tra consulenti dell’accusa e della difesa. Proprio mentre gli specialisti lavorano, le intercettazioni restituiscono la preoccupazione dei genitori per quello che le analisi potrebbero rivelare.
In una conversazione compare anche una chiavetta Usb. Giuseppe Sempio domanda al figlio di una chiavetta che non ricorda se fosse collegata al computer, mentre Andrea risponde di non averne avute e cerca di capire a quale dispositivo si riferisca il padre. Anche questo dialogo viene registrato e finisce nel materiale raccolto dagli investigatori.
La catenina di Chiara e la domanda sul possibile movente
Tra le conversazioni intercettate ce n’è una che riguarda direttamente un oggetto appartenuto alla vittima. Daniela Ferrari parla della possibilità che gli investigatori effettuino nuovi accertamenti sulla catenina indossata da Chiara e manifesta preoccupazione per l’eventuale presenza di materiale genetico.
Ma un altro dialogo attira ancora di più l’attenzione. Madre e figlio affrontano il tema del movente e Daniela si domanda che cosa Chiara avrebbe potuto scoprire di tanto importante da spingere qualcuno a ucciderla.
Andrea sviluppa un ragionamento generale: qualcosa che appare insignificante a una persona può assumere un valore enorme per un’altra. È una conversazione che inevitabilmente incuriosisce alla luce della nuova indagine, ma anche in questo caso non si tratta di una confessione e non dimostra l’esistenza di uno specifico movente collegato a Sempio.
Proprio le intercettazioni mostrano quanto possa diventare rischioso estrapolare una singola frase da conversazioni molto più ampie. Gli investigatori le hanno raccolte insieme a una grande quantità di altro materiale e dovranno essere gli eventuali passaggi processuali a stabilire quale parte possa avere un effettivo valore probatorio.
Le scarpe, l’impronta 33 e quei venti chili in più
Daniela Ferrari commenta anche le nuove misurazioni antropometriche effettuate sul figlio. La madre contesta il confronto tra l’Andrea di oggi e il ragazzo che era nel 2007, sottolineando che nel frattempo sarebbe aumentato di circa venti chili. C’è però una cosa che, osserva, non sarebbe cambiata: il numero delle scarpe.
Il particolare acquista interesse perché proprio le impronte sono tornate al centro della nuova indagine. Gli accertamenti hanno riguardato anche la compatibilità delle misure del piede di Sempio con una calzatura numero 42 presa in esame dagli specialisti. Compatibilità, naturalmente, non significa identificazione certa dell’autore di un’impronta, e la questione rappresenta uno dei terreni sui quali accusa e difesa sono destinate a confrontarsi.
C’è poi l’impronta 33, uno degli elementi più discussi della nuova fase investigativa. La difesa di Sempio punta a contestarne interpretazione e attribuzione, mentre gli inquirenti continuano a inserirla nel complesso degli elementi raccolti durante gli accertamenti.
Quelle parole contro Chiara che adesso diventano un caso
Tra Dna, impronte, oggetti riesaminati e conversazioni registrate, è però inevitabile che siano le parole di Daniela Ferrari a provocare la reazione più forte. «Maledetta Chiara» diventa una frase difficilissima da ascoltare perché pronunciata contro una giovane donna assassinata e incapace, naturalmente, di replicare.
Ma trasformare la rabbia della madre in una prova della colpevolezza del figlio sarebbe un salto che gli atti, da soli, non consentono. Le intercettazioni mostrano una famiglia spaventata, arrabbiata e concentrata sulle possibili conseguenze dell’inchiesta. Raccontano il clima dentro casa Sempio, non risolvono il delitto.
Andrea Sempio continua a respingere ogni accusa. La Procura, invece, ha raccolto gli elementi che ritiene rilevanti per sostenere la propria ricostruzione. Sarà il procedimento giudiziario a stabilire quale peso abbiano davvero Dna, impronte, consulenze e tutti gli altri accertamenti. Le urla della madre restano fuori da quella prova decisiva, ma aggiungono un nuovo e durissimo capitolo umano al caso Garlasco.
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