Cronaca
Il cold case per antonomasia: Jack The Ripper. Con l’AI ora possiamo guardarlo in faccia
Era il lontano 9 novembre 1888 quando la prostituta Mary Jane Kelly, 25 anni, detta Ginger, viene trovata sventrata e sgozzata in una stanza di Miller’s Court a Londra, nel sobborgo di Whitechapel. Ultima vittima di un serial killer che passerà alla storia. Che alcuni hanno identificato con lo scrittore Louis Carrol, altri con il principe ereditario al trono d’Inghilterra, altri ancora con un eccentrico medico borghese. Oggi con l’ausilio dell’intelligenza artificiale gli viene finalmente attribuito un volto.
La classica iconografia noir lo ha sempre dipinto come alto, elegante, con lo sguardo indecifrabile sotto la tesa del cappellaccio calato sul viso. Con quel mantello lungo e scuro, che si dispiega come le ali di un pipistrello nei vicoli bui di Whitechapel. Per tutti è Jack lo Squartatore, il serial killer di prostitute che terrorizzò il sobborgo operaio della Londra vittoriana. Alcuni lo identificano con l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, accusato dal “collega” Richard Wallace di aver nascosto nel suo romanzo alcune descrizioni degli omicidi di prostitute, di cui si sarebbe reso protagonista. Un’altra teoria sostiene che si trattasse di Alberto Vittorio di Sassonia Coburgo Gotha, nipote della regina Vittoria e secondo nella linea di successione al trono. Altri ancora credevano che fosse un apprendista chirurgo.
Un personaggio trasformatosi in leggenda
Fino ad oggi il suo volto non è stato mai svelato, anche se le vignette dell’Illustretaed London News dell’epoca lo disegnavano con l’aspetto di Aaron Kosminski, barbiere polacco di fede ebraica che per anni fu sospettato di essere il famigerato assassino. L’identità vera di questo odiatore seriale delle donne ha rappresentato per anni uno dei più grandi misteri della storia dell’Inghilterra vittoriana. Finendo per trasformare Jack in un personaggio da romanzo, tanto che sono in parecchi a credere che si tratti di una invenzione letteraria uscita dalla penna di Arthur Conan Doyle (il celebre autore del personaggio di Sherlock Holmes) e non di un criminale esistito davvero. Fino ad oggi.
Chi era Aaron Kosminski
Il sopracitato Kosminski, emigrato nel Regno Unito a fine ‘800, era sospettato all’epoca degli omicidi avvenuti nell’East London 128 anni fa. In un nuovo libro dedicato al cold case più famoso del mondo, intitolato Naming Jack The Ripper: The Definitive Reveal, l’autore Russell Edwards ha utilizzato una tecnologia all’avanguardia basata su riconoscimento facciale e Intelligenza artificiale per produrre un’immagine composita di come avrebbe potuto apparire Kosminski. Affermando di aver smascherato una “cospirazione del silenzio” che ha protetto il presunto serial killer.
L’FBI ha utilizzato la stesse pratiche impiegate per i serial killer attuali
Per capire chi fosse veramente Jack è fondamentale rileggere tutta la sua storia criminale partendo dal primo omicidio fino all’ultimo, come hanno fatto in tempi recenti gli analisti dell’FBI secondo il metodo utilizzato per gli assassini seriali attuali. Quello che emerso è molto diverso dalla trasfigurazione letteraria. A partire dal primo mistero: quello del nome. Chi lo ha battezzato “lo squartatore?”. E’ stato lo stesso killer a firmarsi “Jack the ripper” in una delle lettere scritte a mano inviata alle autorità.
Arrogante e sicuro di sé
“Mi sono fissato con le prostitute – scrive – non smetterò di squartarle finche non sarò preso, presto sentirete parlare di me e dei miei divertenti giochetti. Il mio coltello è così bello e affilato che mi viene voglia di rimettermi al lavoro subito”. Da questa parole si evince una personalità arrogante ed esibizionista, estremamente sicura di sé. In calce alla lettera del 25 settembre appare la dicitura “sincererly yours” (sinceramente tuo, ndr.) Jack The Ripper”.
Una lettera dall’inferno
In seguito George Lusk, capo della Commissione di Vigilanza di Whitechapel, riceve un’altra missiva di Jack, scritta “from hell”, dall’inferno. Un foglio accompagnato da una scatola in cui viene rinvenuto un frammento di un rene umano conservato in alcol etilico. Sarà l’ultimo messaggio del macellaio alle autorità.
Tutte le sue vittime
La storia di Jack si snoda tutta nel giro di pochi mesi nell’arco dei quali vengono uccise cinque donne: tutte prostitute, disperate, alcolizzate, senza neanche un parente che le reclamasse. A partire da Mary Ann Nicholls, 43 anni, alcolizzata con 5 figli, uccisa il 31 agosto 1888, rinvenuta davanti al mattatoio di Bucks Row. Ha la sottana sollevata fino al petto, la gola tagliata in maniera così netta quasi a decapitarla. È stata colpita all’addome con il medesimo coltello. Nei vicoli di quel ghetto fatiscente che era Whitechapel, l’assassinio di una prostituta era considerato un crimine comune, all’ordine del giorno, ma due omicidi nel giro di poche settimane, no. Annie Chapman, 46 anni, detta Dark Annie, viene trovata l’8 settembre massacrata come la prima.
Scotland Yard brancolo nel buio più assoluto
La successiva è Elisabeth Stride, figlia di contadini di origini svedesi, detta Long Litz per la sua statura imponente. Catherine Addowes è la quarta vittima del mostro, trovata in Mitre Square lo stesso giorno in cui un cocchiere scopre il cadavere di Long Litz. Naso e lobo dell’orecchio sinistro erano stati tagliati insieme alla palpebra dell’occhio destro. Il volto sfigurato con un taglio, mentre un unico taglio dall’inguine fino alla gola l’ha sventrata. Alcuni organi interni erano stati asportati e appoggiati sulla spalla destra, un rene e gli organi genitali, invece, portati via dall’assassino. Sull’identità di questo assassino sadico e compulsivo, con tratti schizofrenici e accenti di strabordante narcisismo, Scotland Yard brancola nel buio.
L’ultimo omicidio, il peggiore di tutti
Il 9 novembre 1888 Jack compie l’ultimo omicidio, il più feroce di tutti. Alla vista del corpo della vittima gli agenti di polizia si sentono male. Gli organi sono sparsi per la stanza, la pelle è stata abrasa dal viso e dalle mani. Poi Jack dal quel novembre 1888 scompare. Da oggi ha un volto.
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
Cronaca Nera
Garlasco trasformato in pubblicità per vendere brioche: battute su Chiara Poggi, Stasi e Sempio. Ma davvero siamo arrivati a questo?
Un conto è l’umorismo nero degli utenti, un altro è costruire una comunicazione commerciale attorno a un omicidio vero. Perché Chiara Poggi non era il personaggio di una serie crime e il 13 agosto non è una gag: è il giorno in cui una ragazza di 26 anni venne assassinata nella propria casa.
Pensavamo di averle viste tutte. Evidentemente peccavamo di ottimismo. Perché dopo mesi nei quali il delitto di Garlasco è stato trasformato in una specie di reality nazionale permanente, con investigatori improvvisati, complottisti da divano, criminologi nati su TikTok durante la pausa pranzo e orde di commentatori che ormai parlano di DNA, impronte papillari e BPA come se avessero trascorso vent’anni nei laboratori della Scientifica, mancava ancora qualcosa: usare l’omicidio di Chiara Poggi per vendere brioche.
Adesso abbiamo anche quello.
A Garlasco, La Casa della Brioche ha costruito una parte della propria comunicazione social giocando con nomi, circostanze e tormentoni legati all’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli. Non stiamo parlando di una battuta uscita male, pubblicata una sera e magari cancellata la mattina successiva dopo essersi accorti dell’enormità. I video sono diversi e seguono uno schema piuttosto preciso: si prende Garlasco, si prende un elemento del delitto, lo si trasforma in un gancio e, quando l’utente è stato catturato, gli si mostra la brioche.
Il risultato social, almeno numericamente, c’è: l’account TikTok, attivo dal 2022, ha raccolto circa 18mila follower e un milione di like. Complimenti all’algoritmo. Sul resto, forse, qualche domanda sarebbe il caso di farsela.
Perché Chiara Poggi non è un format, non è una mascotte e soprattutto non è morta per aiutare qualcuno a vendere dolci quasi vent’anni dopo.
«Che Cappa di caldo»: quando il delitto diventa il gancio per il prodotto
Il livello della trovata si comprende abbastanza bene da uno dei video: «Ma che Cappa di caldo fa a Garlasco? Rinfrescati con la nostra frutta realistica». «Cappa», naturalmente, richiama il cognome delle cugine di Chiara, Paola e Stefania Cappa. Una finezza.
In un altro contenuto compare: «Anche tu stai studiando per gli esami? È l’ora di concedersi una pausa», riferimento che, dentro una comunicazione costruita attorno a Garlasco, rimanda immediatamente alla tesi di Alberto Stasi e agli accertamenti sul computer che hanno avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione di quella mattina.
Poi c’è il finto notiziario: «Oggi abbiamo nuovi sviluppi da Garlasco. La novità è questa: la brioche gigante».
Capito il meccanismo? Per qualche secondo si lascia immaginare all’utente che sia accaduto qualcosa nel caso che da mesi occupa giornali, televisioni e social, quindi arriva la sorpresa: tranquilli, nessuna novità investigativa, dobbiamo vendervi un dolce.
Ma si riesce a fare persino meglio. In un altro video si sente: «È agosto, siamo a Garlasco e come vedete non c’è un’anima. Ma una cosa è certa: la Casa della Brioche è aperta fino al 15 agosto».
Agosto. Garlasco. Ferragosto.
Chiara Poggi venne assassinata il 13 agosto 2007.
Probabilmente qualcuno avrà trovato l’idea irresistibile. Qualcun altro potrebbe semplicemente domandarsi se esista ancora una differenza tra essere bravi a comunicare ed essere disposti a utilizzare qualsiasi cosa pur di racimolare qualche visualizzazione.
Stasi, Sempio e Poggi ridotti a giochi di parole
Una volta aperta la porta, naturalmente, entra tutto. «Qui a Garlasco abbiamo un caso ancora aperto, nessuno riesce a decidere qual è la brioche più buona», recita un altro contenuto.
Il «caso aperto» serve quindi a scegliere il dolce. E il pubblico, come spesso accade sui social, capisce immediatamente il gioco e comincia a partecipare.
Così arriva il piccolo capolavoro linguistico: «Siete da prendere da e-sempio, ogni volta che vedo le vostre brioche vado in e-stasi, ma p-oggi siete aperti?».
Andrea Sempio. Alberto Stasi. Chiara Poggi.
Tre cognomi, tre giochi di parole, tre occasioni per farsi una risata. Con una differenza che evidentemente nell’euforia da engagement rischia di diventare un dettaglio: una delle tre persone citate è una ragazza assassinata a 26 anni.
Il 13 agosto qualcuno scrive addirittura: «Oggi è il 13 agosto e ho pensato a voi e alla buon’anima di Chiara Poggi». Altrove c’è chi domanda: «C’è un parcheggio per stare un po’ da solo a parlare in auto?», mentre un altro commentatore scherza: «Aspetto il mio avvocato che torna dalle ferie e vengo ad assaggiare le vostre delizie».
Il risultato è impressionante soprattutto per la rapidità con cui la tragedia reale scompare. Rimangono soltanto i personaggi, le frasi, i tormentoni, le allusioni. Garlasco diventa un universo narrativo e Chiara Poggi rischia di trasformarsi in una comparsa del “caso Garlasco”.
Peccato che senza il suo assassinio non esisterebbe nessun «caso Garlasco».
«Alberto è venuto a trovarci»: e compare anche Massimo Lovati
La macchina prosegue. In un altro contenuto compare la frase «Alberto è venuto a trovarci, e non è l’unico: anche Paola, Rosa, Omar…». Formalmente Alberto può essere chiunque, naturalmente. Ma se da mesi costruisci contenuti disseminati di riferimenti al delitto più famoso avvenuto nella tua città, non serve esattamente Sherlock Holmes per capire quale associazione si voglia provocare nella testa di chi guarda.
E nei contenuti del locale compare persino Massimo Lovati, ex avvocato di Andrea Sempio, fotografato insieme al giovane protagonista dei video.
A quel punto la domanda non riguarda più nemmeno la capacità di creare engagement, che appare evidente. Riguarda piuttosto quanto in basso si sia disposti a scavare per ottenerlo.
Perché il principio, portato alle sue conseguenze, è meravigliosamente semplice: se Garlasco tira, usiamo Garlasco; se Stasi tira, giochiamo con Stasi; se Sempio tira, giochiamo con Sempio; se il 13 agosto tira, usiamo anche quello. E se nel mezzo c’è una giovane donna massacrata nella propria abitazione, pazienza: l’importante è che l’utente non faccia swipe prima di vedere la brioche.
Il problema non è l’umorismo nero: è trasformare un omicidio in marketing
Sarebbe troppo semplice indignarsi genericamente perché «non si scherza sulla morte». Sui social si scherza praticamente su tutto e l’umorismo nero esiste da molto prima di TikTok. Può essere intelligente, feroce, persino liberatorio. E ciascuno stabilisce da sé ciò che considera divertente o disgustoso.
Qui, però, c’è qualcosa di diverso. Qui il delitto diventa uno strumento commerciale.
Non siamo davanti al ragazzino che pubblica un meme discutibile dal proprio telefono. Siamo davanti a contenuti che promuovono un’attività, mostrano prodotti e utilizzano il richiamo di uno dei casi di cronaca nera più seguiti d’Italia per catturare pubblico.
Il percorso è elementare: Chiara Poggi porta attenzione, l’attenzione porta visualizzazioni, le visualizzazioni portano persone sul profilo e quelle persone possono diventare clienti.
Sarà anche marketing. Di sicuro è un marketing che riesce nella non facile impresa di far rimpiangere i volantini nella cassetta della posta.
L’algoritmo ha fame. Ma non è obbligatorio dargli da mangiare qualsiasi cosa
Il caso racconta qualcosa che va molto oltre una pasticceria di Garlasco. La cronaca nera sui social sta subendo una trasformazione impressionante: le persone reali diventano personaggi, le prove diventano tormentoni, gli avvocati diventano meme e gli omicidi diventano format.
È successo con altri delitti, da Yara Gambirasio a Giulia Cecchettin, con meme e montaggi dedicati persino agli uomini condannati per averle uccise. Il meccanismo dell’algoritmo è brutale ma semplicissimo: ciò che genera reazioni viene premiato, ciò che viene premiato viene replicato e ciò che viene replicato perde progressivamente il proprio significato originario.
Ma l’algoritmo non possiede buon gusto, pietà, pudore o memoria. Le persone, in teoria, sì.
Ed è forse questo il particolare più sgradevole dell’intera faccenda. A forza di parlare del «caso Garlasco», ci si può dimenticare che all’origine non c’è un podcast, una serie Netflix o una sceneggiatura scritta particolarmente bene. C’è Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni che la mattina del 13 agosto 2007 era nella propria casa e che da quella casa non è più uscita viva.
Trasformare Sempio in «e-sempio» sarà una battuta. Trasformare Stasi in «e-stasi» sarà un’altra battuta. Giocare con «Cappa», «Poggi», il «caso ancora aperto» e persino con agosto farà probabilmente salire le visualizzazioni.
Poi, alla fine del video, arriva la brioche.
E forse la cosa davvero indigesta è proprio quella.
Cronaca
Susan Sarandon arrestata a New York: il sit-in contro Netanyahu davanti al palazzo delle Nazioni Unite
L’arrivo del premier israeliano alla 81ª Assemblea Generale dell’ONU ha scatenato la reazione dei movimenti pacifisti. L’artista, da tempo in prima fila per i diritti umani, è stata condotta via in manette dalla polizia.
A pochi passi dalle vetrate del palazzo di vetro delle Nazioni Unite, la tensione è salita rapidamente mentre il corteo tentava di bloccare il traffico tra East 39th Street e First Avenue. La presenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a New York ha richiamato centinaia di attivisti, decisi a far sentire la propria voce contro il prosieguo delle operazioni militari e per chiedere l’immediata sospensione dell’invio di armi dagli Stati Uniti. Tra le fila dei manifestanti spiccava il volto celebre dell’attrice premio Oscar Susan Sarandon, che insieme a colleghi del mondo dello spettacolo ed esponenti politici locali ha dato vita a un sit-in pacifico ma non autorizzato a ridosso del perimetro di sicurezza.
Le manette al sit-in di Jewish Voice for Peace
L’iniziativa, promossa dall’organizzazione Jewish Voice for Peace, ha visto l’adesione di oltre cento persone che hanno occupato la sede stradale esibendo striscioni e scandendo cori diretti al palazzo dell’ONU. Quando le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare l’incrocio e ripristinare la viabilità, diversi manifestanti si sono rifiutati di alzarsi dall’asfalto. Gli agenti del dipartimento di polizia di New York hanno quindi iniziato ad ammanettare i presenti, compresa l’ottantenne star del cinema, condotta verso i mezzi della polizia senza che opponesse resistenza. Insieme a lei sono finite in custodia altre personalità dello spettacolo e della politica cittadina, tra cui le attrici Cynthia Nixon e Hannah Einbinder.
Il prezzo dell’impegno politico e il dissenso a Hollywood
Per la protagonista di capolavori della storia del cinema come Dead Man Walking e Thelma & Louise, la militanza politica sul fronte mediorientale non rappresenta una novità, sebbene negli ultimi mesi gli sia costata l’allontanamento da parte della sua storica agenzia di rappresentanza e varie difficoltà lavorative nell’ambiente hollywoodiano. Sarandon ha espresso più volte la determinazione nel proseguire la propria battaglia pubblica: «Ho trovato la mia famiglia, ho trovato la mia gente e sto bene», ha dichiarato di recente commentando le pressioni subite dall’industria del cinema nei confronti degli artisti apertamente critici verso la linea del governo israeliano.
Il clima dentro e fuori la sede delle Nazioni Unite
L’arresto dei manifestanti all’esterno ha fatto da specchio a un clima estremamente teso anche all’interno dell’aula dell’Assemblea Generale. Durante l’intervento del premier israeliano, diverse delegazioni diplomatiche hanno lasciato la sala in segno di protesta prima dell’inizio del discorso. Fuori dai cancelli, la polizia newyorkese ha identificato e rilasciato nelle ore successive gran parte dei fermati con citazioni dirette per blocco del traffico ed adunate sediziose. L’episodio conferma la crescente spaccatura sociale e culturale che attraversa gli Stati Uniti in merito alla gestione delle alleanze internazionali e del conflitto in Medio Oriente.
Cronaca
Me Contro Te, guai dopo le nozze-show: accuse su vendite ai bambini e privacy dei minori. Il sito sparisce e l’Antitrust ha già un dossier
Il 9 giugno sarebbe arrivato un corposo fascicolo all’Antitrust, il 14 settembre è stato depositato un ricorso e il 22 il sito ufficiale è finito offline. Coincidenza? Intanto una notifica è arrivata anche alla Procura di Trapani. Tutte accuse ancora da verificare.
Prima il matrimonio trasformato in uno spettacolo davanti a seimila persone paganti, poi il viaggio di nozze in Africa tra leoni e giraffe, infine la doccia fredda: mentre Sofia Scalia e Luigi Calagna, per milioni di bambini semplicemente Sofì e Luì dei Me Contro Te, festeggiano il matrimonio, in Italia si sta aprendo una partita assai meno colorata dei loro video.
Al centro ci sono proprio il pubblico che li ha resi ricchi e famosi e il gigantesco sistema commerciale costruito intorno al marchio Me Contro Te: bambini e famiglie.
Consumerismo No Profit, associazione guidata da Luigi Gabriele, contesta presunte «pratiche commerciali aggressive e ingannevoli» e possibili violazioni della privacy dei minori legate al sito e all’app della coppia. Le accuse dovranno naturalmente trovare conferma nelle sedi competenti e, al momento, non equivalgono ad alcun accertamento di responsabilità. Ma la quantità di materiale raccolto e soprattutto la sequenza temporale degli ultimi mesi rendono la vicenda tutt’altro che marginale.
Anche perché nel frattempo è successa una cosa curiosa: il sito dei Me Contro Te è andato offline.
Nozze il 5 settembre, ricorso il 14 e sito offline il 22
È la cronologia a rendere la storia particolarmente interessante. Il 5 settembre i Me Contro Te celebrano il loro matrimonio-show all’Unipol Dome di Milano, trasformando le nozze in un evento aperto al pubblico con circa seimila spettatori paganti. Una scelta perfettamente coerente con un marchio che negli anni ha trasformato Luì e Sofì in un’impresa capace di spaziare dai video ai film, dagli spettacoli dal vivo ai giocattoli e al merchandising.
Poi cominciano ad arrivare le grane.
Il 14 settembre viene depositato il ricorso, il 19 settembre emerge pubblicamente la vicenda e il 22 settembre il sito mecontrote.it va offline mostrando l’indicazione «In manutenzione».
Che le due cose siano collegate non risulta dimostrato. E sarebbe scorretto sostenerlo come un fatto. Ma la successione delle date basta a sollevare una domanda: perché mettere in manutenzione proprio adesso una delle vetrine commerciali più importanti del marchio, immediatamente dopo l’enorme esposizione garantita dal matrimonio?
Il sito, del resto, rappresenta uno degli snodi del business che ruota intorno alla coppia. E i numeri della società raccontano molto meglio di qualsiasi slogan quanto ormai Luì e Sofì siano lontani dall’essere semplicemente «due ragazzi che fanno video per bambini».
Dietro Luì e Sofì c’è una società da 29 milioni di patrimonio
La Me Contro Te srl, partecipata al 50% da Sofia Scalia e al 50% da Luigi Calagna e con sede a Marsala, avrebbe chiuso il 2025 con 29 milioni di euro di patrimonio, circa 4 milioni di ricavi e 1,7 milioni di utile.
Numeri impressionanti per un fenomeno nato sul web e cresciuto costruendo un rapporto strettissimo con il pubblico più giovane. Su Instagram i Me Contro Te contano circa 1,6 milioni di follower, su TikTok 3,5 milioni e su YouTube addirittura 7,3 milioni.
Proprio la particolare composizione del loro pubblico rende però estremamente delicato il terreno sul quale si muovono le contestazioni dei consumatori. Quando il destinatario di contenuti, comunicazione e prodotti è un bambino, le regole sulla pubblicità, sulla sollecitazione all’acquisto e sulla raccolta dei dati assumono infatti un’importanza ancora maggiore.
Secondo Consumerismo, sul sito sarebbero comparsi comportamenti meritevoli di verifica proprio sotto questi aspetti. L’associazione avrebbe raccolto numerosi screenshot delle pagine contestate, costruendo un dossier poi trasmesso alle autorità competenti.
Il dossier arrivato all’Antitrust già a giugno
La vicenda, in realtà, non nasce dopo il matrimonio. Il materiale raccolto dai consumatori sarebbe arrivato all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato già il 9 giugno, dunque quasi tre mesi prima delle nozze.
Nel fascicolo sarebbero finite le presunte pratiche commerciali scorrette presenti nell’ecosistema digitale dei Me Contro Te, comprese quelle che, secondo l’associazione, potrebbero configurare inviti diretti all’acquisto rivolti ai bambini, forme di pubblicità non adeguatamente riconoscibili e problematiche relative ai dati personali dei minori.
Sono contestazioni, non fatti accertati. Al momento non risulta una decisione dell’Antitrust che stabilisca che i Me Contro Te abbiano effettivamente violato quelle norme. L’Autorità potrebbe trovarsi ancora nella fase preliminare di valutazione del materiale ricevuto.
Ma il fascicolo esiste e, soprattutto, contiene materiale che permetterebbe di ricostruire l’aspetto delle pagine prima che il sito venisse messo offline.
Anche la Procura di Trapani riceve una segnalazione
La partita non si fermerebbe all’Antitrust e al procedimento civile. Alla Procura della Repubblica di Trapani sarebbe arrivata una notifica relativa a presunte violazioni della normativa sulla privacy, mentre un’altra parte della vicenda coinvolge il Tribunale civile di Palermo.
Questo non significa che esistano già procedimenti penali a carico dei due influencer per le condotte contestate né, tantomeno, che le accuse abbiano trovato conferma. Saranno eventualmente le autorità interessate a stabilire se esistano gli elementi necessari per procedere.
Ed è una distinzione fondamentale, perché dietro l’immagine sorridente di Luì e Sofì si sta giocando una questione molto più grande dei due influencer siciliani: quanto può spingersi lontano il marketing quando il consumatore al quale parla è un bambino?
Dal matrimonio con seimila paganti alla battaglia sulle vendite ai bambini
Il contrasto è inevitabile. Soltanto poche settimane fa i Me Contro Te avevano portato persino il proprio matrimonio dentro la macchina dello spettacolo: 5 settembre, Unipol Dome, Milano, seimila persone, con il pubblico chiamato ad assistere a uno dei momenti tradizionalmente più privati nella vita di una coppia.
Una scelta perfettamente legittima, ma anche la rappresentazione plastica di quanto il confine tra vita privata, contenuto e business sia ormai sottile nell’universo Me Contro Te.
Luì e Sofì hanno costruito negli anni qualcosa di molto più grande di una coppia di influencer: un marchio multimilionario alimentato da cinema, spettacoli, social, prodotti e merchandising, con una capacità straordinaria di trasformare il rapporto affettivo dei bambini con i loro personaggi in un sistema commerciale.
Ed è esattamente quel confine che adesso Consumerismo chiede alle autorità di esaminare.
Le accuse andranno provate, i Me Contro Te avranno naturalmente la possibilità di replicare e nessuno può anticipare le conclusioni di Antitrust, giudici o procure. Ma una cosa è già evidente: dopo anni trascorsi a trasformare praticamente tutto in uno show, persino il matrimonio, questa volta Luì e Sofì si trovano davanti a uno spettacolo del quale non controllano la sceneggiatura.
E mentre loro sono in luna di miele, il sito resta offline e sulle scrivanie delle autorità ci sono screenshot, ricorsi e segnalazioni. Per i Me Contro Te, abituati a milioni di bambini che cliccano «play», potrebbe essere cominciata la partita più delicata della loro carriera.
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