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Cronaca

INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone

Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.

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    No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
    della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».

    Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.

    Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.

    La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.

    Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.

    La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.

    L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera

    L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.

    La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta

    Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.

    Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.

    La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci

    Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.

    Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce

    Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.

    Le connessioni con il mondo dello spettacolo

    L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.

    L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori

    Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.

    La rete della ‘ndrangheta nelle curve

    Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.

    La connessione tra la Juventus e gli ultras

    L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.

    Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli

    Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.

    L’influenza della camorra sulle curve

    Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.

    Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana

    Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.

    La figura controversa di Giuseppe Sculli

    Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.

    La violenza del derby del 2024

    Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.

    Il futuro delle curve genovesi

    Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.

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      Me contro Te, sito sospeso dopo il ricorso: «Spingono i bambini a comprare». Scoppia il caso, cosa rischiano Luì e Sofì

      L’associazione contesta presunte pratiche commerciali scorrette rivolte soprattutto ai minori, dalla commistione tra contenuti e shop ai cookie e alla verifica dell’età. Il sito parla soltanto di interventi tecnici, mentre Consumerismo ipotizza una scelta cautelativa.

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        Il sito dei Me contro Te improvvisamente non è più accessibile. Al posto di video, contenuti e collegamenti allo shop compare un avviso che informa gli utenti della sospensione temporanea del portale per interventi tecnici. Una circostanza che probabilmente sarebbe passata quasi inosservata se non fosse arrivata appena una settimana dopo il ricorso presentato da Consumerismo No Profit contro Mecontrote Srl al Tribunale civile di Palermo.

        Il collegamento tra i due fatti, al momento, non è dimostrato. La società di Luigi Calagna e Sofia Scalia, Luì e Sofì, parla esclusivamente di manutenzione, aggiornamento e ottimizzazione del sito. Consumerismo, invece, osserva con grande attenzione la coincidenza temporale e il presidente Luigi Gabriele avanza un’ipotesi: «Ipotizziamo una chiusura cautelativa».

        Dietro lo stop al portale si apre così una vicenda molto più ampia, che riguarda il confine tra intrattenimento, pubblicità e commercio quando il pubblico è formato in larga parte da bambini.

        Il sito dei Me contro Te è offline: cosa compare adesso

        Da lunedì sera, 21 settembre, chi prova ad accedere al sito ufficiale dei Me contro Te trova il portale sospeso. La pagina mantiene logo e immagini del duo, ma non consente la normale navigazione.

        Il messaggio spiega: «Gentili utenti, il sito web è temporaneamente sospeso per interventi tecnici di aggiornamento e ottimizzazione. Ci scusiamo per il disagio e stiamo lavorando per rendere nuovamente disponibile il sito nel più breve tempo possibile».

        Una comunicazione che, presa da sola, descrive una normale operazione tecnica. Il momento nel quale arriva, tuttavia, attira inevitabilmente l’attenzione perché il 14 settembre Consumerismo ha depositato un ricorso contro Mecontrote Srl, società con sede a Marsala, davanti alla sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Palermo.

        L’associazione non considera automaticamente la sospensione una conseguenza della propria iniziativa giudiziaria, ma ritiene plausibile questa possibilità.

        «Raccogliamo con interesse il fatto che da ieri il sito dell’azienda alla quale abbiamo rivolto le nostre contestazioni sia in manutenzione», ha dichiarato Gabriele.

        Cosa contesta Consumerismo ai Me contro Te

        Il vero cuore della vicenda sta proprio nel contenuto del ricorso.

        Consumerismo ha avviato un’azione inibitoria collettiva e chiede al Tribunale di ordinare la cessazione di quelle che l’associazione considera «pratiche commerciali scorrette» rivolte soprattutto ai minori.

        La contestazione riguarda il modo in cui il mondo dei Me contro Te unirebbe intrattenimento e vendita di prodotti. Luì e Sofì hanno costruito negli anni un universo che comprende video, film, libri, spettacoli e un vastissimo merchandising. Proprio la facilità con cui un bambino potrebbe passare dai contenuti dedicati al duo alle pagine commerciali rappresenta uno dei punti sui quali Consumerismo chiede l’intervento del giudice.

        L’associazione sostiene che alcune modalità potrebbero spingere i bambini agli acquisti e contesta, tra le altre cose, una presunta pratica ingannevole per omissione, pubblicità occulta e possibili violazioni delle norme sulla protezione dei dati dei minori.

        Si tratta, è importante precisarlo, delle contestazioni formulate dall’associazione nel ricorso. Il Tribunale dovrà valutarle e stabilire se abbiano fondamento.

        Il nodo dello shop: Consumerismo chiede un filtro d’età

        Tra le richieste formulate al giudice ce n’è una che riguarda direttamente il collegamento tra i contenuti destinati ai bambini e lo shop.

        Consumerismo chiede che Mecontrote Srl rimuova il richiamo diretto al negozio online dall’ambiente rivolto ai minori oppure lo collochi dietro un filtro d’età.

        L’obiettivo dichiarato dall’associazione consiste nel creare una separazione riconoscibile tra ciò che rappresenta intrattenimento e ciò che invece ha una finalità commerciale.

        Ed è proprio questo uno dei temi più delicati quando si parla di creator seguiti dai giovanissimi. Un adulto distingue normalmente un contenuto editoriale da un messaggio promozionale e comprende immediatamente quando un collegamento conduce all’acquisto di un prodotto. Nel caso dei bambini, invece, Consumerismo ritiene necessarie maggiori garanzie proprio per evitare che contenuto e pubblicità possano confondersi.

        Per questo il ricorso chiede anche una separazione evidente tra i contenuti di intrattenimento e quelli che pubblicizzano prodotti in vendita.

        Cookie, dati dei bambini e consenso dei genitori

        Il ricorso non si limita al merchandising.

        Consumerismo solleva anche il problema dei cookie e della protezione dei dati dei minori. L’associazione chiede che il sito presenti un banner attraverso il quale l’utente possa accettare o rifiutare i cookie con la stessa facilità.

        A questo si aggiunge una richiesta ancora più specifica: introdurre strumenti capaci di verificare l’età degli utenti e acquisire il consenso dei genitori quando necessario.

        Il tema diventa particolarmente rilevante proprio per la natura del pubblico dei Me contro Te. Luì e Sofì parlano da anni soprattutto a bambini e famiglie e hanno trasformato il loro successo online in un fenomeno capace di attraversare cinema, editoria, musica, spettacoli dal vivo e merchandising.

        Secondo Consumerismo, proprio questa caratteristica imporrebbe una particolare attenzione nel distinguere la fruizione dei contenuti dalle attività commerciali e nella gestione dei dati degli utenti più piccoli.

        Consumerismo chiede modifiche entro trenta giorni

        L’associazione non punta necessariamente alla chiusura definitiva del portale. Nel ricorso chiede invece che sito e app vengano adeguati entro trenta giorni attraverso una serie di interventi.

        Tra le modifiche richieste figurano quindi il filtro d’età per raggiungere lo shop, la distinzione chiara tra pubblicità e intrattenimento, nuove modalità per i cookie e sistemi di verifica dell’età e del consenso parentale.

        Ed è proprio alla luce di queste richieste che la sospensione del sito assume un significato particolare.

        Se la manutenzione annunciata dai Me contro Te comprendesse anche modifiche agli aspetti contestati da Consumerismo, la coincidenza temporale acquisterebbe evidentemente un altro peso. Al momento, però, non ci sono elementi che permettano di affermarlo e il messaggio pubblicato sul portale non fa alcun riferimento al ricorso.

        Luì e Sofì intanto sono in Africa dopo il matrimonio

        La vicenda arriva in un momento molto particolare anche nella vita privata dei due creator siciliani.

        Luigi Calagna e Sofia Scalia si trovano in Africa, dove stanno trascorrendo un periodo di vacanza dopo il matrimonio celebrato a Milano all’inizio di settembre.

        Mentre Luì e Sofì sono lontani dall’Italia, dunque, intorno alla loro società si apre una questione giudiziaria che potrebbe incidere sulle modalità con cui uno dei brand per bambini più conosciuti del Paese gestisce il proprio ecosistema digitale e commerciale.

        Non significa che le contestazioni di Consumerismo siano già state riconosciute dal Tribunale. Significa però che per la prima volta quelle accuse arriveranno davanti a un giudice.

        Quando si decide: prima udienza il 18 dicembre

        La prossima data da segnare è 18 dicembre 2026, quando il Tribunale di Palermo terrà la prima udienza.

        Fino ad allora bisognerà capire innanzitutto che cosa accadrà al sito. La società assicura che la sospensione è temporanea e che sta lavorando per riportare online il portale «nel più breve tempo possibile».

        Quando il sito tornerà accessibile sarà quindi interessante verificare se apparirà esattamente come prima oppure se presenterà modifiche proprio negli ambiti indicati nel ricorso, a partire dall’accesso allo shop, dalla distinzione dei contenuti commerciali, dai cookie e dai sistemi legati all’età degli utenti.

        Per ora esistono due fatti distinti e una coincidenza temporale impossibile da ignorare: Consumerismo ha presentato il ricorso il 14 settembre e il sito dei Me contro Te è stato sospeso il 21 settembre. L’associazione ipotizza una «chiusura cautelativa», mentre il messaggio ufficiale parla esclusivamente di interventi tecnici.

        Sarà il ritorno online del portale, probabilmente, a fornire il primo indizio per capire se si sia trattato davvero di una normale manutenzione oppure se Luì e Sofì abbiano deciso di mettere mano al loro sito proprio mentre le modalità commerciali rivolte al pubblico più giovane finiscono davanti al Tribunale di Palermo.

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          Cronaca

          Fabrizio Corona, ecco perché Mediaset gli chiede 160 milioni: «Accuse costruite sul nulla, agisce fuori da ogni regola»

          Nelle carte depositate al Tribunale di Milano emerge la linea di Mediaset, dei Berlusconi e dei volti tv contro l’ex re dei paparazzi: al centro non c’è soltanto una puntata di Falsissimo, ma quello che i ricorrenti descrivono come un metodo continuato tra social, locali e spettacoli.

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            La notizia non è più che Fabrizio Corona dovrà affrontare una maxi causa civile da 160 milioni di euro promossa da Mediaset e da alcuni dei suoi volti più conosciuti. Quella battaglia legale è già cominciata da mesi. La novità, adesso, sta nelle motivazioni con cui i ricorrenti spiegano perché ritengono che l’ex agente fotografico abbia provocato danni reputazionali e patrimoniali di dimensioni enormi.

            Nella memoria presentata in vista della prima udienza del 20 ottobre 2026, davanti alla giudice Stefania Novelli del Tribunale civile di Milano, gli avvocati di Mediaset, Pier Silvio e Marina Berlusconi, Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui mettono nero su bianco la loro linea. E il cuore della contestazione sta in una frase durissima: secondo i loro legali, Corona «si pone deliberatamente al di fuori» di qualsiasi contesto regolamentato e tenta di operare senza sottostare ad alcuna regola «etica e deontologica».

            Non conta dunque soltanto ciò che Corona avrebbe detto. I ricorrenti contestano anche il modo con cui l’ex re dei paparazzi costruisce e diffonde i suoi contenuti, sfruttando secondo la loro ricostruzione i nuovi strumenti di comunicazione e i relativi vuoti normativi.

            «Accuse e insinuazioni costruite sul nulla»: cosa contestano a Corona

            Il punto di partenza resta la puntata di Falsissimo del 26 gennaio 2026, durante la quale Corona ha rivolto una serie di accuse a Mediaset, alla famiglia Berlusconi e ad alcuni dei personaggi televisivi più popolari dell’azienda.

            È proprio il contenuto di quella puntata a rappresentare uno dei pilastri della causa. Secondo la memoria, la ricostruzione proposta successivamente dalla difesa di Corona offrirebbe infatti un quadro molto diverso da ciò che milioni di persone hanno potuto ascoltare.

            I legali parlano esplicitamente di un «resoconto edulcorato» che «non ha nulla a che fare, ma proprio nulla, con le affermazioni gravemente lesive realmente propalate nel corso della puntata».

            L’accusa diventa ancora più pesante nel passaggio successivo. Secondo i ricorrenti, Corona avrebbe spacciato «per verità assoluta accuse e insinuazioni gravemente diffamatorie, costruite sul nulla».

            Ed è questo uno degli elementi centrali sui quali ruoterà inevitabilmente il confronto giudiziario: non soltanto il contenuto delle singole affermazioni, ma il modo in cui Corona le avrebbe formulate, trasformando secondo i suoi avversari giudiziari accuse e insinuazioni in fatti presentati al pubblico come certi.

            Naturalmente sarà il Tribunale a stabilire se le contestazioni trovino fondamento e se le dichiarazioni abbiano effettivamente prodotto i danni lamentati dai ricorrenti.

            Non soltanto Falsissimo: la «campagna denigratoria» sarebbe continuata

            La memoria, però, non concentra l’attenzione soltanto sulla puntata del 26 gennaio. Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti delle nuove carte.

            Secondo i legali, infatti, Corona avrebbe continuato anche successivamente a rivolgere le stesse accuse contro Mediaset e i suoi personaggi. Le carte citano social network, apparizioni televisive, locali e spettacoli, sostenendo che l’ex agente fotografico abbia proseguito la propria offensiva pubblica con «lo stesso accanimento, la stessa violenza verbale, la stessa prepotenza».

            Compare anche il riferimento a un tour teatrale, nel quale Corona avrebbe continuato quella che i ricorrenti definiscono una «campagna denigratoria nei confronti di Mediaset e dei suoi volti più noti».

            La contestazione assume così una dimensione molto più ampia rispetto a una singola trasmissione online. I ricorrenti descrivono infatti una condotta continuativa, capace di spostarsi da una piattaforma all’altra e di raggiungere pubblici differenti.

            Ed è anche attraverso questa ricostruzione che cercano di spiegare la portata dei danni che sostengono di avere subito.

            «Corona agisce fuori da ogni regola»: il nodo dei social e dei vuoti normativi

            Nelle carte compare poi un passaggio destinato a far discutere perché riguarda direttamente il modello comunicativo costruito negli ultimi anni dall’ex agente fotografico.

            Secondo gli avvocati Andrea Di Porto, Giulia Bongiorno, Salvatore Pino e Aldo Baldaccini, Corona «si pone deliberatamente al di fuori di qualsivoglia contesto regolamentato» e sfrutterebbe «i vuoti normativi connessi ai nuovi mezzi di comunicazione» per tentare di operare senza sottostare alle regole etiche e deontologiche.

            Il punto è importante perché Falsissimo utilizza strumenti e piattaforme capaci di raggiungere un pubblico enorme senza appartenere al sistema tradizionale dell’informazione professionale.

            La questione che emerge dalle carte va quindi oltre il semplice scontro tra Corona e Mediaset: fino a dove può spingersi chi produce contenuti attraverso social e piattaforme digitali quando affronta vicende che coinvolgono reputazione, vita privata e accuse rivolte a persone riconoscibili?

            La risposta giuridica arriverà naturalmente dal processo. La posizione dei ricorrenti, invece, appare già chiarissima: utilizzare strumenti di comunicazione nuovi non permetterebbe di sottrarsi alle responsabilità derivanti da ciò che si racconta al pubblico.

            Mediaset: «Continua con lo stesso accanimento e la stessa violenza verbale»

            La memoria insiste soprattutto sulla continuità del comportamento contestato. Secondo i ricorrenti, Corona non avrebbe modificato la propria condotta dopo l’avvio dello scontro giudiziario.

            Al contrario, avrebbe continuato «fuori da qui, sui social, in televisione e nei locali» a diffondere «le medesime invettive, accuse e insinuazioni».

            Questo passaggio aiuta a comprendere perché la battaglia abbia raggiunto dimensioni tanto grandi. Mediaset e gli altri ricorrenti non descrivono un singolo contenuto che ritengono diffamatorio, ma una campagna che, secondo la loro tesi, Corona avrebbe alimentato nel tempo e attraverso mezzi differenti.

            Sarà proprio questa ricostruzione a finire sotto la lente del Tribunale: i giudici dovranno valutare le singole dichiarazioni, il loro contesto, la loro diffusione e gli eventuali effetti sulla reputazione e sugli interessi economici dei soggetti coinvolti.

            Corona contrattacca: «Pressioni per impedirmi di lavorare»

            Corona, però, non resta fermo a incassare le accuse. Nella causa, insieme ai suoi legali, ha introdotto il tema della presunta «concorrenza sleale», contestando in particolare le diffide inviate ai gestori dei locali che avevano programmato spettacoli e serate con la sua partecipazione.

            Secondo la sua ricostruzione, quelle iniziative avrebbero esercitato «pressioni indebite sugli organizzatori» con l’obiettivo di isolarlo professionalmente e impedirgli di lavorare. Corona sostiene inoltre che queste pressioni avrebbero provocato la cancellazione di numerosi impegni.

            La controparte respinge completamente questa interpretazione.

            I legali dei ricorrenti sostengono infatti che tra Corona e Mediaset non esista neppure un ipotizzabile «rapporto di concorrenzialità» e considerano quindi infondata la contestazione sulla concorrenza sleale.

            Quanto alle diffide inviate a teatri, discoteche e altri locali, le definiscono iniziative lecite e necessarie per evitare che Corona ripetesse comportamenti già contestati.

            Le due versioni, dunque, non potrebbero essere più lontane: Corona sostiene che quelle iniziative abbiano cercato di tagliarlo fuori dal mercato degli spettacoli e delle serate; Mediaset e gli altri ricorrenti affermano invece di avere semplicemente tutelato i propri diritti e la propria reputazione.

            Nella maxi causa entra anche Atena, la società che gestisce Corona

            C’è poi un altro elemento che allarga ulteriormente il perimetro della controversia. I ricorrenti hanno chiamato in giudizio anche Atena, la società che gestisce l’immagine, la comunicazione e i contenuti di Fabrizio Corona.

            Secondo la loro ricostruzione, Atena avrebbe contribuito alla diffusione dei messaggi al centro della causa e dovrebbe quindi rispondere insieme a Corona degli eventuali danni.

            Il passaggio porta inevitabilmente l’attenzione sull’intera macchina che ruota attorno a Falsissimo. La causa non riguarda più soltanto le parole pronunciate davanti a una telecamera, ma investe anche la produzione, la gestione e la distribuzione di contenuti capaci di raggiungere rapidamente un pubblico vastissimo attraverso le piattaforme digitali.

            Ed è proprio questa capacità di amplificazione a rappresentare uno degli elementi più delicati dello scontro.

            Perché Mediaset e i volti tv chiedono 160 milioni di euro

            Rimane naturalmente la cifra che ha trasformato immediatamente il procedimento in una delle cause civili più clamorose degli ultimi anni nel mondo dello spettacolo italiano: 160 milioni di euro.

            Con questa richiesta, Mediaset e i singoli personaggi coinvolti puntano a ottenere il risarcimento dei danni reputazionali e patrimoniali che sostengono di avere subito. La cifra, è bene ricordarlo, rappresenta una richiesta dei ricorrenti e non un risarcimento già stabilito dal Tribunale.

            Spetterà infatti al giudice verificare innanzitutto le responsabilità contestate e, soltanto in caso di accoglimento delle domande, determinare l’esistenza e l’entità degli eventuali danni.

            Mediaset ha inoltre indicato una destinazione particolare per il denaro che potrebbe ottenere dalla causa: il gruppo intende utilizzare l’eventuale risarcimento per creare un fondo destinato a coprire le spese legali delle vittime di stalking, dei reati che rientrano nel cosiddetto Codice Rosso e dei fenomeni di cyberbullismo.

            Corona contro Mediaset: il vero scontro adesso è sul «metodo Falsissimo»

            La prima udienza del 20 ottobre aprirà formalmente il confronto davanti al Tribunale civile di Milano, ma le nuove carte permettono già di capire su quale terreno si combatterà una parte importante della battaglia.

            Corona rivendica la propria libertà di espressione e accusa i suoi avversari di avere esercitato pressioni capaci di danneggiare la sua attività professionale. Dall’altra parte, Mediaset, i Berlusconi e gli altri ricorrenti sostengono che l’ex agente fotografico abbia trasformato accuse e insinuazioni prive di fondamento in verità offerte al pubblico, continuando poi a rilanciarle attraverso social, televisione, locali e spettacoli dal vivo.

            Ed è proprio questa la vera novità che emerge dalla memoria: i 160 milioni non rappresentano soltanto la risposta a una puntata di Falsissimo. I ricorrenti contestano quello che descrivono come un vero e proprio metodo Corona, capace di utilizzare la potenza dei nuovi mezzi di comunicazione per moltiplicare la diffusione delle accuse.

            Il Tribunale dovrà ora stabilire se quella condotta abbia violato la legge, quali responsabilità possano eventualmente attribuirsi a Corona e alla società che ne gestisce i contenuti e, soprattutto, se i danni indicati dai ricorrenti trovino riscontro nei fatti.

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              Cronaca

              Maria Rosaria Boccia, confessioni bollenti su Ranucci: «Non so se mi abbia corteggiata». Poi spunta il messaggio della gelosia

              Telefonate a tarda notte, complimenti, battute, il soprannome “Superman” e un messaggio durissimo di Laura Cianfoni: Boccia nega una relazione, ma sull’eventuale corteggiamento lascia aperto il mistero.

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              Ranucci Boccia

                Maria Rosaria Boccia racconta tutto. O quasi. Perché nel suo libro dedicato a Sigfrido Ranucci mette in fila messaggi, telefonate, confidenze, scherzi e retroscena di un rapporto durato quasi due anni, ma quando arriva alla domanda più maliziosa sceglie di lasciare la porta socchiusa: «Non so se, in qualche momento, Sigfrido mi abbia corteggiata».

                E naturalmente basta questa frase per incendiare il gossip.

                Il libro si intitola Guai a chi lo tocca – Io, Sigfrido e le tempeste e racconta il rapporto nato tra Boccia e il giornalista nel settembre 2024, proprio mentre il caso Sangiuliano trasformava l’imprenditrice campana in uno dei personaggi più discussi d’Italia. Lei mette subito le mani avanti: nessuna storia d’amore, almeno secondo la sua versione. Ranucci sarebbe stato un amico, una persona con cui parlare e scherzare, qualcuno capace di starle vicino in un periodo complicatissimo.

                Solo che poi arrivano i particolari.

                Boccia parla di «attenzioni, premure, complimenti, battute», ricorda telefonate a orari tutt’altro che d’ufficio e ammette l’esistenza di quella che definisce una «piccola zona di ambiguità ludica». E quando nella storia compare anche un messaggio che sembra raccontare il rapporto da una prospettiva molto diversa, la faccenda diventa inevitabilmente più piccante.

                Ranucci corteggiava Maria Rosaria Boccia? Lei non dice né sì né no

                La domanda attraversa buona parte del racconto: tra Boccia e Ranucci c’è mai stato qualcosa che andasse oltre l’amicizia?

                Lei risponde negando che il rapporto sia diventato sentimentale, ma evita di stabilire con altrettanta sicurezza quali fossero le intenzioni del giornalista. «Non so se, in qualche momento, Sigfrido mi abbia corteggiata», scrive, lasciando inevitabilmente ai lettori il compito di interpretare ciò che racconta subito dopo.

                Ci sarebbero state attenzioni particolari, premure, complimenti e conversazioni a qualsiasi ora. Per Boccia, però, tutto questo rientrava nel territorio di un’amicizia molto confidenziale tra due adulti, con una componente di gioco e ironia che entrambi avrebbero saputo gestire senza oltrepassare il limite.

                Un confine chiarissimo per lei. Forse meno evidente per chi osservava quel rapporto dall’esterno.

                Da «Gentile Dottoressa» a Superman: così nasce la confidenza

                Tutto comincia l’8 settembre 2024, quando Ranucci le scrive rivolgendosi a lei con un impeccabile «Gentile Dottoressa Maria Rosaria». Una formalità destinata a durare poco, perché con il passare del tempo il rapporto diventa molto più confidenziale.

                A un certo punto Boccia gli appiccica persino un soprannome: Superman.

                Il gioco nasce dal contrasto tra il Ranucci pubblico, giornalista abituato a inchieste, scontri e pressioni, e quello che lei racconta di aver conosciuto privatamente: un uomo capace di stancarsi, preoccuparsi, arrabbiarsi e persino avere bisogno di qualcuno che gli chiedesse semplicemente come stava.

                E il Superman delle inchieste, almeno secondo Boccia, aveva anche qualche kryptonite piuttosto sorprendente.

                Quando Ranucci resta bloccato fuori da un edificio perché nessuno gli apre, lei non perde l’occasione per prenderlo in giro: l’uomo capace di bussare alle porte del potere era stato sconfitto da un citofono. Morale? «Superman avrebbe avuto bisogno di manutenzione».

                Nemmeno Instagram, stando al suo racconto, sarebbe stato esattamente il suo habitat naturale. Ranucci poteva districarsi tra documenti e vicende complicatissime, ma davanti ad alcune dinamiche social avrebbe avuto bisogno di una mano.

                «Formigli o Giletti?». La risposta di Ranucci è da morire

                Tra le conversazioni riportate da Boccia ce n’è una che racconta meglio di molte spiegazioni il livello di confidenza raggiunto dai due.

                Nel dicembre 2024 lei chiede a Ranucci se preferirebbe vederla ospite da Corrado Formigli il giovedì oppure da Massimo Giletti il lunedì.

                Due possibilità.

                Ranucci ne trova una terza: il cimitero.

                E non si limita al suggerimento, perché le indica persino due possibili destinazioni: Verano oppure Prima Porta. Una battuta nerissima che Boccia inserisce tra gli esempi di quel linguaggio privato fatto di provocazioni e prese in giro.

                Nelle loro conversazioni trova spazio anche Alessandro Sallusti. Boccia racconta di avere scherzato con Ranucci immaginando addirittura i due giornalisti insieme a piedi nudi. E lui, invece di fermare la fantasia, avrebbe partecipato al gioco.

                È questo il Ranucci che il libro vuole mostrare: non soltanto il giornalista televisivo, ma l’uomo delle battute, delle confidenze e delle conversazioni che normalmente rimarrebbero lontane dal pubblico.

                Poi arriva il messaggio che cambia il sapore della storia

                Il gossip diventa decisamente più interessante quando nel libro compare Laura Cianfoni, persona molto vicina a Ranucci.

                Boccia pubblica un messaggio che attribuisce a lei e che comincia così: «Cara Maria Rosaria, sono Laura, ti scrivo per dirti che da oggi potete continuare a chattare in qualsiasi modo a qualsiasi ora della notte e del giorno».

                Difficile leggere quelle parole senza interrogarsi su ciò che fosse accaduto.

                Nel testo riportato da Boccia compaiono riferimenti alle telefonate e alle videochiamate tra lei e Ranucci e anche alla situazione sentimentale del giornalista. Cianfoni, secondo quanto pubblicato nel libro, sostiene inoltre che Ranucci avrebbe raccontato per anni di essere «libero e separato».

                Ed è proprio questo passaggio a dare improvvisamente un altro sapore alle confidenze, alle telefonate e a quella «zona di ambiguità ludica» raccontata dall’autrice.

                Era gelosia? Boccia evita la risposta definitiva

                Maria Rosaria Boccia, però, non definisce quel messaggio come una prova definitiva di gelosia e non attribuisce a Cianfoni sentimenti che soltanto la diretta interessata potrebbe spiegare.

                La sua versione rimane la stessa: con Ranucci aveva fissato un confine e quel confine sarebbe stato rispettato. Se qualcun altro abbia interpretato diversamente la loro vicinanza è un’altra questione.

                Ed è qui che il libro costruisce il suo piccolo giallo sentimentale. Perché Boccia esclude una relazione, ma contemporaneamente racconta una quantità di episodi che inevitabilmente alimentano le domande.

                Telefonate, videochiamate, messaggi notturni, complimenti, confidenze e battute. E soprattutto quella frase: «Non so se mi abbia corteggiata».

                Boccia e Ranucci, amicizia o qualcosa di più?

                A rendere tutto ancora più curioso è proprio il modo in cui Boccia racconta la vicenda. Non sostiene che tra loro ci sia stata una relazione clandestina e non dice di essersi innamorata di Ranucci. Al contrario, insiste sul carattere amichevole del rapporto.

                Ma non chiude mai completamente il racconto.

                Perché un conto è dire «non siamo stati insieme», un altro è dire «non mi ha mai corteggiata». Ed è proprio sulla seconda frase che Boccia sceglie di non mettere la firma.

                Così Guai a chi lo tocca finisce per raccontare due Sigfrido Ranucci: quello pubblico che milioni di telespettatori conoscono e il “Superman” privato delle telefonate, degli scherzi, delle confidenze e delle conversazioni notturne.

                E forse il dettaglio più irresistibile dell’intera storia è proprio questo: Maria Rosaria Boccia scrive un libro per raccontare il suo rapporto con Ranucci, assicura che non sia stata una storia d’amore e poi consegna ai lettori tutti gli ingredienti necessari per chiedersi se almeno uno dei due avesse mai pensato che potesse diventarlo.

                La risposta definitiva, almeno per ora, non c’è. E conoscendo le regole del gossip, è precisamente il modo migliore per fare in modo che tutti continuino a cercarla.

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