Cronaca
INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone
Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.
No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».
Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.
Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.
La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.
Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.
La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.
L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera
L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.
La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta
Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.
Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.
La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci
Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.
Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce
Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.
Le connessioni con il mondo dello spettacolo
L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.
L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori
Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.
La rete della ‘ndrangheta nelle curve
Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.
La connessione tra la Juventus e gli ultras
L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.
Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli
Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.
L’influenza della camorra sulle curve
Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.
Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana
Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.
La figura controversa di Giuseppe Sculli
Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.
La violenza del derby del 2024
Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.
Il futuro delle curve genovesi
Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.
Continua
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
Cronaca
La foto falsa, l’IA e il corto circuito istituzionale: così la Polizia ha alimentato il complotto dopo gli scontri di Torino
Un’immagine generata con l’intelligenza artificiale, diffusa senza avvertenze dagli account ufficiali, ha innescato una teoria del complotto sugli scontri di Torino e sugli agenti feriti. Un caso che solleva interrogativi pesanti sulla comunicazione istituzionale, sulla manipolazione emotiva delle immagini e sull’uso irresponsabile dell’IA da parte dello Stato.
Ci sono vicende che, più delle violenze di piazza, raccontano lo stato di salute di un Paese. Quella degli scontri di Torino, scoppiati al termine della manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, è una di queste. Non solo per la brutalità delle immagini che mostrano un agente a terra colpito con calci e martellate, ma per ciò che è accaduto dopo. Per il modo in cui la comunicazione istituzionale ha trasformato un fatto grave in un pasticcio clamoroso, alimentando proprio quella sfiducia che dice di voler combattere.
Sabato 31 gennaio, a Torino, migliaia di persone hanno sfilato in una manifestazione inizialmente pacifica a sostegno di Askatasuna, storico centro sociale sgomberato lo scorso dicembre dopo trent’anni di attività nello stabile di corso Regina Margherita 47. Nel tardo pomeriggio, però, una frangia del corteo si è staccata e ha dato vita a violenti scontri con le forze dell’ordine. Petardi, fumogeni e bombe carta contro la Polizia; lacrimogeni e idranti in risposta. Il bilancio finale parla di oltre cento agenti feriti e di decine di manifestanti contusi.
In questo scenario emerge un video destinato a diventare iconico. Le immagini mostrano un poliziotto solo, a terra, senza casco né maschera antigas, colpito ripetutamente da un gruppo di persone incappucciate. Pugni, calci, colpi inferti anche alla testa. Poi l’arrivo di un collega, che lo protegge con lo scudo mentre i manifestanti arretrano. Un filmato duro, senza ambiguità, pubblicato da Torino Oggi e rilanciato immediatamente da tutte le principali testate nazionali.
Il video finisce anche sui profili social dei vertici politici. Lo condividono il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Parte l’indagine della Procura di Torino, arrivano tre arresti. I due agenti protagonisti del video vengono ricoverati all’ospedale Molinette: Alessandro Calista, l’agente colpito a terra, con una prognosi di venti giorni; Lorenzo Virgulti, intervenuto in suo soccorso, con trenta giorni. Il giorno dopo le dimissioni e la visita istituzionale della premier in corsia, documentata con foto e video ufficiali.
Sembrerebbe una vicenda lineare. Non lo è.
Dal 2 febbraio, sui social – in particolare su X – prende corpo una teoria del complotto che mette in dubbio la veridicità delle ferite riportate da Calista. Una narrazione tossica, che arriva a insinuare che il pestaggio sarebbe stato enfatizzato o addirittura simulato. Il perno dell’accusa è grottesco quanto rivelatore: un confronto tra due immagini ufficiali, una diffusa dalla Polizia e una pubblicata dalla presidente del Consiglio, che mostrerebbero una presunta incongruenza nei capelli dell’agente.
Nella foto dell’abbraccio tra i due poliziotti, Calista – ripreso di spalle – sembrerebbe avere i capelli più lunghi sulla nuca. Nell’immagine scattata in ospedale, invece, la stessa zona appare rasata. Da qui l’accusa: non poteva essere ferito, avrebbe avuto persino il tempo di andare dal barbiere. Una tesi assurda, facilmente smontabile guardando con attenzione il video originale dell’aggressione, dove si vede chiaramente che Calista ha già i capelli rasati.
Eppure la teoria del complotto attecchisce. Perché? Perché a generarla non è stata una fake news qualsiasi, ma un errore gravissimo di fonte istituzionale. La foto che mostra Calista con i capelli apparentemente non rasati non è una fotografia reale. È un’immagine alterata, generata o pesantemente ritoccata con l’intelligenza artificiale.
Il 1° febbraio, la Polizia di Stato pubblica sui propri profili social un post di solidarietà agli agenti feriti. L’immagine scelta è proprio quella dell’abbraccio tra Virgulti e Calista. Ma basta osservarla con attenzione per cogliere una serie di anomalie tipiche delle immagini IA: scritte senza senso sul casco, la parola “Polizia” deformata sul corpetto, errori nelle proporzioni, dettagli che non tornano.
Non solo. Nella foto diffusa ufficialmente, Virgulti appare senza maschera antigas, senza scudo, con baffi che non ha. Nel video reale, invece, l’agente indossa la maschera, impugna lo scudo e porta la barba. Anche l’ambiente è sbagliato: sampietrini inesistenti, una cancellata che si interrompe nel nulla, una volante sullo sfondo che nel luogo reale non c’era. Geolocalizzando il punto dell’aggressione, si scopre che la strada è asfaltata e che la recinzione è completamente diversa.
Il dato più grave arriva però dopo. Quella stessa immagine IA viene trasmessa dall’ufficio stampa della Polizia all’ANSA e inserita nei circuiti delle agenzie fotografiche, senza alcuna indicazione che si tratti di un contenuto generato digitalmente. I media la riprendono e la pubblicano come se fosse reale. Un cortocircuito informativo totale.
Non è chiaro se la Polizia abbia creato direttamente l’immagine o se l’abbia recuperata online credendola autentica. Quello che è certo è che un’istituzione dello Stato ha diffuso materiale manipolato per rendere più “pulita” e più emotiva una scena reale. Un’operazione che, invece di rafforzare la credibilità delle forze dell’ordine, l’ha minata.
Attraverso ricerche inverse, si scopre che già la sera del 31 gennaio circolavano sui social versioni IA della scena, più o meno fedeli al video originale. Una di queste, pubblicata alle 21:17 su Facebook, presenta già scritte senza senso e dettagli alterati, ma mantiene elementi reali come lo scudo, la maschera antigas e lo sfondo corretto. La versione successiva, condivisa il 1° febbraio dal profilo ufficiale della Polizia penitenziaria, elimina progressivamente gli elementi autentici, fino ad arrivare all’immagine “definitiva” diffusa dalla Polizia di Stato.
È qui che il racconto deraglia.
Nel tentativo di costruire un’immagine simbolica, potente, emotivamente efficace, l’istituzione ha finito per manipolare la realtà. E quella manipolazione, una volta scoperta, è diventata l’arma perfetta per chi voleva negare la violenza subita dagli agenti.
Il paradosso è evidente: una foto falsa, diffusa per rafforzare una verità, viene usata per negarla. La responsabilità non è di chi, in malafede, costruisce teorie complottiste. È di chi, con leggerezza imperdonabile, ha fornito loro il materiale per farlo.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale rende sempre più labile il confine tra vero e verosimile, le istituzioni dovrebbero essere l’ultimo baluardo della trasparenza. Invece, in questo caso, hanno scelto la scorciatoia emotiva. E hanno perso il controllo del racconto.
Non è un dettaglio tecnico. È una questione politica, culturale e democratica. Se lo Stato altera le immagini, anche “a fin di bene”, perde autorità morale. E quando la fiducia si rompe, non bastano le smentite, le conferenze stampa o le visite istituzionali in ospedale a ricomporla.
Cronaca
Corona sogna il modello Beppe Grillo: la lettura di Selvaggia Lucarelli sul populismo del gossip e la voglia di entrare in politica
Selvaggia Lucarelli legge la “guerra” di Fabrizio Corona contro Meta e YouTube come una costruzione scientifica: la censura come carburante, il “popolo” come platea, le discoteche come piazze. Non un incidente, ma un metodo. E se l’obiettivo fosse la politica, il modello è già scritto: il Grillo pre-2013, solo che al posto della casta ci sono i vip e al posto dei comizi c’è TikTok
Il punto non è se Meta o YouTube abbiano torto o ragione quando chiudono un account, oscurano un video, fanno valere un regolamento. Il punto, oggi, è che quelle decisioni sono diventate materiale narrativo. Benzina. Un palcoscenico secondario dove la storia principale è sempre la stessa: “mi vogliono zittire”. E, come scrive Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona da giorni usa “le decisioni di Meta e YouTube” per “dare l’immagine di sé come quella di un martire del sistema, colpito dai poteri forti perché lui dice alla gente la verità”.
È una frase che suona enorme, volutamente enorme, perché dentro ci sta già la postura politica. Il martire non discute nel merito: chi lo critica è complice del sistema. Chi lo contraddice è al soldo di qualcuno. Chi lo smentisce “non vuole che la gente sappia”. Peccato, osserva Lucarelli, che nessuno riesca a capire quali sarebbero queste “grandi verità sui massimi sistemi” di cui Corona si farebbe portatore: “il presunto orientamento sessuale altrui? I tradimenti di un attore? Le corna di Fedez? I messaggi a sfondo sessuale tra persone consenzienti?”. La lista ha il tono di una domanda retorica, ma è anche la radiografia di un salto di qualità: il gossip non è più gossip, diventa una “missione”, un servizio al popolo, una giustizia parallela travestita da coraggio.
Qui entra il presupposto che tu mi chiedi di mettere in chiaro fin dall’inizio: Corona punta a diventare il nuovo Grillo. Non nel senso della satira, ma del meccanismo. La trasformazione dell’intrattenimento in consenso. La costruzione del nemico, la convocazione del pubblico, la promessa – anche solo implicita – di “mettere mano” alle istituzioni. Lucarelli lo dice senza giri: “è evidente che questo rivolgersi continuamente al popolo vada da qualche parte”. E aggiunge un dettaglio rivelatore: Corona “gira le discoteche urlando che i poteri forti vogliono zittirlo”. Non più piazze, non più teatri, non più comizi. Discoteche. Il populismo nel formato perfetto per l’epoca: luci stroboscopiche, palco, clip, cellulari alzati, rimbalzo su TikTok. La politica dei meme, con la colonna sonora.
In questo schema, la vittimizzazione non è un effetto collaterale: è il prodotto. E infatti, quando Corona esce dal tribunale, secondo Lucarelli, non cerca di abbassare i toni: “Esce dal tribunale insultando o sbeffeggiando giudici e avvocati, affermando che ‘io tra tutte le interazioni ho 70 milioni e se mi chiudono, i 70 milioni che fanno? Ragionate che il mio è più di un partito politico. Poi, magari, faccio una lista civica nel 2027 e magari vinco le elezioni e comincio a comandare tutti anche la magistratura’”.
È un virgolettato che, preso così, sembra una sparata. Ma dentro ha già tutti i tasselli della narrazione: la forza dei numeri come legittimazione, la piattaforma come “partito”, l’idea di candidatura indiretta, il miraggio del comando sulle istituzioni, perfino la magistratura. Lucarelli ci appoggia sopra una chiosa tagliente: “Per la cronaca, in Italia non ci sono neppure 70 milioni di perone, ma vabbè”. È sarcasmo, ma è anche un modo per dire: la logica non conta, conta l’effetto.
E quando il salto simbolico deve diventare epocale, Corona alza ancora la posta: “Ha detto anche: ‘Questo che sta accadendo a me è uguale all’editto bulgaro!’”. Qui il parallelo non è casuale: se ti racconti come un censurato, devi evocare la censura “vera”, quella storica, quella che fa scattare l’istinto di difesa anche in chi non ti sopporta. L’obiettivo non è convincere gli esperti: è radunare gli arrabbiati.
Nel copione, l’avvocato ha un ruolo cruciale. E Lucarelli segnala che Ivano Chiesa spinge oltre, trasformando la vicenda in un test collettivo: “Chiesa è arrivato a dire ‘Se deve finire in prigione per ciò che dice, vediamo come reagiranno gli italiani. Non sono più così ingenui come sembrano’”. È un linguaggio da mobilitazione. Una promessa di reazione. Un “non provateci”. E infatti Lucarelli tira la riga sotto la diagnosi: “Ultimamente insomma Corona ha cambiato registro e il motivo è piuttosto chiaro: sta creando un potenziale elettorato usando una nuova forma di populismo digitale sfamato col gossip e lo sputtanamento travestito da nuova giustizia sociale”.
Qui sta la chiave: populismo digitale, non politica tradizionale. Il “contenuto” è diverso, ma la forma è la stessa. Lucarelli lo scrive in modo netto: “Ora punta probabilmente alla politica. Vuole- così pare- creare una lista o un movimento di cui lui sarà l’immagine e l’ideologo. Nella sua testa è il nuovo Grillo, insomma”. E poi mette in fila la struttura replicata: “sta replicando il Grillo pre-2013: vittimismo mediatico, nemico chiaro, popolo convocato online, istituzioni delegittimate, e promessa per ora implicita di ‘entrare e comandare’”. Non è un’impressione: è uno schema.
La differenza, spiega Lucarelli, è che oggi gli strumenti sono più potenti: “oggi Corona ha mezzi digitali più potenti (Grillo non aveva TikTok per fortuna) e una platea 2.0 molto più vasta, nonché molto diversa”. Non “delusi dalla vecchia politica”, ma “giovanissimi cresciuti con la politica dei meme”. E, soprattutto, un target maschile che spesso non si riconosce in partiti e ideologie, ma riconosce benissimo il piacere di vedere qualcuno “sfidare il potere” insultando, umiliando, sputtanando. Perché lo spettacolo è quello: un rituale di degradazione pubblica che viene applaudito come coraggio.
E il dettaglio più inquietante è proprio questo: il format non vive nonostante l’aggressività, vive grazie all’aggressività. “Discoteche che usa non solo per fare cassa (spesso in contanti) ma anche per lanciare messaggi aggressivi e populisti dal palco”, scrive Lucarelli, “ben consapevole che quei ragazzini esaltati lo stanno riprendendo coi cellulari e quei contenuti finiranno su TikTok virilizzando all’infinito la sua immagine”. È propaganda fatta con le clip. È consenso fatto con la viralità.
Le analogie, dice, “non finiscono qui”. Perché nella narrazione c’è anche il doppio binario: l’uomo che urla e l’uomo che istituzionalizza. “L’avvocato Ivano Chiesa è (chiedo scusa a Conte) il suo avvocato Giuseppe Conte. Lui urla, si sporca le mani, aizza le folle, l’avvocato mette un vestito formale al tutto.” Tradotto: Corona fa la piazza, Chiesa fa il comunicato. Corona agita, l’avvocato traduce. È un dispositivo politico travestito da cronaca di tribunale.
E qui arriva il punto che completa il quadro: “Cambia il contenuto (gossip invece di politica), ma non la forma del populismo.” Il vaffa di ieri diventa lo sputtanamento di oggi. La casta diventa Mediaset, un conduttore, una piattaforma. Il cittadino arrabbiato diventa il follower che vuole il sangue. E Lucarelli lo esplicita fino in fondo: “Corona sta facendo tutto quello che è stato bandito negli ultimi anni: bodyshaming, outing, sessismo, hate speech, machismo becero e lo fa nel silenzio generale, nell’assenza totale di riprovazione da parte di collettivi, associazioni, osservatori, giornalisti, attivisti.”
Non c’è, in questa lettura, un eroe che combatte la censura. C’è un professionista del risentimento che usa la parola “censura” come marchio di qualità. E che, come ogni populista, ha bisogno di una cosa sola: un nemico. Se glielo tolgono, lo inventa. Se lo trovano per lui, lo ingrandisce. Perché un martire senza carnefice non vende. E, soprattutto, non raccoglie voti.
Cronaca
Corona come Willy il Coyote ci ricasca ancora: ora rischia tre anni di carcere
Secondo il provvedimento, Corona non avrebbe rispettato l’ordinanza del 26 gennaio 2026 che gli vieta di pubblicare contenuti su Alfonso Signorini. Il giudice Roberto Pertile parla di condotta reiterata e trasmette gli atti al pubblico ministero: la violazione potrebbe costare fino a tre anni.
Il giudice non usa toni enfatici. Non ne ha bisogno. Le parole sono fredde, chirurgiche, e proprio per questo pesano come una sentenza anticipata. Fabrizio Corona, scrive il Tribunale civile di Milano, non solo non ha rispettato il divieto di pubblicare contenuti su Alfonso Signorini, ma «giunge persino a compiacersi del proprio illecito rifiuto». È questa frase, più di tutte, a segnare il punto di non ritorno. Non l’ennesima provocazione social, non la sfida mediatica, ma la constatazione che la violazione è consapevole, reiterata, ostentata.
Per questo il giudice Roberto Pertile ha deciso di fare un passo ulteriore: denunciare Corona al pubblico ministero per la violazione dell’articolo 388 del codice penale, la norma che punisce la mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. Una fattispecie che può costare fino a tre anni di carcere. Non una sanzione simbolica, ma una porta che si apre di nuovo sul penale. E per Corona, quella porta è una soglia che conosce fin troppo bene. Si è già fatto tra una cosa e l’altra sette anni di carcere, ne è uscito. E ora rischia di tornarci di nuovo.
Il provvedimento arriva dopo le nuove segnalazioni di Alfonso Signorini, che ha denunciato come l’ex fotografo continui a produrre e diffondere contenuti che lo riguardano, in aperta violazione del divieto imposto dal tribunale. Una sfida che non è rimasta confinata ai social, ma che è stata letta dal giudice come un rifiuto deliberato dell’autorità giudiziaria. Non un errore. Non una leggerezza. Una scelta.
Nel testo dell’ordinanza, Pertile chiarisce anche un altro punto decisivo: in forza dell’ordinanza del 26 gennaio 2026 e dell’applicazione del Regolamento Ue 2022/2065, Signorini ha piena facoltà di rivolgersi direttamente alle piattaforme per ottenere la rimozione dei contenuti. Il tribunale, insomma, non solo ribadisce il divieto, ma rafforza gli strumenti per farlo rispettare, riservandosi ogni ulteriore valutazione nel giudizio di merito.
Per Corona, la strada si fa improvvisamente più stretta. E non è la prima volta. C’è un filo rosso che attraversa tutta la sua parabola pubblica e giudiziaria: la convinzione di essere sempre un passo avanti alla legge, di poterla piegare, aggirare, sfidare contando sull’eco mediatica. È un meccanismo che funziona per un po’. Poi smette di funzionare. Sempre nello stesso modo.
Negli ultimi anni Corona ha costruito un personaggio che vive di rottura continua: con i giudici, con i giornalisti, con le istituzioni, con le regole stesse del discorso pubblico. Il divieto su Signorini è diventato l’ennesimo limite da superare, trasformato in contenuto, in badge di ribellione, in prova di forza. Ma il problema dei limiti è che, prima o poi, si smette di far finta che non esistano.
Ed è qui che il paragone viene quasi naturale. Corona somiglia sempre di più a Willy il Coyote, il personaggio dei cartoni che corre a tutta velocità convinto che la gravità sia un’opinione. Supera il bordo del precipizio, resta sospeso per un istante, guarda in basso e poi cade. Ogni volta. Cambiano i razzi Acme, cambiano i travestimenti, ma il finale è sempre lo stesso. La fisica non si negozia.
Nel caso di Corona, la fisica si chiama diritto penale. E non prevede gag, né risate registrate. La differenza tra il personaggio animato e quello reale è che, qui, la caduta non si risolve con una nuvola di polvere e un ritorno alla scena successiva. Si risolve con un fascicolo, un pm, un’aula di tribunale.
La storia è già stata scritta altre volte. Ogni volta Corona ha creduto di poter forzare il sistema fino all’ultimo centimetro, convinto che la sua esposizione lo rendesse intoccabile. Ogni volta, la realtà ha presentato il conto. Oggi il rischio è che quel copione si ripeta senza neppure più l’alibi dell’ingenuità o della provocazione artistica. Perché quando un giudice scrive che l’imputato si compiace della violazione, il terreno sotto i piedi comincia a sgretolarsi.
Il caso Signorini, a questo punto, è quasi un dettaglio. Il nodo vero è un altro: il rapporto patologico con l’idea stessa di obbedienza a un ordine legittimo. La trasformazione della sanzione in medaglia. L’illusione che ogni richiamo possa essere ribaltato in consenso. È una strategia che funziona finché resta confinata al piano mediatico. Ma quando entra in collisione con un provvedimento giudiziario, smette di essere storytelling e diventa responsabilità penale.
Il giudice ha tracciato una linea. Corona ha scelto di ignorarla. Ora quella scelta esce dal recinto del rumore e finisce dove il rumore non serve a nulla. Come Willy il Coyote, che per un attimo resta sospeso nel vuoto convinto di poter correre ancora. Poi guarda giù. E capisce, sempre troppo tardi, che la gravità esiste.
-
Gossip2 anni faElisabetta Canalis, che Sex bomb! è suo il primo topless del 2024 (GALLERY SENZA CENSURA!)
-
Sex and La City2 anni faDick Rating: che voto mi dai se te lo posto?
-
Cronaca Nera2 anni faBossetti è innocente? Ecco tutti i lati deboli dell’accusa
-
Speciale Grande Fratello1 anno faHelena Prestes, chi è la concorrente vip del Grande Fratello? Età, carriera, vita privata e curiosità
-
Gossip2 anni faLa De Filippi beccata con lui: la strana coppia a cavallo si rilassa in vacanza
-
Speciale Olimpiadi 20242 anni faFact checking su Imane Khelif, la pugile al centro delle polemiche. Davvero è trans?
-
Video1 anno faVideo scandalo a Temptation Island Spagna: lei fa sesso con un tentatore, lui impazzisce in diretta
-
Speciale Grande Fratello1 anno faShaila del Grande Fratello: balzi da “Gatta” nei programmi Mediaset
