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Cronaca

INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone

Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.

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    No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
    della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».

    Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.

    Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.

    La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.

    Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.

    La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.

    L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera

    L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.

    La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta

    Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.

    Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.

    La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci

    Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.

    Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce

    Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.

    Le connessioni con il mondo dello spettacolo

    L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.

    L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori

    Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.

    La rete della ‘ndrangheta nelle curve

    Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.

    La connessione tra la Juventus e gli ultras

    L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.

    Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli

    Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.

    L’influenza della camorra sulle curve

    Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.

    Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana

    Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.

    La figura controversa di Giuseppe Sculli

    Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.

    La violenza del derby del 2024

    Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.

    Il futuro delle curve genovesi

    Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.

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      Cronaca

      Signorini allarga il fronte: denunciati Google Italia e Google Ireland per i contenuti di Corona su Falsissimo

      Nuovo capitolo nella guerra legale tra Alfonso Signorini e Fabrizio Corona: denuncia contro Google per concorso in diffamazione aggravata. I legali parlano di “campagna a scopo di lucro”, mentre Corona minimizza e rilancia

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        La battaglia giudiziaria che coinvolge Alfonso Signorini e Fabrizio Corona si arricchisce di un nuovo e potenzialmente esplosivo capitolo. Gli avvocati Domenico Aiello e Daniela Missaglia, legali del conduttore, hanno presentato una denuncia nei confronti di Google Italia e Google Ireland, accusando il colosso tecnologico di non aver rimosso contenuti ritenuti diffamatori e documenti ottenuti in maniera illecita.

        Secondo i legali, le richieste di rimozione sarebbero state ignorate o gestite con risposte standardizzate e tardive, senza che si arrivasse alla cancellazione dei materiali. Per questo motivo, i rappresentanti delle filiali italiana e irlandese della società sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati per concorso in diffamazione aggravata e continuata.

        La questione della responsabilità delle piattaforme
        Nella nota dei difensori di Signorini, il caso viene presentato come un precedente cruciale sul tema della responsabilità digitale. I legali contestano ai “Signori del web” di trincerarsi dietro strutture di governance complesse per evitare responsabilità dirette sui contenuti pubblicati sulle piattaforme.

        «Si tratta di una campagna diffamatoria a scopo di lucro, con ricavi generati anche dal contributo di YouTube, di proprietà Google», sostengono Aiello e Missaglia, aggiungendo che la permanenza online dei contenuti avrebbe aggravato il danno alla reputazione del loro assistito. Nella denuncia si insiste anche sulla necessità che le grandi aziende tecnologiche rispettino parametri etici e regole civili, senza considerare internet uno spazio senza limiti.

        Le prossime azioni legali: Meta e TikTok nel mirino
        La strategia legale non si fermerebbe a Google. I legali annunciano iniziative analoghe contro Meta e TikTok. Con l’obiettivo dichiarato di tutelare la reputazione del conduttore e contrastare la diffusione dei contenuti considerati illeciti.

        Nel frattempo, per i materiali diffusi tramite il programma Falsissimo, Corona risulta indagato per revenge porn. Un filone giudiziario che continua a pesare sul quadro complessivo della vicenda.

        La replica di Corona
        Interpellato all’uscita dal tribunale di Milano, Corona ha liquidato le iniziative legali con scetticismo: «Si dovrebbero rivolgere a Meta. Prima avevano anche chiesto danni a piattaforme come Google e YouTube, ma è impossibile. Non puoi farlo», ha dichiarato, ribadendo la sua posizione sulla difficoltà di chiamare in causa i colossi del web.

        Il contenzioso, ormai, non riguarda più solo il rapporto tra Signorini e Corona. Ma si sta trasformando in un test giuridico sulla responsabilità delle piattaforme digitali nella gestione dei contenuti.

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          Cronaca

          A chi va l’eredità di Valentino: un miliardo di dollari tra case, arte e diritti, con Giammetti al centro del lascito

          Lo stilista non ha avuto figli. Il testamento definirà la distribuzione del patrimonio personale e il ruolo della “famiglia elettiva”. Lascia un patrimonio stimato oltre il miliardo di dollari, frutto di investimenti, cessione della maison e diritti d’immagine

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          Valentino

            Non ha avuto figli, ma ha costruito una famiglia di affetti e di lavoro che oggi diventa il perno di un’eredità immensa. La morte di Valentino Garavani apre inevitabilmente il capitolo più delicato: quello del patrimonio personale, stimato oltre il miliardo di dollari, e della sua destinazione. Una ricchezza che non è fatta solo di conti e immobili, ma di memoria creativa, opere d’arte, case simbolo di un’epoca e di un modo unico di intendere il lusso.

            Al centro di tutto c’è Giancarlo Giammetti, socio storico e compagno per molti anni, l’uomo che ha accompagnato Valentino in ogni passaggio decisivo della carriera. Dal 2016 guida la Fondazione Valentino, l’istituzione incaricata di custodire e promuovere il lascito culturale e stilistico dello stilista. Non un semplice ruolo amministrativo, ma la continuità di un progetto condiviso per decenni, che ha trasformato un talento individuale in un impero globale.

            Accanto a lui compaiono le altre figure della cosiddetta “famiglia elettiva”. Il nipote Oscar Garavani e i fratelli Sean e Anthony Sax, cresciuti accanto allo stilista e considerati parte integrante della sua vita quotidiana, personale e professionale. Sarà il testamento a stabilire come verrà distribuito il patrimonio, ma è evidente che la gestione non sarà affidata a estranei: Valentino ha sempre costruito attorno a sé un cerchio ristretto, fatto di fedeltà più che di formalità.

            L’eredità creativa, invece, segue un percorso già tracciato. Alla guida della maison resta Alessandro Michele, chiamato a mantenere vivo il Dna di uno degli ultimi grandi imperatori della moda italiana. Un passaggio di testimone che riguarda lo stile e non la proprietà, ma che pesa quanto un lascito economico: la continuità di un nome che ha segnato la storia del costume mondiale.

            Il patrimonio personale di Valentino è il risultato di una vita di successi imprenditoriali oltre che artistici. Già nel 1998, con la cessione della maison al gruppo Hdp, lo stilista aveva incassato circa 300 milioni di dollari. A quella cifra si sono aggiunti negli anni investimenti, diritti d’immagine, royalties e una gestione oculata delle proprie attività. Non solo moda, dunque, ma un vero portafoglio finanziario costruito con la stessa cura riservata agli abiti.

            Imponente anche il patrimonio immobiliare. La storica villa sull’Appia Antica a Roma, teatro di feste leggendarie e incontri tra capi di Stato e star di Hollywood, il castello di Wideville vicino Parigi, lo chalet a Gstaad, e altre residenze tra Italia, Londra e New York. Case che non sono mai state semplici dimore, ma scenografie di una vita vissuta come un’opera d’arte continua.

            Dentro quelle mura Valentino custodiva anche una collezione d’arte multimilionaria, con opere classiche e contemporanee. Tra i pezzi più noti spicca il ritratto realizzato da Andy Warhol nel 1974, simbolo del legame tra lo stilista e la cultura pop internazionale. Ogni oggetto, ogni quadro, ogni mobile racconta un pezzo della sua visione estetica.

            La gestione di un simile patrimonio non è solo questione di divisioni ereditarie, ma di tutela di un universo culturale. La Fondazione Valentino nasce proprio per questo: conservare archivi, abiti, documenti, e trasformarli in memoria viva. Un compito che Giammetti conosce meglio di chiunque altro, avendo condiviso con lo stilista ogni scelta, dal primo atelier alle passerelle globali.

            Resta da capire come verranno bilanciati gli aspetti privati con quelli pubblici. Da un lato i beni personali, dall’altro il valore simbolico di un nome che continua a produrre ricchezza e prestigio. Il testamento sarà la bussola, ma le linee di fondo sembrano già tracciate: proteggere il patrimonio senza disperdere l’identità.

            Valentino lascia un’eredità che va oltre i numeri. È un modo di intendere la bellezza, un codice riconoscibile in ogni abito rosso, in ogni ricamo, in ogni sfilata. La sua “famiglia elettiva” avrà il compito di trasformare quel mondo in futuro, senza tradirne l’anima. E questa, forse, è la parte più complessa di qualunque lascito: non dividere le cose, ma custodire lo spirito che le ha generate.

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              Cronaca

              Oggi primo match in tribunale a Milano. Signorini contro Corona, Mediaset chiede lo stop d’urgenza di “Falsissimo”

              I legali di Alfonso Signorini hanno depositato un’istanza cautelare per ottenere un’«inibitoria» contro la messa in onda sul web della puntata prevista il 26 gennaio. Al centro la tutela della sfera privata e l’allarme per una “diffusione incontrollabile” di materiali che, sostiene il ricorso, aggraverebbero un «danno irreversibile» con effetti anche sull’«integrità psicofisica».

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                Stop alla gogna pubblica, o almeno un tentativo di fermarla prima che diventi una valanga impossibile da contenere. Alfonso Signorini si gioca una partita ad alta tensione davanti al Tribunale civile di Milano: oggi è fissata l’udienza sulla richiesta d’urgenza presentata dai suoi legali per bloccare la prossima puntata del format web Falsissimo, prevista per il 26 gennaio.

                L’azione giudiziaria, depositata dagli avvocati Daniela Missaglia e Domenico Aiello, punta a un provvedimento cautelare d’urgenza di «inibitoria» per impedire la pubblicazione della puntata e, insieme, chiedere lo stop anche alla ripubblicazione di contenuti già mostrati online. La linea difensiva del conduttore e direttore di Chi è netta e ruota attorno alla tutela della reputazione e della sfera privata, con un accento particolare sulle conseguenze personali: «Fermate Falsissimo, danni irreversibili alla sua reputazione».

                Il contesto è noto e, come sempre in questi casi, resta sospeso tra indagini, denunce e dichiarazioni contrapposte. Nelle precedenti puntate del format, Fabrizio Corona ha attaccato Signorini sostenendo che il giornalista avrebbe messo in piedi un «sistema di ricatti e favori sessuali». Accuse che Signorini ha già respinto. Nel frattempo, sul fronte penale, la vicenda si intreccia con due filoni: da una parte la denuncia per violenza sessuale ed estorsione presentata dall’ex concorrente del Grande Fratello Vip Antonio Medugno; dall’altra un distinto filone che vede Corona indagato per revenge porn.

                Il passaggio chiave, ora, è la sede civile e il carattere d’urgenza della richiesta. Nei passaggi riportati del ricorso, i legali di Signorini chiedono «l’intervento urgente dell’Autorità Giudiziaria non solo al fine di rimuovere i contenuti già diffusi, ma anche per impedire ulteriore pubblicazione e diffusione da parte del Signor Corona, a tutela dei diritti del ricorrente e della sua sfera privata». La tesi è che la reiterazione e la circolazione dei contenuti, una volta immessi nel circuito digitale, diventino ingestibili: materiale “scaricabile”, “replicabile”, rilanciato da chiunque e quindi potenzialmente eterno, anche quando viene rimosso dalle fonti originarie.

                È qui che il ricorso insiste sul punto più delicato: l’irreversibilità del danno. «Danno irreversibile», si legge ancora, perché la pubblicazione di altri «contenuti diffamatori» comporterebbe un «irreversibile aggravamento del danno subito», con una «diffusione incontrollabile» e senza possibilità di «rimozione». L’argomento, nella logica della tutela cautelare, è semplice: quando “il danno si sarà compiuto”, non resta più spazio per rimediare davvero, nemmeno con una sentenza successiva. E in questo schema viene richiamato anche l’impatto sulla persona: effetti «devastanti» sulla vita personale e professionale, fino all’«integrità psicofisica».

                In parallelo, il ricorso colloca la richiesta dentro un quadro già teso: i legali evidenziano che l’ex agente fotografico «non solo ha continuato a pubblicare contenuti illeciti anche dopo l’avvio dell’indagine penale e il sequestro a suo carico», scaturiti da una querela di Signorini, ma «ha espressamente annunciato che il 26 gennaio pubblicherà una puntata avente come protagonista» sempre il giornalista e «dall’impatto straordinario, con contenuti di irreparabile gravità».

                Dall’altra parte, la replica è già diventata un manifesto social. «Ci vediamo in udienza, non vedo l’ora», scrive Corona su Instagram, annunciando la prossima puntata di Falsissimo, intitolata «Il prezzo del successo – parte finale». E aggiunge: «Mi sa che gli avvocati di Signorini non hanno capito bene. Preparatevi per la puntata di lunedì (…) perché quello che vedrete e ascolterete vi farà definitivamente capire il complesso e criminale sistema Signorini».

                Il giudice dovrà valutare proprio questo: se esistono i presupposti per intervenire prima, fermando la puntata e imponendo limiti alla ripubblicazione dei contenuti già circolati, oppure se la soglia richiesta per un provvedimento cautelare non è raggiunta. È una decisione che pesa perché non riguarda solo una querelle tra personaggi pubblici, ma il perimetro di tutela in un ambiente – quello digitale – dove ogni contenuto vive di riproduzioni, frammenti, specchi e copie, spesso più veloci della giustizia stessa.

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