Cronaca
INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone
Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.
No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».
Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.
Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.
La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.
Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.
La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.
L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera
L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.
La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta
Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.
Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.
La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci
Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.
Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce
Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.
Le connessioni con il mondo dello spettacolo
L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.
L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori
Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.
La rete della ‘ndrangheta nelle curve
Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.
La connessione tra la Juventus e gli ultras
L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.
Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli
Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.
L’influenza della camorra sulle curve
Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.
Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana
Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.
La figura controversa di Giuseppe Sculli
Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.
La violenza del derby del 2024
Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.
Il futuro delle curve genovesi
Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.
Continua
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Cronaca Nera
Garlasco, l’ultima terribile verità su Chiara: «Era viva dopo i colpi, forse per un’ora». E spunta la difesa disperata dall’assassino
Chiusa l’inchiesta bis con Andrea Sempio unico indagato: per i consulenti della Procura la sopravvivenza minima sarebbe stata di 15-30 minuti, ma potrebbe essersi protratta fino a 60. Chiara avrebbe inoltre cercato di proteggersi durante l’aggressione. Impronta 33 e scarpa Frau 42 restano al centro dello scontro con la difesa
Diciannove anni dopo il delitto di Garlasco, la Procura di Pavia prova a ricostruire anche gli ultimi, terribili minuti della vita di Chiara Poggi. E dalle nuove carte emerge un particolare che cambia profondamente la percezione di ciò che potrebbe essere accaduto la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli: Chiara potrebbe non essere morta immediatamente dopo i colpi. Avrebbe cercato di proteggersi durante l’aggressione e potrebbe essere rimasta in vita per almeno 15-30 minuti, forse addirittura per un’ora.
È uno degli elementi più drammatici contenuti nella nuova ricostruzione medico-legale acquisita dalla Procura, che ha chiuso l’inchiesta bis mantenendo Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio. I magistrati ritengono che abbia agito da solo e gli contestano l’omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti, che il capo d’imputazione provvisorio riconduce all’«odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale».
È, naturalmente, la ricostruzione dell’accusa. Sempio non ha ricevuto alcuna condanna né un rinvio a giudizio e la difesa contesta radicalmente il quadro costruito dalla Procura. Ma con la chiusura delle indagini il caso entra in una fase completamente nuova e, per la prima volta, gli inquirenti riuniscono in un unico impianto accusatorio gli accertamenti medico-legali, la scarpa con la suola a pallini, l’impronta 33 e i nuovi esperimenti effettuati sulle tracce.
Chiara avrebbe cercato di proteggersi dall’assassino
Uno dei punti centrali arriva dalla consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, chiamata a riesaminare la dinamica dell’aggressione e i tempi della morte. Gli esperti hanno lavorato anche sul contenuto gastrico della vittima per cercare di delimitare con maggiore precisione la cronologia di quella mattina.
Secondo la nuova valutazione, Chiara non sarebbe morta prima di circa mezz’ora dalla colazione, consumata verosimilmente dopo le 9.12, quando qualcuno disattivò l’allarme dell’abitazione per permettere ai gatti Piuma e Minù di uscire in giardino.
Ma il punto più impressionante riguarda quello che sarebbe successo durante l’aggressione. Chiara avrebbe tentato di difendersi, compiendo almeno gesti di difesa passiva e cercando di frapporre le braccia tra sé e chi la stava colpendo. Gli esperti non escludono neppure una componente di difesa attiva.
Un particolare importante non soltanto per ricostruire la violenza dell’aggressione, ma potenzialmente anche per interpretare le tracce biologiche recuperate sotto le unghie della vittima, tornate al centro della nuova indagine.
Gli accertamenti delineano quindi la scena di una giovane donna che avrebbe visto e affrontato il proprio aggressore, tentando almeno per alcuni momenti di proteggersi dai colpi.
L’agonia potrebbe essere durata fino a sessanta minuti
È però il tempo trascorso tra le lesioni e la morte a restituire l’aspetto più sconvolgente della nuova consulenza.
Secondo gli esperti, l’aggressore avrebbe provocato le ferite mentre Chiara era ancora viva. La consulenza colloca la sopravvivenza minima dopo l’aggressione in un intervallo compreso tra 15 e 30 minuti, ma non esclude «una sopravvivenza complessiva più prolungata fino ai 60 minuti».
In altre parole, secondo questa nuova ipotesi medico-legale, Chiara Poggi potrebbe essere rimasta viva per quasi un’ora dopo l’aggressione.
Un elemento destinato inevitabilmente a pesare anche sulla ricostruzione temporale del delitto. Stabilire quanto a lungo Chiara sia sopravvissuta significa infatti provare a ridefinire non soltanto il momento dell’aggressione, ma anche la finestra temporale entro la quale l’assassino sarebbe rimasto nella villetta o avrebbe potuto allontanarsi.
Dopo diciannove anni, dunque, anche la cronologia di quella mattina torna a essere uno dei terreni sui quali accusa e difesa sono destinate a confrontarsi.
La scarpa Frau numero 42 e le misure del piede di Sempio
Nel nuovo impianto della Procura trova spazio anche uno degli elementi più discussi della scena del crimine: le impronte a pallini lasciate nel sangue all’interno dell’abitazione.
Il tenente colonnello Gianpaolo Iuliano, del Ris di Messina, e il dattiloscopista Nicola Caprioli hanno approfondito le caratteristiche di una scarpa Frau numero 42 del modello che gli investigatori considerano compatibile con le tracce repertate nella villetta.
Secondo le conclusioni riportate negli atti, le dimensioni della calzatura risulterebbero compatibili con quelle del piede di Andrea Sempio. Sul tema interviene anche la consulenza di Cristina Cattaneo, che aveva effettuato rilevazioni antropometriche sull’indagato e osserva come l’aumento di peso nel corso degli anni possa modificare larghezza e volume del piede.
Proprio su questo punto, però, la difesa prepara uno scontro frontale. Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia sostengono di avere raccolto le dichiarazioni di due testimoni che, accompagnate dai relativi riscontri, indicherebbero che Sempio già nel 2007 calzava il numero 44.
Una differenza tutt’altro che marginale, perché la compatibilità tra piede e calzatura rappresenta uno dei tasselli attraverso i quali la Procura tenta di collegare l’indagato alle impronte rinvenute nella casa.
L’impronta 33 torna al centro dell’inchiesta
C’è poi l’impronta 33, probabilmente uno degli elementi più controversi dell’intera nuova indagine. Gli investigatori individuarono la traccia del palmo della mano destra sul muro delle scale che conducono verso il punto nel quale trovarono il corpo di Chiara.
Secondo gli approfondimenti effettuati da Iuliano e Caprioli, l’attribuzione ad Andrea Sempio manterrebbe validità sulla base di 15 minuzie e di un cluster di caratteristiche.
Da anni, tuttavia, attorno a quell’impronta ruota una domanda decisiva: c’era sangue oppure no? La traccia non aveva restituito materiale genetico utilizzabile e gli accertamenti dell’epoca non avevano dimostrato la presenza di sangue. Per affrontare questo punto, il Racis di Roma ha effettuato nuovi esperimenti utilizzando differenti tipologie di muro, sangue e ninidrina, lo stesso reagente che gli investigatori usarono nel 2007.
Secondo i risultati riportati negli atti, l’assenza di Dna rilevabile non permette, da sola, di escludere che originariamente sulla superficie ci fosse sangue, perché il particolato minerale alcalino dell’intonaco può interferire con la conservazione e con la successiva rilevazione del materiale genetico.
Questo non dimostra automaticamente che l’impronta 33 contenesse sangue. Significa però, nella prospettiva dell’accusa, che l’assenza di Dna non basta più per escludere quella possibilità.
Per la Procura Sempio avrebbe agito da solo
La chiusura delle indagini chiarisce anche un altro punto fondamentale della nuova ricostruzione: per la Procura Andrea Sempio avrebbe agito da solo.
L’ipotesi di eventuali complici, evocata a più riprese durante i mesi dell’inchiesta e diventata uno dei temi più discussi attorno al caso Garlasco, non compare dunque nella contestazione finale formulata nei confronti dell’indagato.
I magistrati contestano inoltre l’aggravante della crudeltà, collegandola all’«efferatezza dell’azione omicidiaria», e quella dei motivi abietti, che secondo l’accusa troverebbero origine nel rifiuto da parte di Chiara di un approccio sessuale.
Anche questo sarà uno dei punti sui quali la difesa potrà intervenire dopo avere esaminato integralmente il materiale depositato.
La difesa: «Non ci sono nuovi elementi di prova»
Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia respingono infatti l’idea che la chiusura delle indagini abbia portato una prova decisiva contro il loro assistito.
«Nell’avviso non ci sono nuovi elementi di prova, sono contro-consulenze», sostengono i legali, che adesso hanno a disposizione i termini previsti dalla legge per studiare gli atti, depositare memorie e consulenze, chiedere interrogatori o ulteriori approfondimenti.
La battaglia si annuncia particolarmente dura proprio sugli elementi scientifici: dalla misura delle scarpe all’impronta 33, passando per l’interpretazione delle tracce e per la ricostruzione della dinamica dell’aggressione.
La conclusione delle indagini, infatti, non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva e il materiale raccolto dalla Procura dovrà affrontare il contraddittorio con la difesa e, se i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio, il vaglio del giudice.
Diciannove anni dopo, Garlasco viene riscritto ancora
Resta un dato impressionante: a quasi vent’anni dall’omicidio, la mattina del 13 agosto 2007 continua a cambiare forma.
Per anni il delitto di Chiara Poggi è entrato nel procedimento che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. Oggi quella sentenza resta pienamente valida, mentre parallelamente la Procura di Pavia ha costruito una nuova indagine che indica un altro uomo come possibile autore dell’omicidio.
Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il caso Garlasco uno dei più complessi della storia giudiziaria italiana recente.
Da una parte c’è Alberto Stasi, con una condanna definitiva a 16 anni. Dall’altra Andrea Sempio, oggi unico indagato nella nuova inchiesta e ancora presunto innocente. Nel mezzo ci sono reperti vecchi di diciannove anni, analisi genetiche nuovamente discusse, impronte riesaminate, consulenze, scarpe, misurazioni e una scena del crimine sulla quale gli investigatori continuano a cercare risposte.
Ma dalle nuove carte emerge soprattutto Chiara. Una ragazza di 26 anni che quella mattina, secondo la nuova ricostruzione medico-legale, potrebbe non essere morta immediatamente. Avrebbe visto arrivare i colpi, avrebbe cercato di proteggersi e potrebbe essere rimasta viva ancora per molti minuti, mentre il tempo continuava a scorrere dentro la villetta di via Pascoli.
Quindici, trenta. Forse sessanta minuti.
Ed è probabilmente questo, al di là di impronte, scarpe e battaglie tra consulenti, il particolare più terribile contenuto nelle nuove carte dell’inchiesta di Garlasco.
Politica
Fabrizio Corona cerca candidati per il suo partito: «Mi danno fino al 10%». E il tour diventa la prima prova generale della sua discesa in politica
L’ex re dei paparazzi vuole imprenditori ma anche persone comuni: «Carisma, decisione e fedeltà». Poi rivendica percentuali che, in assenza di istituti e metodologie, non risultano verificabili: «Alcuni sondaggi mi danno al 3%, altri al 10%»
Fabrizio Corona non cerca più soltanto milioni di visualizzazioni. Adesso cerca candidati. Ed è probabilmente questo il dettaglio che cambia completamente la prospettiva della sua annunciata discesa in politica. Perché fondare un movimento sui social può essere una provocazione, mostrare un simbolo può essere una formidabile operazione di comunicazione, ma cominciare a cercare persone da inserire nelle future liste significa almeno prepararsi alla possibilità di arrivare davvero davanti agli elettori.
Il movimento si chiama «Per la Verità», esattamente come il nuovo spettacolo con il quale Corona partirà il 13 novembre dal PalaUbroker di Bassano del Grappa. Una coincidenza soltanto apparente: il tour potrebbe diventare anche la prima gigantesca vetrina del nuovo progetto, mettendo fisicamente Corona davanti a quella comunità che finora lo ha seguito soprattutto attraverso Falsissimo e i social.
Corona cerca i suoi candidati: «Carisma, decisione e fedeltà»
La vera novità è che dietro le quinte sarebbe già partita la ricerca degli uomini e delle donne da schierare qualora Per la Verità arrivasse davvero alle elezioni. Corona non sembrerebbe interessato soltanto ai personaggi conosciuti e, anzi, vorrebbe pescare soprattutto fuori dai tradizionali apparati di partito.
«Imprenditori, sì. Ma anche tanta gente comune disposta a mettersi in gioco», è la linea indicata. E per entrare nella squadra servirebbero soprattutto tre caratteristiche: «Carisma, decisione e fedeltà alla causa».
Un casting politico, insomma, costruito secondo una logica molto più vicina al mondo di Corona che alle vecchie sezioni di partito. Il curriculum dentro consigli comunali, correnti e segreterie conterebbe meno della capacità di esporsi, comunicare e aderire completamente al progetto.
«Alcuni sondaggi mi danno al 10%»
Corona, intanto, comincia già a parlare di percentuali. «Alcuni sondaggi mi danno al 3%, altri al 10%», sostiene.
Numeri che vanno presi per quello che sono: una dichiarazione dello stesso Corona. Senza il nome degli istituti che avrebbero effettuato le rilevazioni, il campione, la data e la metodologia utilizzata, quelle percentuali non possono essere considerate sondaggi elettorali verificabili.
Ma il fatto che Corona ragioni ormai apertamente in termini di consenso dice molto sulla direzione intrapresa. E il 3 per cento non è una cifra casuale: era già la prima soglia indicata quando aveva presentato pubblicamente il movimento.
«Né destra né sinistra, siamo l’antisistema»
Anche l’identità che Corona vuole attribuire a Per la Verità è ormai piuttosto definita. «Il mio sarà il partito della gente, dei non allineati, dei né di destra né di sinistra, di chi è stufo di bugie e di inganni. Siamo l’antisistema, contro il sistema», ha dichiarato.
Nel suo primo manifesto aveva già messo insieme temi molto differenti: immigrazione, sanità, scuola, lavoro, intelligenza artificiale, tasse, padri separati, legalizzazione delle droghe e regolamentazione della prostituzione. Un contenitore volutamente trasversale, accompagnato dall’attacco tanto al governo quanto alle opposizioni.
Corona rivendica anche un metodo completamente diverso da quello dei partiti tradizionali: «Io ho le idee chiare e non ho bisogno dei gazebo per preparare il programma».
Il tour «Per la Verità» parte il 13 novembre
Il primo appuntamento con il pubblico arriverà il 13 novembre alle 21 a Bassano del Grappa, dove debutterà Per la verità – La grande truffa italiana tra politica, potere e spettacolo.
Corona promette uno show costruito attorno ai suoi territori preferiti: politica, lobby, televisione, gossip, social e retroscena del potere. Ci saranno racconti personali, documenti, provocazioni e la sua interpretazione dei meccanismi che governano consenso e notorietà.
Ma dopo l’annuncio del movimento è impossibile considerarlo soltanto uno spettacolo. Il nome è lo stesso del progetto politico e il pubblico di Corona costituisce inevitabilmente anche il primo bacino nel quale cercare simpatizzanti, collaboratori e forse proprio quei candidati che adesso starebbe selezionando.
La sfida vera: trasformare Falsissimo in voti
È qui che comincia la parte più complicata dell’operazione. Corona possiede qualcosa che qualsiasi nuovo movimento politico pagherebbe oro per avere: notorietà e un pubblico già enorme. Ma milioni di visualizzazioni non equivalgono automaticamente a milioni di voti e un follower non diventa necessariamente un elettore.
La scommessa di Per la Verità sarà esattamente questa: capire quanti degli italiani che seguono Corona per le sue inchieste, gli scoop, le provocazioni e le battaglie mediatiche siano disposti a seguirlo anche quando dall’altra parte non ci sarà più il pulsante «play», ma una scheda elettorale.
Il 13 novembre comincerà il tour. Nel frattempo Corona starebbe già costruendo la squadra. Ed è questo il particolare che rende la storia molto più interessante: stavolta non cerca soltanto spettatori. Cerca persone da candidare.
Cronaca
Vittorio Sgarbi in gravi condizioni al policlinico Gemelli: tra il ricovero d’urgenza e i recenti guai giudiziari
Nuovo ricovero al policlinico romano per il noto critico d’arte e saggista di 74 anni dopo un periodo segnato da problemi di salute
Vittorio Sgarbi è ricoverato al policlinico Gemelli di Roma. Il critico d’arte, 74 anni, sarebbe in gravi condizioni, in terapia intensiva. Nella primavera del 2025 era stato per circa un mese nello stesso ospedale romano per una grave forma di depressione.
Le apparizioni pubbliche e i festeggiamenti recenti
Lo scorso febbraio il critico d’arte è riapparso in pubblico alla Certosa di Ferrara. Visibilmente debilitato fisicamente, con passo incerto e volto piuttosto provato, accompagnato dall’inseparabile compagna Sabrina Colle. L’8 maggio Sgarbi ha festeggiato il 74esimo compleanno a Venezia e tra i primi a fargli gli auguri è stato il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che lo ha ricevuto nella sede della Fondazione, a Ca’ Giustinian.
I successi giudiziari tra Corte dei conti e il caso Manetti
Appena 20 giorni fa Sgarbi è stato assolto dall’accusa di danno erariale. La procura della Corte dei conti lo aveva indagato per i compensi delle conferenze tenute quando era sottosegretario alla Cultura. Secondo i magistrati contabili quelle prestazioni compromettevano l’imparzialità del suo ruolo istituzionale. I giudici però hanno ritenuto che quel conflitto non esista.
All’inizio di quest’anno si è parlato di lui anche dopo l’assoluzione dall’accusa di riciclaggio nel caso del quadro “La cattura di San Pietro” di Rutilio Manetti.
L’istanza legale della figlia Evelina per la tutela personale
Negli ultimi mesi il critico è stato al centro di una battaglia giudiziaria avviata dalla figlia Evelina, che ha presentato un’istanza al tribunale civile di Roma per la nomina di un amministratore di sostegno per il padre. La richiesta si fonda sulla tesi sostenuta dalla figlia secondo cui Sgarbi non sia più in grado di gestire autonomamente la propria persona e i propri interessi.
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