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Cronaca

INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone

Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.

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    No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
    della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».

    Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.

    Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.

    La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.

    Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.

    La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.

    L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera

    L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.

    La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta

    Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.

    Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.

    La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci

    Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.

    Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce

    Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.

    Le connessioni con il mondo dello spettacolo

    L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.

    L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori

    Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.

    La rete della ‘ndrangheta nelle curve

    Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.

    La connessione tra la Juventus e gli ultras

    L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.

    Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli

    Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.

    L’influenza della camorra sulle curve

    Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.

    Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana

    Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.

    La figura controversa di Giuseppe Sculli

    Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.

    La violenza del derby del 2024

    Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.

    Il futuro delle curve genovesi

    Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.

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      Cronaca

      Tribunale di Milano, il 19 marzo si decide il futuro di “Falsissimo”: l’inibitoria, il reclamo e la domanda che tiene in tensione Signorini

      Il 19 marzo il collegio del Tribunale civile di Milano discuterà il reclamo contro l’ordinanza che ha imposto la rimozione dei contenuti e lo stop a nuove pubblicazioni. Da una parte Signorini, dall’altra l’ex agente fotografico con i suoi legali: sullo sfondo la Procura e l’annuncio di una nuova puntata.

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        Il 19 marzo, a Milano, non si discuterà solo di un provvedimento civile: si discuterà di un pezzo di ecosistema mediatico. Perché quando una misura cautelare finisce per incidere su un format che vive di pubblico, polemiche e viralità, la domanda diventa inevitabile: che fine farà “Falsissimo”? E, soprattutto, quanto trema ancora Alfonso Signorini dopo lo stop imposto dal giudice a fine gennaio?

        Per capire il punto bisogna tornare al 26 gennaio, quando il giudice Roberto Pertile ha accolto l’istanza dei legali di Signorini e ha imposto all’ex agente fotografico di non diffondere ulteriori contenuti ritenuti diffamatori nei confronti del conduttore. Non una semplice tirata d’orecchie, ma un pacchetto di ordini molto netto: rimozione dei video già pubblicati, consegna del materiale utilizzato per il format e stop immediato a ogni eventuale pubblicazione futura sul canale YouTube.

        La misura cautelare e il suo peso
        Il provvedimento, così come motivato, entra nel merito del “perché” e non si limita al “cosa”. Il giudice, secondo quanto riporti, parla di contenuti capaci di alimentare un “pruriginoso interesse del pubblico” e una “morbosa curiosità” per vicende sessuali, con accuse di condotte “immorali e penalmente rilevanti” lanciate senza il conforto di prove, lesive della dignità dell’interessato e con l’obiettivo di trarne profitto. Parole che, lette fuori dall’aula, suonano come una doppia sentenza: giuridica e culturale, perché puntano il dito sul meccanismo che trasforma l’allusione in audience.

        Il reclamo del 19 marzo e lo scontro tra diritti
        Il 19 marzo, davanti al collegio del Tribunale civile, quella misura sarà oggetto di reclamo. Da una parte Signorini, assistito dai legali Domenico Aiello e Daniela Missaglia. Dall’altra l’ex agente fotografico con i suoi civilisti e con l’avvocato Ivano Chiesa, che – nella prospettiva della difesa – vuole trasformare la vicenda in un caso simbolo: non tanto “cosa si può dire”, ma se sia ammissibile una forma di blocco preventivo che, di fatto, impedisce future pubblicazioni.

        La linea difensiva, così come la riporti, prova a ribaltare l’impostazione: l’inibitoria partirebbe dal “presupposto errato” che l’obiettivo fosse parlare dei gusti sessuali di Signorini, mentre l’intento sarebbe stato denunciare “l’esistenza di un sistema” che avrebbe comportato la commissione di reati, richiamando denunce e un’indagine. Il punto del reclamo diventa quindi la parola più esplosiva, nel 2026: censura preventiva.

        La Procura, le presunte violazioni e il ritorno annunciato su YouTube
        In mezzo c’è un altro passaggio che pesa: la trasmissione degli atti alla Procura per valutare l’ipotesi di “mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice”, legata a presunte violazioni dell’inibitoria. Qui la partita si fa doppia: da un lato il reclamo civile, dall’altro l’eventuale valutazione penale sul rispetto del provvedimento.

        E mentre le carte girano tra avvocati, collegio e Procura, la cronaca giudiziaria torna a mescolarsi con lo spettacolo: viene annunciato il ritorno su YouTube con una nuova puntata di “Falsissimo”, indicata per oggi, 2 marzo 2026. È la dinamica che rende questo caso così elettrico: ogni atto processuale diventa un teaser, ogni udienza un acceleratore di attenzione, ogni silenzio un invito a immaginare.

        Alla fine, però, il 19 marzo non deciderà la “vittoria” di qualcuno in senso social. Deciderà il perimetro: fino a dove può spingersi la libertà di parola quando entra nella sfera personale altrui e quando la narrazione pubblica si alimenta di insinuazioni, allusioni e promesse di rivelazioni. In un’epoca in cui l’indignazione fa audience e l’attenzione è moneta, l’aula rischia di diventare un palcoscenico. Ma in tribunale, piaccia o no, contano le prove e la tenuta delle regole. E la vera domanda, adesso, è una sola: “Falsissimo” riparte davvero, o il 19 marzo segnerà un confine più duro di qualunque algoritmo?

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          Cronaca

          “Signorini mi ha portato nel camerino e ha cercato di baciarmi”. Nuova puntata di Falsissimo: Corona va in onda e spara ad alzo zero su Mediaset

          Tra riprese amatoriali, il racconto di Vito Coppola (“Signorini mi ha portato nel suo camerino”) e l’ipotesi che l’uscita di Signorini da Chi non sia casuale, Corona costruisce un atto d’accusa che scuote il mondo Mediaset. Ma la verità, come al solito, è un’altra cosa…

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            L’appuntamento era per il 2 marzo. E Corona aveva annunciato sfaceli. Ma la nuova puntata di Falsissimo, andata in onda ieri sera alle 21 sul canale YouTube di Fabrizio Corona, ha portato ben poco di nuovo alla causa dell’ex re dei paparazzi: il solito minestrone a base di Alfonso Signorini, il Grande Fratello, Cinecittà e un nome che fino a poche ore fa era sconosciuto ai più, Vito Coppola. Un riassunto delle puntate precedenti dove si autoproclama vergine e martire. Con i soliti versi e versetti, i refrain come “paurina”, l’atteggiamento da paladino della verità. Ma prove? nessuna. Almeno se parliamo di reati. Schifo? tanto, con la descrizione di un sistema – chiamiamolo SIgnorini – in cui ogni rapporto è mercificato.

            Manzi tatuati, dai bicipiti gonfi e poco dotati intellettualmente, un presentatore francamente viscido e volgare che ci prova con il belloccio di turno in maniera perlomeno patetica. Ma il cattivo gusto, il viscidume è un reato? Su una cosa Corona ha ragione, Mediaset avrebbe dovuto fare prima di tutto un po’ di pulizia. Perché il comportamento di Signorini è francamente improprio. Il filmato in chat sdraiato sul letto in cui chiede a Coppola se può “toccarsi” pensando a lui ne è un esempio lampante. Ma l’altro appare consenziente, anzi, lo spinge, lo provoca, lo eccita. Non solo non si nega e non dice mai di no, ma alimenta la tresca. Insomma il reato dov’è?

            Corona fa quello che sa fare meglio: monta un racconto in cui ogni tassello sembra incastrarsi con il successivo, lasciando però sempre uno spazio di ambiguità che alimenta il dubbio. Al centro c’è la testimonianza di Coppola, che nel video racconta in prima persona: “Signorini mi ha portato nel camerino. Ha provato a baciarmi e io mi sono opposto”. Ma che questo sia realmente successo nessuna prova. Una frase che, isolata, è già un titolo. Inserita in una narrazione più ampia diventa un detonatore. Ma di prove neppure l’ombra. C’è la parola del ragazzo contro quella del presentatore.

            Secondo quanto mostrato nella puntata, Coppola sarebbe entrato negli studi di Cinecittà dopo essere stato prelevato dall’autista personale del conduttore. Le immagini, riprese dallo stesso ragazzo con il cellulare, mostrerebbero corridoi, retro del set, lo studio del Grande Fratello, l’“acquario”, specchi che riflettono le luci e le telecamere. “Immagini girate dall’interno, da qualcuno che non avrebbe dovuto trovarsi lì”, insiste Corona nel suo commento.

            La ricostruzione proposta nel format parla di incontri ripetuti, di una cena in camerino e della presenza, a un certo punto, anche di alcuni autori del programma. Non c’è una sentenza, non c’è un atto formale: c’è un racconto che diventa accusa pubblica, con toni durissimi. Corona annuncia e manda in onda anche un audio in cui, sostiene, Signorini chiamerebbe Coppola prima di una diretta per scusarsi di essere stato “troppo”. Il contenuto viene presentato come elemento chiave, ma resta affidato all’interpretazione di chi ascolta.

            Tanto più che Signorini fa avances, ma Coppola non si tira certo indietro, Flirta, risponde chiamando “amore” il conduttore. Bacio a bacio. Insomma. Due adulti apparentemente consenzienti in una relazione omosessuale. Non è Signorini che offre la tv a Coppola, ma Coppola che chiede a Signorini e gli racconta del provino che vuole affrontare a Uomini e Donne. Coppola lo provoca e lui risponde. Coppola lo seduce e lui si fa sedurre. Dov’è il reato?

            Anzi, Signorini mette le mani avanti, gli dice chiaramente che vuole avere rapporti sessuali con lui. E Coppola ci sta, ride, gli manda baci entusiasti. Lo chiama amore. Risponde tono su tono. Gli invia foto. Insomma, due adulti che flirtano. Non sembra proprio che Signorini abbia messo alcun tipo di aut aut. Insomma, il reato sembrerebbe non esserci. Non c’è alcun ricatto. Tanto squallore quello sì. Una tresca che dura tre mesi, in cui un conduttore non più giovanissimo – e esperto del mondo del gossip e dei retro le quinte dello star system – si lascia andare con una faciloneria incredibile. Falsissimo sembra solo una scusa per sbandierare i gusti sessuali personali – e decisamente poco attraenti – di Signorini. E le risposte di Coppola sembrano non solo pienamente consenzienti, ma anche assolutamente invitanti. Il suo è un semaforo verde su tutta la linea, e l’altro va avanti senza freni. Ma alla fine solo due adulti che parlano di sesso.

            Secondo Corona a far pendere la bilancia verso le molestie sarebbe il fatto che Signorini avrebbe invitato il ragazzo in camerino al Grande Fratello per dimostrargli la sua potenza. Approfittando così della sua posizione dominante per convincerlo a concedergli il suo corpo. Ma qui si potrebbe obiettare che Coppola, da tre mesi, rispondeva in maniera esplicita e positiva (anzi, entusiasta) alle sue avances. E non è che prima il ragazzo – al momento di contattare il giornalista – non sapesse con chi stava parlando. L’impressione è che non solo lo sapesse perfettamente, ma che fosse consapevole della sua posizione e che abbia fatto di tutto per sedurre il conduttore in modo da farsi aiutare ad entrare in tv. Tutto il contrario, insomma, di quello che vuole dimostrare Corona. Sembra proprio Coppola a far credere a Signorini di essere disponibile e compiaciuto. Ed è il ragazzo a portare avanti la tresca per tre mesi senza mai tirarsi indietro.

            Il tutto, ovviamente, viene presentato da Corona come una verità assoluta, Ma non lo è: senza alcun contradditorio, senza alcuna risposta da parte di Signorini. Una sola campana. Che tra l’altro appare decisamente poco credibile. Il tutto immerso in un mare di squallore. Semmai sembra incredibile che un uomo adulto e scafato come dovrebbe essere Alfonso Signorini cada in una simile trappole. “A me mi piacciono le donne, non mi piacciono gli uomini”, dice alla fine Coppola a Corona. Sarà, ma per tre mesi ha retto il gioco, provocando e seducendo l’uomo dall’altra parte dello smartphone. Anzi, alla fine Signorini chiude la redazione dicendo “Ho sentito che nei tuoi baci e nei tuoi abbracci non c’era passione. Comunque per lavoro o per consigli, per te ci sono”. Insomma, ci sono stati anche baci e abbracci da parte del ragazzo…

            Insomma, il solito Corona. Con la sua verità personale. Con le sue accuse fondate sul nulla. Ma lui non si ferma e sfodera i suoi slogan “Se volete fermarmi dovete spararmi”. Poi l’affondo istituzionale: “In un paese normale il Grande Fratello non dovrebbe più andare in onda”. Corona chiama in causa Endemol, chiedendo di fermare la prossima edizione per verificare tutto. “Sono quindici anni che si commettono reati”, dice nel video, usando un linguaggio che va ben oltre la semplice critica televisiva. E rilancia anche sul piano legale, ricordando la causa in corso con Signorini e avvertendo che, in caso di rimozione dei contenuti, chiederà milioni di euro di danni se l’udienza dovesse dargli ragione.

            E qui c’è la prima e vera notizia: quei soldi saranno usati dal re dei paparazzi per entrare in politica. Lo conferma lui stesso che rivela anche che Vannacci lo ha contattato perché entrasse nel suo partito. Ma lui ha risposto picche. In ogni caso la puntata va via lenta, piena di recriminazioni, di insulti spesso gratuiti. Francamente noiosa (Marina Berlusconi docet). La parte più interessante è quando Corona svela di essere stato ricoverato per una prostatite… e questo è tutto dire.

            Il passaggio più velenoso, però, è quello che collega la puntata a una notizia che ha già scosso il mondo dell’editoria: l’addio di Signorini alla direzione editoriale di Chi. Per Corona non è una coincidenza. “Non è un caso”, ripete. La sua tesi è che l’uscita sia legata proprio ai temi trattati in Falsissimo, una mossa per gestire l’impatto mediatico prima che il materiale diventasse pubblico. Un’interpretazione, questa, che al momento resta una lettura personale e non trova conferme ufficiali.

            A margine, Corona attacca anche Selvaggia Lucarelli, sostenendo che “se avesse un’etica dovrebbe ritirarsi immediatamente dal Grande Fratello”, accusandola di incoerenza per aver accettato di far parte di un contesto che in passato avrebbe criticato. Il risultato è un quadro falsamente (o falsissimamente) esplosivo, che mescola video amatoriali, testimonianze riportate, audio rubati e interpretazioni personali. Come spesso accade con Falsissimo, il confine tra denuncia e spettacolo è sottile, E quello con la diffamazione, inesistente. Il racconto si regge su un equilibrio instabile tra ciò che viene mostrato e ciò che viene suggerito. Ma la verità, quella vera, non ha nulla a che vedere con tutto questo.

            Di certo c’è che la puntata è uscita, è stata vista e commentata, e ha rimesso al centro del dibattito pubblico nomi e ruoli pesanti. Se si tratti di un’inchiesta destinata a produrre conseguenze o dell’ennesimo ciclone mediatico lo diranno i prossimi giorni. Per ora, la bomba è stata lanciata. E il rumore, quello sì, si sente eccome. Ma tra un’atomica e un petardo – per quanto grosso – la differenza è sostanziale.

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              Hadaka Matsuri, il festival dei nudi tra fede e caos: feriti e polemiche a Okayama

              Tra fede, adrenalina e pericolo, il festival dei nudi continua a raccontare il volto più profondo del Giappone. Ma oggi, accanto alla tradizione, cresce una nuova esigenza: proteggere chi cerca la fortuna senza rischiare la vita.

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                Doveva essere, come ogni anno, un’esplosione di spiritualità, tradizione e resistenza fisica. Invece l’edizione 2026 dell’Hadaka Matsuri, il celebre “festival dei nudi” nella prefettura di Okayama, si è conclusa con ambulanze, feriti e polemiche. Secondo quanto riportato dai media pubblici giapponesi, almeno sei partecipanti sono stati trasportati in ospedale dopo una violenta calca, tre dei quali in condizioni serie e privi di sensi al momento dei soccorsi.

                L’incidente è avvenuto all’interno del tempio Saidaiji Kannon‑in, cuore della manifestazione. Come da tradizione, migliaia di uomini, vestiti solo con il fundoshi, il tipico perizoma bianco, si sono radunati nella sala principale. Il momento più atteso arriva quando le luci vengono spente e i sacerdoti lanciano tra la folla gli “shingi”, piccoli bastoni di legno sacri considerati portatori di fortuna. Chi riesce ad afferrarli, secondo la credenza, sarà benedetto da prosperità per l’anno successivo.

                È proprio in quell’istante che si è scatenato il caos. Nel buio quasi totale, migliaia di corpi si sono spinti per conquistare gli oggetti sacri. Alcuni partecipanti sono caduti, travolti dalla pressione della folla. I soccorritori sono intervenuti rapidamente, ma la densità delle persone ha reso le operazioni difficili.

                Gli organizzatori, che avevano stimato una partecipazione di circa 10.000 persone, hanno presentato scuse ufficiali, ammettendo che le misure di sicurezza non sono state sufficienti a gestire un’affluenza così elevata. L’episodio ha riacceso il confronto tra chi difende il valore storico della tradizione e chi chiede protocolli più rigorosi.

                Il cosiddetto Hadaka Matsuri è uno degli eventi più antichi e suggestivi del Giappone. Le sue origini risalgono a oltre 500 anni fa, quando i fedeli si contendevano amuleti di carta lanciati dai sacerdoti. Con il tempo, la carta fu sostituita dal legno e la competizione divenne sempre più fisica.

                Nonostante il nome, il festival non è legato all’esibizionismo, ma alla purificazione. Il freddo, la nudità e la fatica rappresentano un percorso simbolico di resistenza e rinascita. Partecipare è considerato un gesto di coraggio e devozione.

                La notizia dell’incidente ha fatto rapidamente il giro del Paese, arrivando fino alla capitale Tokyo, dove sociologi e osservatori riflettono su come conciliare tradizione e sicurezza. Negli ultimi anni, eventi di massa in tutto il mondo hanno evidenziato i rischi legati alle grandi concentrazioni di persone.

                Eppure, per molti giapponesi, l’Hadaka Matsuri resta un simbolo identitario. Un rito che resiste al tempo, capace di unire sacro e fisico, spiritualità e sfida.

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