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Cronaca

INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone

Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.

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    No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
    della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».

    Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.

    Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.

    La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.

    Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.

    La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.

    L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera

    L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.

    La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta

    Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.

    Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.

    La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci

    Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.

    Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce

    Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.

    Le connessioni con il mondo dello spettacolo

    L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.

    L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori

    Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.

    La rete della ‘ndrangheta nelle curve

    Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.

    La connessione tra la Juventus e gli ultras

    L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.

    Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli

    Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.

    L’influenza della camorra sulle curve

    Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.

    Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana

    Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.

    La figura controversa di Giuseppe Sculli

    Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.

    La violenza del derby del 2024

    Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.

    Il futuro delle curve genovesi

    Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.

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      Cronaca

      Oscurato l’Instagram dell’avvocato Chiesa: dopo Corona, il blackout arriva anche al suo legale

      Prima la sospensione a catena degli account riconducibili a Fabrizio Corona, poi l’oscuramento (durato poche ore) del profilo Instagram di Ivano Chiesa, storico legale dell’ex paparazzo: un altro episodio che incendia lo scontro tra piattaforme e protagonisti della vicenda.

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        A questo punto il copione è sempre lo stesso, cambia solo il nome sul campanello. Prima spariscono i profili di Fabrizio Corona, poi, come in un effetto domino che non fa prigionieri, viene oscurato anche l’account Instagram di Ivano Chiesa, storico legale dell’ex paparazzo. Una sospensione lampo, avvenuta nel pomeriggio di sabato 7 febbraio e rientrata in seguito con la riattivazione del profilo. Ma il danno – mediatico, polemico, infiammabile – era già fatto: perché quando la storia non riesce più a stare dentro il perimetro dei tribunali, finisce per essere riscritta dalle piattaforme. E lì, lo sappiamo, la penna non la impugna nessuno: scrive un algoritmo, e tu puoi solo gridare.

        Chiesa non l’ha presa con filosofia. Anzi. Ha denunciato pubblicamente la sospensione parlando di violazione degli standard di Meta e definendo quanto accaduto un atto di censura “ancor più grave” di quello che – a suo dire – avrebbe colpito il suo assistito. La motivazione personale è netta e, per certi versi, persino lineare: «Io parlo solo di questioni giudiziarie – dichiara – ovviamente con i dovuti modi, e quindi lo considero un atto di censura». Tradotto: se perfino un avvocato che si muove sul terreno della cronaca giudiziaria viene silenziato, allora non è più un tema di contenuti “scomodi”, ma di controllo del racconto.

        Il punto, però, è che la versione “ufficiosa” riportata da Open porta la vicenda su un altro binario, molto più moderno e molto meno romantico: non la censura come scelta, ma la sospensione come conseguenza. Secondo quanto riferito, il profilo sarebbe stato fermato perché i contenuti avrebbero generato una “crisi virale”. In altre parole: il problema non sarebbe “chi sei”, ma “cosa scateni”. Le piattaforme, in questi casi, intervenirebbero automaticamente quando un account diventa un moltiplicatore di rischio reputazionale. Non importa se sei l’autore dei contenuti, il protagonista, il difensore, l’amico, l’ombra: se il profilo viene letto come acceleratore di caos, scatta la leva di sicurezza.

        È un’idea che, raccontata così, fa paura perché è perfettamente impersonale. E l’impersonale, nel 2026, è spesso la forma più efficace del potere. Non ti serve un nemico in carne e ossa, non ti serve una telefonata “dall’alto”, non ti serve la regia di qualcuno. Basta un parametro che si accende. E tu, che ti senti censurato, ti ritrovi invece “moderato” per ragioni tecniche. La differenza, per chi subisce, è quasi irrilevante: l’effetto è identico. Il microfono si spegne.

        In mezzo, com’era prevedibile, si è infilata un’altra dinamica tipicamente italiana: il sospetto del mandante. In molti, infatti, hanno pensato subito a uno “zampino” esterno. Mediaset, però, ha smentito in modo secco qualsiasi insinuazione e – da quanto viene riportato – ha precisato di non c’entrare nulla con la sospensione dell’avvocato, che il profilo non sarebbe mai stato segnalato e che, in ogni caso, la decisione finale su sospensioni e rimozioni spetta alle piattaforme. Un modo per dire: cercate altrove, qui non troverete la pistola fumante. E se la pistola non c’è, allora resta la stanza: quella in cui un sistema automatizzato decide quando un account è diventato troppo “problematico” per restare acceso.

        La sospensione del profilo di Chiesa arriva, non a caso, dopo la raffica di oscuramenti che ha colpito Corona. Prima le pagine social e il canale YouTube, poi un tentativo di approdo su X con una pagina che non risulta più accessibile. Una presenza che si accende e si spegne come una luce difettosa: ci sei, non ci sei, riappari, sparisci. In mezzo, intanto, la vicenda giudiziaria continua a correre, con una doppia velocità: quella dei tribunali – lenta, formale, scandita da date e atti – e quella della rete, che brucia tutto in tempo reale.

        E qui si innesta l’altra parte della storia, quella che Corona usa come benzina comunicativa: la maxi causa civile da 160 milioni di euro e l’intero scontro con diversi volti noti della televisione, oltre ai provvedimenti e alle ordinanze che negli ultimi giorni hanno fatto alzare ulteriormente la temperatura. Sul piano narrativo, il messaggio è sempre lo stesso: “mi vogliono zittire”. Sul piano tecnico, la replica delle piattaforme è altrettanto semplice: “non è personale, è procedurale”. E quando due versioni così inconciliabili si scontrano, il risultato è un cortocircuito perfetto: la polemica diventa notizia, la notizia diventa arma, l’arma diventa contenuto.

        L’ultimo tassello, a chiudere il cerchio, è il post attribuito a un nuovo account comparso nelle ore successive, che commenta proprio la sospensione dell’avvocato con toni durissimi, chiamando in causa Mediaset e i Berlusconi e parlando di “vergognosa censura in uno stato democratico”. È un testo che funziona perché è estremo, perché è assoluto, perché non concede sfumature. E soprattutto perché ribalta il tavolo: non discute la presunta “crisi virale”, non entra nel merito degli standard, non accetta l’idea che la piattaforma possa agire in autonomia per ragioni di rischio. Dice solo: è dittatura. Fine.

        Il nodo, però, resta lì, e non è un nodo di simpatia o antipatia. È un nodo di potere. Perché quando la voce pubblica di una persona – che sia un personaggio, un avvocato, un cronista o un semplice utente – dipende dall’interpretazione automatica di un rischio reputazionale, il confine tra regola e arbitrarietà diventa sottile. La vicenda dell’account di Ivano Chiesa, oscurato e poi riattivato, è piccola solo in apparenza. In realtà è un segnale: l’ecosistema digitale non sta “punendo” qualcuno, sta proteggendo se stesso. E quando un sistema si protegge, non chiede permesso, non spiega troppo, non discute. Semplicemente: spegne e riaccende.

        Nel frattempo, mentre i profili vanno e vengono, Corona annuncia che porterà Falsissimo a teatro, con un tour già calendarizzato. Come se il messaggio fosse questo: anche se mi chiudete una porta, io ne apro un’altra. Anche se mi spegnete un canale, io trovo un palco. Il problema è che qui non siamo più nel terreno della provocazione spettacolare, ma in quello – molto più serio – della gestione del discorso pubblico. E la domanda, adesso, è inevitabile: se il “blackout” può colpire anche chi, per mestiere, difende e parla di atti giudiziari, allora chi decide davvero dove finisce la libertà di espressione e dove comincia la “crisi virale”? E soprattutto: chi stabilisce quando una voce è informazione e quando diventa rischio?

        Se vuoi, posso rifare anche il pezzo precedente integrando questo aggiornamento in un’unica versione da quotidiano, sempre su 6000 battute minime, senza perdere ritmo e con un filo più cattivo nei passaggi in cui “l’algoritmo” diventa il vero protagonista della storia.

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          Cronaca

          La foto ritoccata con l’IA: così la Polizia ha alimentato il complotto dopo gli scontri di Torino

          Un’immagine generata con l’intelligenza artificiale, diffusa senza avvertenze dagli account ufficiali, ha innescato una teoria del complotto sugli scontri di Torino e sugli agenti feriti. Un caso che solleva interrogativi pesanti sulla comunicazione istituzionale, sulla manipolazione emotiva delle immagini e sull’uso irresponsabile dell’IA da parte dello Stato.

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            Ci sono vicende che, più delle violenze di piazza, raccontano lo stato di salute di un Paese.

            Quella degli scontri di Torino, scoppiati al termine della manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, è una di queste. Non solo per la brutalità delle immagini che mostrano un agente a terra colpito con calci e martellate, ma per ciò che è accaduto dopo. Per il modo in cui la comunicazione istituzionale ha trasformato un fatto grave in un pasticcio clamoroso, alimentando proprio quella sfiducia che dice di voler combattere.

            Sabato 31 gennaio, a Torino, migliaia di persone hanno sfilato in una manifestazione inizialmente pacifica a sostegno di Askatasuna, storico centro sociale sgomberato lo scorso dicembre dopo trent’anni di attività nello stabile di corso Regina Margherita 47. Nel tardo pomeriggio, però, una frangia del corteo si è staccata e ha dato vita a violenti scontri con le forze dell’ordine. Petardi, fumogeni e bombe carta contro la Polizia; lacrimogeni e idranti in risposta. Il bilancio finale parla di oltre cento agenti feriti e di decine di manifestanti contusi.

            In questo scenario emerge un video destinato a diventare iconico. Le immagini mostrano un poliziotto solo, a terra, senza casco né maschera antigas, colpito ripetutamente da un gruppo di persone incappucciate. Pugni, calci, colpi inferti anche alla testa. Poi l’arrivo di un collega, che lo protegge con lo scudo mentre i manifestanti arretrano. Un filmato duro, senza ambiguità, pubblicato da Torino, Oggi e rilanciato immediatamente da tutte le principali testate nazionali.

            Il video finisce anche sui profili social dei vertici politici. Lo condividono il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Parte l’indagine della Procura di Torino, arrivano tre arresti. I due agenti protagonisti del video vengono ricoverati all’ospedale Molinette: Alessandro Calista, l’agente colpito a terra, con una prognosi di venti giorni; Lorenzo Virgulti, intervenuto in suo soccorso, con trenta giorni.

            Il giorno dopo le dimissioni e la visita istituzionale della premier in corsia, documentata con foto e video ufficiali.

            Sembrerebbe una vicenda lineare ma non lo è

            Dal 2 febbraio, sui social – in particolare su X – prende corpo una teoria del complotto che mette in dubbio la veridicità delle ferite riportate da Calista. Una narrazione tossica, che arriva a insinuare che il pestaggio sarebbe stato enfatizzato o addirittura simulato. Il perno dell’accusa è grottesco quanto rivelatore: un confronto tra due immagini ufficiali, una diffusa dalla Polizia e una pubblicata dalla presidente del Consiglio, che mostrerebbero una presunta incongruenza nei capelli dell’agente.

            Nella foto dell’abbraccio tra i due poliziotti, Calista – ripreso di spalle – sembrerebbe avere i capelli più lunghi sulla nuca. Nell’immagine scattata in ospedale, invece, la stessa zona appare rasata. Da qui l’accusa: non poteva essere ferito, avrebbe avuto persino il tempo di andare dal barbiere. Una tesi assurda, facilmente smontabile guardando con attenzione il video originale dell’aggressione, dove si vede chiaramente che Calista ha già i capelli rasati.

            Eppure la teoria del complotto attecchisce. Perché?

            Perché a generarla non è stata una fake news qualsiasi, ma un errore gravissimo di fonte istituzionale. La foto che mostra Calista con i capelli apparentemente non rasati non è una fotografia reale. È un’immagine alterata, generata o pesantemente ritoccata con l’intelligenza artificiale.

            Il 1° febbraio, la Polizia di Stato pubblica sui propri profili social un post di solidarietà agli agenti feriti.

            L’immagine scelta è proprio quella dell’abbraccio tra Virgulti e Calista. Ma basta osservarla con attenzione per cogliere una serie di anomalie tipiche delle immagini IA: scritte senza senso sul casco, la parola “Polizia” deformata sul corpetto, errori nelle proporzioni, dettagli che non tornano.

            Non solo. Nella foto diffusa ufficialmente, Virgulti appare senza maschera antigas, senza scudo, con baffi che non haNel video reale, invece, l’agente indossa la maschera, impugna lo scudo e porta la barba. Anche l’ambiente è sbagliato: sampietrini inesistenti, una cancellata che si interrompe nel nulla, una volante sullo sfondo che nel luogo reale non c’era. Geolocalizzando il punto dell’aggressione, si scopre che la strada è asfaltata e che la recinzione è completamente diversa.

            Il dato più grave arriva però dopo. Quella stessa immagine IA viene trasmessa dall’ufficio stampa della Polizia all’ANSA e inserita nei circuiti delle agenzie fotografiche, senza alcuna indicazione che si tratti di un contenuto generato digitalmente. I media la riprendono e la pubblicano come se fosse reale. Un cortocircuito informativo totale.

            Non è chiaro se la Polizia abbia creato direttamente l’immagine o se l’abbia recuperata online credendola autentica. Quello che è certo è che un’istituzione dello Stato ha diffuso materiale manipolato per rendere più “pulita” e più emotiva una scena reale. Un’operazione che, invece di rafforzare la credibilità delle forze dell’ordine, l’ha minata.

            Attraverso ricerche inverse, si scopre che già la sera del 31 gennaio circolavano sui social versioni IA della scena, più o meno fedeli al video originale.

            Una di queste, pubblicata alle 21:17 su Facebook, presenta già scritte senza senso e dettagli alterati, ma mantiene elementi reali come lo scudo, la maschera antigas e lo sfondo corretto. La versione successiva, condivisa il 1° febbraio dal profilo ufficiale della Polizia penitenziaria, elimina progressivamente gli elementi autentici, fino ad arrivare all’immagine “definitiva” diffusa dalla Polizia di Stato.

            È qui che il racconto deraglia. Nel tentativo di costruire un’immagine simbolica, potente, emotivamente efficace, l’istituzione ha finito per manipolare la realtà. E quella manipolazione, una volta scoperta, è diventata l’arma perfetta per chi voleva negare la violenza subita dagli agenti.

            Il paradosso è evidente: una foto falsa, diffusa per rafforzare una verità, viene usata per negarla. La responsabilità non è di chi, in malafede, costruisce teorie complottiste. È di chi, con leggerezza imperdonabile, ha fornito loro il materiale per farlo. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale rende sempre più labile il confine tra vero e verosimile, le istituzioni dovrebbero essere l’ultimo baluardo della trasparenza. Invece, in questo caso, hanno scelto la scorciatoia emotiva. E hanno perso il controllo del racconto.

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              Italia

              Poliziotto licenziato per Temptation Island, il Tar sospende tutto e chiama in causa Mediaset

              Il capo della Polizia Vittorio Pisani firma il provvedimento dopo la ricomparsa dell’agente a Temptation Island. Ma la difesa ribatte: immagini girate prima della diffida. Ora i giudici vogliono una versione giurata anche da Mediaset.

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                Altro che falò di confronto: questa volta a bruciare rischia di essere una carriera. Il capo della Polizia Vittorio Pisani ha licenziato un agente – assistente capo coordinatore – colpevole di aver partecipato, senza autorizzazione, all’edizione estiva 2024 di Temptation Island, insieme alla fidanzata. Una presenza giudicata incompatibile con il ruolo e culminata in un provvedimento durissimo: la decadenza dall’impiego.

                Ma la storia, come spesso accade, non finisce con i titoli di coda del reality. Il poliziotto ha impugnato il licenziamento davanti al Tar del Lazio, che a gennaio ha sospeso in via cautelare il provvedimento, ordinando la riammissione in servizio fino alla decisione di merito, fissata per il prossimo 24 marzo.

                Scoperto per caso, davanti alla tv
                Il dettaglio più surreale emerge dagli atti: la partecipazione dell’agente al programma sarebbe stata scoperta casualmente dai suoi superiori, semplicemente accendendo la televisione. Anche loro, a quanto pare, seguivano il reality di Canale 5. Da lì, il 28 agosto 2024, arriva una diffida formale: all’agente viene intimato “di astenersi da qualsiasi ulteriore partecipazione al programma”.

                Un ordine secco, che sembrava chiudere la vicenda. Ma poche settimane dopo, il poliziotto ricompare nell’edizione autunnale di Temptation Island. Ed è a quel punto che parte la procedura disciplinare più pesante, culminata con il licenziamento, approvato dopo il parere del Consiglio di amministrazione per il personale della Polizia di Stato.

                Il nodo delle immagini “vecchie”
                Ed è qui che la storia si biforca. Secondo la difesa dell’agente, dopo la diffida non ci sarebbe stata alcuna nuova partecipazione. La puntata autunnale contestata sarebbe andata in onda con immagini registrate durante l’estate, dunque prima della diffida. In sostanza: nessuna violazione dell’ordine ricevuto, solo un montaggio televisivo tardivo.

                Versione contestata dai superiori, che invece sostengono la presenza effettiva dell’agente anche nella nuova edizione del programma. Due letture opposte, una sola verità da accertare.

                Il Tar chiama in causa Mediaset
                I giudici amministrativi, davanti a una ricostruzione così divergente, hanno deciso di andare a fondo. Hanno chiesto alla Polizia di Stato una relazione dettagliata su tutti i fatti e, soprattutto, hanno imposto all’agente di produrre una dichiarazione giurata del responsabile del programma Mediaset, chiamato a chiarire quando siano state effettivamente registrate le immagini andate in onda nella stagione autunnale.

                Un passaggio delicato, che trascina indirettamente Mediaset dentro una vicenda disciplinare e amministrativa di primo livello, dove il confine tra spettacolo e funzione pubblica diventa improvvisamente terreno giuridico.

                Reality e divisa: una linea sempre più sottile
                Il caso solleva una questione più ampia: fino a che punto un appartenente alle forze dell’ordine può esporsi in un reality televisivo? E quando un prodotto di intrattenimento diventa incompatibile con il decoro e i doveri dell’uniforme?

                Per ora, il “falò” è rimandato. L’agente è tornato in servizio, ma solo in via provvisoria. Il verdetto vero arriverà il 24 marzo. E questa volta non basterà un montaggio televisivo a cambiare il finale.

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