Cronaca
INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone
Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.
No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».
Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.
Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.
La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.
Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.
La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.
L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera
L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.
La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta
Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.
Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.
La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci
Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.
Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce
Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.
Le connessioni con il mondo dello spettacolo
L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.
L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori
Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.
La rete della ‘ndrangheta nelle curve
Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.
La connessione tra la Juventus e gli ultras
L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.
Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli
Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.
L’influenza della camorra sulle curve
Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.
Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana
Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.
La figura controversa di Giuseppe Sculli
Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.
La violenza del derby del 2024
Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.
Il futuro delle curve genovesi
Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.
Continua
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Politica
Giorgia Meloni, la confessione sulla figlia Ginevra: «Quando dice che il lavoro viene prima di lei, il cuore diventa una nocciolina»
Giorgia Meloni si racconta nell’intervista a Chi: il rapporto con la figlia Ginevra, le critiche per i viaggi istituzionali insieme e la fatica accumulata. Poi esclude rimpasti e attacca Vannacci: «Un’operazione costruita per favorire la sinistra».
Giorgia Meloni ammette di sentire il peso degli anni trascorsi alla guida del governo, ma è una domanda della figlia Ginevra a metterla realmente in difficoltà. Nell’intervista concessa al settimanale Chi, la presidente del Consiglio alterna politica e vita privata, raccontando il tentativo di ritagliare «tempo lento e normalità» lontano dagli impegni istituzionali.
«La stanchezza c’è e la sento», confessa la premier. Poi affronta il tema più personale, quello del rapporto con la figlia e del tempo inevitabilmente sottratto alla famiglia: «Quando mi chiede perché il lavoro viene prima di lei, mi fa venire il cuore come una nocciolina».
Una frase che rivela il senso di colpa vissuto da molti genitori e che, nel suo caso, si intreccia con un’agenda fatta di vertici internazionali, Consigli dei ministri e appuntamenti politici. Meloni non nasconde la difficoltà, ma difende la scelta di portare talvolta Ginevra con sé durante le missioni ufficiali.
Giorgia Meloni e il rapporto con la figlia Ginevra
La presidente del Consiglio racconta di cercare, nei momenti trascorsi con la figlia, una quotidianità il più possibile distante dai riflettori. L’obiettivo è recuperare una dimensione normale nonostante un ruolo che lascia pochissimo spazio alla vita privata.
Meloni esprime anche una forte preoccupazione per l’impatto che social network e intelligenza artificiale possono avere sui più giovani. Non entra nei dettagli delle misure che considera necessarie, ma parla soprattutto da madre, soffermandosi sui rischi legati alla crescita in un ambiente digitale sempre più pervasivo.
La premier risponde inoltre a chi critica la presenza di Ginevra durante alcuni viaggi istituzionali. Spiega che i leader stranieri reagiscono spesso con divertimento, mentre la solidarietà più immediata arriva dalle donne incontrate nelle missioni.
«Le altre donne mi fanno un cenno d’intesa»
«I miei omologhi sono divertiti, ma la reazione più bella è quella delle altre donne che incontro, che mi fanno un cenno d’intesa. È un linguaggio che non ha bisogno di traduzione», racconta Giorgia Meloni.
Per la presidente del Consiglio, quelle immagini possono trasmettere anche un messaggio preciso alle ragazze che guardano da casa: «Se questa immagine dice a una ragazza che non deve scegliere tra essere madre e avere una carriera, sono contenta che si veda».
Meloni rivendica dunque la possibilità di non separare rigidamente il proprio ruolo pubblico da quello di madre. Una scelta che non elimina le difficoltà organizzative né il dispiacere provocato dalle domande di Ginevra, ma che prova a trovare un equilibrio tra due dimensioni della sua vita.
Meloni attacca Vannacci e chiude al rimpasto
L’intervista affronta anche i temi politici che attendono il governo alla ripresa autunnale. Giorgia Meloni esclude un rimpasto della squadra a settembre, spegnendo le indiscrezioni circolate durante l’estate.
Molto netto il giudizio su Roberto Vannacci e sul suo progetto politico Futuro Nazionale. La premier definisce il fenomeno legato all’ex generale «un’operazione costruita per favorire la sinistra», suggerendo che un’ulteriore frammentazione nell’area della destra finirebbe per avvantaggiare gli avversari.
Non arrivano aperture né tentativi di ricucitura. Meloni liquida la questione con poche parole e concentra l’attenzione sulle priorità economiche e sociali dell’esecutivo.
Tasse, potere d’acquisto e occupazione
Per i prossimi mesi, la presidente del Consiglio indica tre obiettivi: «Fare ancora meglio sulle priorità: alleggerire le tasse, rafforzare il potere d’acquisto e favorire un’occupazione sempre più stabile».
Meloni rivendica gli interventi sul costo dei carburanti, le misure adottate per sostenere l’occupazione e le iniziative contro la desertificazione dei centri storici. Sul clima ribadisce invece la volontà di seguire un approccio definito pragmatico, contrapponendolo a quello che chiama «ambientalismo ideologico».
La premier guarda alle scadenze del 2027 difendendo il lavoro svolto dal governo. La fatica non viene nascosta: «La stanchezza c’è e si fa sentire». Subito dopo, però, Giorgia Meloni aggiunge una rivendicazione destinata anche agli avversari politici: «Nessuno può accusarmi di essermi risparmiata».
Cronaca Nera
Chiara Poggi, chi era davvero: la laurea con lode, il primo lavoro e quella vita semplice spezzata a 26 anni
Riservata, metodica e legatissima alla famiglia, Chiara Poggi aveva appena cominciato a costruire il proprio futuro. Le testimonianze delle amiche restituiscono il ritratto di una giovane donna lontana dai misteri e dalle vite segrete che le sono state attribuite negli anni.
Diciannove anni di processi, sentenze, perizie, nuove indagini e interminabili dibattiti televisivi. Il delitto di Garlasco è diventato uno dei casi giudiziari più discussi d’Italia, ma nel frastuono mediatico la persona rimasta più spesso sullo sfondo è proprio Chiara Poggi.
Si parla dell’assassino, delle tracce, delle scarpe, del Dna e delle contraddizioni. Molto meno della ragazza uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia, quando aveva soltanto 26 anni. Chiara oggi ne avrebbe 45 e probabilmente avrebbe costruito quella vita normale alla quale sembrava destinata: un lavoro, una casa, una famiglia e progetti ancora tutti da realizzare.
La nuova inchiesta della Procura di Pavia, nella quale Andrea Sempio è indagato mentre resta definitiva la condanna a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi, ha riportato il caso al centro dell’attenzione. Ha anche costretto i genitori Rita e Giuseppe e il fratello Marco a rivivere pubblicamente un dolore che non si è mai chiuso.
Chi era Chiara Poggi: gli studi e il primo lavoro
Chiara era nata a Vigevano il 31 marzo 1981 e viveva con la famiglia nella villetta di via Pascoli a Garlasco. Era la primogenita di Giuseppe, operaio metalmeccanico, e Rita, impiegata comunale. Con loro abitava anche il fratello minore Marco.
Aveva studiato Economia e Commercio all’Università di Pavia, diventando la prima della famiglia a conseguire una laurea. Aveva concluso il percorso con il massimo dei voti e la lode. Un risultato che raccontava bene il suo carattere preciso e determinato: al padre aveva confidato di avere rifiutato un 27 perché era convinta di meritare un voto più alto.
Dopo la laurea aveva cominciato a lavorare nell’area marketing di una società milanese. Ogni mattina raggiungeva l’ufficio con i mezzi pubblici e alla sera tornava a Garlasco. Le sue giornate seguivano una routine ordinata, senza eccessi e con poche uscite serali.
«La classica brava ragazza»
Le amiche e le ex compagne di università, ascoltate nuovamente dagli investigatori, hanno descritto Chiara in modo quasi unanime: riservata, tranquilla, educata e lontana da comportamenti sopra le righe.
«Era una persona tranquillissima, la classica brava ragazza. Non ricordo di averla mai vista bere», ha raccontato una di loro. Nessuna doppia vita e nessun lato oscuro, dunque, ma una giovane donna che preferiva la tranquillità di casa alle notti nei locali.
Anche alcune suggestioni cresciute negli anni sono state ricondotte a spiegazioni molto più semplici. Il “piccione” citato in una vecchia email non era un corteggiatore misterioso, ma il nomignolo affettuoso con cui Chiara chiamava Alberto Stasi. E il presunto secondo cellulare segreto sarebbe stato utilizzato per comunicare con lui senza affrontare costi elevati quando si trovavano lontani.
La relazione con Alberto Stasi
Chiara e Alberto stavano insieme da circa quattro anni. Lui studiava Economia alla Bocconi e, con il progressivo allontanamento delle vecchie amicizie scolastiche, era diventato il centro della vita sociale della ragazza.
Le amiche ricordano una coppia innamorata, con gelosie e piccoli contrasti, ma senza crisi particolarmente gravi. Il sabato sera lui la aspettava in automobile sotto casa e insieme raggiungevano la compagnia di amici.
Chiara immaginava per sé un futuro stabile. Il lavoro era appena cominciato e la relazione sembrava avviata verso una fase più adulta. L’estate del 2007 avrebbe dovuto rappresentare anche una sorta di prova di convivenza mentre i genitori e il fratello erano in vacanza.
Il fastidio per gli amici del fratello
Dalle testimonianze è riemerso anche un dettaglio che all’epoca sembrava insignificante. Chiara si lamentava perché gli amici del fratello frequentavano spesso la villetta per giocare ai videogiochi e talvolta entravano nella sua camera per utilizzare il computer.
Tra quei ragazzi c’era anche Andrea Sempio, amico storico di Marco e oggi indagato nella nuova inchiesta. Quel fastidio non basta naturalmente a spiegare il delitto né autorizza conclusioni, ma è tornato tra gli elementi esaminati dagli investigatori quasi diciannove anni dopo.
Anche il presunto corteggiatore individuato nel corso degli accertamenti si sarebbe rivelato soltanto un collega che le aveva proposto di prendere un caffè alla macchinetta dell’ufficio.
Il 13 agosto Rita e Giuseppe Poggi, insieme al figlio Marco, ricorderanno Chiara con una messa e una visita al cimitero. «Vogliamo stare raccolti tra di noi come abbiamo sempre fatto», ha spiegato la madre. Lontano dalle telecamere e dalle accuse, per restituire almeno per un giorno a Chiara il diritto di essere ricordata per la vita che aveva, non soltanto per il modo in cui le è stata tolta.
Cronaca
Ilaria Cucchi sposa Fabio Anselmo: «Il nostro amore è un regalo di mio fratello Stefano»
Si sono conosciuti nel 2009, nel momento più doloroso della vita di Ilaria Cucchi. Fabio Anselmo era il penalista scelto dalla famiglia per cercare verità e giustizia sulla morte di Stefano. L’amore è arrivato molti anni dopo e adesso diventerà un matrimonio: «Abbiamo deciso di non rinunciare alla possibilità di essere felici».
Ilaria Cucchi sposa Fabio Anselmo. La senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra e l’avvocato penalista si uniranno civilmente il 29 agosto a Vallefoglia, in provincia di Pesaro e Urbino. Una cerimonia semplice, con una cinquantina di invitati e i quattro figli della coppia, due per ciascuno, nel ruolo di testimoni.
La loro storia non è nata con un corteggiamento, una cena o un incontro fortunato. Ilaria e Fabio si sono conosciuti nel 2009, dentro il dolore più grande: la morte di Stefano Cucchi e l’inizio della lunga battaglia giudiziaria condotta dalla famiglia per arrivare alla verità.
«L’amore con Fabio è un regalo di mio fratello Stefano», ha raccontato più volte Ilaria Cucchi. Una frase dolce e terribile insieme, perché lega la felicità di oggi alla tragedia che ha cambiato per sempre la sua vita.
L’incontro durante la battaglia per Stefano Cucchi
Fabio Anselmo entrò nella vita di Ilaria come avvocato della famiglia. Insieme affrontarono processi, perizie, depistaggi, sconfitte e nuovi inizi, fino all’accertamento delle responsabilità per la morte di Stefano Cucchi.
Per molto tempo tra loro esistette soltanto un rapporto professionale, costruito sulla fiducia e sulla condivisione di una battaglia che sembrava non finire mai. L’amore arrivò anni dopo, quando entrambi avevano concluso i precedenti matrimoni. Non fu quindi una passione nata nelle aule di tribunale, ma un sentimento maturato lentamente tra due persone che avevano imparato a conoscersi nel momento più difficile.
Ilaria Cucchi ha raccontato anche il senso di colpa che accompagnò l’inizio della relazione: «Come si concilia il dolore più grande della propria vita con qualcosa che comincia a somigliare all’amore?». Una domanda alla quale lei e Anselmo hanno risposto scegliendo di non permettere al lutto di divorare tutto il resto.
Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo si sposano il 29 agosto
Le nozze si celebreranno con rito civile nella campagna di Vallefoglia, un luogo particolarmente caro all’avvocato, che vi ha trascorso parte dell’infanzia. Niente cerimonia sfarzosa o lunga lista di personaggi pubblici: soltanto familiari, amici e alcuni vicini di casa.
A fare da testimoni saranno i loro quattro figli. Una scelta che trasforma il matrimonio nell’unione non soltanto di due persone, ma di una famiglia costruita dopo esperienze precedenti e anni vissuti insieme.
«Abbiamo scelto di non lasciare che il lutto diventasse l’unica cosa che siamo», ha spiegato Ilaria. La battaglia per Stefano non verrà dimenticata né separata dalla loro storia, ma non dovrà più impedire loro di cercare la felicità. Vanity Fair
Un amore nato dal dolore ma rivolto alla vita
Oggi Ilaria Cucchi è senatrice, eletta nel 2022 nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, e continua il proprio impegno sui diritti delle persone detenute e sulle morti avvenute sotto la custodia dello Stato. Fabio Anselmo ha dedicato gran parte della carriera alle famiglie coinvolte in alcuni dei casi più dolorosi della cronaca italiana, da Federico Aldrovandi a Giuseppe Uva, Riccardo Magherini e Michele Ferrulli.
Tra Ilaria e Fabio ci sono diciassette anni di differenza, ma soprattutto diciassette anni di vita condivisa dal loro primo incontro. Hanno raccontato insieme quella battaglia nel libro Il coraggio e l’amore, pubblicato nel 2019, quando la loro unione era già diventata inseparabile dal percorso umano e giudiziario intrapreso per Stefano.
Il 29 agosto non verrà cancellato il dolore dal quale tutto ebbe inizio. Quel dolore resterà con loro, insieme al nome di Stefano. Ma nella campagna marchigiana Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo celebreranno anche ciò che sono riusciti a salvare: il diritto di continuare a vivere, amare ed essere felici.
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