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Cronaca

INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone

Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.

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    No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
    della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».

    Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.

    Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.

    La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.

    Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.

    La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.

    L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera

    L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.

    La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta

    Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.

    Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.

    La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci

    Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.

    Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce

    Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.

    Le connessioni con il mondo dello spettacolo

    L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.

    L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori

    Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.

    La rete della ‘ndrangheta nelle curve

    Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.

    La connessione tra la Juventus e gli ultras

    L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.

    Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli

    Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.

    L’influenza della camorra sulle curve

    Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.

    Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana

    Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.

    La figura controversa di Giuseppe Sculli

    Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.

    La violenza del derby del 2024

    Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.

    Il futuro delle curve genovesi

    Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.

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      Cronaca Nera

      Garlasco, il mistero dei test negativi sul Dna di Chiara Poggi: «I consulenti di Stasi entravano nei laboratori del Ris»

      Un ufficiale del Ris racconta ai magistrati la presenza dei consulenti della difesa Stasi durante le analisi. Il nodo riguarda i test negativi sui pedali della bicicletta, mai entrati negli atti processuali, e chi potesse conoscerli.

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        Chi conosceva davvero i risultati delle analisi effettuate nel settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi? È questo il nuovo interrogativo che emerge dall’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi, dopo le dichiarazioni rese ai magistrati di Pavia dal tenente colonnello Alessandro Coli, in passato in servizio al Ris di Parma. Al centro del suo racconto c’è la presenza, frequente e assidua, di un consulente riconducibile alla difesa di Stasi nei giorni in cui i laboratori esaminavano i reperti.

        «Era sempre presente praticamente quotidianamente questo dottore che era per conto del professor Giarda, penso», ha riferito Coli durante l’audizione del 17 settembre 2026. L’ufficiale ha descritto un’attività protratta per diversi giorni, con confronti sui risultati e verifiche effettuate durante il lavoro dei tecnici.

        Il dettaglio assume particolare importanza alla luce della questione emersa recentemente: alcune analisi successive a quelle positive sul materiale prelevato dai pedali avevano fornito risultati negativi, ma questi esiti non comparivano nella documentazione processuale. La presenza dei consulenti non dimostra che ne fossero informati, ma apre una domanda precisa su quali dati fossero stati condivisi.

        «Entravano e ricontrollavano i risultati»: cosa ha raccontato Coli

        Durante l’audizione, il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha chiesto all’ufficiale se i consulenti avessero accesso ai laboratori oppure soltanto ai locali destinati alle ispezioni. Coli ha risposto: «Secondo me entravano, facevano l’attività insieme e ricontrollavano i risultati».

        Il testimone ha però precisato di non ricordare personalmente chi fosse presente nei singoli locali di estrazione e quantificazione. Si tratta di una distinzione fondamentale: Coli ha riferito la propria impressione sulle modalità operative, non ha attestato di aver visto i consulenti esaminare gli specifici risultati negativi oggi al centro delle verifiche.

        L’ufficiale ha ricordato anche un giovane consulente, indicandone il possibile cognome in Fabbri, ma con incertezza. La sua testimonianza permette dunque di ricostruire il contesto nel quale si svolgevano gli accertamenti, senza stabilire ancora chi abbia effettivamente conosciuto ciascun esito.

        I pedali della bicicletta e quei risultati discordanti

        Il punto scientifico risale al 19 e 20 settembre 2007. Secondo la ricostruzione emersa, le prime analisi sul materiale genetico prelevato dai pedali avevano restituito un risultato parziale e successivamente un risultato positivo riferito al Dna di Chiara Poggi. Ulteriori verifiche effettuate da Alberto Marino il giorno seguente avevano invece dato esito negativo.

        Coli ha ricordato che già all’epoca gli sembrava anomalo non riuscire più a ottenere un profilo genetico dopo un primo risultato utile. Ha spiegato che, nella sua esperienza, ripetendo il campionamento su una superficie poteva capitare di recuperare ancora materiale genetico, sebbene in quantità minore.

        Questa osservazione non basta, da sola, a stabilire che il primo risultato fosse sbagliato. Un esito negativo successivo non annulla automaticamente un esito positivo precedente: contano la quantità del materiale disponibile, le modalità dei prelievi, la qualità dei profili e le procedure adottate. Proprio per questo diventa importante recuperare e valutare l’intera sequenza delle analisi.

        La difesa di Stasi sapeva? Il punto ancora senza risposta

        Le dichiarazioni di Coli aprono due questioni distinte. La prima riguarda la documentazione: perché gli ulteriori risultati negativi non entrarono negli atti utilizzati durante il procedimento? La seconda riguarda la circolazione delle informazioni: quali consulenti ne erano eventualmente a conoscenza?

        La presenza abituale di un professionista nei laboratori non consente di concludere che avesse visto anche quei test. Allo stesso modo, non prova che qualcuno abbia deliberatamente nascosto gli esiti. Per rispondere servono riscontri sulle date, sulle attività svolte e sulle comunicazioni tra i soggetti coinvolti.

        È proprio su questi passaggi che le nuove verifiche potrebbero incidere. Ricostruire chi aveva accesso ai risultati permetterebbe di chiarire se la mancata acquisizione dei test negativi fosse conosciuta dalle parti oppure se quelle informazioni siano rimaste circoscritte a chi eseguì gli accertamenti.

        Una revisione del processo? Prima bisogna capire il valore delle nuove informazioni

        Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. La riemersione di analisi non presenti negli atti solleva interrogativi importanti, ma non comporta automaticamente la revisione della condanna.

        Per arrivare a una simile prospettiva occorrerebbe valutare se gli elementi recuperati siano davvero nuovi in senso processuale e se, considerati insieme alle prove già esaminate, possano incidere sull’accertamento della responsabilità. Non basta quindi dimostrare che esistessero risultati discordanti: bisogna stabilire che cosa significassero scientificamente e quale peso avrebbero potuto avere.

        Il prossimo passaggio decisivo riguarda proprio la ricostruzione delle analisi del 2007 e della loro trasmissione alle parti. La testimonianza di Coli non risolve il mistero, ma indica una strada concreta per affrontarlo: verificare chi fosse presente, quali risultati potesse consultare e perché alcuni dati non siano comparsi nella documentazione processuale.

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          Cronaca Nera

          Pietracatella, gli investigatori saprebbero già chi ha ucciso Antonella e Sara: spuntano tradimenti e una donna misteriosa

          Il nonno di Sara Di Vita parla di tradimenti e di una donna che avrebbe manipolato la vicenda. Intanto emerge un’indiscrezione clamorosa: gli investigatori potrebbero conoscere già l’identità dell’assassino. Le nuove testimonianze diventano decisive.

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            Il nome dell’assassino potrebbe essere già nella mente degli investigatori. Ma tra sapere chi ha ucciso e riuscire a dimostrarlo davanti a un giudice esiste una distanza che può decidere il destino di un’inchiesta. È questa la nuova prospettiva che si apre sul duplice avvelenamento di Pietracatella, dove Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita sono morte dopo aver ingerito ricina. A cambiare il quadro è un’indiscrezione emersa nelle ultime ore: gli inquirenti sarebbero ormai convinti di conoscere l’identità del responsabile, anche se la Procura di Larino non ha confermato ufficialmente questa ricostruzione.

            Se l’informazione trovasse conferma, significherebbe che l’indagine potrebbe essere entrata in una fase diversa. Non più soltanto la ricerca di chi abbia avuto accesso al veleno o di come sia stato somministrato, ma la costruzione di un quadro probatorio capace di sostenere un’eventuale accusa di duplice omicidio premeditato. Per il momento il procedimento resta contro ignoti e nessuna persona può essere indicata come responsabile della morte delle due vittime.

            A rendere ancora più delicata la situazione sono le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara, che ha parlato apertamente di tradimenti e di una donna che, secondo la sua convinzione, avrebbe manipolato quanto accaduto. Parole che non costituiscono una prova, ma che introducono un elemento importante nella ricostruzione dei rapporti personali attorno alla famiglia.

            Il nonno di Sara rompe il silenzio: «Una donna ha manipolato tutto»

            Salvatore Di Ielsi non ha mai nascosto i propri dubbi sull’ipotesi di una contaminazione accidentale. Adesso, però, le sue dichiarazioni vanno oltre e chiamano in causa possibili tensioni sentimentali, tradimenti e il comportamento di una donna che avrebbe avuto un ruolo nel condizionare la vicenda. Il familiare delle vittime non si limita dunque a chiedere giustizia, ma lascia intravedere una propria interpretazione dei rapporti che potrebbero aver preceduto la tragedia.

            Gli investigatori stanno da tempo ricostruendo la situazione matrimoniale di Antonella e Gianni Di Vita. Tra gli elementi emersi figura la volontà della donna di valutare una separazione, della quale avrebbe parlato con un’amica, chiedendole anche indicazioni per trovare un avvocato divorzista. Un particolare che potrebbe assumere rilievo nell’indagine, pur non dimostrando da solo alcun collegamento con il duplice avvelenamento.

            L’attenzione si è concentrata anche su una docente, amica di lunga data di Gianni Di Vita, ascoltata più volte come persona informata sui fatti. Gli investigatori hanno sentito anche suo marito e altre persone appartenenti alla stessa cerchia di conoscenze. Non risultano, sulla base delle informazioni disponibili, accuse di responsabilità nei confronti della donna, né una conferma giudiziaria dell’esistenza di una relazione extraconiugale.

            Le dichiarazioni del nonno potrebbero tuttavia spingere gli investigatori ad approfondire ulteriormente la rete di rapporti, confidenze e possibili contrasti che circondava Antonella nei mesi precedenti alla morte.

            Due nuove testimonianze: gli investigatori cercano le contraddizioni?

            Per l’8 ottobre erano previste altre due audizioni di persone vicine alla famiglia. Un passaggio che potrebbe assumere particolare importanza qualora fosse confermata l’indiscrezione secondo cui gli inquirenti avrebbero già individuato un possibile responsabile. Non è stato però comunicato ufficialmente quale sia stato l’esito degli incontri, né se abbiano prodotto nuovi elementi utili all’inchiesta.

            In una vicenda di avvelenamento, ricostruire i rapporti personali non basta. Occorre individuare la provenienza della sostanza tossica, stabilire chi abbia avuto la possibilità di procurarsela e verificare come possa essere arrivata agli alimenti o alle bevande consumati dalle vittime. È soprattutto su questi passaggi che un eventuale sospetto dovrebbe trovare riscontri concreti.

            Le testimonianze possono servire a chiarire orari, incontri, conversazioni e comportamenti precedenti alla tragedia. Possono anche mettere in evidenza contraddizioni tra versioni differenti, ma non è possibile affermare che questo sia già accaduto senza conoscere i risultati degli ultimi accertamenti.

            La differenza tra un’ipotesi investigativa e una contestazione formale dipenderà proprio dalla solidità degli elementi raccolti.

            La ricina, la cena del 23 dicembre e il mistero dell’avvelenamento

            Il punto fermo dell’inchiesta rimane la causa della morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli accertamenti tossicologici hanno individuato un’intossicazione acuta da ricina, una sostanza estremamente tossica che può provocare conseguenze gravissime anche in quantità ridotte.

            La cena del 23 dicembre occupa un posto centrale nella ricostruzione. Erano presenti Antonella, Sara e Gianni Di Vita, mentre i sintomi che avrebbero portato alla morte di madre e figlia si manifestarono successivamente. Gli investigatori devono chiarire attraverso quale alimento o altra modalità di esposizione il veleno sia entrato nell’organismo delle due vittime.

            Un ulteriore interrogativo riguarda Gianni Di Vita. Le analisi sui suoi campioni di sangue non hanno rilevato la ricina, ma gli esperti hanno precisato che il trascorrere del tempo può comprometterne l’individuazione. Il risultato negativo, quindi, non consente da solo di stabilire con certezza se l’uomo sia stato esposto o meno alla sostanza.

            È stata invece smentita dagli investigatori l’indiscrezione secondo cui sarebbe stato individuato un computer o un indirizzo IP di Pietracatella utilizzato per cercare informazioni sulla preparazione della ricina. Un elemento che impone di distinguere con attenzione le notizie confermate dalle ricostruzioni ancora prive di riscontro.

            L’assassino di Antonella e Sara potrebbe avere le ore contate? La prossima mossa della Procura

            L’eventuale convinzione degli investigatori di conoscere l’identità dell’assassino rappresenterebbe un passaggio importante, ma non significherebbe automaticamente che un arresto sia imminente. Per arrivare a un provvedimento cautelare occorrono presupposti giuridici precisi, mentre per sostenere un’accusa in giudizio servono elementi capaci di resistere alle verifiche processuali.

            La Procura di Larino dovrà quindi continuare a lavorare sui punti ancora oscuri: la provenienza della ricina, le modalità di somministrazione, le eventuali opportunità di accesso al veleno e il possibile movente. La ricostruzione dei rapporti sentimentali potrebbe contribuire a chiarire il contesto, ma non può sostituire le prove materiali.

            Le parole del nonno di Sara aggiungono intanto una nuova pressione sull’inchiesta. Salvatore Di Ielsi chiede risposte per la morte della figlia e della nipote, mentre il quadro che emerge dalle testimonianze sembra allontanarsi sempre più dall’idea di una tragedia accidentale.

            La domanda più importante, adesso, non è soltanto se gli investigatori abbiano davvero un nome. È se abbiano già trovato, oppure stiano per trovare, gli elementi necessari per trasformare quel nome in un’accusa sostenibile. Soltanto allora il giallo di Pietracatella potrà avvicinarsi a una svolta giudiziaria concreta.

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              Cronaca Nera

              Omicidio di Momo, l’ombra del satanismo nella morte di Mikel Rroku: l’amante di Laura si professava satanista e spunta il mistero del canarino

              La moglie della vittima avrebbe raccontato che il suo nuovo compagno, Duccio Fragiacomo, era un satanista. Intanto emerge un episodio insolito: Laura avrebbe cercato di regalare il canarino di casa a un vicino. Due dettagli inquietanti, sui quali resta da chiarire molto.

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                L’ombra del satanismo si allunga sull’omicidio di Mikel “Momo” Rroku, l’uomo ucciso a Torino, mentre emergono nuovi particolari sulla moglie Laura Bordello e sul suo amante Duccio Fragiacomo, coinvolti nell’inchiesta sul delitto. A riaccendere l’attenzione è una testimonianza che introduce un elemento finora rimasto ai margini della vicenda: il nuovo compagno della donna si sarebbe professato satanista. Un particolare che, insieme alla misteriosa storia di un canarino che Laura avrebbe cercato di regalare a un vicino, aggiunge interrogativi a una vicenda già segnata da una relazione extraconiugale, da una separazione dolorosa e dalla morte violenta di un uomo.

                Le nuove circostanze sono state raccontate anche durante la trasmissione Dentro la notizia, condotta da Gianluigi Nuzzi. Non si tratta, almeno allo stato attuale, di elementi che dimostrino l’esistenza di un movente esoterico o di un delitto rituale. La loro rilevanza giornalistica riguarda piuttosto ciò che potrebbero raccontare dei rapporti tra i protagonisti e del clima che precedette la morte di Rroku.

                Omicidio di Momo, Laura avrebbe raccontato che il suo amante era satanista

                Il particolare più sorprendente arriva dalla testimonianza della titolare di un’attività commerciale vicina all’abitazione della vittima. La donna ha raccontato di aver parlato con Laura Bordello del suo nuovo compagno, Duccio Fragiacomo, e di aver appreso proprio da lei che l’uomo era un satanista.

                Una definizione che colpisce, soprattutto perché emerge all’interno di un’inchiesta per omicidio. Occorre però distinguere le parole attribuite a Laura da ciò che gli investigatori hanno effettivamente accertato. Non risulta, sulla base delle informazioni disponibili, che il presunto interesse di Fragiacomo per il satanismo abbia avuto un ruolo nella morte di Mikel Rroku.

                Resta comunque un elemento sul quale la testimonianza potrebbe aprire nuovi approfondimenti. Che cosa intendeva esattamente Laura quando parlava del compagno come di un satanista? Si riferiva a convinzioni personali, a una provocazione oppure a comportamenti specifici? Senza ulteriori riscontri sarebbe arbitrario attribuire alla definizione un significato criminale, ma la circostanza contribuisce a delineare il contesto della relazione.

                Il mistero del canarino: perché Laura voleva regalarlo al vicino?

                C’è poi una storia apparentemente minuscola, e proprio per questo capace di attirare l’attenzione. Durante la ricostruzione televisiva è emerso che Laura avrebbe cercato di regalare il canarino di casa a un vicino.

                Un gesto ordinario, almeno in apparenza. Ma all’interno di una vicenda come quella di Momo, anche un episodio domestico può sollevare domande. Perché la donna voleva separarsi dall’animale? Si trattava di una semplice difficoltà nel prendersene cura oppure quel tentativo era collegato a un cambiamento che stava preparando nella propria vita?

                Il particolare decisivo, ancora da chiarire, è la collocazione temporale dell’episodio. Sapere se il canarino fosse stato offerto prima o dopo la morte di Rroku permetterebbe di comprendere meglio il contesto del gesto. Non ci sono invece elementi per sostenere che l’animale abbia avuto un ruolo nel delitto o che la volontà di regalarlo rappresenti una prova di premeditazione.

                Laura, Duccio e le ultime ore di Mikel Rroku: i racconti dei vicini

                Le testimonianze raccolte sulla vita quotidiana dei protagonisti restituiscono anche il quadro di una separazione difficile. Secondo quanto raccontato da una conoscente, Laura sapeva che il marito soffriva per la fine della relazione, ma aveva manifestato la volontà di frequentare persone con le quali si sentisse felice.

                La mattina del 30 giugno, indicata dagli investigatori come il giorno dell’omicidio, Laura e Duccio sarebbero stati visti insieme in un bar vicino all’abitazione di Rroku. Successivamente, la vittima avrebbe chiesto alla titolare del locale se la moglie fosse passata di lì. Un altro vicino avrebbe inoltre riferito di aver visto Laura e il nuovo compagno scambiarsi effusioni sul balcone.

                Sono frammenti di vita quotidiana che acquistano un significato diverso alla luce dell’indagine, ma che richiedono una ricostruzione rigorosa. La presenza dei due insieme e le loro frequentazioni non dimostrano, da sole, come sia stato organizzato o commesso il delitto. Il compito degli investigatori è collegare le testimonianze agli elementi materiali e alle risultanze dell’inchiesta.

                Satanismo e omicidio, la domanda che ora resta senza risposta

                Il rischio, davanti a un particolare come quello del satanismo, è trasformare un’affermazione riferita da una testimone nella spiegazione di un omicidio. Sarebbe una conclusione che gli elementi finora conosciuti non consentono.

                La domanda giornalisticamente più interessante è un’altra: che cosa sapevano le persone vicine a Laura Bordello della sua relazione con Duccio Fragiacomo e dei progetti che i due avevano per il futuro? È in questa direzione che i racconti dei vicini potrebbero assumere un peso, soprattutto se confrontati con la cronologia degli ultimi giorni di vita di Mikel Rroku.

                La storia del canarino, intanto, rimane un dettaglio da chiarire. E la definizione di «satanista» attribuita all’amante resta una testimonianza, non la prova di un movente. Due elementi molto diversi, accomunati però da una circostanza: emergono mentre il quadro delle relazioni attorno alla vittima continua ad arricchirsi di particolari.

                A Torino, dopo l’omicidio di Mikel Rroku, non si cercano soltanto risposte su ciò che è accaduto. Si cerca anche di comprendere che cosa stesse cambiando nella vita delle persone che gli erano più vicine. Ed è proprio lì, tra gesti quotidiani e dichiarazioni che oggi assumono un peso nuovo, che potrebbero trovarsi altri tasselli della vicenda.

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