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Cronaca

INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone

Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.

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    No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
    della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».

    Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.

    Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.

    La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.

    Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.

    La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.

    L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera

    L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.

    La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta

    Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.

    Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.

    La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci

    Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.

    Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce

    Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.

    Le connessioni con il mondo dello spettacolo

    L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.

    L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori

    Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.

    La rete della ‘ndrangheta nelle curve

    Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.

    La connessione tra la Juventus e gli ultras

    L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.

    Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli

    Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.

    L’influenza della camorra sulle curve

    Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.

    Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana

    Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.

    La figura controversa di Giuseppe Sculli

    Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.

    La violenza del derby del 2024

    Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.

    Il futuro delle curve genovesi

    Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.

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      Politica

      Fabrizio Corona sfida Giorgia Meloni e scende in politica: «Io sono il nuovo Berlusconi». Nasce “Per la Verità” e punta alle elezioni

      Immigrazione irregolare, droga e prostituzione legalizzate, stop all’intelligenza artificiale che sostituisce i lavoratori, over 50, giovani, sanità e tasse. Poi l’affondo contro l’esecutivo: «Dio, patria e famiglia? Ha tradito tutto». E nasce King TV, la piattaforma che dovrà rendere Corona indipendente dalle Big Tech.

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        Alla fine Fabrizio Corona lo ha fatto davvero. Dopo settimane di indiscrezioni, provocazioni, loghi comparsi sulla sua scrivania e un video costruito come una personale riedizione della celebre discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’ex re dei paparazzi ha annunciato ufficialmente la nascita del suo movimento politico. Si chiama “Per la Verità” e, almeno nelle intenzioni del fondatore, non vuole essere una trovata pubblicitaria destinata a esaurirsi con la prossima puntata di Falsissimo.

        «Non è uno scherzo grottesco, ma è pura realtà», scandisce Corona.

        E questa volta non si limita ad annunciare un simbolo o a promettere una futura candidatura. In oltre venti minuti mette insieme una sorta di manifesto politico ancora disordinato, volutamente provocatorio e condito dal consueto linguaggio senza filtri. Dentro c’è praticamente tutto: l’attacco al governo Meloni e ai partiti tradizionali, la guerra alle Big Tech, l’immigrazione, la legalizzazione delle droghe e della prostituzione, la sanità, la scuola, i giovani, gli over 50, le tasse, l’intelligenza artificiale, la Rai, le Ztl e persino un nuovo modello di città.

        Corona definisce la sua creatura «un movimento liberale antisistema che pone al centro la libertà dell’individuo stesso». Poi avverte il Palazzo che, questa volta, intende misurarsi davvero con i voti: «Vediamo i sondaggi tra uno o due giorni a quanto mi danno, perché se mi danno oltre il tre sono cazzi amari per tutti».

        «Io sono il nuovo Berlusconi»: la discesa in campo di Fabrizio Corona

        Il riferimento a Silvio Berlusconi, evocato già nei giorni precedenti attraverso i social, diventa esplicito durante la puntata.

        Corona parte da un ragionamento molto semplice: Berlusconi si presentò agli italiani come l’imprenditore che, dopo aver dimostrato di saper costruire e governare le proprie aziende, avrebbe applicato quelle capacità allo Stato.

        «Berlusconi quando è sceso in campo ha detto una cosa che era giusta. Ha fatto l’imprenditore, ha costruito una marea di aziende e siccome è stato capace di costruire le aziende sue, avrebbe saputo gestire l’azienda dello Stato, perché lo Stato è un’azienda».

        Poi la frase destinata inevitabilmente a diventare il manifesto della sua personale discesa in campo: «Io sono il nuovo Berlusconi, più bello, più giovane, meno inciucione, più pulito, più trasgressivo».

        Corona accompagna il paragone con una delle sue consuete provocazioni sessuali, quindi torna alla politica e spiega perché, secondo lui, avrebbe le carte in regola per governare: «In che cosa sono bravo io? A fare i soldi. Quindi sono qui per fare fare i soldi al nostro Paese».

        Il primo terreno sul quale applicare questa filosofia sarebbe il turismo. L’Italia, sostiene, possiede un patrimonio straordinario che non sarebbe riuscita a trasformare in ricchezza: «Abbiamo il Paese più bello del mondo che non viene sfruttato». Un Paese che, aggiunge subito dopo con una formula assai meno istituzionale, «stiamo trasformando in un Paese di merda».

        Corona contro il governo Meloni: «Dio, patria e famiglia? Ha tradito tutto»

        Il movimento non si colloca né a destra né a sinistra, almeno secondo il suo fondatore. Ma uno dei bersagli principali della prima uscita politica di Corona è inevitabilmente il governo guidato da Giorgia Meloni.

        La presidente del Consiglio non viene mai nominata direttamente, ma il riferimento politico è inequivocabile.

        «Il governo di destra, quello che ci governa oggi, ha basato tutta la sua campagna elettorale su tre parole: Dio, patria, famiglia», attacca Corona. Poi arriva l’affondo: «E proprio questo ha tradito. Ha tradito la patria, ha tradito Dio […] e la famiglia. Che cosa ha fatto questo governo per la famiglia?».

        Non è l’unico passaggio dedicato all’attuale classe dirigente. Corona la attacca persino sul terreno dell’immagine: «Chi c’è al governo oggi non ci rappresenta nemmeno nell’estetica. Hanno un’estetica che non rappresenta la storia del nostro Paese».

        E insiste: «Li avete visti in faccia chi governa? Li avete visti come parlano l’italiano? Come si vestono, come si atteggiano? Quello che vi dicono, come vi mentono».

        Il giudizio viene poi esteso all’intero sistema politico. Destra, sinistra, centrodestra e centrosinistra, per Corona, sarebbero ormai soltanto etichette svuotate di significato. «Non esistono più i partiti, non esistono più i valori, gli ideali della destra di una volta, della sinistra di una volta, di un centro di una volta».

        La politica sarebbe diventata marketing, algoritmi, cellulari e narrazione social. E Corona trova anche una definizione perfetta per la sua requisitoria: «I politici di oggi sono i fuffa guru nuovi che non vendono come farvi guadagnare, ma vi vendono il sogno di un Paese che non esiste».

        Immigrazione, Corona usa la ruspa con gli irregolari: «Via dal mio Paese»

        È sull’immigrazione che “Per la Verità” assume una posizione che difficilmente potrebbe essere definita progressista.

        Corona attacca quello che considera un modello indiscriminato di accoglienza e pronuncia una frase durissima: «Noi non la vogliamo più questa cazzo di integrazione».

        Subito dopo, però, precisa la propria posizione distinguendo nettamente tra immigrazione regolare e clandestinità: «Via gli immigrati che non sono regolari, che violano il concetto di legge, che non possono stare secondo la legge all’interno di questo Paese. Basta applicare la legge».

        Per Corona chi possiede competenze, lavora ed è regolarmente in Italia deve invece essere accolto. Fa gli esempi di un ingegnere indiano, un medico egiziano e un cuoco senegalese, poi cita il proprio autista e le collaboratrici domestiche filippine: «Ben vengano a lavorare, a sporcarsi le mani».

        Il criterio, insomma, dovrebbe essere estremamente semplice: ingresso e permanenza per chi rispetta le regole e contribuisce alla società, espulsione per chi è irregolare o delinque.

        Droga e prostituzione legalizzate: il programma libertario di “Per la Verità”

        Se sull’immigrazione Corona utilizza argomenti che potrebbero piacere a una parte della destra, pochi minuti dopo sposta il suo movimento su posizioni decisamente libertarie.

        La prostituzione, secondo lui, dovrebbe diventare un’attività legale, regolamentata e tassata: «Vogliamo che la prostituzione diventi un business che faccia guadagnare lo Stato come in Svizzera».

        Ancora più radicale la proposta sulle sostanze stupefacenti: «La droga legalizziamola tutta e guadagniamoci esattamente come si fa per i farmaci».

        È probabilmente il punto che rende più evidente la natura politicamente ibrida del progetto. Corona pesca contemporaneamente da mondi molto diversi, rifiutando esplicitamente la tradizionale collocazione destra-sinistra.

        Giovani e intelligenza artificiale: «Non stiamo facendo un cazzo»

        Il tema sul quale Corona insiste maggiormente è però quello delle nuove generazioni.

        «Che cosa stiamo facendo per i nostri giovani? Cosa stiamo facendo per la nuova classe dirigente?», domanda. La risposta arriva immediatamente: «Un cazzo, un cazzo, un cazzo. Niente».

        Corona descrive una generazione costretta a studiare per decenni per poi entrare in un mercato del lavoro nel quale rischia di essere sostituita da chatbot e sistemi di intelligenza artificiale.

        Ed è proprio sull’IA che arriva una delle prime proposte concrete attribuite al nuovo movimento: «L’uso dell’intelligenza artificiale è il primo provvedimento che un movimento Per la Verità, che significa libertà, deve sostenere».

        L’obiettivo dichiarato è «impedire che l’intelligenza artificiale entri a gamba tesa nel mondo del lavoro».

        Corona prevede inoltre un futuro nel quale l’IA potrebbe trasformarsi in un gigantesco moltiplicatore delle disuguaglianze. I figli delle famiglie meno abbienti, sostiene, potrebbero ritrovarsi a studiare davanti a un tablet con un avatar al posto dell’insegnante, mentre i ricchi continueranno a permettersi tutor umani altamente qualificati.

        Il risultato sarebbe «un dislivello totale tra i ricchi che arriveranno sempre più in alto e i poveri che scenderanno sempre più in basso».

        La guerra alle Big Tech: «Siamo comandati da un cazzo di algoritmo»

        È qui che la politica si salda perfettamente con la storia personale di Corona e con quanto accaduto negli ultimi mesi a Falsissimo.

        Meta, Google, YouTube e le altre grandi piattaforme vengono dipinte come un potere sovranazionale capace di decidere chi può parlare, cosa può essere pubblicato e perfino quale pezzo della vita digitale di una persona possa continuare a esistere.

        «Siamo comandati da un cazzo di algoritmo», tuona Corona.

        Il fondatore di Falsissimo ricorda i profili social che gli sono stati chiusi e le puntate rimosse dalle piattaforme, citando i casi Signorini, Bova e Rodriguez. La sua tesi è che affidare interamente informazione, identità e attività economica alle Big Tech significhi consegnare a società private un potere enorme sulla libertà individuale.

        Corona arriva a definire Falsissimo «un impero editoriale di libertà, di espressione, free speech».

        Da qui nasce la seconda gamba del progetto politico.

        Nasce King TV: Corona si costruisce anche il suo social network

        “Per la Verità” non avrà soltanto pagine Instagram e canali social tradizionali. Corona annuncia la creazione di una propria piattaforma, King TV, sulla quale intende trasferire i suoi contenuti e costruire un social network indipendente.

        «Il primo passo per la creazione di questo movimento è l’apertura di una piattaforma, di una piattaforma libera», annuncia. «La pago io. Io la costruisco e ci metto i miei contenuti. E col cazzo che me li chiudono questi contenuti».

        Sulla piattaforma dovrebbero essere caricate anche le puntate eliminate altrove. E Corona promette agli utenti un vero social con storie, feed, commenti, messaggi diretti, condivisioni e salvataggi.

        «Qui non ti cancello niente», assicura.

        Invita inoltre altri creator a utilizzarlo gratuitamente: «Se volete partecipare a questa piattaforma, venite, è gratuito, vi ospito».

        E anticipa già il contenuto con cui intende lanciarla: la parte finale del racconto dedicato a Belen Rodriguez e quello che definisce «il faccia a faccia».

        L’attacco alla Rai: «Pagata con i nostri soldi»

        Nella requisitoria contro il sistema finisce inevitabilmente anche la Rai. E qui Corona torna a usare il lanciafiamme.

        «Pensate alla Rai, pagata coi nostri soldi, ce lo prendono dalla bolletta», esordisce. Poi parla di «persone del circolino inserite lì per rapporti politici, amico di quello, amico di quello».

        Seguono accuse pesantissime, comprese allusioni a rapporti personali e sessuali che, secondo Corona, influenzerebbero carriere e distribuzione degli spazi. Sono affermazioni del fondatore di Falsissimo, delle quali non vengono forniti nella puntata elementi che consentano di considerarle fatti accertati.

        Corona parla inoltre di «programmi di merda che non servono a un cazzo», «notizie filtrate» e di un servizio pubblico incapace, a suo giudizio, di offrire ai cittadini l’informazione per la quale pagano.

        Tasse, sanità, Ztl, over 50: nel programma di Corona entra di tutto

        La bordata contro lo Stato è altrettanto brutale. «Lo Stato è peggio di un cravattaro di Tor Bella Monaca: ti succhia il 70% dei tuoi guadagni per non darti niente», sostiene Corona.

        Attacca le liste d’attesa della sanità pubblica raccontando di avere incontrato al parco un’anziana malata di tumore che, secondo il suo racconto, non avrebbe avuto il denaro necessario per rivolgersi alla sanità privata e avrebbe ricevuto un appuntamento dopo nove mesi.

        Poi passa al costo della benzina e alle Ztl, con un attacco particolare al sistema delle multe di Milano.

        C’è spazio anche per gli over 50, che Corona considera una risorsa espulsa troppo facilmente dal mercato del lavoro. Arriva a proporre «l’obbligo alle aziende di assumere degli over 50».

        E chiede interventi anche per i padri separati che, sostiene, dopo la fine di un matrimonio possono perdere casa e stabilità economica fino a ritrovarsi a vivere in automobile.

        «Dobbiamo ripartire dalla bellezza»: la guerra ai grattacieli e al cemento

        Dentro questo sorprendente primo manifesto entra persino l’urbanistica.

        «Dobbiamo ripartire dalla bellezza», dice Corona. Poi attacca le città trasformate dal cemento, i grandi interventi immobiliari e quelli che definisce «grattacieli a forma di banana col logo dell’assicurazione».

        «I bambini non possono più giocare in cortile. I nostri spazi non sono più nostri, sono di qualche fondo che controlla il potere. Dove sono gli alberi? Dov’è il verde?».

        La fotografia che ne ricava è una delle immagini più efficaci dell’intera puntata: «Siamo come detenuti in grandissime scatole di design».

        Corona vuole entrare nel sistema per diventare «la spina nel fianco del potere»

        Alla fine tutti i fili vengono annodati.

        Falsissimo sarà il megafono. King TV dovrebbe diventare la piattaforma indipendente. Il nuovo social dovrà creare la comunità. “Per la Verità” sarà il movimento destinato, almeno nelle intenzioni di Corona, a portare quella comunità dentro le urne.

        «Per cambiare, per cercare la verità insieme bisogna dare fastidio, bisogna rischiare, bisogna essere sovversivi come una spina nel fianco di qualsiasi forma di potere», proclama.

        Corona sostiene che Falsissimo sia già stato «la spina nel fianco dell’informazione». Adesso vuole alzare la posta: «Voglio dare fastidio non all’informazione, ma al potere e voglio entrare dentro il potere».

        Nel mirino mette contemporaneamente politica, televisione e giustizia, promettendo di occuparsi anche della condizione dei detenuti. Poi si rivolge direttamente alla sua platea: «Se voi seguendo il mio movimento mi aiutate, gli facciamo il culo a questi potenti del cazzo».

        Prima di chiudere invita i presenti ad accendere i cellulari. «Questa roba qua entrerà nella storia», dice.

        Poi trasforma lo studio di Falsissimo nel primo comizio di “Per la Verità”. Il pubblico ripete insieme a lui lo slogan: «Noi siamo Per la Verità. Noi siamo Per la Verità».

        Che Corona riesca davvero a trasformare milioni di visualizzazioni in milioni di voti è tutto da vedere. Costruire un partito significa organizzazione, candidati, territori, regole, firme e una classe dirigente che oggi ancora non esiste. Ma dopo questa puntata una cosa è certa: Fabrizio Corona non sta più soltanto giocando a fare politica. Ha annunciato di voler entrare nel Palazzo, ha scelto il nome, ha abbozzato il programma, ha indicato i nemici e soprattutto possiede già qualcosa che molti aspiranti leader inseguono per anni senza trovarlo: un pubblico enorme al quale parlare direttamente.

        Ora resta da capire quanti di quei follower siano disposti a diventare elettori.

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          Politica

          Fabrizio Corona scende in politica: stasera annuncia il suo partito a Falsissimo. E un sondaggio lo dà già all’11%

          Corona cita apertamente Silvio Berlusconi e trasforma Falsissimo nella sua piattaforma politica. Il nome non sarà «Prima i Giovani». E una rilevazione realizzata nei mesi scorsi attribuiva a un suo eventuale partito un potenziale dell’11%.

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          Fabrizio Corona scende in politica

            Fabrizio Corona scende in politica. E naturalmente lo fa a modo suo. Niente conferenza stampa, niente palco di partito, niente intervista televisiva. L’annuncio dovrebbe arrivare questa sera alle 21 durante la nuova puntata di Falsissimo, il format con cui negli ultimi mesi ha messo a ferro e fuoco il mondo dello spettacolo italiano.

            Questa volta, però, Corona punta direttamente alla politica.

            L’ex re dei paparazzi presenterà il suo progetto politico e lo farà dopo aver disseminato indizi piuttosto espliciti sui social. Il più clamoroso è un video nel quale ripropone la celebre discesa in campo di Silvio Berlusconi, quasi a voler rivendicare una filiazione comunicativa dal Cavaliere.

            E c’è già un primo dato destinato a far discutere: secondo un sondaggio realizzato nei mesi scorsi dall’Osservatorio Delphi, un ipotetico partito guidato da Corona avrebbe potuto raccogliere l’11% dei consensi.

            Corona come Berlusconi: la nuova «discesa in campo»

            L’operazione comunicativa non sembra casuale. Nel 1994 Berlusconi entrò nelle case degli italiani attraverso una videocassetta distribuita alle televisioni. Corona prova oggi a fare qualcosa di concettualmente simile utilizzando gli strumenti del 2026: YouTube, Instagram e milioni di visualizzazioni.

            Nessun intermediario e nessun giornalista a porre domande. Corona parla direttamente al suo pubblico, esattamente come ha fatto attraverso Falsissimo durante le sue campagne contro alcuni dei personaggi più potenti della televisione italiana.

            Il video nel quale interpreta Berlusconi sembra dunque molto più di una semplice parodia. È la dichiarazione del modello scelto per il lancio della nuova avventura.

            Un dettaglio è già stato chiarito: il partito non dovrebbe chiamarsi «Prima i Giovani», nome circolato dopo che un logo con quella scritta era stato intravisto sulla scrivania di Corona. Si sarebbe trattato soltanto di una delle prove realizzate in vista del progetto.

            Il sondaggio choc: un partito di Corona all’11%

            Poi c’è il numero che rischia di trasformare una provocazione in qualcosa che i partiti potrebbero essere costretti almeno a osservare: 11%.

            È il risultato attribuito a un eventuale partito di Corona da una rilevazione dell’Osservatorio Delphi realizzata in collaborazione con Piave Digital Agency e commissionata lo scorso febbraio.

            Il dato va letto con prudenza: riguardava un’ipotesi sottoposta agli intervistati quando il partito ancora non esisteva e non rappresenta quindi una previsione elettorale sulla formazione che Corona annuncerà questa sera.

            Ma l’11% resta una cifra impressionante. Se anche soltanto una parte di quel potenziale riuscisse a trasformarsi in consenso reale, Corona smetterebbe immediatamente di essere una semplice curiosità mediatica per diventare una variabile politica.

            Da Signorini e Belen alla guerra con i Berlusconi

            Anche le battaglie condotte negli ultimi mesi attraverso Falsissimo assumono, alla luce dell’annuncio, una prospettiva diversa.

            Corona ha costruito un pubblico enorme partendo dal gossip, colpendo personaggi come Alfonso Signorini e Belen Rodriguez e scontrandosi frontalmente con il sistema televisivo.

            Il bersaglio politico della sua narrazione sembrano però essere soprattutto Pier Silvio e Marina Berlusconi, indicati come i potenti contro i quali combattere. Una contrapposizione che ricorda proprio uno degli elementi fondamentali della comunicazione politica di Silvio Berlusconi: individuare un avversario facilmente riconoscibile attorno al quale compattare il proprio pubblico.

            Corona sostiene da tempo di essere vittima di tentativi di censura attraverso richieste di risarcimento, azioni giudiziarie e rimozioni dei suoi contenuti. Dall’altra parte ci sono procedimenti e controversie giudiziarie nelle quali saranno i tribunali a stabilire diritti e responsabilità.

            Adesso quella battaglia potrebbe diventare parte integrante della sua proposta politica.

            Falsissimo diventa il trampolino per il partito

            La domanda è quanto del pubblico di Falsissimo possa davvero trasformarsi in elettorato.

            Milioni di visualizzazioni non equivalgono automaticamente a milioni di voti e il passaggio dalla popolarità digitale alla costruzione di un partito richiede candidati, organizzazione territoriale, programma, firme e una struttura capace di affrontare una campagna elettorale.

            Ma Corona parte da qualcosa che molte nuove formazioni politiche non hanno: un’enorme macchina comunicativa già funzionante e un pubblico che non ha bisogno di essere conquistato attraverso i media tradizionali.

            Questa sera sapremo nome, simbolo e probabilmente qualcosa in più sul progetto.

            Dopo mesi trascorsi a terremotare televisione e gossip, Fabrizio Corona prova dunque il salto più grosso: trasformare Falsissimo in una discesa in campo e i follower in elettori.

            E quell’11%, per quanto soltanto potenziale, è un numero che da domani potrebbe far drizzare le antenne a parecchi partiti.

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              Cronaca Nera

              Garlasco, Angela Taccia esplode e smonta l’inchiesta su Sempio: «Non c’è un solo indizio che lo collochi sulla scena del crimine»

              Per Angela Taccia si starebbe cercando di costruire il profilo dell’«assassino ideale» prima di trovare prove che colleghino Sempio all’omicidio. La legale giudica comunque «molto probabile» una richiesta di rinvio a giudizio.

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              Angela Taccia

                «Non ci sono indizi che collocano Andrea Sempio sulla scena del crimine a oggi». Angela Taccia alza il tiro e attacca frontalmente la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco, parlando di «grandissime lacune» negli accertamenti che hanno riportato il suo assistito al centro dell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi.

                La legale dell’unico indagato mette soprattutto in discussione la strada imboccata con l’analisi della personalità di Sempio, dei suoi scritti e dei cosiddetti soliloqui, fino alla consulenza psichiatrica affidata al professor Roberto Catanesi.

                Il ragionamento della difesa è semplice: prima bisogna trovare elementi capaci di dimostrare un collegamento tra Sempio e il delitto, poi eventualmente interrogarsi sulla sua personalità. Procedere al contrario, secondo Taccia, rischierebbe invece di trasformarsi nella ricerca del profilo psicologico di un possibile assassino senza avere prima dimostrato che quell’uomo abbia commesso l’omicidio.

                Garlasco, Taccia attacca: «Prima cerchiamo le prove, poi l’assassino ideale»

                «Quante volte prima di accertare la veridicità e la certezza di un’imputazione ci si concentra sull’imputabilità? Prima di accertare il fatto andiamo a vedere se può essere l’assassino ideale?», domanda polemicamente Taccia.

                La Procura sta lavorando contemporaneamente su diversi elementi. Tra questi ci sono il Dna rinvenuto sulle unghie di Chiara Poggi, l’impronta a pallini individuata nella villetta e gli accertamenti sulle caratteristiche del piede di Sempio. A questi si affianca l’approfondimento sul profilo personale dell’indagato.

                Ed è proprio su quest’ultimo terreno che arriva la contestazione più dura.

                Sempio ha scelto di non sottoporsi all’incontro diretto con lo psichiatra incaricato dalla Procura. Secondo quanto spiegato da Taccia, dietro il rifiuto ci sarebbero ragioni personali ma anche una precisa strategia difensiva: i suoi legali puntano a dimostrare la sua totale estraneità al delitto e non intendono percorrere strade legate a un’eventuale infermità o seminfermità mentale.

                La posizione è netta: nessuna «scorciatoia» finalizzata a ottenere riduzioni o esclusioni della pena, perché per la difesa Sempio non avrebbe commesso l’omicidio.

                Gli scritti di Andrea Sempio: «Imbarazzanti e deplorevoli, ma decontestualizzati»

                Taccia affronta anche uno degli aspetti più controversi emersi nelle ultime settimane: gli scritti, i messaggi e alcune conversazioni di Andrea Sempio utilizzati per ricostruirne il profilo.

                L’avvocata non difende il contenuto di alcune frasi. Le definisce apertamente «messaggi imbarazzanti» e considera «deplorevole» il modo in cui determinati concetti sono stati espressi.

                Contesta però che da quelle parole si possa arrivare a stabilire un collegamento con l’assassinio di Chiara Poggi.

                Secondo Taccia, diversi passaggi sarebbero stati estrapolati da conversazioni più ampie e trasformati in elementi attraverso i quali descrivere la personalità dell’indagato.

                La stessa avvocata racconta di avere tenuto Sempio per due giorni nel proprio studio dopo avere letto il materiale, chiedendogli spiegazioni e rimproverandolo per alcuni contenuti.

                Taccia respinge però l’immagine di un uomo aggressivo o incapace di rispettare le donne e richiama anche le dichiarazioni di una sua ex fidanzata, che avrebbe raccontato una relazione durata tre anni caratterizzata da sintonia e rispetto.

                Le tre telefonate prima dell’omicidio di Chiara Poggi

                C’è poi un altro elemento destinato a tornare continuamente nella nuova inchiesta: le tre telefonate effettuate da Andrea Sempio verso casa Poggi nei giorni precedenti il delitto.

                Anche su questo punto Taccia contesta la lettura accusatoria. Quelle chiamate, sostiene, erano già state esaminate e possono assumere significati completamente diversi a seconda del contesto nel quale vengono inserite.

                Il pericolo indicato dalla difesa è quello di trasformare retrospettivamente qualsiasi comportamento in un indizio dopo avere individuato la persona sulla quale concentrare l’attenzione.

                Taccia richiama a questo proposito anche le numerose telefonate effettuate da Alberto Stasi alla fidanzata la mattina del delitto prima di raggiungere la villetta. Un comportamento che, se isolato dal resto degli elementi, potrebbe a sua volta essere interpretato in modi completamente differenti.

                È proprio contro quella che considera una costruzione per suggestioni che l’avvocata concentra la propria offensiva.

                Sempio verso il processo? Taccia: «Molto probabile il rinvio a giudizio»

                Nonostante le durissime critiche all’inchiesta, la difesa considera tutt’altro che remoto lo scenario di un processo.

                Secondo Taccia è infatti «molto probabile» che al termine delle indagini la Procura presenti una richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio.

                Una prospettiva che i suoi legali sostengono di non temere. Il processo consentirebbe infatti alla difesa di sottoporre al contraddittorio gli elementi raccolti durante la nuova indagine e verificarne la tenuta davanti a un giudice.

                La battaglia si annuncia quindi durissima. Da una parte ci sono Dna, impronte, telefonate, scritti e consulenze sui quali stanno lavorando gli investigatori. Dall’altra una difesa intenzionata a contestare punto per punto il significato attribuito a quegli elementi.

                E Angela Taccia mette già sul tavolo quella che potrebbe diventare una delle questioni centrali dell’eventuale processo: quali prove collocano realmente Andrea Sempio nella villetta di via Pascoli quando Chiara Poggi venne assassinata?

                La risposta della difesa, almeno per ora, è categorica: «Non ci sono indizi che collocano Sempio sulla scena del crimine a oggi».

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