Cronaca
INCHIESTA SUL CALCIO (1° parte) Cosa succede dopo Milano? Così la ‘Ndrangheta si è presa il pallone
Tra estorsioni, bagarinaggio e scommesse clandestine, la criminalità organizzata ha infiltrato il tifo organizzato in tutta Italia. Le recenti indagini su Inter e Milan aprono nuovi scenari su un fenomeno che coinvolge tutto il Paese.
No, non è finita qui. I 19 arresti dell’inchiesta milanese sulla contaminazione tra gruppi ultras e malavita organizzata rappresentano solo l’inizio di una vicenda destinata ad allargarsi a molte altre città italiane, con la prospettiva di ulteriori sviluppi. La parola d’ordine, come ha ripetuto oggi il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, è “tolleranza zero”. In conferenza ha detto che «il mio ufficio ha aperto una unità di analisi e impulso investigativo, un gruppo di lavoro che si occupa del condizionamento criminale delle attività sportive» e delle «logiche che sdoganano negli stadi la propaganda antisemita e razzista». Aggiungendo poi che è un’inchiesta dal «valore emblematico» e che «costringe ad aprire gli occhi su una realtà di rischi evidenti da tempo di deriva criminale negli stadi italiani e di condizionamenti criminali
della vita delle società. Bisogna smettere di far finta di niente».
Insomma, Milano non è un caso isolato: da Torino, a Roma, Genova, Catania, Palermo e Napoli, diverse curve ultras sono nel mirino delle forze dell’ordine. E non è difficile prevedere nuove strette e nuovi arresti. Le connessioni con la criminalità organizzata, come la ‘ndrangheta e la camorra, si estendono a molteplici attività illecite che gravitano attorno agli stadi, sfruttando le curve come terreno fertile per affari che poco o nulla hanno a che fare con il calcio.
Queste organizzazioni non si limitano a cercare il controllo della tifoseria, ma puntano su vari settori: merchandising illegale, vendita clandestina di biglietti, ristorazione all’esterno degli stadi, scommesse clandestine e persino traffico di stupefacenti. Un sistema criminale stratificato che si serve delle curve ultras per controllare ampie porzioni del business che circonda il calcio italiano. Il merchandising non ufficiale, venduto sia fisicamente fuori dagli stadi sia online, genera milioni di euro, spesso senza che le società calcistiche facciano nulla per fermare il fenomeno.
La compravendita di biglietti costituisce un’altra fonte di guadagno, con i gruppi ultras che spesso si arrogano il diritto di gestire questi flussi, tra biglietti omaggio e quelli destinati al pubblico. Le società calcistiche tendono a chiudere un occhio, a volte per quieto vivere, altre volte per non inimicarsi gruppi di tifosi che mantengono il controllo sulla curva e rappresentano una parte influente del tifo organizzato.
Ma è lo spaccio di droga che preoccupa maggiormente, essendo una delle attività principali gestite da criminalità organizzata all’interno delle curve. Le forze dell’ordine sono ben consapevoli di queste dinamiche e stanno intensificando le operazioni investigative, consapevoli che il problema è ben radicato e richiede una risposta decisa. Le curve ultras sono ora sotto il microscopio, e le operazioni come quella milanese potrebbero presto espandersi, portando alla luce nuovi scandali e collegamenti con la criminalità organizzata in tutto il Paese.
La lotta è appena iniziata, ma Milano è solo un punto di partenza: lo Stato mira a ridurre drasticamente l’influenza dei clan e delle ‘ndrine, rendendo chiaro che nessuno spazio sarà concesso a chi vuole trasformare il calcio in un terreno di conquista per attività criminali.
L’inchiesta di Milano: Inter e Milan al centro della bufera
L’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto le curve di Inter e Milan ha rivelato un quadro inquietante di infiltrazioni mafiose, estorsioni e violenza, mostrando come il calcio milanese sia stato profondamente contaminato da interessi criminali. L’indagine, che ha portato all’arresto di 19 ultras tra le due tifoserie, ha evidenziato come le curve non siano più solo un luogo di passione sportiva, ma siano diventate un vero e proprio terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita organizzata, in particolare dalla ‘ndrangheta.
La Curva Nord dell’Inter e i legami con la ‘ndrangheta
Al centro dell’inchiesta c’è la Curva Nord dell’Inter, dominata da Marco Ferdico e dal suo gruppo. Ferdico, insieme ad altri capi ultras come Mauro Nepi e Matteo Norrito, gestiva un impero criminale che spaziava dalla vendita abusiva di biglietti, al controllo dei parcheggi fino al merchandising illegale. L’inchiesta ha rivelato come parte dei proventi illeciti fosse destinata ai Bellocco, una potente famiglia della ‘ndrangheta di Rosarno, Calabria, consolidando un legame stretto tra la curva interista e la criminalità organizzata.
Un ulteriore punto cruciale dell’inchiesta è l’omicidio di Antonio Bellocco, un fatto di sangue che ha svelato le lotte di potere all’interno della curva per il controllo dei proventi illeciti. Andrea Beretta, detenuto per l’omicidio di Bellocco, rappresenta un nodo centrale in questa vicenda. Le faide interne tra i gruppi ultras si sono rivelate letali, con dissapori legati alla gestione delle risorse economiche che hanno portato a violenze estreme, sottolineando come la curva interista sia diventata una vera e propria macchina di affari criminali.
La Curva Sud del Milan e l’egemonia di Luca Lucci
Dall’altra parte della città, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, figura controversa già nota per i suoi legami con esponenti politici e dello spettacolo. Lucci, arrestato insieme a suo fratello Francesco e ad altri capi ultras come Christian Rosiello, gestiva una rete di potere che andava ben oltre il calcio, con attività che includevano estorsioni, aggressioni e traffico di droga. Uno degli episodi più emblematici è il pestaggio del personal trainer Cristiano Iovino, aggredito per aver avuto uno screzio con il rapper Fedez in una discoteca milanese, a dimostrazione di come il controllo della curva fosse associato a un vero e proprio sistema di potere mafioso.
Il sistema dei biglietti: tra pressioni e minacce
Uno degli aspetti più delicati dell’inchiesta riguarda il sistema di distribuzione dei biglietti. Gli ultras, con a capo Ferdico e Lucci, esercitavano forti pressioni sui dirigenti e i giocatori delle rispettive squadre per ottenere biglietti omaggio da rivendere a prezzi esorbitanti. L’episodio che ha coinvolto Simone Inzaghi, allenatore dell’Inter, è emblematico: Ferdico lo ha contattato direttamente per chiedere ulteriori biglietti per la finale di Champions League contro il Manchester City, minacciando di far scioperare la Curva Nord in caso di un mancato accordo. Le intercettazioni hanno rivelato un sistema consolidato di ricatti e pressioni che coinvolgeva anche ex giocatori come Marco Materazzi e dirigenti come Javier Zanetti.
Le connessioni con il mondo dello spettacolo
L’inchiesta milanese ha toccato anche personaggi del mondo dello spettacolo, come Christian Rosiello, guardia del corpo di Fedez, che è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta per il suo coinvolgimento nelle attività criminali legate alla Curva Sud del Milan. Questo dimostra come le connessioni tra gli ultras e la malavita vadano ben oltre il calcio, estendendosi a settori come la musica e l’intrattenimento, in un intreccio pericoloso che aumenta l’influenza di questi gruppi sulla vita pubblica milanese.
L’inchiesta “Alto Piemonte”: la Juventus e la ‘ndrangheta sotto i riflettori
Una delle inchieste più dirompenti degli ultimi anni è stata in questo senso l’indagine “Alto Piemonte” che già nel 2016 ha svelato collegamenti inquietanti tra i gruppi ultras della Juventus e la ‘ndrangheta. Questa inchiesta ha ben rivelato come la criminalità organizzata calabrese avesse infiltrato la curva bianconera, utilizzando il tifo come strumento per riciclare denaro e controllare attività illecite come il bagarinaggio. Al centro di questa rete criminale c’era Rocco Dominello, legato alla famiglia Dominello, un clan ‘ndranghetista di primo piano.
La rete della ‘ndrangheta nelle curve
Rocco Dominello, grazie ai suoi legami con la ‘ndrangheta, ha gestito il controllo della curva Sud dell’Allianz Stadium, avvalendosi di gruppi ultras come i Drughi e i Viking. Il business del bagarinaggio era al centro delle operazioni, con guadagni di decine di migliaia di euro a partita. Questo sistema, orchestrato dalla ‘ndrangheta, non solo alimentava un vasto giro di denaro illecito, ma rafforzava anche il controllo territoriale della mafia calabrese nel mondo del tifo juventino.
La connessione tra la Juventus e gli ultras
L’inchiesta ha evidenziato come figure vicine alla società Juventus abbiano mantenuto rapporti con i gruppi ultras, anche se non direttamente coinvolte in attività criminali. Le intercettazioni tra Rocco Dominello e altri esponenti della curva hanno mostrato una collaborazione tacita, dove la criminalità organizzata esercitava pressioni attraverso il controllo del tifo.
Le infiltrazioni camorristiche nel tifo del Napoli
Anche le curve del Napoli, in particolare quella dello Stadio Diego Armando Maradona, sono da tempo terreno fertile per le infiltrazioni della malavita organizzata. In queste aree, la criminalità ha trovato un ambiente propizio per esercitare il proprio controllo sul bagarinaggio e sul merchandising illegale. Qui è la camorra ad aver capitalizzato sul fanatismo calcistico, utilizzando i gruppi ultras per ottenere guadagni da attività illecite, sia dentro che fuori lo stadio.
L’influenza della camorra sulle curve
Un caso emblematico risale al 2010, quando Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore Lo Russo, venne immortalato a bordo campo durante una partita tra Napoli e Parma, con un pass da giardiniere. Le curve del Napoli, la A e la B, riflettono anche la divisione territoriale dei clan. La curva A era dominata da Gennaro De Tommaso, meglio noto come “Genny ‘a carogna”, mentre la curva B era sotto l’influenza del clan Lo Russo. Il controllo era tale che ogni curva rispecchiava il dominio del clan del quartiere da cui provenivano i tifosi.
Cambiamenti nelle curve di Genova: la minaccia per la tifoseria doriana
Situazione tesa dopo gli scontri post derby del 25 settembre, a Genova. Qui in passato, la curva genoana era considerata la più esposta alle infiltrazioni criminali. Tuttavia, spiegano gli esperti, la situazione sta cambiando. La tifoseria della Sampdoria, tradizionalmente più “tranquilla”, sta attraversando un momento di vulnerabilità a causa della crisi societaria sotto la presidenza di Massimo Ferrero. Questo ha portato alla crescita di nuovi leader nella Gradinata Sud, creando l’opportunità per personaggi legati alla criminalità di prendere il controllo. La gradinata doriana, un tempo meno permeabile, rischia di seguire la stessa traiettoria della curva genoana.
La figura controversa di Giuseppe Sculli
Figura chiave per far chiarezza sulla contiguità tra tifo e ‘ndrangheta è stata quella di Giuseppe Sculli, calciatore e idolo della Gradinata Nord. Sculli, nipote del boss mafioso Giuseppe Morabito, noto come “Tiradritto”, ha sempre avuto un’aura di sospetto intorno a sé per i legami con la mala calabrese. Sebbene mai condannato per reati legati alla criminalità organizzata, il suo intervento durante le proteste di partita Genoa Siena, in cui convinse i tifosi a cessare la protesta contro la squadra, fu un chiaro segnale del suo potere tra gli ultras genoani, confermato poi da intercettazioni telefoniche e confessioni.
La violenza del derby del 2024
Gli scontri violenti tra tifoserie genoane e doriane, avvenuti prima e dopo il derby del 25 settembre 2024, rappresentano un ritorno a un clima di tensione che sembrava scomparso da anni. Dietro queste esplosioni di violenza, non c’è solo la rivalità calcistica, ma anche una lotta per il controllo delle attività illecite, come il bagarinaggio, il traffico di droga e la gestione delle scommesse clandestine. Queste curve, più che luoghi di passione calcistica, sono diventate terreno di conquista per interessi criminali.
Il futuro delle curve genovesi
Mentre le forze dell’ordine continuano a monitorare la situazione, le curve di Genova restano in bilico. Se la gradinata Nord ha già dimostrato di essere permeabile alle influenze della criminalità organizzata con personaggi discussi come Massimo Leopizzi, capo ultras della Brigata Speloncia, formazione di estrema destra presente in gradinata nord, legato a reati di violenza e possesso di armi., la gradinata Sud potrebbe subire lo stesso destino. Le società calcistiche Genoa e Sampdoria sono ora chiamate a confrontarsi con una realtà in cui la criminalità si insinua nelle loro tifoserie, minando ulteriormente la stabilità di un ambiente già fragile.
Continua
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
Cronaca Nera
Garlasco, il punto di svolta su Sempio: l’impronta 33 intrisa di sangue riapre l’inchiesta sulla morte di Chiara
Le nuove consulenze depositate dai pm rafforzano l’impianto accusatorio: i Ris sostengono che l’impronta 33 contenesse sangue, mentre gli accertamenti genetici confermano la compatibilità dell’aplotipo Y trovato sulle unghie di Chiara Poggi con la linea paterna dell’indagato. Sospesa invece la consulenza psichiatrica dopo il rifiuto di Sempio di sottoporsi ai colloqui.
La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco arriva al passaggio che può portare Andrea Sempio davanti a un giudice. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, e nel fascicolo entrano nuove consulenze che rafforzano l’impianto costruito negli ultimi mesi dagli investigatori. Al centro restano soprattutto due elementi: l’impronta 33 attribuita ad Andrea Sempio e il Dna maschile trovato sotto le unghie della vittima.
Per i magistrati pavesi, quelle nuove analisi aggiungono elementi alla ricostruzione accusatoria che riguarda il 38enne, amico di Marco Poggi e unico indagato nella nuova inchiesta. Dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, i suoi difensori avranno i termini previsti dalla legge per depositare memorie, produrre consulenze, chiedere interrogatori o compiere gli altri atti consentiti dalla procedura. Soltanto dopo la Procura potrà formalizzare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
Garlasco, l’impronta 33 torna al centro dell’accusa contro Sempio
Uno degli elementi più importanti riguarda la celebre impronta 33, individuata sulla parete della scala che conduce al seminterrato della casa dei Poggi. Gli accertamenti più recenti attribuiscono quella traccia ad Andrea Sempio sulla base della corrispondenza di quindici minuzie, ma il punto destinato a pesare maggiormente riguarda la natura della sostanza presente nell’impronta.
Secondo i nuovi accertamenti dei Ris di Roma, la traccia sarebbe stata lasciata da un dito intriso di una miscela di sudore e sangue. Gli specialisti hanno utilizzato un metodo diverso da quello seguito nelle precedenti consulenze, arrivando però alle stesse conclusioni già formulate dagli esperti incaricati dalla difesa di Alberto Stasi.
La nuova analisi mette quindi in discussione uno dei risultati raggiunti durante le prime indagini. Secondo la ricostruzione degli esperti, infatti, il composto formato dalla calce della parete e dalla ninidrina utilizzata durante gli accertamenti avrebbe impedito ai test dell’epoca di rilevare correttamente la presenza del sangue. In altre parole, la precedente negatività non dimostrerebbe che nell’impronta non ci fosse sangue.
È un passaggio cruciale perché cambia radicalmente il significato investigativo della traccia. Un’impronta riconducibile a Sempio presente nella casa frequentata dall’amico Marco Poggi avrebbe un peso completamente diverso da un’impronta che, secondo l’ipotesi investigativa attuale, contiene anche sangue e si trova lungo il percorso che conduce al luogo nel quale venne trovato il corpo di Chiara.
Garlasco: il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi e la linea paterna di Sempio
L’altro fronte decisivo dell’inchiesta di Garlasco riguarda il materiale genetico recuperato sotto le unghie della vittima. I genetisti Pierangela Grignani e Carlo Previderè hanno esaminato nuovamente gli elementi disponibili e hanno confermato la compatibilità dell’aplotipo Y individuato su due unghie di Chiara Poggi con il Dna della linea paterna di Andrea Sempio.
La conclusione segue quella già raggiunta durante l’incidente probatorio dalla perita Denise Albani. Il dato genetico, proprio perché riguarda il cromosoma Y, non identifica da solo una singola persona all’interno della stessa linea maschile familiare, ma per la Procura costituisce un elemento da leggere insieme agli altri risultati dell’indagine.
Ed è proprio l’incrocio delle diverse consulenze a rappresentare il cuore del nuovo fascicolo: l’impronta 33 attribuita a Sempio, la presenza di sangue che i nuovi accertamenti indicano su quella traccia e il materiale genetico maschile recuperato sotto le unghie di Chiara. Elementi che i magistrati dovranno ora trasformare in un quadro probatorio capace di reggere prima davanti al giudice dell’udienza preliminare e, qualora arrivasse il rinvio a giudizio, durante un eventuale processo.
Anche l’orario della morte entra nel nuovo quadro di Garlasco
La Procura ha approfondito anche un altro punto che per quasi vent’anni ha rappresentato uno dei nodi centrali del caso: l’orario della morte di Chiara Poggi. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha lavorato sulla collocazione temporale dell’omicidio e sull’eventuale presenza di ferite da difesa.
Secondo le conclusioni confluite nell’inchiesta, la morte sarebbe avvenuta dopo le 9.45 del 13 agosto 2007. La consulenza prende inoltre in considerazione l’ipotesi che Chiara abbia cercato di difendersi durante l’aggressione.
Anche questo elemento acquista particolare importanza nella nuova lettura complessiva del delitto, perché gli investigatori stanno ricostruendo la mattina dell’omicidio minuto per minuto, incrociando gli accertamenti scientifici con spostamenti, telefonate, accessi informatici e dichiarazioni raccolte nel corso delle vecchie e delle nuove indagini.
Garlasco: Sempio non si sottopone alla consulenza psichiatrica
Nel fascicolo manca invece una delle consulenze annunciate nei mesi scorsi dalla Procura.Lo psichiatra Roberto Catanesi avrebbe dovuto valutare l’eventuale presenza, all’epoca dell’omicidio, di condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere di Andrea Sempio, oltre all’esistenza di eventuali disturbi rilevanti ai fini dell’imputabilità e della pericolosità sociale.
Sempio ha però esercitato il proprio diritto di non sottoporsi ai colloqui con il consulente. La Procura ha quindi sospeso l’accertamento diretto. L’eventuale valutazione potrà essere affrontata successivamente attraverso una perizia disposta dal giudice, qualora il procedimento arrivi a quella fase.
La mancata consulenza psichiatrica non interrompe comunque il percorso dell’inchiesta. I magistrati hanno chiuso il fascicolo sulla base degli altri accertamenti raccolti e adesso la partita passa alla fase processuale successiva.
Dopo diciannove anni Garlasco può tornare in un’aula di tribunale con Sempio
La chiusura dell’inchiesta non equivale naturalmente a una condanna e Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. Ma il passaggio compiuto dalla Procura segna uno spartiacque nella storia giudiziaria del delitto di Garlasco: a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, l’indagine aperta su un uomo diverso da quello già condannato entra nella fase che precede una possibile richiesta di processo.
Ora toccherà alla difesa di Sempio, affidata agli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, esaminare integralmente le nuove consulenze e contestare le conclusioni degli esperti della Procura.Soltanto dopo questo confronto i magistrati decideranno se chiedere formalmente il rinvio a giudizio.
Il punto centrale, però, è già emerso con chiarezza dalla chiusura dell’inchiesta: la Procura di Pavia considera le nuove risultanze scientifiche sufficientemente importanti da inserirle nel fascicolo accusatorio contro Andrea Sempio. L’impronta 33, il sangue che secondo i nuovi esami la impregnava, il Dna maschile sotto le unghie di Chiara e la nuova valutazione sull’orario della morte diventano così i quattro pilastri scientifici attorno ai quali si giocherà la prossima battaglia giudiziaria sul delitto che da quasi vent’anni divide l’Italia.
Cronaca Nera
Delitto di Garlasco, spuntano due test negativi nascosti per 19 anni: la verità sulla bici di Stasi
I “raw data” recuperati nei laboratori del Ris di Parma rivelerebbero due controanalisi negative effettuate nel settembre 2007 e mai inserite nel fascicolo. Quel Dna attribuito a Chiara Poggi contribuì al fermo di Alberto Stasi e venne poi valorizzato nel percorso che portò alla condanna. Ora la Procura di Pavia ipotizza un errore o uno scambio di provette e per la difesa si apre un nuovo fronte sulla revisione.
Garlasco, su Stasi potrebbe essere arrivata alla svolta più clamorosa di questi diciannove anni, e questa volta non si tratta di una nuova testimonianza, di un ricordo riemerso a distanza di tempo o dell’ennesima interpretazione di un vecchio reperto.La nuova inchiesta della Procura di Pavia ha riportato alla luce i dati originali prodotti nel settembre 2007 dalle apparecchiature del Ris di Parma e dentro quei file gli investigatori hanno trovato qualcosa che per quasi due decenni non era comparso negli atti: dopo il test che aveva individuato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi 2,78 nanogrammi di Dna attribuito a Chiara Poggi, qualcuno nel laboratorio effettuò due controanalisi. Entrambe diedero risultato negativo. Quegli esiti, però, non arrivarono alla Procura che indagava sull’omicidio, non entrarono nel fascicolo e la difesa di Stasi non poté conoscerli né utilizzarli nei processi che seguirono.
La portata della scoperta diventa ancora più evidente osservando ciò che accadde immediatamente dopo, perché quel Dna non rappresentò un dettaglio marginale dell’indagine. Il risultato positivo entrò nella relazione preliminare dei Ris e contribuì al fermo di Alberto Stasi del 24 settembre 2007 come colpevole per il delitto di Garlasco, mentre le due verifiche negative effettuate quattro giorni prima rimasero fuori dalla documentazione conosciuta dagli inquirenti. Oggi, dopo avere recuperato i cosiddetti “raw data”, la Procura di Pavia ipotizza che quel dato positivo possa essere derivato da un errore nella registrazione oppure da uno scambio di provette. Se gli ulteriori accertamenti confermeranno questa ricostruzione, uno degli elementi che accompagnarono Stasi lungo la vicenda giudiziaria di Garlasco potrebbe assumere, diciannove anni dopo, un significato completamente opposto.
Garlasco, cosa accadde davvero ai pedali della bicicletta di Stasi
Per capire perché questa scoperta possa diventare decisiva bisogna ricostruire senza salti la sequenza degli esami.Il 10 settembre 2007 gli investigatori sottoposero la bicicletta Umberto Dei sequestrata ad Alberto Stasi a Garlasco al luminol e al Combur test, cercando eventuali tracce di sangue, ma entrambi gli accertamenti diedero esito negativo. Il giorno successivo gli uomini del Ris prelevarono materiale dai due pedali, denominarono i campioni “bu_p1” e “bu_p2” e successivamente li riunirono nel campione “bu_p”. Anche il primo tentativo di estrazione e quantificazione non fornì il risultato cercato, perché l’esame risultò inibito e quindi negativo.
Il 19 settembre, dopo la purificazione del campione, il Ris ripeté la quantificazione e ottenne invece un risultato completamente diverso: 2,78 nanogrammi di Dna, una quantità molto elevata rispetto al precedente esame e soprattutto un profilo particolarmente pulito, senza impurità e rumore di fondo significativo, che risultò sovrapponibile a quello di Chiara Poggi. Proprio l’eccezionalità di quel dato deve avere spinto qualcuno all’interno del laboratorio a effettuare ulteriori controlli, perché il giorno successivo, 20 settembre, le apparecchiature registrarono altre due analisi sul campione. Tutte e due diedero risultato negativo, ma la Procura di Vigevano non ricevette quegli esiti e nei successivi processi nessuno li portò all’attenzione dei giudici.
Quattro giorni più tardi, alle 14.10 del 24 settembre, gli investigatori fermarono Alberto Stasi sulla base del quadro indiziario allora raccolto, nel quale il Dna attribuito a Chiara sui pedali aveva assunto un peso rilevante. Il gip di Vigevano Giulia Pravon non convalidò il fermo e il 28 settembre rimise Stasi in libertà senza applicare misure cautelari, ma il tema dei pedali continuò ad accompagnare l’intera storia processuale e i giudici lo valorizzarono successivamente nel complesso degli elementi utilizzati per arrivare alla condanna definitiva a 16 anni.
I dati grezzi del Ris raccontano ciò che mancava nel fascicolo
La nuova inchiesta di Garlasco ha cambiato prospettiva quando la Procura di Pavia, il 6 novembre 2025, ha acquisito dal Ris di Parma i “raw data”, cioè i registri originali prodotti dalle macchine utilizzate per gli accertamenti genetici. Analizzando quei file, gli investigatori hanno potuto ricostruire le operazioni effettuate nel laboratorio e individuare la traccia delle due verifiche negative del 20 settembre 2007, rimaste fino a quel momento fuori dalla documentazione processuale conosciuta.
La difesa di Alberto Stasi ha affidato l’esame del materiale ai genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello, mentre la Procura ha svolto autonomamente i propri approfondimenti. Le verifiche hanno riportato l’attenzione sul risultato da 2,78 nanogrammi e sulle possibili spiegazioni di un dato così diverso dagli altri accertamenti: secondo l’ipotesi investigativa, potrebbe esserci stato un errore nella registrazione oppure uno scambio di provette. A rendere ancora più delicata la questione contribuisce la somiglianza tra il campione positivo attribuito ai pedali e il cosiddetto “reperto 29”, il cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per fare colazione e trovato nella villetta di via Pascoli, perché i valori dei due campioni risulterebbero sovrapponibili persino nei decimali.
La successione degli eventi assume quindi un significato completamente nuovo: gli investigatori partono da accertamenti negativi sulla bicicletta, ottengono improvvisamente un campione molto abbondante e pulito di Dna della vittima, il laboratorio decide di controllare quel risultato e le due verifiche successive risultano negative, ma proprio questi ultimi esiti non arrivano nel fascicolo.È su questa anomalia che oggi lavorano i magistrati di Pavia, chiamati a ricostruire non soltanto l’affidabilità tecnica delle analisi, ma anche il percorso seguito dai risultati all’interno del Ris.
Garofano ascoltato dai pm, ora bisogna ricostruire cosa accadde nel laboratorio
Negli ultimi giorni la Procura ha ascoltato alcuni appartenenti al Ris che parteciparono agli accertamenti scientifici del 2007 e venerdì i magistrati hanno convocato anche Luciano Garofano, allora comandante del Ris di Parma e, molti anni dopo, per un periodo consulente della difesa di Andrea Sempio. Garofano non ha voluto commentare il contenuto dell’audizione e si è limitato a dichiarare: «Non faccio commenti sull’indagine. Aspettiamo il 415 bis».
Proprio la documentazione recuperata rende adesso necessario chiarire chi decise di effettuare le due verifiche del 20 settembre, chi ebbe conoscenza dei risultati negativi e per quale ragione quei dati non entrarono negli atti consegnati alla Procura. Sono interrogativi ai quali dovranno rispondere gli accertamenti e che, allo stato, non autorizzano ad attribuire automaticamente a qualcuno la volontà di nascondere una prova, ma il fatto che le apparecchiature abbiano conservato la traccia di due analisi assenti dal fascicolo apre inevitabilmente uno dei capitoli più delicati dell’intero caso Garlasco.
C’è inoltre un elemento che potrebbe assumere particolare importanza nella prospettiva della difesa di Stasi. Nel corso degli anni i suoi legali avevano chiesto di accedere proprio ai dati grezzi delle analisi e, secondo la ricostruzione emersa oggi, non riuscirono a ottenerli dal Ris neppure dopo un’autorizzazione della Corte d’Appello di Milano. Soltanto l’acquisizione compiuta dalla Procura di Pavia nel novembre 2025 ha permesso di recuperare quei file e di riportare alla luce ciò che le macchine avevano registrato diciannove anni prima.
Da Sempio a Stasi, l’inchiesta di Garlasco apre adesso due fronti
Il paradosso giudiziario è evidente. La nuova inchiesta nasce attorno ad Andrea Sempio, oggi unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ma gli approfondimenti disposti dalla Procura hanno contemporaneamente fatto emergere elementi che potrebbero incidere sul percorso giudiziario di Alberto Stasi, condannato definitivamente per lo stesso delitto. I due piani restano autonomi e l’indagine su Sempio non cancella naturalmente la sentenza contro Stasi, sulla quale può intervenire soltanto un procedimento di revisione, ma la scoperta delle due controanalisi negative offre ai legali Giada Bocellari e Antonio De Rensis un elemento nuovo sul quale costruire la loro iniziativa.
È proprio questo a rendere la chiusura dell’inchiesta una delle svolte più importanti nella storia del delitto di Garlasco. Nel 2007 il risultato positivo del Dna sui pedali contribuì a spingere gli investigatori verso Alberto Stasi; nel 2026 i dati originali di quelle stesse analisi potrebbero invece fornire alla sua difesa un argomento per mettere in discussione uno dei tasselli utilizzati contro di lui. Tra questi due momenti ci sono quasi diciannove anni, cinque processi, una condanna definitiva a 16 anni e un’indagine completamente nuova sull’omicidio di Chiara Poggi.
C’è il dna sui pedali o no?
La questione, a questo punto, non riguarda soltanto la presenza o meno del Dna sui pedali, ma ciò che sarebbe accaduto se la Procura e la difesa avessero conosciuto già nel settembre 2007 l’esistenza delle due verifiche negative.Non sappiamo quale direzione avrebbe preso l’indagine e nessuno può stabilire oggi quale decisione avrebbero assunto i giudici davanti a un quadro probatorio diverso, ma proprio questo interrogativo potrebbe diventare uno dei cardini della futura richiesta di revisione del processo.
Diciannove anni dopo, quindi, Garlasco torna incredibilmente al punto di partenza, ai giorni immediatamente successivi all’omicidio di Chiara Poggi e alle analisi che contribuirono a indirizzare l’indagine verso Alberto Stasi. La differenza è che oggi non si discute soltanto di come interpretare quelle vecchie prove: sono riemersi i dati prodotti all’epoca dalle stesse apparecchiature del Ris e quei dati, secondo la ricostruzione della Procura di Pavia, mostrano due controlli negativi dei quali per quasi due decenni il fascicolo giudiziario non ha dato conto. Se questo elemento entrerà nel procedimento di revisione, toccherà ai giudici stabilirne il peso. Ma una cosa è già cambiata: quella che per anni era sembrata una delle tracce capaci di inchiodare Stasi è diventata oggi uno degli elementi sui quali la sua difesa proverà a riaprire il processo.
Mistero
Gli Ufo? Fanno perdere anche i capelli, parola di Pentagono: i dossier segreti su alopecia, radiazioni e oggetti a 700 all’ora
Tre persone sane, dopo un misterioso «evento aerospaziale anomalo», avrebbero accusato febbre, eritemi, emicrania, disturbi intestinali, sensibilità alla luce e persino alopecia. È soltanto uno dei casi contenuti nei documenti americani sugli Uap: sfere incandescenti, oggetti capaci di cambiare direzione e programmi militari che studiavano antigravità, motori a curvatura e cunicoli spazio-temporali.
Se un giorno vedrete qualcosa di strano svolazzare sopra casa, prima di cercare il telefonino per fotografarlo potreste controllare di avere ancora tutti i capelli. Perché tra i documenti sugli Ufo finiti negli archivi del Pentagono c’è anche una storia che sembra uscita da una puntata particolarmente fantasiosa di X-Files: tre persone perfettamente sane avrebbero avuto problemi fisici dopo un misterioso «evento aerospaziale anomalo» e tra i sintomi registrati compare persino l’alopecia.
Detto in maniera molto meno scientifica: avrebbero perso i capelli.
E non soltanto quelli. I tre avrebbero accusato per circa 72 ore eritemi, febbre, emicranie, diarrea, intorpidimento ed estrema sensibilità alla luce, mentre uno dei soggetti avrebbe mostrato anche sintomi compatibili con una patologia legata all’esposizione a radiazioni.
No, il Pentagono non sta dicendo che gli extraterrestri rendono calvi. E soprattutto nessuno dei documenti dimostra che gli oggetti osservati avessero origine aliena. Ma la storia esiste davvero negli archivi prodotti nell’ambito dei programmi americani dedicati ai fenomeni aerospaziali anomali e oggi diventa ancora più curiosa mentre gli Stati Uniti continuano a rendere pubblici documenti e filmati sugli Uap, gli Unidentified Anomalous Phenomena, la sigla che ha sostituito progressivamente il vecchio e molto più affascinante «Ufo».
L’AARO, l’ufficio del Dipartimento della Difesa che si occupa di questi fenomeni, pubblica infatti materiale declassificato e precisa che i casi classificati come irrisolti sono semplicemente quelli per i quali il governo non dispone di elementi sufficienti per stabilire definitivamente che cosa sia stato osservato. «Non identificato», insomma, continua a non significare «extraterrestre».
Tre uomini incontrano qualcosa di misterioso. Poi iniziano i sintomi
È il dossier medico a contenere la parte più sorprendente della storia.
Il documento nacque nell’ambito dell’Advanced Aerospace Weapon System Application Program, meglio conosciuto come AAWSAP, un programma avviato nel 2008 che si occupava di tecnologie aerospaziali avanzatissime e di scenari che ancora oggi sembrano appartenere più alla fantascienza che alla vita quotidiana.
Tra i concetti studiati comparivano infatti wormhole, antigravità, manipolazione dello spazio-tempo, vuoto quantistico e propulsione a curvatura. Il fatto che fossero oggetto di studio non significa, naturalmente, che il Pentagono possedesse astronavi capaci di attraversare un cunicolo spazio-temporale: lo stesso apparato americano ha sempre invitato a non interpretare questi lavori teorici come una prova della reale esistenza o disponibilità di simili tecnologie.
Dentro quella gigantesca esplorazione scientifica finì però anche un rapporto decisamente più inquietante, dedicato alle possibili lesioni subite da esseri umani dopo l’esposizione a sistemi aerospaziali anomali.
Il documento prendeva in considerazione il caso di tre persone descritte come precedentemente sane e attive che avrebbero vissuto un evento aerospaziale anomalo. Erano ingegneri specializzati in antenne e, secondo il rapporto, i problemi manifestati successivamente non risultavano facilmente riconducibili alla loro normale attività professionale.
Nelle 72 ore successive sarebbero comparsi arrossamenti cutanei, febbre, forti mal di testa, diarrea, intorpidimento, fotosensibilità e alopecia.
Ed è qui che la faccenda smette definitivamente di sembrare la trama di una normale giornata d’ufficio.
Alopecia, sangue alterato e sintomi da radiazioni
Uno dei tre casi avrebbe presentato conseguenze ancora più serie. Nel documento compaiono riferimenti a segni associati a una malattia da radiazioni, anomalie del sangue e trasformazioni cellulari considerate preoccupanti.
Il rapporto, però, non stabilisce quale sia stata la sorgente dell’eventuale esposizione e questo rappresenta il particolare fondamentale per leggere correttamente la storia. Non esiste la prova che un’astronave extraterrestre abbia irradiato tre esseri umani, né il documento consente di compiere un simile salto logico.
Gli autori ritenevano tuttavia che esistessero abbastanza episodi e dati medici da giustificare ulteriori studi sulla possibilità che determinati sistemi aerospaziali avanzati potessero produrre effetti fisici sugli osservatori.
Ed ecco quindi nascere il titolo che nessun parrucchiere vorrebbe mai leggere: gli Ufo potrebbero persino far cadere i capelli.
Con un gigantesco asterisco, naturalmente. Perché non sappiamo che cosa fosse l’oggetto, non sappiamo esattamente quale esposizione abbia prodotto quei sintomi e soprattutto non sappiamo affatto se ci fossero extraterrestri da qualche parte nelle vicinanze.
Il programma segreto che studiava persino i motori a curvatura
La parte più cinematografica dei documenti riguarda proprio l’AAWSAP. Il programma disponeva inizialmente di circa 10 milioni di dollari e produsse decine di documenti di ricerca dedicati a tecnologie che gli Stati Uniti immaginavano potessero assumere rilevanza nei decenni successivi.
Non si parlava soltanto di aerei più veloci o nuovi sistemi di propulsione. Gli studiosi si spinsero verso concetti come antigravità, wormhole e manipolazione dello spazio-tempo.
In pratica, mentre il resto del mondo cercava di capire quale smartphone comprare, qualcuno pagato dal governo americano ragionava seriamente su come piegare lo spazio-tempo.
Ancora una volta, però, bisogna separare il fascino della materia dalle prove disponibili. Studiare teoricamente una tecnologia non significa averla costruita e tanto meno aver scoperto che qualcun altro, magari arrivato da un altro sistema solare, la possieda già.
Il Pentagono continua infatti a mantenere una posizione estremamente prudente. Anche nell’attuale programma di trasparenza sugli Uap, l’amministrazione americana chiarisce che i materiali irrisolti sono tali perché mancano dati sufficienti per arrivare a una determinazione definitiva sulla natura dei fenomeni osservati.
E poi ci sono gli oggetti che corrono a velocità impressionanti
Se i capelli che cadono rappresentano il dettaglio più irresistibile, i filmati militari sono probabilmente la parte più spettacolare.
Tra il materiale reso disponibile figurano infatti riprese effettuate attraverso sensori militari e rapporti relativi a oggetti che gli osservatori non sono riusciti immediatamente a identificare. In uno dei casi ufficialmente pubblicati, un rapporto descrive un Uap dalla forma «a diamante» che avrebbe viaggiato a circa 434 nodi, oltre 800 chilometri orari, risultando rilevabile attraverso un sensore a infrarossi a onde corte. In un altro episodio, il rapporto di missione descrive un oggetto capace di effettuare apparenti cambi di direzione di 90 gradi mentre si muoveva a circa 80 miglia orarie.
L’AARO, tuttavia, accompagna queste immagini con una precisazione importante: le descrizioni servono a raccontare ciò che compare nei sensori e non costituiscono automaticamente una conclusione sulla natura o sul significato dell’oggetto ripreso.
È una differenza enorme. Una telecamera militare può registrare qualcosa di non identificato senza che quel qualcosa provenga da Alpha Centauri.
Sfere luminose, triangoli nel cielo e oggetti silenziosi
Nei dossier americani ricorrono inoltre descrizioni di sfere luminose, oggetti che sembrano muoversi in formazione e luci osservate da personale militare o governativo.
Alcuni testimoni hanno raccontato di sfere arancioni capaci di apparire e scomparire, altri di oggetti luminosi che sembravano disporsi secondo configurazioni geometriche. A rendere questi racconti inevitabilmente suggestivi contribuisce la provenienza delle testimonianze: in diversi casi non arrivano dal vicino convinto di avere E.T. nell’orto, ma da personale abituato a lavorare con velivoli, radar e sistemi di osservazione.
Questo, però, non trasforma automaticamente una testimonianza qualificata in una prova extraterrestre.
La stessa storia degli avvistamenti militari è piena di casi inizialmente misteriosi che, una volta raccolti abbastanza dati, hanno trovato spiegazioni molto più terrestri: palloni, droni, uccelli, satelliti, fenomeni atmosferici o effetti prodotti dai sistemi ottici e dai sensori.
Il fascino nasce proprio da ciò che resta dopo questa scrematura.
Quindi gli alieni esistono? Il Pentagono non lo sta dicendo
Ed è qui che bisogna fermare per un momento l’Enterprise.
La pubblicazione dei documenti non equivale alla conferma dell’esistenza di extraterrestri, né l’AARO sostiene che i fenomeni rimasti irrisolti abbiano necessariamente un’origine non umana. Al contrario, l’ufficio americano spiega esplicitamente che un caso può restare senza soluzione semplicemente perché le informazioni disponibili sono insufficienti.
Questo non rende meno affascinante il materiale.
Perché una cosa è dire che qualcuno, una sera, ha visto una luce strana sopra il proprio giardino. Un’altra è scoprire che apparati militari statunitensi hanno raccolto per anni video, testimonianze e rapporti su fenomeni che in alcuni casi non sono riusciti a identificare e che Washington continua a declassificare e mettere a disposizione del pubblico. L’archivio ufficiale AARO raccoglie ormai materiale storico, documenti informativi e immagini provenienti direttamente da strutture militari americane.
E in mezzo a sfere incandescenti, oggetti velocissimi, antigravità e cunicoli spazio-temporali rimane quella storia irresistibile dei tre uomini che, dopo avere avuto a che fare con qualcosa di anomalo, cominciarono ad accusare febbre, eritemi, fotosensibilità e perdita di capelli.
Perciò niente panico: non abbiamo scoperto che E.T. sia il responsabile della calvizie maschile e nessuno deve ancora aggiungere «incontro ravvicinato del terzo tipo» all’elenco delle cause dell’alopecia. Ma se una notte una sfera arancione dovesse fermarsi sopra il balcone, per sicurezza, oltre al telefonino per riprenderla, forse vale la pena tenere a portata di mano anche un cappello.
-
Gossip3 anni faElisabetta Canalis, che Sex bomb! è suo il primo topless del 2024 (GALLERY SENZA CENSURA!)
-
Sex and La City2 anni faDick Rating: che voto mi dai se te lo posto?
-
Cronaca Nera2 anni faBossetti è innocente? Ecco tutti i lati deboli dell’accusa
-
Speciale Grande Fratello2 anni faHelena Prestes, chi è la concorrente vip del Grande Fratello? Età, carriera, vita privata e curiosità
-
Gossip2 anni faLa De Filippi beccata con lui: la strana coppia a cavallo si rilassa in vacanza
-
Video2 anni faVideo scandalo a Temptation Island Spagna: lei fa sesso con un tentatore, lui impazzisce in diretta
-
Moda e modi1 anno faL’estate senza trucco di Belén Rodriguez
-
Speciale Olimpiadi 20242 anni faFact checking su Imane Khelif, la pugile al centro delle polemiche. Davvero è trans?
