Italia
Vacanze di Natale 2024 ci siamo. Da oggi un lungo periodo di riposo e festività per gli studenti italiani
Le vacanze scolastiche natalizie, fissate dalle Regioni, si estenderanno quest’anno dal 23 dicembre 2024 al 6 gennaio 2025, con alcune variazioni locali.
Agli studenti c’è poco da comunicare. A loro interessa saper solo quanti giorni durano le vacanze di Natale. Quanti giorni hanno a disposizione per stare lontano dalle aule scolastiche e potersi dedicare ad altro. Un periodo di riposo per restare in famiglia, partire, divertirsi con fratelli, sorelle e famiglie allargate. Andare al cinema in compagnia o fare qualche gita, o addirittura partire per qualche capitale eurupea e, perché no, un viaggio esotico. Comunque le si prendono le festività natalizie rappresentano un atteso momento di pausa per studenti e famiglie. E quest’anno, grazie a un calendario favorevole, molti studenti potranno godersi un periodo di vacanza ancora più lungo del solito. Di seguito, tutti i dettagli sulle vacanze scolastiche regione per regione (alcuni le hanno già iniziate il 21 dicembre), inclusi i giorni festivi previsti a livello nazionale.
Le vacanze di Natale 2024 regione per regione
Gli studenti della provincia di Bolzano hanno iniziato le vacanze il 21 dicembre mentre oggi è la volta di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto, Provincia di Trento. Ma c’è chi le inizia proprio la vigilia di Natale come Emilia-Romagna e Toscana. Di certo c’è che tutte le scuole riapriranno martedì 7 gennaio 2025, permettendo agli studenti di trascorrere un lungo periodo di vacanza che copre Natale, Capodanno e l’Epifania. Ben quindici giorni.
Ulteriori festività nazionali del calendario scolastico 2024-2025
Oltre alle festività natalizie, il calendario da oggi alla fine dell’anno scolastico prevede altre giornate di chiusura nazionale come il lunedì dopo Pasqua – che per il 2025 sarà il 21 aprile – il 25 aprile (venerdì), anniversario della Liberazione e il 1 maggio festa del Lavoro che cade di giovedì, proprio a metà settimana. Le vacanze scolastiche pasquali inizieranno giovedì 17 aprile per terminare il 22 quando si rientrerà a scuola. Sarà festa anche il 2 giugno che cade di lunedì per godersi un week end lungo a ridosso della chiusura dell’anno scolastico. E non dimentichiamoci i giorni di festa in occasione del santo patrono del paese o della città di dove si vive. Santo che a volte sceglie un giorno favorevole per godere di un ponte.
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Italia
Festa della Repubblica, perché si celebra il 2 giugno: la storia, il referendum e le tradizioni che raccontano l’Italia
Dal voto che nel 1946 sancì la fine della monarchia alla parata ai Fori Imperiali, passando per le Frecce Tricolori e i giardini del Quirinale aperti ai cittadini. La Festa della Repubblica è molto più di un giorno festivo: è il compleanno della democrazia italiana.
Il giorno in cui cambiò la storia d’Italia
Ogni anno il 2 giugno milioni di italiani celebrano la Festa della Repubblica, una delle ricorrenze civili più importanti del Paese. Ma non tutti conoscono davvero l’origine di questa giornata, che affonda le sue radici in uno dei momenti più decisivi della storia nazionale.
Il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani furono chiamati alle urne per scegliere la forma istituzionale dello Stato dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale. Per la prima volta nella storia del Paese votarono anche le donne in una consultazione politica nazionale. Il referendum pose una domanda semplice ma destinata a cambiare il futuro: monarchia o repubblica?
Il risultato fu netto. La Repubblica ottenne circa il 54,3% dei voti, mentre la Monarchia si fermò al 45,7%. Pochi giorni dopo, il 18 giugno 1946, la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente i risultati e la dinastia dei Savoia lasciò il Paese.
Il primo voto delle donne
Uno degli aspetti più significativi del referendum del 1946 riguarda proprio la partecipazione femminile. Le donne italiane avevano ottenuto il diritto di voto nel 1945 e poterono esprimerlo per la prima volta nelle elezioni amministrative di quell’anno e successivamente nel referendum istituzionale.
Fu una svolta epocale. Le elettrici si presentarono in massa ai seggi contribuendo a costruire il nuovo assetto democratico dell’Italia. Nello stesso voto venne eletta anche l’Assemblea Costituente, incaricata di scrivere la Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948.
La grande parata militare
Tra le tradizioni più conosciute della Festa della Repubblica c’è la parata militare che si svolge a Roma lungo via dei Fori Imperiali.
L’evento vede sfilare rappresentanti delle Forze Armate, delle Forze di Polizia, della Protezione Civile e di numerose istituzioni dello Stato. Alla cerimonia partecipano il Presidente della Repubblica, le principali autorità politiche e militari e delegazioni straniere.
Prima della parata, il Capo dello Stato rende omaggio al Milite Ignoto presso l’Altare della Patria, depositando una corona d’alloro davanti alla Tomba del Soldato Ignoto, simbolo di tutti i caduti italiani.
Le Frecce Tricolori e il cielo colorato d’Italia
Per molti cittadini il momento più emozionante della giornata resta il passaggio delle Frecce Tricolori.
La Pattuglia Acrobatica Nazionale disegna nel cielo una lunga scia verde, bianca e rossa che attraversa il centro di Roma. Uno spettacolo diventato negli anni il simbolo visivo della Festa della Repubblica e seguito da milioni di persone in televisione.
I giardini del Quirinale aperti al pubblico
Meno nota ma molto amata è un’altra tradizione legata al 2 giugno: l’apertura straordinaria dei Giardini del Quirinale.
In questa occasione molti cittadini possono visitare gli spazi della residenza ufficiale del Presidente della Repubblica e assistere a concerti, esibizioni musicali e iniziative culturali che avvicinano le istituzioni al pubblico.
Una festa che guarda al futuro
Nel corso degli anni il significato della ricorrenza si è ampliato. Oggi il 2 giugno non celebra soltanto la nascita della Repubblica, ma rappresenta anche un momento di riflessione sui valori della Costituzione: libertà, partecipazione democratica, uguaglianza e solidarietà.
In un’epoca caratterizzata da cambiamenti politici, tecnologici e sociali, la Festa della Repubblica continua a ricordare il momento in cui gli italiani decisero direttamente il proprio destino attraverso il voto.
Italia
Malattia e controlli Inps: il medico fiscale bussa più spesso (e conviene non farsi trovare sotto l’ombrellone)
Nuove regole, controlli più rapidi e una piattaforma digitale che semplifica le richieste dei datori di lavoro. Il sistema delle visite fiscali si aggiorna e ricorda a tutti una verità antica: dichiararsi malati non significa sparire dal radar.
Per generazioni di italiani, la visita fiscale ha rappresentato una figura quasi mitologica. Un’entità misteriosa capace di materializzarsi puntualmente nel momento peggiore: mentre si è sotto la doccia, si dorme profondamente o – nel peggiore dei casi – si è usciti “solo cinque minuti” per comprare il pane.
Ora il sistema di controllo delle assenze per malattia entra in una nuova fase, con procedure più snelle e una maggiore digitalizzazione che punta a rendere i controlli più efficienti.
Una delle novità più rilevanti riguarda l’uniformità delle fasce di reperibilità tra lavoratori pubblici e privati. Dopo gli interventi giurisprudenziali degli ultimi anni, oggi il riferimento operativo adottato dall’INPS prevede finestre comuni: dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.
Tradotto: se siete in malattia, in quelle fasce dovete essere reperibili presso il domicilio comunicato, compresi sabati, domeniche e festivi, salvo casi di esonero previsti dalla normativa (ad esempio per patologie gravi o situazioni specifiche certificate).
Insomma, l’influenza non concede weekend lunghi.
Sul fronte tecnologico, il processo si fa sempre più digitale. Le richieste di visita medica di controllo da parte dei datori di lavoro possono avvenire attraverso strumenti telematici integrati nella pubblica amministrazione digitale, con procedure più rapide e automatizzate.
In pratica, il vecchio fax ha ormai la stessa utilità di un gettone telefonico.
Anche i numeri raccontano un sistema in movimento. I dati periodicamente pubblicati dall’INPS mostrano milioni di certificati di malattia trasmessi ogni anno, con una quota prevalente proveniente dal settore privato. Le visite fiscali domiciliari restano uno strumento centrale per la verifica.
Ed è qui che entra in scena il protagonista più temuto del rapporto tra dipendente e divano: il medico fiscale.
Il suo arrivo continua a generare una forma di adrenalina tutta italiana. Nessuno sente il campanello con la stessa intensità di chi è in malattia alle 10:37 del mattino.
La procedura resta rigorosa. Il medico curante invia il certificato telematicamente all’INPS, mentre il lavoratore deve assicurarsi che il datore di lavoro riceva correttamente il numero di protocollo.
Se durante la fascia di reperibilità il controllo non va a buon fine e l’assenza non è adeguatamente giustificata, possono scattare conseguenze economiche: dalla decurtazione dell’indennità fino a ulteriori contestazioni disciplinari nei casi più gravi.
Questo non significa che chi è malato debba vivere in arresti domiciliari. Sono consentite uscite motivate e documentabili, come visite mediche o necessità urgenti, purché giustificate.
Il punto è semplice: il sistema punta a contrastare gli abusi, non a complicare la vita di chi sta realmente male.
Certo, per chi fantasticava sul classico “ponte creativo” con certificato strategico, i tempi si fanno più complicati.
Oggi il medico fiscale potrebbe arrivare con la precisione di una notifica push.
E conviene decisamente rispondere al campanello prima che lo faccia il vicino curioso.
Italia
Mentre il mondo trema tra missili e macerie, a Palazzo Chigi la guerra della premier è contro il re dei paparazzi
Anni passati a consumare le suole delle scarpe tra i corridoi dei tribunali e le redazioni di provincia insegnano a fiutare la differenza tra una sciabolata finto-giornalistica mirata a distruggere una reputazione e il classico, vecchio, intramontabile rumore di fondo del pettegolezzo politico. Quello che andrà in scena giovedì 21 maggio a Palazzo Chigi, tuttavia, è un cortocircuito che scavalca i confini del giornalismo ed entra di diritto negli annali della curiosità istituzionale.
Le porte della presidenza del Consiglio si apriranno per trasformarsi temporaneamente in un’aula di giustizia. Una trasferta in piena regola per la magistratura milanese: la giudice Nicoletta Marcheggiani, il pm Giovanni Tarzia, il cancelliere e persino il procuratore capo Marcello Viola varcheranno il portone romano per raccogliere la testimonianza della parte civile, la premier Giorgia Meloni. Di fronte a lei ci sarà l’imputato per diffamazione aggravata, l’ex re dei paparazzi Fabrizio Corona, accompagnato dal legale Ivano Chiesa, insieme al direttore di Dillinger News Luca Arnaù (difeso da Alessio Pomponi). Un trasloco logistico reso necessario dal fatto che Corona ha legittimamente rifiutato la videoconferenza per la premier, e Meloni ha esercitato la facoltà di essere ascoltata nella sede del Governo. Grande assente, o quasi, il co-querelante Manlio Messina, l’ex assessore siciliano che in queste ore affronta altre “frizioni” politiche, avendo appena rotto i ponti con Fratelli d’Italia e con il commissario dell’Isola, Luca Sbardella.
Fin qui la cronaca giudiziaria e i suoi rituali. Ma basta che un lettore attento vada a rileggere l’ormai celebre “corpo del reato” – l’articolo pubblicato su Dillingernews.it il 20 ottobre 2023 dal titolo “E se il cuore di Giorgia Meloni fosse già occupato? Dalla Sicilia ci raccontano che…” – si accorge che il confine tra reato penale e fuffa estiva si fa sottilissimo. Anzi, quasi inesistente.
Un ritratto (fin troppo) lusinghiero
L’accusa mossa dalla Procura è che Corona e Arnaù abbiano confezionato una notizia falsa a tavolino per fare “clickbait” nel giorno più sensibile, ovvero quando la premier annunciava l’addio allo storico compagno Andrea Giambruno. Ma leggendo il testo riga per riga, balza all’occhio un dettaglio macroscopico: manca l’ingrediente fondamentale della diffamazione, ossia l’offesa alla reputazione.
Manlio Messina, descritto nell’articolo come il presunto nuovo amore, viene letteralmente incensato: “Bello, bravo e in gran carriera”, “un politico di razza, di sicuro avvenire”, e persino “incorruttibile”. Difficile trovare un danno d’immagine in un ritratto del genere, che somiglia più a un profilo celebrativo che a una polpetta avvelenata. Per Giorgia Meloni, d’altro canto, si parla teneramente di un “cuore spezzato” che cerca di “riportare l’amore”. Ipotizzare una relazione sentimentale tra due adulti consenzienti, per quanto uno dei due sia sposato (circostanza che il pezzo liquida con un punto di domanda), nella giurisprudenza in materia di cronaca rosa non ha mai configurato un insulto o un’attribuzione di condotte disonorevoli.
Il trionfo del condizionale
Un altro pilastro del giornalismo di difesa è la continenza verbale e la natura dubitativa. L’articolo di Dillinger è un capolavoro di prudenze stilistiche. Non c’è una sola affermazione categorica. Si scrive: “ci regalano un nome e una suggestione che per adesso non è nulla di più che una voce maligna”. E ancora: “Vero, falso? Semplici dicerie o scoop del momento?”. Gli autori ammettono persino di non avere in mano nulla: “Anche se manca la pistola fumante di un qualcosa di più…”.
Il pezzo si aggrappa alle foto pubbliche su Instagram in cui i due esponenti di Fratelli d’Italia appaiono abbracciati (del tutto normali tra colleghi di partito di lunga data) e conclude con il proverbiale “Vox populi, vox Dei”.
La giustizia ostaggio del circo mediatico
In un Paese civile, la giustizia dovrebbe occuparsi di cose serie. Quello di Dillinger News è stato un classico esempio di giornalismo urlato, basato sul nulla, utile solo a drenare traffico web sfruttando il trend del momento. Una sgrammaticatura professionale, se vogliamo, smentita dai fatti e dai diretti interessati ventiquattr’ore dopo.
Veder schierati i vertici della Procura di Milano e trasformare il cuore delle istituzioni italiane in un set da “processo dell’anno” per un articolo che si commenta e si sgonfia da solo, lascia un retrogusto amaro. La diffamazione è un reato grave che distrugge le vite; questo pezzo era solo un pettegolezzo venuto male. Ma giovedì i riflettori si accenderanno comunque a Palazzo Chigi, per regalare a Fabrizio Corona l’ennesimo, clamoroso palcoscenico che, forse, non meritava nemmeno.
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