Cronaca
Lanfranco Cirillo, “l’architetto di Putin”, svela in un libro i segreti tra Vaticano e chiesa russa
Una trattativa Vaticano- Chiesa ortodossa, descritta in un libro di prossima pubblicazione, sul trasferimento delle reliquie di San Nicola in Russia, svela dettagli inquietanti. A raccontarla il cosiddetto “architetto di Putin”, l’italiano Lanfranco Cirillo.
Nel 2010 il cosiddetto «dialogo interreligioso» tra la Chiesa di Roma e quella ortodossa (attualmente attiva su quantomeno improbabili «mediazioni di pace» legate al conflitto ucraino) favorì svariati viaggi in Vaticano da parte del metropolita Tikhon. Ovvero il sacerdote che ha battezzato Putin e che, a giudicare da molte voci, ne rappresenta anche uno dei consiglieri più affidabili. Un uomo legatissimo al Cremlino che veniva trattato con ogni riguardo e onore in queste visite Oltretevere, incontrando i prelati più importanti.
Un accompagnatore d’eccezione per Tikhon
Ora quella storia ci viene adesso raccontata con nuovi dettagli inediti da parte di un testimone privilegiato, che accompagnava spesso Tikhon in questi incontri in Santa Sede: Lanfranco Cirillo, meglio noto come “l’architetto di Putin” e, più in generale, l’architetto degli oligarchi russi. Un uomo divenuto celebre per l’inchiesta sul “Palazzo di Putin” sul mar Nero, di cui Cirillo curò personalmente gli arredi.
In un suo libro i rapporti attuali fra ortodossia e cristianesimo
Di origini veneziane, colpito di recente da un’inchiesta italiana con accuse di “esterovestizione” di capitali, Cirillo rivendica di avere da anni la cittadinanza russa. Dopo essere stato coinvolto in prima persona su lavori per tantissimi oligarchi (da Vagit Alekperov di Lukoil, che per anni è stato il suo primo mentore in Russia, ad Alexey Miller di Gazprom), successivamente è riparato in quel di Mosca, senza per ora la minima intenzione di tornare in Italia. Scrivendoci sopra un libro in uscita per la casa editrice Piemme. Testo interessante, perchè svela in maniera inedita il racconto del suo ruolo di “mediatore” tra Chiesa ortodossa russa (e il suo capo, il patriarca Kirill, considerato un ex agente del Kgb, “l’agente Mikhailov”) e Vaticano.
La barzelletta della studentessa
Nel libro si raccontano anche episodi piuttosto inquietanti: «Ricordo che Tikhon gli raccontò una barzelletta che ci fece molto ridere: un pope ortodosso entra in una scuola e gli vengono presentate le migliori studentesse dell’anno. Il preside fa alzare la prima del corso. Allora il pope, sorridendo, si complimenta con lei per la sua brillantezza e gli ottimi risultati. “Brava, brava” dice. “E che cosa vorresti fare quando finirai la scuola?”. Lei lo guarda con un mezzo sorriso e, abbassando la voce, risponde: “La prostituta”. Lui la guarda inorridito: “Scusa, puoi ripetere, non ho ben capito”, azzarda. Allora lei alza un po’ la voce e ripete: “La prostituta!”. “Ah, meno male, mi ero preoccupato. Avevo capito che volevi fare la protestante!”».
Putin e il suo entourage
«Negli anni – sempre secondo il racconto di Cirillo – ho frequentato molte persone vicine a Putin, tra cui il metropolita Tikhon, al secolo Tikhon Shevkunov, il sacerdote che ha battezzato Vladimir Putin e che, secondo la religione ortodossa, ne è il padre confessore. La religione per il presidente ha sempre giocato un ruolo di primaria importanza, una cosa molto evidente. Una volta entrando nell’ufficio di un ministro, nel mitico Korpus 1, la prima sezione del Cremlino, rimasi colpito nel vedere da una parte un angolo pieno di icone e sul lato opposto una grande collezione di armi. Il sacro e il profano. Il metropolita Tikhon sarebbe diventato negli anni un amico fraterno per me».
Coinvolto anche papa Francesco
Sempre nel libro di prossima uscita Cirillo svela che addirittura papa Francesco in persona avrebbe fatto sì che le reliquie di san Nicola di Bari fossero traslate a Mosca, in quella che oggi è considerata una delle più importanti operazioni di influenza estera del Cremlino in Italia. Raccontando in questo modo lo specifico episodio: «Ero anche presente quando nel 2017 si riuscì finalmente, con i buoni uffici di papa Francesco, a far arrivare a Mosca per un periodo di due mesi una reliquia di san Nicola da Bari. Dopo circa mille anni – la traslazione del Santo è datata 1087 – un pezzetto di 13 centimetri di una costola sinistra di san Nicola arrivò a Mosca su un aereo privato messo a disposizione dalla Federazione russa in una apposita teca confezionata qui. In compenso la Russia offrì per un’esposizione una preziosissima icona del Settecento».
Un’operazione degna di un film di 007
Nell’operazione, sempre secondo l’architetto, vennero coinvolti uomini dei servizi russi: «Un mio amico, che era stato il capo del Gruppo Alfa, il corpo speciale dei servizi di sicurezza russi, desiderava visitare la cappella di Bari per i suoi cinquant’anni. Riuscii a esaudire il suo desiderio. Entrammo nella cripta che quel giorno era aperta. Dopo un po’ di tempo, io risalii. Ma Nikolaj no. Restò lì per circa tre ore. Chissà, forse pregava. Chiedeva perdono per i suoi peccati. Quando finalmente riapparve in superficie non ce la facevo più e non seppi trattenermi: “Ti sei commosso?” gli chiesi. Mi guardò con sorpresa: “Ma che dici? Stavo cercando di capire come si potrebbe fare per riportarci a casa le ossa!”».
La domanda a questo punto è una sola: davvero il Vaticano si è prestata ad una simile operazione?
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Cronaca Nera
Ricina, terremoto a Pietracatella: perquisiti due studi di Gianni Di Vita, poi la polizia lo porta in Questura
Prima la perquisizione nello studio davanti alla casa di Pietracatella, poi quella nell’ufficio di Campobasso. Alle 10.45 gli agenti escono e Gianni Di Vita sale con loro sull’auto diretta in Questura. Sullo sfondo le «anomalie» che sarebbero emerse dall’analisi di circa 70 alimenti. Al momento non risulta indagato
Il giallo della ricina di Pietracatella esplode nuovamente. E questa volta gli investigatori compiono una serie di mosse che inevitabilmente alzano la temperatura dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia uccise dalla potentissima tossina.
Nella mattinata del 29 settembre gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso hanno effettuato due perquisizioni negli studi di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Prima sono entrati nell’ufficio di Pietracatella, proprio di fronte alla casa al centro del mistero. Poi hanno raggiunto un secondo studio, in via D’Amato a Campobasso, dove sono rimasti a lungo.
Ma il momento destinato a far rumore arriva alla fine della seconda perquisizione: Gianni Di Vita esce insieme agli agenti, sale sulla loro automobile e viene portato in Questura.
Una scena che inevitabilmente riaccende tutti gli interrogativi sul caso. Ma con una precisazione fondamentale: Gianni Di Vita, al momento, non risulta indagato nel fascicolo aperto dalla Procura di Larino per duplice omicidio. Non esiste quindi alcun elemento che consenta di attribuirgli responsabilità per la morte della moglie e della figlia.
Resta però una domanda enorme: che cosa stanno cercando gli investigatori?
Due perquisizioni in poche ore, poi Di Vita viene portato in Questura
La giornata comincia a Pietracatella. Gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, entrano nello studio di Gianni Di Vita. La posizione dell’ufficio rende già la scena particolarmente significativa: si trova proprio davanti all’abitazione dove vivevano le due donne morte dopo l’avvelenamento.
L’attività però non finisce lì. Gli investigatori si spostano a Campobasso e raggiungono un secondo studio del commercialista, in via D’Amato. Questa volta gli agenti rimangono all’interno dell’ufficio più a lungo.
Alle 10.45 escono.
Con loro c’è Gianni Di Vita.
Il commercialista sale sull’automobile degli agenti della Mobile e viene accompagnato in Questura. La sua posizione formale non cambia: non risulta indagato. Ma la sequenza delle operazioni segna una delle giornate più importanti dall’inizio dell’inchiesta.
Quelle «anomalie» trovate negli alimenti della casa
A rendere ancora più delicato il momento investigativo c’è un altro elemento emerso negli ultimi giorni. Gli specialisti dell’Istituto Robert Koch di Berlino avrebbero analizzato circa 70 alimenti sequestrati nella casa della famiglia Di Vita e avrebbero riscontrato alcune «anomalie».
Ed è qui che il mistero diventa ancora più fitto.
Da mesi gli investigatori cercano di rispondere alla domanda fondamentale del caso: attraverso che cosa Antonella e Sara hanno ingerito la ricina?
Individuare l’alimento contaminato potrebbe cambiare completamente l’inchiesta, perché permetterebbe di ricostruire chi poteva maneggiarlo, quando potrebbe essere entrato in contatto con la tossina e soprattutto dove sia avvenuta la contaminazione.
Il cibo è quindi diventato uno dei terreni decisivi dell’indagine. E le presunte anomalie emerse dagli esami tedeschi potrebbero rappresentare un tassello importante per capire che cosa sia realmente accaduto dentro quella casa.
Chi ha portato la ricina dentro casa?
È la domanda che attraversa l’intero giallo di Pietracatella. La ricina non è una sostanza che può comparire casualmente in un alimento. Gli investigatori devono quindi ricostruirne l’intero percorso: da dove proveniva, dove è stata eventualmente estratta o preparata, chi poteva averla a disposizione e come sia finita nel cibo ingerito dalle due donne.
Negli ultimi giorni era emersa anche l’ipotesi che gli inquirenti fossero ormai vicini a individuare il luogo nel quale la tossina potrebbe essere stata ricavata.
Se così fosse, la scoperta avrebbe un peso enorme. Arrivare al luogo di preparazione significherebbe infatti restringere drasticamente il numero delle persone che potevano entrare in contatto con la sostanza.
Ed è proprio mentre l’inchiesta sembra avvicinarsi a quel passaggio che arrivano le due perquisizioni negli studi di Gianni Di Vita.
Computer e pen drive: gli investigatori scavano anche nel mondo digitale
La Squadra Mobile e la Procura non cercano risposte soltanto negli alimenti. Nei mesi scorsi gli investigatori avevano già sequestrato computer e pen drive riconducibili a Gianni Di Vita, affidandoli agli specialisti per estrarne i dati.
Dentro quei dispositivi possono trovarsi elementi utili per ricostruire movimenti, ricerche, documenti, comunicazioni e soprattutto la cronologia degli eventi che precedettero l’avvelenamento.
Il lavoro degli investigatori sembra dunque muoversi contemporaneamente su diversi livelli: gli alimenti, la provenienza della ricina, il materiale informatico e la ricostruzione delle ultime settimane di vita di Antonella e Sara.
Ora a questo mosaico si aggiunge ciò che gli agenti potrebbero aver trovato durante le perquisizioni del 29 settembre.
La mattina che può cambiare il giallo della ricina
Per mesi il caso di Pietracatella è sembrato un rompicapo quasi impossibile. Due donne della stessa famiglia morte, una tossina micidiale, decine di alimenti da analizzare e una domanda rimasta senza risposta: chi ha messo la ricina nel cibo?
Adesso l’inchiesta accelera.
Prima le analisi effettuate in Germania e quelle «anomalie» che sarebbero emerse tra gli alimenti sequestrati. Poi gli accertamenti sui dispositivi elettronici. Infine la mattinata del 29 settembre: due studi perquisiti e Gianni Di Vita portato in Questura.
Nessuno, allo stato attuale, può trasformare questi elementi in una prova di responsabilità. Di Vita non risulta indagato e il fascicolo della Procura di Larino resta formalmente senza persone iscritte nel registro degli indagati.
Ma una cosa appare evidente: gli investigatori stanno stringendo il campo.
E dopo mesi trascorsi a cercare di capire da dove sia arrivata quella ricina, il giallo di Pietracatella potrebbe essere entrato nelle sue ore più delicate.
Cronaca
Giallo di via Gulli a Torino, parla il killer reo confesso: «La professoressa è Satana, ci ha detto lei come sparire»
L’italo-brasiliano Matheus De Oliveira Morando ha confessato lo strangolamento del corriere trentanovenne durante un festino a base di sostanze sintetiche.
Fino allo scorso luglio spiegava la letteratura italiana e la grammatica ai suoi studenti, accompagnandoli fino ai banchi dell’esame di maturità all’istituto Tommaso D’Oria di Ciriè, nel Torinese. Secondo quanto ricostruisce Repubblica, dal primo settembre, però, Nicole Formichetti – 47 anni, originaria di Rieti e trasferitasi al Nord dopo aver vinto il concorso – ha presentato un certificato di malattia, senza mai riprendere l’anno scolastico. Venti giorni dopo, le porte della sua abitazione nella periferia nord di Torino si sono spalancate su un baratro fatto di droga, sesso e violenza, culminato in un macabro delitto che ha sconvolto la città. Chi è coinvolto nell’omicidio del 39enne Fabio Colapietro l’accusa di aver organizzato la soppressione del cadavere. In primis Christian Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, italo-brasiliano. Che ha confessato di aver ucciso lo spacciatore in casa della professoressa. «La professoressa è Satana», avrebbe detto agli inquirenti nel corso dell’interrogatorio.
Il festino mortale in via Gulli e l’escalation per cinquanta euro
È la sera di domenica 20 settembre quando la casa dell’insegnante in via Gulli 46 diventa il teatro di un lungo festino. Insieme a lei ci sono il 26enne brasiliano Matheus De Oliveira Morando, Keith Butig e il 39enne Fabio Colapietro, quest’ultimo noto nell’ambiente come un “cavallino” della droga, un corriere che trasportava sostanze in cambio di dosi. Nel giro di poche ore, la serata degenera in un consumo sfrenato di stupefacenti: crack, funghi allucinogeni, ecstasy, metadone e la “Madonna di Pavia”, una sostanza sintetica usata come stimolante.
Nel pieno del delirio lisergico esplode la lite: Morando accusa Colapietro di avergli rubato 50 euro e un bracciale d’oro e lo strangola a morte.
Il presunto ruolo di regia dopo lo strangolamento e il sezionamento
Ciò che accade dopo il delitto contorna la vicenda di tratti ancora più inquietanti. Secondo la confessione dello stesso assassino, sarebbe stata proprio la docente a «prendere in mano le redini della situazione». A organizzare i sacchi e il materiale per sbarazzarsi del corpo del giovane nel Dora.
Nelle ore successive all’omicidio, mentre il corpo di Colapietro giaceva a terra, secondo quanto ricostruito su Repubblica l’insegnante avrebbe persino avanzato avances sessuali al killer, rifiutate da quest’ultimo perché ritenute «di cattivo gusto». Poi, la gestione del cadavere: per giorni, la casa si è trasformata in un mattatoio dove, tra mannaie, coltelli, teli di plastica, profumatori e candeggina, il corpo della vittima è stato sezionato.
In quei giorni da incubo, il gruppo ha continuato a fare avanti e indietro dai “tossic park” di Torino – in particolare la zona del Sempione, tra Barriera di Milano e Borgo Vittoria – alla costante ricerca di altre dosi. Come evidenziato dal gip Antonio Borretta nell’ordinanza di custodia cautelare, gli indagati, in uno stato di grave tossicodipendenza, pensavano «tanto a disfarsi del cadavere quanto a consumare e reperire stupefacente».
Il silenzio davanti al giudice e la fragile doppia vita sui social
Accusata di favoreggiamento e soppressione di cadavere, la 47enne si trova ora nel carcere di Torino. Durante l’udienza di convalida ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. La donna, priva di parenti stretti nel capoluogo piemontese, ha un marito defilato e una sorella residente a Rieti.
La comunità scolastica e chi la conosceva restano attoniti di fronte all’immagine della donna trasformata dal crack. Sui social Nicole Formichetti sembra avere una doppia vita: quella fatta da un lato di annunci d’amore per gli animali e i cuccioli da far adottare insieme al suo cane Felix, e dall’altro quella di vecchi messaggi d’allarme inviati dagli amici negli anni passati («Che fine hai fatto? Siamo preoccupati»). Qualcosa che lascerebbe trasparire qualche momento di fragilità nella vita di quella che sembrava una insospettabile docente di italiano.
Cronaca Nera
Garlasco, Stasi in carcere e quei test negativi rimasti nel cassetto: bufera su Garofano. «Noi del Ris non abbiamo sbagliato»
Per anni Luciano Garofano ha difeso senza esitazioni il lavoro del Ris: «Non abbiamo commesso errori». Ora emergono due controanalisi negative effettuate nel 2007 sul campione dei pedali della bicicletta di Alberto Stasi e mai riportate nella relazione. Lui è stato sentito dalla Procura e la domanda che incendia il caso è una sola: chi sapeva?
Per quasi vent’anni Luciano Garofano ha rappresentato nell’immaginario degli italiani l’uomo che faceva parlare le prove. Il generale del Ris, lo scienziato con la divisa, il volto televisivo delle investigazioni scientifiche, quello convinto che «il delitto perfetto non esiste» perché prima o poi una traccia, una cellula, una goccia di sangue o una molecola di Dna raccontano ciò che è accaduto. Oggi, però, proprio una prova scientifica torna a bussare alla porta del reparto che comandava e apre un interrogativo enorme su uno degli elementi entrati nell’indagine che avrebbe portato, molti anni dopo, alla condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi.
La nuova indagine della Procura di Pavia ha infatti riportato alla luce dai dati grezzi del 2007 l’esistenza di due analisi genetiche di controllo effettuate sul campione prelevato dai pedali della bicicletta di Stasi. Entrambe diedero esito negativo. Il giorno precedente, sullo stesso estratto, il Ris aveva invece ottenuto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi. La contraddizione era dunque già lì, dentro quei risultati, e oggi i consulenti della Procura sostengono che avrebbe meritato ulteriori approfondimenti.
Il problema è che di quelle due controanalisi negative, nella relazione del Ris che entrò nell’indagine, non c’era traccia. Ed è questo il punto che oggi fa esplodere la rabbia: perché? Chi conosceva quei risultati? Per quale motivo non vennero riportati insieme agli altri? E quanto sarebbe cambiata la storia giudiziaria di Alberto Stasi se quella contraddizione fosse stata messa immediatamente sul tavolo?
«Noi del Ris non abbiamo commesso errori»
Sono domande che rendono inevitabilmente pesantissime alcune dichiarazioni pronunciate negli anni proprio da Garofano. Nel 2009, dopo la prima assoluzione di Alberto Stasi, l’allora comandante del Ris difese il lavoro del proprio reparto senza lasciare molto spazio ai dubbi: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori. Tutte le procedure sono state eseguite correttamente».
Una sicurezza che non è venuta meno neppure quando, molti anni dopo, la nuova inchiesta di Pavia ha cominciato a smontare e rimontare le vecchie indagini pezzo per pezzo. Garofano ha continuato a rivendicare il lavoro svolto dai suoi uomini: «Io, come ex comandante del Ris, sono assolutamente convinto del lavoro pregevole fatto dai miei collaboratori. Poi si può sbagliare, questo è umano. Ma non credo che noi abbiamo sbagliato».
Adesso, però, quelle parole devono fare i conti con due risultati che non rappresentano una voce, un sospetto dei social o una delle infinite teorie nate attorno al delitto di Garlasco. Quei test esistevano ed erano negativi. I consulenti della Procura ne hanno confermato l’esistenza e hanno rilevato che il contrasto tra il primo risultato e le due successive analisi avrebbe richiesto un approfondimento.
Questo non significa che quei due test dimostrino automaticamente l’innocenza di Stasi, né permette di sostenere che Garofano li abbia personalmente nascosti. Ma significa che qualcuno dovrà finalmente spiegare perché una contraddizione scientifica di tale importanza non trovò spazio nella relazione che raccontava gli accertamenti sui pedali.
Garofano parlò proprio di quei pedali, ma dei due test negativi non disse nulla
La vicenda diventa ancora più difficile da ignorare rileggendo ciò che lo stesso Garofano scriveva soltanto pochi mesi fa parlando proprio della bicicletta di Alberto Stasi. L’ex comandante ricostruiva minuziosamente il lavoro effettuato dal Ris: i pedali erano stati esaminati con le luci forensi, poi con il luminol e con il Combur test. Le prime verifiche avevano dato esito negativo, mentre successive analisi al microscopio avevano consentito di individuare nove microtracce, otto delle quali avevano reagito positivamente al Combur test.
Garofano ricordava anche il dato diventato uno dei punti più discussi del caso: 2,78 nanogrammi per microlitro di Dna attribuito a Chiara Poggi. Nella sua ricostruzione, tuttavia, non comparivano le due successive analisi genetiche del 20 settembre 2007, effettuate sullo stesso campione e risultate negative.
Sono state le nuove verifiche sui dati grezzi a riportarle alla luce. I consulenti della difesa di Stasi le hanno individuate e hanno sostenuto che quei risultati avrebbero potuto avere un peso enorme già durante le indagini originarie. I consulenti della Procura ne hanno successivamente confermato l’esistenza, pur senza concludere che bastino, da soli, a dimostrare l’innocenza dell’ex bocconiano.
La distinzione è fondamentale dal punto di vista giudiziario, ma non cancella il problema che oggi investe il lavoro del Ris. Se un primo esame indicava un risultato e due controlli successivi ne indicavano uno differente, quella contraddizione esisteva nel 2007, non è nata oggi. E Alberto Stasi, nel frattempo, è stato processato, condannato definitivamente a sedici anni e ha trascorso anni della propria vita in carcere.
Chi sapeva dell’esistenza di quei due test?
È qui che la vicenda smette di essere soltanto una disputa tra genetisti e diventa una questione di responsabilità. Non sappiamo ancora chi fosse a conoscenza delle due analisi negative, chi valutò quei risultati e perché non comparvero nella relazione. Non sappiamo neppure, allo stato degli accertamenti resi pubblici, se Garofano ne fosse personalmente informato.
Ma Garofano comandava il Ris di Parma e per anni ha difeso pubblicamente il lavoro svolto dal reparto sul caso Garlasco. Per questo oggi le domande arrivano inevitabilmente anche a lui, tanto che la Procura di Pavia lo ha sentito insieme ad altri militari che parteciparono agli accertamenti del 2007.
L’ex generale è stato ascoltato come persona informata sui fatti e non risulta indagato. È una distinzione essenziale, perché nessuno può trasformare un interrogatorio testimoniale in una condanna anticipata. Ma sarebbe altrettanto assurdo fingere che non esista un problema enorme da chiarire: due test negativi furono effettuati, e nella relazione non vennero riportati.
La domanda, quindi, non può essere liquidata con una nuova rassicurazione sul buon lavoro del Ris. Bisogna capire chi vide quei risultati, come li interpretò e perché non ritenne necessario darne conto.
Da simbolo della scientifica al caso che mette sotto esame il suo Ris
La biografia di Garofano rende questa storia ancora più clamorosa. Nato a Roma 73 anni fa e figlio di un ufficiale dei carabinieri, inizialmente sognava di fare il medico. Scelse Biologia, si laureò alla Sapienza e si specializzò in Tossicologia forense. Nel 1977, durante il servizio militare, visitò il Centro carabinieri investigazioni scientifiche e raccontò in seguito che fu «amore a prima vista».
Da quel momento costruì una carriera che lo avrebbe trasformato nel volto più riconoscibile dell’investigazione scientifica italiana. Nel 1995 arrivò alla guida del Ris di Parma e attraversò alcuni dei casi di cronaca nera più importanti del Paese, da Cogne a Novi Ligure, da Erba a Donato Bilancia, passando per Unabomber e il mistero della contessa Vacca Agusta.
Garofano diventò così il simbolo di una nuova stagione investigativa nella quale il laboratorio sembrava poter offrire risposte definitive là dove testimonianze e interrogatori fallivano. Le persone possono mentire, le prove scientifiche no, è stata per anni la convinzione che ha accompagnato quella stagione. Ma le prove non parlano da sole: qualcuno deve raccoglierle, analizzarle, interpretarle e soprattutto riportarne correttamente i risultati, compresi quelli che contraddicono le conclusioni precedenti.
Ed è esattamente questo il nodo che oggi torna a Garlasco.
Stasi ha trascorso anni in carcere e adesso «non abbiamo sbagliato» non basta più
Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Quella sentenza esiste, resta valida e nessuno può cancellarla con un titolo di giornale o con la scoperta di due test negativi. Ma proprio perché dietro un fascicolo processuale esiste la vita concreta di una persona, ciò che accadde nel laboratorio del Ris nel settembre 2007 non può essere ridotto a una disputa accademica tra esperti.
Se un’analisi dava un risultato e due successive verifiche sul medesimo campione ne davano uno differente, la contraddizione meritava una spiegazione. Oggi gli stessi consulenti della Procura ritengono che avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti.
E allora la frase «noi del Ris non abbiamo commesso errori», ripetuta e difesa negli anni, non può più chiudere la discussione. Semmai la apre.
Perché se non ci furono errori, bisognerà spiegare che cosa accadde a quei due risultati. Se qualcuno li considerò irrilevanti, dovrà spiegare sulla base di quali valutazioni scientifiche. Se qualcuno li conosceva, bisognerà capire chi. E se Garofano non ne sapeva nulla, resta da chiarire come fosse possibile che il comandante del reparto ignorasse due controanalisi effettuate nell’ambito di uno degli accertamenti destinati a diventare più discussi dell’intero caso.
Garofano diventò poi consulente di Andrea Sempio
C’è infine un cortocircuito che rende la vicenda ancora più singolare. Dopo avere lasciato l’Arma, Garofano è diventato uno dei consulenti scientifici più richiesti d’Italia e ha lavorato per numerose difese. Nel nuovo capitolo del caso Garlasco è stato anche consulente di Andrea Sempio, oggi indagato nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi e che l’ex generale ha sempre dichiarato di ritenere estraneo al delitto.
Nel settembre 2025 Garofano lasciò il team di Sempio spiegando di non condividere alcune scelte della difesa. Quasi vent’anni dopo l’omicidio, dunque, l’uomo che comandava il Ris durante le prime indagini si è ritrovato prima consulente di un nuovo indagato e successivamente convocato dalla Procura per ricostruire ciò che il suo reparto fece nel 2007.
Al centro ci sono ancora una volta la scienza e il Dna. Ma soprattutto ci sono due test negativi dei quali per diciannove anni nessuno aveva sentito parlare.
«Ho sempre lavorato per scoprire la verità»
Ripensando alla propria carriera, Garofano pronunciò una frase che oggi suona inevitabilmente diversa: «Io ho sempre lavorato per scoprire la verità».
Può essere esattamente così. Gli accertamenti potrebbero dimostrare che l’ex comandante non conosceva quei risultati o che non ebbe alcun ruolo nella decisione di non riportarli. Ma se davvero la verità è sempre stata l’obiettivo, allora proprio Garofano dovrebbe avere interesse a chiarire fino in fondo che cosa accadde nel suo Ris.
Perché qui non stiamo parlando di una dimenticanza qualunque. Stiamo parlando di un’indagine per omicidio, di risultati scientifici contraddittori e di un uomo che in seguito ha ricevuto una condanna definitiva e ha trascorso anni dietro le sbarre.
Alberto Stasi non torna innocente perché oggi scopriamo l’esistenza di due test negativi. Ma quei test esistevano già nel 2007 e qualcuno dovrà spiegare perché la storia giudiziaria di Garlasco sia andata avanti senza che quella contraddizione venisse messa nero su bianco.
Dopo diciannove anni, dire semplicemente «noi non abbiamo sbagliato» non basta più.
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