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Cronaca

Lanfranco Cirillo, “l’architetto di Putin”, svela in un libro i segreti tra Vaticano e chiesa russa

Una trattativa Vaticano- Chiesa ortodossa, descritta in un libro di prossima pubblicazione, sul trasferimento delle reliquie di San Nicola in Russia, svela dettagli inquietanti. A raccontarla il cosiddetto “architetto di Putin”, l’italiano Lanfranco Cirillo.

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    Nel 2010 il cosiddetto «dialogo interreligioso» tra la Chiesa di Roma e quella ortodossa (attualmente attiva su quantomeno improbabili «mediazioni di pace» legate al conflitto ucraino) favorì svariati viaggi in Vaticano da parte del metropolita Tikhon. Ovvero il sacerdote che ha battezzato Putin e che, a giudicare da molte voci, ne rappresenta anche uno dei consiglieri più affidabili. Un uomo legatissimo al Cremlino che veniva trattato con ogni riguardo e onore in queste visite Oltretevere, incontrando i prelati più importanti.

    Un accompagnatore d’eccezione per Tikhon

    Ora quella storia ci viene adesso raccontata con nuovi dettagli inediti da parte di un testimone privilegiato, che accompagnava spesso Tikhon in questi incontri in Santa Sede: Lanfranco Cirillo, meglio noto come “l’architetto di Putin” e, più in generale, l’architetto degli oligarchi russi. Un uomo divenuto celebre per l’inchiesta sul “Palazzo di Putin” sul mar Nero, di cui Cirillo curò personalmente gli arredi.

    In un suo libro i rapporti attuali fra ortodossia e cristianesimo

    Di origini veneziane, colpito di recente da un’inchiesta italiana con accuse di “esterovestizione” di capitali, Cirillo rivendica di avere da anni la cittadinanza russa. Dopo essere stato coinvolto in prima persona su lavori per tantissimi oligarchi (da Vagit Alekperov di Lukoil, che per anni è stato il suo primo mentore in Russia, ad Alexey Miller di Gazprom), successivamente è riparato in quel di Mosca, senza per ora la minima intenzione di tornare in Italia. Scrivendoci sopra un libro in uscita per la casa editrice Piemme. Testo interessante, perchè svela in maniera inedita il racconto del suo ruolo di “mediatore” tra Chiesa ortodossa russa (e il suo capo, il patriarca Kirill, considerato un ex agente del Kgb, “l’agente Mikhailov”) e Vaticano.

    La barzelletta della studentessa

    Nel libro si raccontano anche episodi piuttosto inquietanti: «Ricordo che Tikhon gli raccontò una barzelletta che ci fece molto ridere: un pope ortodosso entra in una scuola e gli vengono presentate le migliori studentesse dell’anno. Il preside fa alzare la prima del corso. Allora il pope, sorridendo, si complimenta con lei per la sua brillantezza e gli ottimi risultati. “Brava, brava” dice. “E che cosa vorresti fare quando finirai la scuola?”. Lei lo guarda con un mezzo sorriso e, abbassando la voce, risponde: “La prostituta”. Lui la guarda inorridito: “Scusa, puoi ripetere, non ho ben capito”, azzarda. Allora lei alza un po’ la voce e ripete: “La prostituta!”. “Ah, meno male, mi ero preoccupato. Avevo capito che volevi fare la protestante!”».

    Putin e il suo entourage

    «Negli anni – sempre secondo il racconto di Cirillo – ho frequentato molte persone vicine a Putin, tra cui il metropolita Tikhon, al secolo Tikhon Shevkunov, il sacerdote che ha battezzato Vladimir Putin e che, secondo la religione ortodossa, ne è il padre confessore. La religione per il presidente ha sempre giocato un ruolo di primaria importanza, una cosa molto evidente. Una volta entrando nell’ufficio di un ministro, nel mitico Korpus 1, la prima sezione del Cremlino, rimasi colpito nel vedere da una parte un angolo pieno di icone e sul lato opposto una grande collezione di armi. Il sacro e il profano. Il metropolita Tikhon sarebbe diventato negli anni un amico fraterno per me».

    Coinvolto anche papa Francesco

    Sempre nel libro di prossima uscita Cirillo svela che addirittura papa Francesco in persona avrebbe fatto sì che le reliquie di san Nicola di Bari fossero traslate a Mosca, in quella che oggi è considerata una delle più importanti operazioni di influenza estera del Cremlino in Italia. Raccontando in questo modo lo specifico episodio: «Ero anche presente quando nel 2017 si riuscì finalmente, con i buoni uffici di papa Francesco, a far arrivare a Mosca per un periodo di due mesi una reliquia di san Nicola da Bari. Dopo circa mille anni – la traslazione del Santo è datata 1087 – un pezzetto di 13 centimetri di una costola sinistra di san Nicola arrivò a Mosca su un aereo privato messo a disposizione dalla Federazione russa in una apposita teca confezionata qui. In compenso la Russia offrì per un’esposizione una preziosissima icona del Settecento».

    Un’operazione degna di un film di 007

    Nell’operazione, sempre secondo l’architetto, vennero coinvolti uomini dei servizi russi: «Un mio amico, che era stato il capo del Gruppo Alfa, il corpo speciale dei servizi di sicurezza russi, desiderava visitare la cappella di Bari per i suoi cinquant’anni. Riuscii a esaudire il suo desiderio. Entrammo nella cripta che quel giorno era aperta. Dopo un po’ di tempo, io risalii. Ma Nikolaj no. Restò lì per circa tre ore. Chissà, forse pregava. Chiedeva perdono per i suoi peccati. Quando finalmente riapparve in superficie non ce la facevo più e non seppi trattenermi: “Ti sei commosso?” gli chiesi. Mi guardò con sorpresa: “Ma che dici? Stavo cercando di capire come si potrebbe fare per riportarci a casa le ossa!”».

    La domanda a questo punto è una sola: davvero il Vaticano si è prestata ad una simile operazione?

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      Cronaca Nera

      Garlasco, la difesa di Alberto Stasi annuncia nuove rivelazioni sui laboratori del Ris: «Abbiamo scoperto qualcosa di gravissimo»

      Nuovo colpo di scena nel delitto di Garlasco. L’avvocata Giada Bocellari annuncia di aver individuato un altro episodio controverso nei laboratori del Ris di Parma. Intanto Andrea Sempio incontra i suoi legali a Roma per preparare le controdeduzioni.

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      Delitto di Garlasco, spuntano due test negativi nascosti per 19 anni: la verità sulla bici di Stasi

        Il delitto di Garlasco torna al centro dell’attenzione dopo le dichiarazioni dell’avvocata Giada Bocellari, legale di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. Durante la trasmissione Quarta Repubblica, la difesa ha annunciato di aver individuato nelle carte un nuovo episodio riguardante i laboratori del Ris di Parma, che considera di gravità almeno pari alle contestazioni già sollevate sugli accertamenti effettuati sulla bicicletta di Stasi.

        «Adesso non posso dire, ma vi posso garantire che non è finita qui», ha dichiarato Bocellari, anticipando possibili ulteriori sviluppi senza rivelare la natura delle nuove criticità individuate.

        Garlasco, la difesa di Stasi contesta le analisi del Ris

        Al centro delle dichiarazioni della legale ci sono le contro-analisi relative al campione che aveva evidenziato la presenza del Dna di Chiara Poggi sulla bicicletta di Alberto Stasi. Secondo la ricostruzione della difesa, successivi accertamenti con esito negativo avrebbero potuto contribuire a scagionare il suo assistito già diciannove anni fa.

        Bocellari sostiene che quei risultati non siano stati acquisiti nei procedimenti che hanno portato alla condanna definitiva di Stasi. Si tratta di contestazioni avanzate dalla difesa, che non modificano automaticamente il valore della sentenza.

        Garlasco, Bocellari annuncia un’altra scoperta nei laboratori

        La legale ha spiegato che l’esame della documentazione non è ancora concluso e che sarebbero emersi ulteriori elementi meritevoli di approfondimento.

        «Due cose gravissime che sono accadute, non sono però le uniche, perché stiamo andando avanti a leggere», ha affermato, aggiungendo: «C’è qualcosa di una gravità almeno pari a questa. Avviene sempre in quei famosi laboratori».

        Bocellari non ha fornito dettagli sufficienti per valutare la nuova contestazione. Sarà quindi necessario attendere che la difesa renda pubblici gli elementi ai quali fa riferimento.

        Garlasco, Andrea Sempio incontra i legali a Roma

        Parallelamente prosegue la nuova inchiesta della Procura di Pavia, nella quale Andrea Sempio, 38 anni, risulta indagato per omicidio aggravato. Sempio ha incontrato i propri avvocati al centro Genomica di Roma per preparare le controdeduzioni alle conclusioni degli accertamenti.

        «Riusciremo a chiarire tutto appena potremo», ha dichiarato. I suoi legali stanno lavorando alle osservazioni da depositare nell’ambito dell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007.

        La madre di Sempio: «Attendiamo il proscioglimento»

        Nei giorni scorsi anche Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, aveva ribadito pubblicamente la propria convinzione sull’innocenza del figlio, dichiarando di attendere il suo proscioglimento.

        La donna aveva espresso preoccupazione per le conseguenze personali dell’inchiesta, mentre lo stesso Sempio aveva raccontato di temere un possibile errore giudiziario.

        La Procura di Pavia dovrà valutare gli elementi raccolti e le osservazioni difensive. Nel frattempo, le nuove dichiarazioni dell’avvocata Bocellari riaccendono il confronto sugli accertamenti scientifici del caso Garlasco, senza che le contestazioni annunciate costituiscano, allo stato, una prova di irregolarità.

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          Cronaca Nera

          Ricina, svolta nelle indagini a Pietracatella: controllati 21 computer nel liceo dove insegna un’amica di Gianni De Vita

          Gli investigatori cercano tracce digitali sul veleno che ha ucciso Sara e Antonella Di Vita. Acquisiti i dati del liceo di Riccia dove lavora un’amica di lunga data di Gianni Di Vita. Sotto esame ricerche online, accessi al dark web e file cancellati.

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          Pietracatella, la svolta nel giallo della ricina: Antonella e Sara uccise per errore? Il veleno poteva essere destinato a Gianni Di Vita

            L’inchiesta sul duplice avvelenamento da ricina di Pietracatella entra in una fase decisiva con l’analisi delle tracce informatiche custodite nei computer di alcuni istituti scolastici del Molise. Questa mattina, 14 ottobre, gli investigatori hanno effettuato accertamenti al Liceo Scientifico Galileo Galilei di Riccia, dove insegna matematica Monia, un’amica di lunga data di Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime, Antonella e Sara, morte tra il 27 e il 28 dicembre scorso.

            L’indagine della Procura di Larino riguarda un’ipotesi di duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo di veleno ed è attualmente a carico di ignoti. La docente, già ascoltata come persona informata sui fatti, non risulta indagata.

            Ricina, controllati 21 computer nel liceo di Riccia

            Gli accertamenti, coordinati dalla Squadra Mobile di Campobasso con il supporto del Servizio centrale operativo, sono cominciati alle 9.15 e si sono conclusi poco dopo le 14. Le operazioni informatiche sono entrate nel vivo intorno alle 13, dopo l’arrivo del tecnico specializzato.

            Sono stati esaminati 21 computer, senza procedere al sequestro delle apparecchiature. Presente Giovanni Alfonso, consulente informatico della difesa di Gianni e Alice Di Vita, parti offese nel procedimento.

            L’attenzione si concentra sui dati conservati dal server centrale e sulle attività effettuate attraverso le postazioni scolastiche, accessibili mediante credenziali personali.

            Ricina, gli investigatori cercano ricerche online e file cancellati

            Gli specialisti stanno verificando cronologie di navigazione, accessi informatici e informazioni eventualmente eliminate. Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero già emersi alcuni elementi considerati rilevanti, dei quali non è stato precisato il contenuto.

            Il decreto della Procura prevede ricerche relative alla ricina, ai veleni e a sostanze chimiche potenzialmente collegate alla loro preparazione. Gli accertamenti riguardano anche eventuali collegamenti al dark web, l’utilizzo di Tor e il recupero di dati cancellati.

            L’obiettivo è individuare possibili tracce digitali utili a ricostruire le circostanze dell’avvelenamento.

            Ricina, verifiche anche nelle scuole di Campobasso e Casacalenda

            Le operazioni al Galileo Galilei seguono quelle effettuate ieri nell’Istituto Agrario di Riccia, dove sono stati controllati altri 71 computer, portando a 92 il numero complessivo delle postazioni finora esaminate.

            Domani, 15 ottobre, gli accertamenti proseguiranno al Liceo Classico Mario Pagano di Campobasso, frequentato dalle sorelle Di Vita. Venerdì sarà invece la volta del Liceo delle Scienze Umane di Casacalenda, collegato a Laura Di Vita, cugina di Gianni.

            Le persone ascoltate nell’ambito delle verifiche scolastiche mantengono la posizione di testimoni. Separatamente, cinque operatori sanitari risultano ancora indagati nel primo procedimento per omicidio colposo.

            La Procura punta ora a ricostruire eventuali collegamenti tra le attività digitali e il veleno responsabile delle due morti, senza che gli accertamenti finora descritti consentano di attribuire responsabilità individuali.

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              Pietracatella, la svolta nel giallo della ricina: Antonella e Sara uccise per errore? Il veleno poteva essere destinato a Gianni Di Vita

              L’inchiesta sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte per avvelenamento da ricina a Pietracatella, affronta una svolta decisiva orientata sullo scambio di bersaglio, ipotizzando che il vero destinatario fosse Gianni Di Vita.

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              Pietracatella, la svolta nel giallo della ricina: Antonella e Sara uccise per errore? Il veleno poteva essere destinato a Gianni Di Vita

                E se il veleno che ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita fosse stato destinato a qualcun altro? È la domanda che apre uno degli scenari più inquietanti nell’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella. Il paese in provincia di Campobasso sconvolto dalla morte delle due donne dopo Natale. Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori ci sarebbe infatti quella che il vero bersaglio dell’avvelenamento fosse Gianni Di Vita, marito di Antonella, padre di Sara ed ex sindaco del paese. Madre e figlia potrebbero dunque aver ingerito la ricina senza essere le destinatarie dell’azione omicida. Una possibilità ancora tutta da dimostrare ma che, se trovasse conferma, cambierebbe radicalmente la ricostruzione del delitto.

                La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, continua a coordinare un’indagine contro ignoti per duplice omicidio premeditato, senza escludere alcuna pista. Le ultime iniziative investigative riportano però l’attenzione sui rapporti personali e familiari delle vittime, mentre gli specialisti della Polizia cercano di ricostruire il percorso del veleno. Individuare chi possa averlo procurato e stabilire in quale momento sia entrato in contatto con gli alimenti o le sostanze ingerite dalle due donne.

                Il punto cruciale è capire se Antonella e Sara fossero effettivamente gli obiettivi dell’assassino oppure se la ricina fosse stata preparata per colpire un’altra persona. In quest’ultimo caso, gli investigatori dovrebbero ricostruire non soltanto le modalità dell’avvelenamento, ma anche le ragioni per cui il presunto bersaglio sarebbe sopravvissuto mentre a perdere la vita sono state sua moglie e sua figlia.

                Il movente passionale, le voci sulla separazione e il rapporto fra Gianni Di Vita e Monia

                Tra gli scenari presi in considerazione nell’inchiesta c’è quello di un possibile movente passionale, legato alla situazione matrimoniale di Antonella Di Ielsi e Gianni Di Vita. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, la donna avrebbe manifestato l’intenzione di separarsi dal marito, mentre sarebbero emerse indiscrezioni su presunte relazioni sentimentali dell’ex sindaco. Circostanze sulle quali gli investigatori starebbero cercando riscontri, senza che questo consenta di attribuire responsabilità a nessuna delle persone coinvolte.

                Particolare attenzione sarebbe stata riservata al rapporto fra Gianni Di Vita e Monia, un’amica di vecchia data che insegna matematica al liceo scientifico di Riccia. I due, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni dell’inchiesta, sarebbero stati messi a confronto negli uffici della Squadra mobile per chiarire alcune divergenze nelle rispettive dichiarazioni. Un passaggio investigativo che rientrerebbe nel tentativo di ricostruire le relazioni personali attorno alla famiglia e individuare eventuali tensioni precedenti alla tragedia.

                La questione diventa particolarmente delicata proprio alla luce dell’ipotesi che il veleno potesse essere destinato a Gianni Di Vita. Se gli investigatori riuscissero a dimostrare che l’ex sindaco era il bersaglio originario, anche la ricerca del movente dovrebbe seguire una direzione differente, concentrandosi su eventuali contrasti che lo riguardavano direttamente. Al momento, tuttavia, non risultano elementi pubblicamente accertati che permettano di collegare le vicende sentimentali all’avvelenamento.

                L’incontro del 22 dicembre e i messaggi di Natale: sotto esame gli ultimi contatti di Antonella

                Un altro elemento finito sotto la lente degli investigatori riguarda Michele, marito di Monia e tecnico presso l’Istituto Agrario di Riccia. Secondo le ricostruzioni pubblicate, l’uomo avrebbe incontrato Antonella Di Ielsi la sera del 22 dicembre nello studio di commercialista di Gianni Di Vita, a Campobasso, circa ventiquattro ore prima del presunto avvelenamento. Michele avrebbe inoltre continuato a scambiare messaggi con la donna durante le festività natalizie. Anche quando Antonella aveva già cominciato ad accusare i primi sintomi del malessere che l’avrebbe portata alla morte.

                Gli investigatori starebbero cercando di ricostruire con precisione la successione di questi contatti. Perché stabilire chi abbia incontrato Antonella nelle ore precedenti all’avvelenamento e quali rapporti siano proseguiti nei giorni successivi potrebbe contribuire a individuare il momento in cui la ricina è entrata nella vicenda. L’attenzione si concentra quindi sugli spostamenti, sugli incontri e sulle comunicazioni delle persone che frequentavano la famiglia. Nel tentativo di trovare elementi capaci di chiarire una dinamica ancora avvolta da numerosi interrogativi.

                Nessuna delle informazioni emerse attribuisce però a Michele o a Monia un ruolo nell’avvelenamento. Gli accertamenti sui loro rapporti con la famiglia Di Vita rappresentano una parte della ricostruzione investigativa e non costituiscono, di per sé, un elemento di responsabilità penale.

                Blitz nelle scuole del Molise, fino a 200 computer sotto esame: gli investigatori cercano tracce della ricina

                Parallelamente agli approfondimenti sui rapporti personali, la Procura ha disposto quattro perquisizioni informatiche negli istituti scolastici del Molise. Con verifiche e sequestri che potrebbero interessare complessivamente circa 200 computer, fra laboratori didattici e uffici di presidenza. I decreti firmati dalla procuratrice Antonelli puntano a ricostruire eventuali attività digitali collegate alla ricina, cercando di stabilire se qualcuno abbia utilizzato dispositivi o connessioni delle scuole per raccogliere informazioni sulla sostanza tossica.

                Il primo intervento riguarda l’Istituto Agrario di Riccia, dove lavora Michele, mentre gli accertamenti dovrebbero proseguire al liceo scientifico della stessa cittadina, dove insegna Monia. Al liceo classico di Campobasso, frequentato da Sara e dalla sorella maggiore Alice, diplomatasi a luglio. L’ultima tappa prevista è il liceo Silvio Di Lalla di Casacalenda, dove insegna come docente di sostegno Laura Di Vita, cugina di Gianni, che sarebbe già stata ascoltata sei volte in Questura.

                Gli specialisti della Squadra mobile e del Servizio centrale operativo cercano tracce di navigazione, accessi ai dispositivi e ricerche online che possano avere attinenza con il veleno. La scelta di estendere gli accertamenti a più istituti suggerisce la volontà di verificare un insieme ampio di possibili collegamenti, senza limitare l’analisi a un solo ambiente o a una sola persona. L’obiettivo è individuare eventuali elementi digitali che permettano di risalire a chi si sia interessato alla ricina. Soprattutto, capire se quell’interesse possa avere un collegamento concreto con il duplice omicidio.

                Il mistero di Reddit e le domande sui semi di ricino: chi cercava informazioni sul veleno?

                A rendere ancora più complessa l’indagine è l’attività attribuita a un utente di Reddit che avrebbe pubblicato domande sulla possibilità di provocare la morte attraverso l’impiego di semi di ricino schiacciati. Un dettaglio che assume particolare interesse alla luce della sostanza individuata nell’inchiesta e che potrebbe spiegare l’attenzione degli investigatori verso le tracce lasciate sulla rete.

                Il problema principale è risalire da un’attività online a una persona identificabile e, successivamente, stabilire se esista davvero un collegamento con quanto accaduto a Pietracatella. Per questo le verifiche informatiche riguardano non soltanto i singoli computer, ma anche le connessioni utilizzate, gli eventuali registri di accesso e gli altri dati digitali che potrebbero contribuire alla ricostruzione. La presenza di una ricerca sospetta, infatti, non sarebbe sufficiente da sola a dimostrare il coinvolgimento di chi l’ha effettuata in un delitto.

                Le indagini si sviluppano così lungo due direttrici che potrebbero anche incrociarsi: da una parte la ricerca di chi si sia procurato informazioni sulla ricina. Dall’altra la ricostruzione dei rapporti personali e delle possibili ragioni che avrebbero potuto spingere qualcuno a colpire la famiglia Di Vita.

                Antonella e Sara erano davvero i bersagli? L’ipotesi che potrebbe cambiare tutta l’inchiesta

                L’interrogativo più importante riguarda ancora la scelta delle vittime. Se Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita fossero state avvelenate deliberatamente, gli investigatori dovrebbero individuare un movente legato a entrambe oppure a una delle due. Se invece il veleno fosse stato destinato a Gianni Di Vita, la morte della moglie e della figlia potrebbe rappresentare l’esito di un’azione omicida diretta contro un’altra persona.

                Sono scenari profondamente diversi, che richiedono riscontri altrettanto differenti e che, allo stato delle informazioni disponibili, restano ipotesi investigative. La ricostruzione dei contatti precedenti alla tragedia, gli accertamenti informatici nelle scuole e l’analisi dei rapporti personali potrebbero fornire nuovi elementi per capire chi abbia avuto accesso alla ricina e quale fosse il reale obiettivo dell’avvelenamento.

                La domanda che continua a pesare sul giallo di Pietracatella è dunque se qualcuno abbia voluto uccidere Antonella e Sara oppure se le due donne siano morte per aver ingerito un veleno preparato per Gianni Di Vita. Una distinzione decisiva, perché individuare il destinatario originario della ricina potrebbe significare anche avvicinarsi alla persona che ha progettato il duplice delitto.

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