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Mondo

Il papa di Giorgia? Conservatore e colto come Benedetto. E la Meloni lavora sotto traccia

La premier spera in un Papa lontano dall’“uragano Francesco” e vicino alla linea teologica di Wojtyla e Ratzinger. I nomi che circolano a Palazzo Chigi: Giuseppe Betori in testa, ma anche Parolin come compromesso. Il ruolo chiave di Mantovano, ex presidente di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, oggi regista silenzioso tra Curia e governo.

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    Giorgia Meloni, da sempre considerata legata alla tradizione più conservatrice della Chiesa, non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Papa Francesco, all’inizio, le appariva come un corpo estraneo. Ma in tre anni di governo a Palazzo Chigi, le distanze si sono accorciate. I contatti con il Vaticano si sono fatti frequenti e discreti. A fare da ponte tra i due mondi c’è Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, giurista, uomo di Chiesa e per molti l’interfaccia informale (e influente) tra la Santa Sede e il governo italiano. Una figura che conosce bene le gerarchie vaticane, i non detti, le attese. E che oggi, con un Papa defunto e un Conclave alle porte, lavora nell’ombra per portare a Santa Marta un successore più vicino alla sensibilità della premier.

    Non è solo un auspicio, è una strategia. Palazzo Chigi osserva con attenzione il gioco delle alleanze cardinalizie e, senza dare nell’occhio, tesse la sua trama. L’identikit del Papa ideale per Meloni è chiaro: un uomo solido nella dottrina, sobrio nei toni, distante dalle aperture bergogliane su migranti, omosessuali e nuovi modelli di famiglia. Uno come Giuseppe Betori, attuale arcivescovo di Firenze, già segretario generale della CEI ai tempi di Camillo Ruini. Un prelato che non ha mai nascosto la sua distanza da Francesco, soprattutto sul tema delle migrazioni, e che rappresenta agli occhi della destra italiana un punto di equilibrio tra fede, tradizione e rigore morale.

    Betori, tuttavia, non è l’unico nome sul taccuino di Mantovano. Il sottosegretario è stato presidente della fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), una realtà molto apprezzata da Francesco ma profondamente radicata nelle istanze più tradizionaliste del cattolicesimo. La sua rete comprende figure come Mauro Piacenza e Angelo Bagnasco, non più elettori ma ancora molto influenti nei corridoi della Curia. La loro azione è silenziosa ma costante, e si muove sotto la regia del decano delle strategie cardinalizie italiane: Camillo Ruini.

    Meloni non prende posizione ufficialmente, ma se potesse parlare liberamente non farebbe mistero della preferenza per un pontefice che riporti ordine, chiarezza e autorevolezza in una Chiesa da lei percepita come smarrita nei meandri del dialogo a tutti i costi. Un Papa che recuperi il profilo battagliero di Wojtyla senza gli slanci populisti di Francesco. O almeno, nella peggiore delle ipotesi, un mediatore. Un uomo come Pietro Parolin, il Segretario di Stato, abile diplomatico, stimato da Francesco ma non identificabile come continuatore puro della sua linea. Una figura che a Palazzo Chigi appare rassicurante, affidabile, meno incline a sbandamenti teologici.

    Ciò che è certo è che a Giorgia Meloni il nome di Matteo Zuppi non piace. Il presidente della CEI, indicato da molti come l’erede più naturale del Papa defunto, è troppo sbilanciato a sinistra, troppo vicino a quel mondo che Meloni considera avversario politico. La battuta pronunciata entrando in Vaticano il 25 aprile – “Ricordiamoci della Liberazione” – è suonata come un messaggio. E non è passato inosservato.

    In questo clima di attese e manovre, il governo italiano gioca le sue carte. Senza clamore, ma con determinazione. Il prossimo Papa sarà scelto dai cardinali, ma molti occhi resteranno puntati anche su Roma. Quella dei palazzi del potere temporale, dove si sogna un Pontefice meno profeta e più sovrano.

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      Mondo

      La tragedia di Nir Oz a tre anni dalla strage: storia del kibbutz spazzato via, i dati sulle vittime e le famiglie spezzate

      Massacro nel kibbutz di Nir Oz, il luogo simbolo del 7 ottobre: le cifre ufficiali tra vittime, ostaggi liberati e dispersi

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      La tragedia di Nir Oz a tre anni dalla strage: storia del kibbutz spazzato via, i dati sulle vittime e le famiglie spezzate

        In un’oasi agricola fondata nel 1955 a meno di due chilometri dal confine con la Striscia di Gaza, il tempo si è fermato alle 6:30 del mattino del 7 ottobre 2023. A tre anni da quel drammatico evento. Il kibbutz Nir Oz resta il simbolo delle perdite più devastanti e sproporzionate di tutta l’incursione coordinata da Hamas nel sud di Israele. Una comunità di circa quattrocento persone è stata aggredita e sistematicamente distrutta prima dell’arrivo dei soccorsi militari.

        I dati e i report raccolti dalle autorità israeliane e dalle associazioni delle vittime tracciano il quadro esatto della tragedia vissuta dal kibbutz, trasformato in un teatro di devastazione e rapimenti di massa.

        Le cifre dell’attacco: un quarto della popolazione coinvolta

        Nelle ore del blitz, oltre 150 miliziani armati sono penetrati nell’area residenziale da più direzioni, superando le recinzioni di perimetro. Secondo le ricostruzioni ufficiali e i dati di tracciamento delle vittime, circa un quarto degli abitanti del kibbutz Nir Oz è stato ucciso o deportato.

        Nel corso della sola giornata dell’incursione si sono contati 47 morti diretti sul posto, inclusi alcuni civili in fuga dal vicino festival musicale Re’im. Il bilancio complessivo delle vittime collegate al kibbutz – sommando le persone assassinate nelle abitazioni a coloro che sono deceduti successivamente durante la prigionia – ha raggiunto la quota di 69 morti accertati. Oltre il 60% delle abitazioni e delle strutture comunitarie è stato incendiato o raso al suolo dai miliziani e dai saccheggiatori giunti nelle ore successive.

        I numeri dei rapimenti e le fasi delle liberazioni

        Oltre ai morti sul campo, la comunità di Nir Oz ha subito il numero più alto di rapimenti individuali. Nel complesso, 76 persone sono state prese in ostaggio dalle milizie e trasportate all’interno del territorio della Striscia di Gaza.

        Tra gli ostaggi figuravano intere famiglie, neonati, donne e anziani, comprese figure storiche dell’attivismo per la pace come la novantenne Yaffa Adar e Yocheved Lifshitz. Quest’ultima è stata tra le prime persone a essere rilasciate per motivi umanitari nelle settimane successive al blitz. Durante le tregue e gli accordi di scambio avvenuti nel corso del tempo. Diversi residenti hanno potuto fare ritorno a casa, portando sollievo parziale ma lasciando ancora diverse famiglie nel limbo e nell’attesa della restituzione delle salme.

        Chi è sopravvissuto e la condizione attuale della comunità

        I residenti rimasti illesi o scampati alla cattura nascondendosi nelle stanze blindate (mamad) sono stati evacuati nelle ore successive all’intervento dell’esercito e trasferiti temporaneamente nelle strutture ricettive del Paese.

        A tre anni di distanza, Nir Oz resta un luogo profondamente segnato, presidiato da volontari e dai lavoratori impiegati nella gestione dei campi agricoli di arachidi, avocado e grano. La piena ricostruzione e il rientro definitivo restano legati al ricordo delle vittime e al completamento dei processi di riparazione e memoria storica.

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          Mondo

          Elon Musk: «Sono un alieno, viaggio nel tempo e sono un vampiro di 5.000 anni». E qualcuno comincia quasi a credergli

          Alieno, viaggiatore nel tempo e vampiro millenario: Elon Musk si diverte a costruire il proprio personaggio su X. E quando qualcuno osserva che nessuno lo ha mai visto insieme a un faraone predinastico, il gioco diventa irresistibile.

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            Se vi siete mai chiesti quando dorma Elon Musk, sappiate che una risposta finalmente esiste. Il problema è che arriva direttamente da lui e non chiarisce esattamente la situazione: «Sono un alieno viaggiatore nel tempo e un vampiro di 5.000 anni».

            La battuta risale al 24 novembre ed è tornata a circolare sui social, dove il proprietario di X non ha mai fatto molto per apparire come una persona perfettamente normale. Tutto nasce dalla curiosità di un utente, stupito dalla capacità di Musk di pubblicare messaggi anche nel cuore della notte. Invece di rispondere banalmente di dormire poco, avere orari impossibili o vivere praticamente attaccato allo smartphone, il miliardario ha preferito regalare ai suoi follower una spiegazione decisamente più interessante.

            In fondo, se hai cinquemila anni, arrivi da un altro pianeta e puoi anche viaggiare nel tempo, otto ore di sonno diventano probabilmente un dettaglio trascurabile.

            «Sono un alieno, un vampiro e viaggio nel tempo»

            Musk scherza da anni sulle teorie più strampalate che lo riguardano e sembra divertirsi particolarmente quando qualcuno mette in dubbio la sua appartenenza alla specie umana. La faccenda ha prodotto anche una delle osservazioni più surreali apparse tra i suoi follower: «Pensandoci bene, non abbiamo mai visto Elon Musk e un faraone del periodo predinastico nella stessa stanza, giusto?».

            Prova scientificamente non proprio inattaccabile, ma sufficiente per continuare il gioco.

            D’altra parte, il tema degli extraterrestri accompagna da tempo il patron di SpaceX. Già nel 2017, quando qualcuno gli domandò se fosse un alieno, Musk evitò accuratamente la risposta più rassicurante e se ne uscì con un enigmatico «forse».

            Da allora ha continuato a scherzarci sopra, mescolando battute, provocazioni e quella vera ossessione per lo spazio che ha trasformato SpaceX in uno dei cardini della sua immagine pubblica.

            Musk e gli alieni: «Mai visto uno verde con le antenne»

            Quando il discorso diventa leggermente più serio, però, Musk sostiene di non avere mai trovato prove dell’esistenza di extraterrestri sulla Terra. Durante un evento politico in Pennsylvania aveva giocato persino sul doppio significato inglese di «illegal aliens», espressione usata negli Stati Uniti per indicare gli immigrati irregolari.

            Musk aveva spiegato di averne visti parecchi di quel tipo, salvo aggiungere di non averne mai incontrato uno verde e con le antenne.

            Dietro le battute rimane comunque una convinzione che il miliardario ripete da anni: l’umanità deve trasformarsi in una specie multiplanetaria. Marte occupa inevitabilmente il centro di questo progetto e Starship, il gigantesco sistema di lancio sviluppato da SpaceX, rappresenta lo strumento con il quale Musk immagina di portare un giorno esseri umani sul Pianeta Rosso.

            Le sue previsioni sui tempi sono cambiate diverse volte e si sono spesso rivelate molto più ottimistiche della realtà, ma l’obiettivo dichiarato non è cambiato: creare insediamenti umani fuori dalla Terra e garantire, nella visione di Musk, una possibilità di sopravvivenza alla civiltà anche in caso di una catastrofe planetaria.

            L’uomo che vuole trasformare gli umani in alieni

            Ed è qui che la battuta del vampiro cinquemillenario diventa quasi coerente con il personaggio. Musk non sostiene seriamente di essere extraterrestre, naturalmente, ma da anni racconta un futuro nel quale gli alieni potremmo diventare noi.

            Se l’uomo raggiungesse Marte e riuscisse un giorno a vivere stabilmente su altri pianeti, sarebbe infatti l’umanità a trasformarsi nella civiltà proveniente da un altro mondo vista dalla prospettiva di eventuali forme di vita extraterrestri.

            Una prospettiva che Musk ama accompagnare con dichiarazioni molto meno apocalittiche di quanto si potrebbe pensare. L’esplorazione dello spazio, secondo lui, non dovrebbe servire soltanto a garantire la sopravvivenza della specie, ma anche a restituire agli esseri umani qualcosa per cui valga la pena guardare al futuro con entusiasmo.

            Ma Elon Musk dorme oppure no?

            Resta quindi irrisolta la domanda dalla quale era partito tutto: come fa Elon Musk a essere online a qualsiasi ora del giorno e della notte?

            Le possibilità, a questo punto, sono tre. Dorme pochissimo, ha semplicemente orari incompatibili con quelli del resto dell’umanità oppure dobbiamo prendere in considerazione la spiegazione fornita direttamente dall’interessato.

            In quest’ultimo caso avremmo risolto parecchi misteri contemporaneamente: Musk avrebbe 5.000 anni, arriverebbe dallo spazio, potrebbe spostarsi avanti e indietro nel tempo e, essendo un vampiro, avrebbe qualche comprensibile difficoltà con la luce del giorno.

            Rimane soltanto un problema.

            Nessuno lo ha ancora visto trasformarsi in pipistrello.

            Ma, conoscendo Elon Musk, probabilmente è solo questione di aspettare il prossimo post su X.

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              Mondo

              Il padre di Papa Leone XIV, eroe del D-Day: Louis Marius Prevost tra lo sbarco in Normandia e la fede

              Louis Marius Prevost, padre di Papa Leone XIV, prese parte allo sbarco in Normandia il 6 giugno 1944 come ufficiale della Marina degli Stati Uniti. Stimato per disciplina e dedizione, partecipò anche all’Operazione Dragoon nel sud della Francia, prima di rientrare in patria e dedicarsi alla scuola e alla comunità religiosa. Una vita segnata da senso del dovere e fede, eredità che il figlio ha portato fino al soglio pontificio.

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                Il destino della famiglia Prevost si intreccia con la Storia. Louis Marius Prevost, padre di Papa Leone XIV, classe 1920, fu uno degli ufficiali della Marina statunitense impegnati nello sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944. A rivelarlo sono i documenti conservati al National Archives and Records Administration di St. Louis, Missouri, che raccontano la parabola di un giovane americano arruolato con il programma di addestramento accelerato V-7.

                Il 24 novembre 1943 ottenne il grado di guardiamarina della Riserva Navale, e poco dopo partì per l’Europa. Imbarcato sulla USS LST-286, una nave da sbarco in grado di trasportare uomini, mezzi e carri armati, partecipò al D-Day, uno degli eventi che segnarono la fine della morsa nazifascista. Nel 1944 prese parte anche all’Operazione Dragoon, lo sbarco nel sud della Francia.

                I fascicoli ufficiali riportano come i suoi superiori ne apprezzassero le capacità organizzative, lo spirito di abnegazione e il senso del dovere. Qualità che gli valsero la promozione a tenente di vascello. Dopo quindici mesi di missione oltreoceano, Prevost fece ritorno negli Stati Uniti, dove scelse di dedicarsi all’educazione e alla vita comunitaria: divenne preside scolastico e catechista, continuando a trasmettere i valori di disciplina e servizio.

                Il 25 gennaio 1949 sposò Mildred Agnes Martinez, dalla quale ebbe tre figli. Proprio il terzogenito, Robert Francis, sarebbe diventato, esattamente ottant’anni dopo la fine della guerra in Europa, Papa Leone XIV.

                Una coincidenza simbolica, che lega la forza silenziosa di un padre soldato alla missione spirituale di un figlio chiamato a guidare la Chiesa cattolica.

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