Mondo
La Cina di Xi tra missili su Taiwan e diplomazia nel Golfo: così Pechino vuole diventare il “pacificatore” del 2026
Tra forum sulla politica estera, accordi regionali e un atteso faccia a faccia con Donald Trump, la Cina si muove su due fronti solo apparentemente opposti: mostra i muscoli nello Stretto di Taiwan e intanto si accredita come mediatrice nel Sud-est asiatico e, soprattutto, nel cuore infuocato del Medio Oriente. Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui Xi Jinping tenta il salto di qualità: da superpotenza assertiva a “stabilizzatore” del nuovo ordine multipolare, pur senza arretrare di un millimetro sulle proprie “linee rosse”.
In chiusura del 2025 la Cina si muove su due binari che sembrano contraddirsi ma in realtà rispondono alla stessa logica: consolidare il potere di Pechino sullo scacchiere globale. Da una parte, i missili sparati intorno a Taiwan e le esercitazioni che simulano l’accerchiamento dell’isola. Dall’altra, una frenetica attività diplomatica che abbraccia il Sud-est asiatico, il Golfo e il conflitto in Medio Oriente. Una strategia a doppio registro, militare e politico, con cui Xi Jinping prova a presentarsi nel 2026 come “pacificatore mondiale” – ma alle sue condizioni.
Taiwan, la linea rossa che Xi non intende discutere
Al forum sulla politica estera di Pechino, il ministro degli Esteri Wang Yi ha messo le carte in tavola. Alla Casa Bianca chiede una relazione “stabile e pragmatica”, ma avverte che ci sono frontiere invalicabili: la prima è Taiwan. Le manovre intorno all’isola, minimizzate da Donald Trump come semplici esercitazioni di routine, sono invece il promemoria più concreto di quelle linee rosse.
Il messaggio è duplice. Agli Stati Uniti Pechino ricorda che ogni dialogo strategico passa dal riconoscimento della “una sola Cina”. A Taipei, invece, arriva il segnale che nessun sostegno occidentale potrà cancellare le rivendicazioni cinesi. Muscoli mostrati sul mare, tavoli aperti sul fronte diplomatico: è l’equilibrismo con cui Xi entra nel 2026.
Dal Mekong a Gaza: Pechino si candida a mediatore
Mentre le navi militari incrociano nello Stretto, la diplomazia del Dragone lavora per cambiare la percezione della Cina nella sua periferia. Pechino rivendica un ruolo chiave nell’intesa tra Thailandia e Cambogia raggiunta nello Yunnan, dopo settimane di scontri e oltre cento morti lungo il confine. Un accordo regionale che viene presentato come prova della nuova funzione cinese di “stabilizzatore” del Sud-est asiatico.
Ancora più ambizioso è il progetto in Medio Oriente. Dopo anni di prudenza, la Cina intensifica visite, colloqui, iniziative legate alla sicurezza. Il tour di Wang Yi tra Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania, a metà dicembre, è il segnale di un cambio di passo: non solo contratti e infrastrutture, ma anche un ruolo più visibile sui dossier caldi, a partire dalla questione palestinese. Pechino appoggia la soluzione dei due Stati e il principio dei “palestinesi che governano la Palestina”, cercando di accreditarsi come voce diversa da quella statunitense, soprattutto agli occhi del cosiddetto Sud globale.
Il Golfo, nuovo crocevia della sfida con Washington
Al centro di questa mappa diplomatica c’è il Golfo, tornato snodo cruciale per energia, finanza, tecnologia e rotte commerciali verso Africa e Asia. Per la Cina, gli Emirati rappresentano un laboratorio di cooperazione su innovazione, finanza digitale e intelligenza artificiale. L’Arabia Saudita è il partner politico ed economico chiave: il rapporto tra Mohammed bin Salman e Donald Trump, da un lato, e il progressivo avvicinamento a Pechino dall’altro, rendono Riad un terreno delicatissimo nella competizione tra le due grandi potenze.
La Giordania, con la sua enorme popolazione di rifugiati palestinesi e il ruolo di cerniera tra Israele, Cisgiordania e Siria, è invece la porta d’accesso a un conflitto – quello di Gaza – in cui la Cina cerca spazio di manovra senza esporsi troppo. Più Pechino si propone come garante di stabilità, più aumenta però la sua esposizione ai rischi di una regione dove tregue e cessate il fuoco possono crollare in poche ore.
Europa, Brics e nuovo ordine multipolare
Lo sguardo di Xi non si ferma a Est e a Sud. Verso l’Europa, i rapporti restano appesantiti da tensioni commerciali, dazi incrociati e sospetti su sicurezza e tecnologia. Il 2026 potrebbe essere un anno di freddo disgelo, ma nessuno a Pechino sembra disposto a sacrificare l’obiettivo di lungo periodo: consolidare la Cina come punto di riferimento del Sud globale, in asse con i Paesi Brics e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.
Dall’Asia all’Africa, passando per il Golfo e fino al Vecchio Continente, il disegno è chiaro: presentarsi come alternativa credibile agli Stati Uniti, capace di parlare ai Paesi che si sentono marginalizzati dall’ordine liberale nato dopo la Guerra fredda. Le esercitazioni su Taiwan e i dialoghi sul Medio Oriente non sono quindi mosse scollegate, ma tasselli di una stessa partita.
Il 2026 dirà se Xi Jinping riuscirà a imporsi come “pacificatore” in un mondo sempre più frammentato, o se la sua diplomazia muscolare finirà per alimentare nuove faglie di conflitto proprio mentre cerca di ricomporle.
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Mondo
Esteri, le notizie che ci ricorderemo del 2025: Trump domina la scena mondiale, tra guerre dei dazi, Ucraina e Medio Oriente
Il giuramento del presidente Usa, la guerra dei dazi, lo scontro con Zelensky, l’attacco di Israele all’Iran, il confronto con Putin, la Global Sumud Flotilla, le condanne eccellenti, l’elezione di Mamdani a New York e l’intelligenza artificiale proclamata “persona dell’anno”: ecco cosa resterà del 2025 nei libri di storia.
Il 2025 è stato un anno che ha cambiato profondamente gli equilibri globali. Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio, gli Stati Uniti hanno imboccato una nuova traiettoria politica e geopolitica. Nel suo discorso inaugurale il presidente ha promesso “l’età dell’oro”, annunciato la fine del Green New Deal, l’emergenza al confine con il Messico e perfino l’obiettivo di “piantare la bandiera su Marte”. Da lì, gli equilibri internazionali hanno iniziato a muoversi a grande velocità.
La guerra dei dazi e lo scontro con Zelensky
Il 1° febbraio è iniziata la nuova guerra commerciale. Trump ha imposto dazi del 25% su Messico e Canada e del 10% sulla Cina, coinvolgendo poi anche l’Unione Europea. Misure giustificate con la lotta al fentanyl e alla criminalità legata ai cartelli. A fine febbraio è esploso anche uno dei momenti simbolo dell’anno: lo scontro televisivo con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale. Trump ha accusato l’Ucraina di non voler davvero la pace, parlando di “Paese in grossi guai”, in un faccia a faccia dai toni durissimi che ha mostrato il cambio di approccio Usa nei confronti del conflitto.
Il blackout in Spagna e il disastro Air India
Il 28 aprile quasi tutta la penisola iberica è rimasta al buio per dieci ore: blackout, trasporti in tilt, ospedali in emergenza, vittime e feriti. Il 12 giugno, un’altra tragedia ha scosso il mondo: il volo Air India AI171, decollato da Ahmedabad e diretto a Londra, è precipitato cinque minuti dopo il decollo. 242 persone a bordo, una sola sopravvissuta, decine di feriti nello studentato colpito dall’impatto.
Il Medio Oriente e la Global Sumud Flotilla
Sempre il 12 giugno Israele ha attaccato l’Iran, colpendo siti nucleari e basi militari. Dodici giorni di guerra, con gli Stati Uniti coinvolti direttamente dal nono giorno. In autunno, un’altra pagina destinata a restare nella memoria: la Global Sumud Flotilla, con quaranta imbarcazioni partite dall’Europa per rompere il blocco davanti a Gaza. La nave è stata fermata tra l’1 e il 2 ottobre, gli attivisti arrestati e poi rimpatriati, tra loro anche quaranta italiani. Il 13 ottobre, uno dei pochi spiragli di speranza: lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi concordato nel quadro del piano promosso da Trump.
Putin, le condanne eccellenti e New York che cambia volto
Il 15 agosto Trump ha incontrato Vladimir Putin in Alaska. Un confronto definito “10 su 10” dal leader del Cremlino, tra guerra in Ucraina, petrolio e rapporti commerciali, senza però risultati immediatamente risolutivi. L’anno ha visto anche due condanne storiche: Jair Bolsonaro, 27 anni e tre mesi per il tentato golpe del 2022, e Nicolas Sarkozy, entrato in carcere a ottobre per i finanziamenti illeciti legati alla Libia di Gheddafi. A novembre, invece, New York ha cambiato pelle: Zohran Mamdani è stato eletto sindaco, primo musulmano alla guida della metropoli, destinato a entrare in carica dal 1° gennaio 2026.
Il trionfo dell’intelligenza artificiale
L’11 dicembre il Time ha scelto la sua “persona dell’anno”. E non è un singolo volto, ma una rivoluzione: gli “architetti dell’AI”. Da Elon Musk a Mark Zuckerberg, da Lisa Su a Jensen Huang, fino a Sam Altman. Un riconoscimento che sancisce la centralità dell’intelligenza artificiale nella geopolitica, nell’economia, nella cultura. In un anno di guerre, crisi e tensioni, la tecnologia è stata l’unico vero, indiscusso vincitore.
Mondo
Trump, Capodanno e le telefonate ai bambini: quando anche un augurio diventa una campagna elettorale
Durante una delle tradizionali telefonate festive, parlando con un bambino dalla Pennsylvania, il presidente si lascia andare al solito refrain sulle vittorie elettorali: “La Pennsylvania è fantastica, abbiamo vinto in Pennsylvania, anzi tre volte. Abbiamo vinto con una valanga di voti”. In realtà le vittorie sono state due, ma nella narrazione trumpiana ogni occasione è buona per trasformare un momento istituzionale in un palcoscenico politico.
Alla Casa Bianca, anche a a Capodanno, tutto diventa spettacolo. La tradizione delle telefonate ai bambini, nata per regalare un momento di magia e vicinanza, si è trasformata in uno dei tanti episodi in cui il presidente mostra, ancora una volta, come politica e comunicazione per lui siano un tutt’uno.
Una telefonata che diventa un comizio
Tra le varie chiamate arrivate alla Casa Bianca, spicca quella di un bambino dalla Pennsylvania. Trump lo saluta con tono affettuoso, ma subito piega la conversazione sul terreno che ama di più: il consenso. “La Pennsylvania è fantastica, abbiamo vinto in Pennsylvania, anzi tre volte. Abbiamo vinto con una valanga di voti”, dichiara raggiante. Un piccolo dettaglio stona: le vittorie reali sono due. Ma poco importa, perché ciò che conta è ribadire ancora una volta il mantra della forza elettorale.
Il racconto prima del fatto
È il tratto tipico del trumpismo: trasformare ogni occasione pubblica in un capitolo del grande racconto personale. Anche una telefonata a un bambino, nata per essere un momento di tenerezza istituzionale, diventa un’occasione per ribadire narrazioni, rivendicazioni, forza, vittoria. Gli americani ormai lo sanno: con Trump nulla è mai davvero “piccolo”, nemmeno il Natale.
Tra rituale, propaganda e spettacolo
Il risultato è un curioso cortocircuito: le telefonate che dovrebbero essere uno spazio di innocenza diventano uno spazio politico, pur senza perdere completamente quel tono informale e sorridente che resta parte del personaggio. E così, mentre i bambini sognano renne e regali, il presidente continua a parlare di voti, stati chiave e successi. Una scena perfettamente coerente con il suo modo di stare nel mondo: sempre al centro, sempre in campagna, sempre dentro la narrazione di se stesso.
Mondo
Troppi ordini sbagliati, McDonald’s non si fida più dell’Intelligenza Artificiale!
La sperimentazione di McDonald’s con l’intelligenza artificiale ha mostrato i limiti attuali della tecnologia nel settore della ristorazione rapida. Sebbene l’azienda abbia deciso di sospendere l’uso dell’Automated Order Taker, il futuro dell’automazione nei fast food continua a evolversi, con altri competitor che dimostrano il potenziale di queste soluzioni quando implementate correttamente.
McDonald’s ha abdicato e ha detto addio all‘Automated Order Taker. Il colosso americano ha sospeso l’utilizzo del suo sistema di intelligenza artificiale per gli ordini drive-through, Automated Order Taker (AOT). La tecnologia, sviluppata in collaborazione con IBM ha generato troppi errori negli ordini, causando frustrazione tra i clienti e il personale.
Scarsa precisione e ordini bizzarri
L’AOT ha mostrato una precisione appena superiore all’80%, con un ordine su cinque sbagliato. Gli errori includevano combinazioni insolite come il bacon sul gelato e centinaia di nuggets non richiesti. La tecnologia inoltre ha faticato a capire dialetti e accenti diversi vista anche la multietnicità dei dipendenti del colosso del fast food, portando a ulteriori fraintendimenti.
E così McDonald’s ritorna la passato
Mason Smoot, che è Chief Restaurant Officer di McDonald’s in tutti gli Stati Uniti, ha deciso di porre fine alla partnership con IBM per l’AOT. La tecnologia è stata disattivata in tutti i ristoranti. Ma altri competitor di McDonald’s hanno ottenuto risultati migliori con soluzioni analoghe. Per esempio Wendy’s utilizza Google Cloud per gli ordini drive-through, con una precisione dell’86%. Carl’s Jr. e Taco John’s si affidano a Presto, con una percentuale di ordini corretti fino al 90%.
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