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Cronaca

L’unica onesta: nel caos tangenti in Liguria c’è una super manager che ha detto no

Ivana Semeraro è stata la manager della Icon che ha risposto un secco no alle richieste di Aldo Spinelli di ottenere un finanziamento da 40 mila euro, per oliare la Regione Liguria e ottenere una concessione.

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    L’indagine per tangenti che sta bagnando la Regione Liguria – potremmo definirla la tangente del golfo – non finisce mai di sorprenderci. E siamo, quasi, solo agli inizi. Ogni giorno mette in luce personaggi e illeciti diversi. Ma questa volta si tratta di una notizia positiva. Le cronache finalmente fanno emergere una figura di una persona onesta. Una imprenditrice e manager. Si tratta di Ivana Semeraro, originaria di Martinafranca (Taranto) dal 2013 con incarichi di vertice della Icon Infrastructure Llp, fondo immobiliare con sede a Londra con un patrimonio di 8 miliardi di dollari. Ma perché le cronache ne parlano bene e ne fanno gli elogi? Perché la manager, 49 anni, laureata alla Bocconi, è stata la persona che ha fermato le pretese dell’imprenditore Aldo Spinelli nell’inchiesta di Genova. E come ha fatto? Ricordandogli che quello che l’ex presidente del Genova calcio le chiedeva di fare, versare soldi al comitato di Giovanni Toti, avrebbe comportato un problema reputazionale.

    Saperla lunga

    Ivana Semeraro è una manager di esperienza, cresciuta professionalmente a Londra, cosa che, oltre la sua onestà, le è servita per bloccare sul nascere le intenzioni di Spinelli e sostenere la sua tesi. Ha lavorato per Ernst & Young, Deutsche Bank, Eea Fund Management. Nel dialogo telefonico con l’imprenditore Spinelli, la Semeraro mette in evidenza la sua cultura moderna e, in quanto a immagine, di estrazione anglosassone. Quella cultura che vede la reputazione di una azienda, un organizzazione, un comitato o un singolo imprenditore come fattore di successo. O di insuccesso. Infatti all’insistenza dell’imprenditore la Semeraro gli fa notare, giustamente, che i partiti politici fanno parte delle varie Istituzioni e quindi quei soldi che Spinelli avrebbe voluto elargire potevano essere visti come il tentativo di una vera e propria corruzione.

    Le pretese del signor Aldo

    Spinelli aveva sollecitato un finanziamento di 40 mila euro alla Icon Infrastructures Llp. Il fondo fino al gennaio dello scorso anno era proprietario del 45% delle quote della Spinelli srl che, a sua volta, controllava la Terminal Rinfuse Genova, titolare della ‘sospetta concessione a 30 anni’ su cui sta indagando la Procura. Gli atti dell’indagine mettono in evidenza l’assoluta fermezza della manager Semeraro a negare il finanziamento perché sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro il fondo. Spinelli abbozza e non insiste più. L’unica onesta era lei.

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      Cronaca Nera

      Ricina, trovato il computer usato per cercare come preparare il veleno: la ricerca pochi giorni prima della morte di madre e figlia

      La nuova pista nel giallo di Pietracatella porta al dispositivo dal quale qualcuno avrebbe cercato informazioni sulla preparazione della ricina. Intanto gli investigatori tornano sulle ultime ore di Antonella Di Ielsi e ascoltano due donne legate all’uomo che la incontrò prima della cena fatale.

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        C’è un computer che potrebbe custodire uno dei segreti più importanti del giallo di Pietracatella. Sarebbe stato individuato il dispositivo dal quale, pochi giorni prima dell’avvelenamento di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, qualcuno avrebbe cercato su Internet informazioni su come preparare la ricina in polvere. Una traccia potenzialmente clamorosa, perché per la prima volta potrebbe offrire agli investigatori la possibilità di risalire a chi si documentò sul veleno prima della tragedia.

        La pista nasce da una ricerca effettuata su un forum ospitato da una piattaforma americana. L’indirizzo IP associato alla connessione porterebbe nella zona di Pietracatella. Resta però un elemento di cautela importante: la procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il capo della Squadra mobile di Campobasso Marco Graziano hanno dichiarato di non avere notizie di questo sviluppo investigativo. La notizia del computer e della ricerca sulla ricina, quindi, dovrà trovare conferma negli atti dell’inchiesta.

        Il computer e quella ricerca sulla ricina prima delle morti

        Se gli accertamenti confermassero la pista, la domanda diventerebbe inevitabile: chi utilizzò quel computer? Non basta infatti localizzare un dispositivo o una connessione. Gli investigatori dovrebbero stabilire chi avesse materialmente accesso alla macchina e, soprattutto, chi effettuò quella ricerca.

        Il particolare temporale rende la vicenda ancora più inquietante. La consultazione delle informazioni sulla preparazione della ricina sarebbe avvenuta pochi giorni prima dell’avvelenamento. Un dettaglio che potrebbe contribuire a ricostruire la fase di preparazione del delitto, qualora gli inquirenti riuscissero a dimostrare un collegamento tra quella ricerca e la sostanza che ha ucciso Antonella e Sara.

        Da mesi l’inchiesta cerca infatti di rispondere a tre domande fondamentali: chi procurò la ricina, chi preparò il veleno e come arrivò nella casa della famiglia Di Vita. A quasi un anno dalla tragedia nessuno risulta indagato per l’omicidio delle due donne, ma interrogatori, perquisizioni e analisi sui dispositivi elettronici mostrano un’indagine ancora in pieno movimento.

        Due donne interrogate e quelle ultime ore di Antonella

        Nelle stesse ore gli investigatori hanno convocato come persone informate sui fatti una madre e sua figlia. Le due sono la sorella e la nipote dell’uomo che il 22 dicembre incontrò Antonella Di Ielsi nel suo ufficio, poche ore prima della cena dopo la quale madre e figlia iniziarono a stare male.

        L’uomo lavora come tecnico di laboratorio in una scuola ed è sposato con un’insegnante molto amica di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Proprio la moglie del tecnico era già stata ascoltata a lungo dagli investigatori.

        L’attenzione sembra concentrarsi sempre più su ciò che accadde nelle ore immediatamente precedenti alla cena fatale. Gli inquirenti vogliono comprendere il motivo dell’incontro tra Antonella e il tecnico e ricostruire i loro contatti successivi. I due, infatti, avrebbero continuato a scambiarsi messaggi anche quando la donna aveva già cominciato ad accusare i sintomi dell’avvelenamento.

        Perquisiti gli studi di Gianni Di Vita: sequestrati cellulare e chiavetta Usb

        Nei giorni scorsi gli investigatori hanno perquisito anche i due studi professionali di Gianni Di Vita e la sua nuova abitazione a Pietracatella. L’uomo è stato ascoltato tre volte nel giro di poche ore, ma non risulta indagato per l’omicidio della moglie e della figlia.

        Durante le perquisizioni gli agenti hanno acquisito diversi oggetti. Tra questi ci sono la borsa appartenuta ad Antonella, alcune fotografie delle figlie, appunti di lavoro, un telefono cellulare e una chiavetta Usb. È stato prelevato anche un romanzo dello scrittore molisano Giose Rimanelli, Tiro al piccione. Non è noto quale eventuale rilevanza investigativa possano avere i singoli reperti.

        Particolare attenzione potrebbe invece concentrarsi sul materiale elettronico, dal quale gli specialisti possono tentare di recuperare messaggi, documenti, cronologie e altri dati utili alla ricostruzione dei rapporti e degli spostamenti nelle settimane precedenti alla tragedia.

        Oltre 200 testimoni, ma ancora nessun indagato per il duplice delitto

        Il numero delle persone ascoltate ha ormai superato quota 200. Nonostante una mole enorme di accertamenti, il fascicolo sull’avvelenamento non ha ancora un indagato. Parallelamente resta aperto il procedimento per omicidio colposo relativo alle cure ricevute da Antonella e Sara dopo il ricovero, nel quale risultano coinvolti cinque medici.

        Un altro passaggio decisivo riguarda gli esami affidati agli specialisti tedeschi sui reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia. Gli esperti hanno chiesto altri trenta giorni per completare le analisi. I risultati potrebbero aiutare gli investigatori a capire meglio dove si trovasse la ricina e come sia avvenuta la contaminazione.

        Adesso, però, sul giallo compare quel computer. Se davvero è quello dal quale qualcuno cercò come preparare la ricina pochi giorni prima delle morti, individuare chi lo utilizzò potrebbe diventare uno dei passaggi più importanti dell’intera indagine. Perché dopo mesi trascorsi a cercare il percorso del veleno, gli investigatori potrebbero finalmente avere davanti la macchina dalla quale qualcuno iniziò a cercare come produrlo.

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          Cronaca Nera

          Garlasco, l’ultima terribile verità su Chiara: «Era viva dopo i colpi, forse per un’ora». E spunta la difesa disperata dall’assassino

          Chiusa l’inchiesta bis con Andrea Sempio unico indagato: per i consulenti della Procura la sopravvivenza minima sarebbe stata di 15-30 minuti, ma potrebbe essersi protratta fino a 60. Chiara avrebbe inoltre cercato di proteggersi durante l’aggressione. Impronta 33 e scarpa Frau 42 restano al centro dello scontro con la difesa

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          Chiara Poggi

            Diciannove anni dopo il delitto di Garlasco, la Procura di Pavia prova a ricostruire anche gli ultimi, terribili minuti della vita di Chiara Poggi. E dalle nuove carte emerge un particolare che cambia profondamente la percezione di ciò che potrebbe essere accaduto la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli: Chiara potrebbe non essere morta immediatamente dopo i colpi. Avrebbe cercato di proteggersi durante l’aggressione e potrebbe essere rimasta in vita per almeno 15-30 minuti, forse addirittura per un’ora.

            È uno degli elementi più drammatici contenuti nella nuova ricostruzione medico-legale acquisita dalla Procura, che ha chiuso l’inchiesta bis mantenendo Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio. I magistrati ritengono che abbia agito da solo e gli contestano l’omicidio aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti, che il capo d’imputazione provvisorio riconduce all’«odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale».

            È, naturalmente, la ricostruzione dell’accusa. Sempio non ha ricevuto alcuna condanna né un rinvio a giudizio e la difesa contesta radicalmente il quadro costruito dalla Procura. Ma con la chiusura delle indagini il caso entra in una fase completamente nuova e, per la prima volta, gli inquirenti riuniscono in un unico impianto accusatorio gli accertamenti medico-legali, la scarpa con la suola a pallini, l’impronta 33 e i nuovi esperimenti effettuati sulle tracce.

            Chiara avrebbe cercato di proteggersi dall’assassino

            Uno dei punti centrali arriva dalla consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, chiamata a riesaminare la dinamica dell’aggressione e i tempi della morte. Gli esperti hanno lavorato anche sul contenuto gastrico della vittima per cercare di delimitare con maggiore precisione la cronologia di quella mattina.

            Secondo la nuova valutazione, Chiara non sarebbe morta prima di circa mezz’ora dalla colazione, consumata verosimilmente dopo le 9.12, quando qualcuno disattivò l’allarme dell’abitazione per permettere ai gatti Piuma e Minù di uscire in giardino.

            Ma il punto più impressionante riguarda quello che sarebbe successo durante l’aggressione. Chiara avrebbe tentato di difendersi, compiendo almeno gesti di difesa passiva e cercando di frapporre le braccia tra sé e chi la stava colpendo. Gli esperti non escludono neppure una componente di difesa attiva.

            Un particolare importante non soltanto per ricostruire la violenza dell’aggressione, ma potenzialmente anche per interpretare le tracce biologiche recuperate sotto le unghie della vittima, tornate al centro della nuova indagine.

            Gli accertamenti delineano quindi la scena di una giovane donna che avrebbe visto e affrontato il proprio aggressore, tentando almeno per alcuni momenti di proteggersi dai colpi.

            L’agonia potrebbe essere durata fino a sessanta minuti

            È però il tempo trascorso tra le lesioni e la morte a restituire l’aspetto più sconvolgente della nuova consulenza.

            Secondo gli esperti, l’aggressore avrebbe provocato le ferite mentre Chiara era ancora viva. La consulenza colloca la sopravvivenza minima dopo l’aggressione in un intervallo compreso tra 15 e 30 minuti, ma non esclude «una sopravvivenza complessiva più prolungata fino ai 60 minuti».

            In altre parole, secondo questa nuova ipotesi medico-legale, Chiara Poggi potrebbe essere rimasta viva per quasi un’ora dopo l’aggressione.

            Un elemento destinato inevitabilmente a pesare anche sulla ricostruzione temporale del delitto. Stabilire quanto a lungo Chiara sia sopravvissuta significa infatti provare a ridefinire non soltanto il momento dell’aggressione, ma anche la finestra temporale entro la quale l’assassino sarebbe rimasto nella villetta o avrebbe potuto allontanarsi.

            Dopo diciannove anni, dunque, anche la cronologia di quella mattina torna a essere uno dei terreni sui quali accusa e difesa sono destinate a confrontarsi.

            La scarpa Frau numero 42 e le misure del piede di Sempio

            Nel nuovo impianto della Procura trova spazio anche uno degli elementi più discussi della scena del crimine: le impronte a pallini lasciate nel sangue all’interno dell’abitazione.

            Il tenente colonnello Gianpaolo Iuliano, del Ris di Messina, e il dattiloscopista Nicola Caprioli hanno approfondito le caratteristiche di una scarpa Frau numero 42 del modello che gli investigatori considerano compatibile con le tracce repertate nella villetta.

            Secondo le conclusioni riportate negli atti, le dimensioni della calzatura risulterebbero compatibili con quelle del piede di Andrea Sempio. Sul tema interviene anche la consulenza di Cristina Cattaneo, che aveva effettuato rilevazioni antropometriche sull’indagato e osserva come l’aumento di peso nel corso degli anni possa modificare larghezza e volume del piede.

            Proprio su questo punto, però, la difesa prepara uno scontro frontale. Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia sostengono di avere raccolto le dichiarazioni di due testimoni che, accompagnate dai relativi riscontri, indicherebbero che Sempio già nel 2007 calzava il numero 44.

            Una differenza tutt’altro che marginale, perché la compatibilità tra piede e calzatura rappresenta uno dei tasselli attraverso i quali la Procura tenta di collegare l’indagato alle impronte rinvenute nella casa.

            L’impronta 33 torna al centro dell’inchiesta

            C’è poi l’impronta 33, probabilmente uno degli elementi più controversi dell’intera nuova indagine. Gli investigatori individuarono la traccia del palmo della mano destra sul muro delle scale che conducono verso il punto nel quale trovarono il corpo di Chiara.

            Secondo gli approfondimenti effettuati da Iuliano e Caprioli, l’attribuzione ad Andrea Sempio manterrebbe validità sulla base di 15 minuzie e di un cluster di caratteristiche.

            Da anni, tuttavia, attorno a quell’impronta ruota una domanda decisiva: c’era sangue oppure no? La traccia non aveva restituito materiale genetico utilizzabile e gli accertamenti dell’epoca non avevano dimostrato la presenza di sangue. Per affrontare questo punto, il Racis di Roma ha effettuato nuovi esperimenti utilizzando differenti tipologie di muro, sangue e ninidrina, lo stesso reagente che gli investigatori usarono nel 2007.

            Secondo i risultati riportati negli atti, l’assenza di Dna rilevabile non permette, da sola, di escludere che originariamente sulla superficie ci fosse sangue, perché il particolato minerale alcalino dell’intonaco può interferire con la conservazione e con la successiva rilevazione del materiale genetico.

            Questo non dimostra automaticamente che l’impronta 33 contenesse sangue. Significa però, nella prospettiva dell’accusa, che l’assenza di Dna non basta più per escludere quella possibilità.

            Per la Procura Sempio avrebbe agito da solo

            La chiusura delle indagini chiarisce anche un altro punto fondamentale della nuova ricostruzione: per la Procura Andrea Sempio avrebbe agito da solo.

            L’ipotesi di eventuali complici, evocata a più riprese durante i mesi dell’inchiesta e diventata uno dei temi più discussi attorno al caso Garlasco, non compare dunque nella contestazione finale formulata nei confronti dell’indagato.

            I magistrati contestano inoltre l’aggravante della crudeltà, collegandola all’«efferatezza dell’azione omicidiaria», e quella dei motivi abietti, che secondo l’accusa troverebbero origine nel rifiuto da parte di Chiara di un approccio sessuale.

            Anche questo sarà uno dei punti sui quali la difesa potrà intervenire dopo avere esaminato integralmente il materiale depositato.

            La difesa: «Non ci sono nuovi elementi di prova»

            Gli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia respingono infatti l’idea che la chiusura delle indagini abbia portato una prova decisiva contro il loro assistito.

            «Nell’avviso non ci sono nuovi elementi di prova, sono contro-consulenze», sostengono i legali, che adesso hanno a disposizione i termini previsti dalla legge per studiare gli atti, depositare memorie e consulenze, chiedere interrogatori o ulteriori approfondimenti.

            La battaglia si annuncia particolarmente dura proprio sugli elementi scientifici: dalla misura delle scarpe all’impronta 33, passando per l’interpretazione delle tracce e per la ricostruzione della dinamica dell’aggressione.

            La conclusione delle indagini, infatti, non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva e il materiale raccolto dalla Procura dovrà affrontare il contraddittorio con la difesa e, se i magistrati chiederanno il rinvio a giudizio, il vaglio del giudice.

            Diciannove anni dopo, Garlasco viene riscritto ancora

            Resta un dato impressionante: a quasi vent’anni dall’omicidio, la mattina del 13 agosto 2007 continua a cambiare forma.

            Per anni il delitto di Chiara Poggi è entrato nel procedimento che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. Oggi quella sentenza resta pienamente valida, mentre parallelamente la Procura di Pavia ha costruito una nuova indagine che indica un altro uomo come possibile autore dell’omicidio.

            Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il caso Garlasco uno dei più complessi della storia giudiziaria italiana recente.

            Da una parte c’è Alberto Stasi, con una condanna definitiva a 16 anni. Dall’altra Andrea Sempio, oggi unico indagato nella nuova inchiesta e ancora presunto innocente. Nel mezzo ci sono reperti vecchi di diciannove anni, analisi genetiche nuovamente discusse, impronte riesaminate, consulenze, scarpe, misurazioni e una scena del crimine sulla quale gli investigatori continuano a cercare risposte.

            Ma dalle nuove carte emerge soprattutto Chiara. Una ragazza di 26 anni che quella mattina, secondo la nuova ricostruzione medico-legale, potrebbe non essere morta immediatamente. Avrebbe visto arrivare i colpi, avrebbe cercato di proteggersi e potrebbe essere rimasta viva ancora per molti minuti, mentre il tempo continuava a scorrere dentro la villetta di via Pascoli.

            Quindici, trenta. Forse sessanta minuti.

            Ed è probabilmente questo, al di là di impronte, scarpe e battaglie tra consulenti, il particolare più terribile contenuto nelle nuove carte dell’inchiesta di Garlasco.

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              Politica

              Fabrizio Corona cerca candidati per il suo partito: «Mi danno fino al 10%». E il tour diventa la prima prova generale della sua discesa in politica

              L’ex re dei paparazzi vuole imprenditori ma anche persone comuni: «Carisma, decisione e fedeltà». Poi rivendica percentuali che, in assenza di istituti e metodologie, non risultano verificabili: «Alcuni sondaggi mi danno al 3%, altri al 10%»

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                Fabrizio Corona non cerca più soltanto milioni di visualizzazioni. Adesso cerca candidati. Ed è probabilmente questo il dettaglio che cambia completamente la prospettiva della sua annunciata discesa in politica. Perché fondare un movimento sui social può essere una provocazione, mostrare un simbolo può essere una formidabile operazione di comunicazione, ma cominciare a cercare persone da inserire nelle future liste significa almeno prepararsi alla possibilità di arrivare davvero davanti agli elettori.

                Il movimento si chiama «Per la Verità», esattamente come il nuovo spettacolo con il quale Corona partirà il 13 novembre dal PalaUbroker di Bassano del Grappa. Una coincidenza soltanto apparente: il tour potrebbe diventare anche la prima gigantesca vetrina del nuovo progetto, mettendo fisicamente Corona davanti a quella comunità che finora lo ha seguito soprattutto attraverso Falsissimo e i social.

                Corona cerca i suoi candidati: «Carisma, decisione e fedeltà»

                La vera novità è che dietro le quinte sarebbe già partita la ricerca degli uomini e delle donne da schierare qualora Per la Verità arrivasse davvero alle elezioni. Corona non sembrerebbe interessato soltanto ai personaggi conosciuti e, anzi, vorrebbe pescare soprattutto fuori dai tradizionali apparati di partito.

                «Imprenditori, sì. Ma anche tanta gente comune disposta a mettersi in gioco», è la linea indicata. E per entrare nella squadra servirebbero soprattutto tre caratteristiche: «Carisma, decisione e fedeltà alla causa».

                Un casting politico, insomma, costruito secondo una logica molto più vicina al mondo di Corona che alle vecchie sezioni di partito. Il curriculum dentro consigli comunali, correnti e segreterie conterebbe meno della capacità di esporsi, comunicare e aderire completamente al progetto.

                «Alcuni sondaggi mi danno al 10%»

                Corona, intanto, comincia già a parlare di percentuali. «Alcuni sondaggi mi danno al 3%, altri al 10%», sostiene.

                Numeri che vanno presi per quello che sono: una dichiarazione dello stesso Corona. Senza il nome degli istituti che avrebbero effettuato le rilevazioni, il campione, la data e la metodologia utilizzata, quelle percentuali non possono essere considerate sondaggi elettorali verificabili.

                Ma il fatto che Corona ragioni ormai apertamente in termini di consenso dice molto sulla direzione intrapresa. E il 3 per cento non è una cifra casuale: era già la prima soglia indicata quando aveva presentato pubblicamente il movimento.

                «Né destra né sinistra, siamo l’antisistema»

                Anche l’identità che Corona vuole attribuire a Per la Verità è ormai piuttosto definita. «Il mio sarà il partito della gente, dei non allineati, dei né di destra né di sinistra, di chi è stufo di bugie e di inganni. Siamo l’antisistema, contro il sistema», ha dichiarato.

                Nel suo primo manifesto aveva già messo insieme temi molto differenti: immigrazione, sanità, scuola, lavoro, intelligenza artificiale, tasse, padri separati, legalizzazione delle droghe e regolamentazione della prostituzione. Un contenitore volutamente trasversale, accompagnato dall’attacco tanto al governo quanto alle opposizioni.

                Corona rivendica anche un metodo completamente diverso da quello dei partiti tradizionali: «Io ho le idee chiare e non ho bisogno dei gazebo per preparare il programma».

                Il tour «Per la Verità» parte il 13 novembre

                Il primo appuntamento con il pubblico arriverà il 13 novembre alle 21 a Bassano del Grappa, dove debutterà Per la verità – La grande truffa italiana tra politica, potere e spettacolo.

                Corona promette uno show costruito attorno ai suoi territori preferiti: politica, lobby, televisione, gossip, social e retroscena del potere. Ci saranno racconti personali, documenti, provocazioni e la sua interpretazione dei meccanismi che governano consenso e notorietà.

                Ma dopo l’annuncio del movimento è impossibile considerarlo soltanto uno spettacolo. Il nome è lo stesso del progetto politico e il pubblico di Corona costituisce inevitabilmente anche il primo bacino nel quale cercare simpatizzanti, collaboratori e forse proprio quei candidati che adesso starebbe selezionando.

                La sfida vera: trasformare Falsissimo in voti

                È qui che comincia la parte più complicata dell’operazione. Corona possiede qualcosa che qualsiasi nuovo movimento politico pagherebbe oro per avere: notorietà e un pubblico già enorme. Ma milioni di visualizzazioni non equivalgono automaticamente a milioni di voti e un follower non diventa necessariamente un elettore.

                La scommessa di Per la Verità sarà esattamente questa: capire quanti degli italiani che seguono Corona per le sue inchieste, gli scoop, le provocazioni e le battaglie mediatiche siano disposti a seguirlo anche quando dall’altra parte non ci sarà più il pulsante «play», ma una scheda elettorale.

                Il 13 novembre comincerà il tour. Nel frattempo Corona starebbe già costruendo la squadra. Ed è questo il particolare che rende la storia molto più interessante: stavolta non cerca soltanto spettatori. Cerca persone da candidare.

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