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Cronaca

Oscurato l’Instagram dell’avvocato Chiesa: dopo Corona, il blackout arriva anche al suo legale

Prima la sospensione a catena degli account riconducibili a Fabrizio Corona, poi l’oscuramento (durato poche ore) del profilo Instagram di Ivano Chiesa, storico legale dell’ex paparazzo: un altro episodio che incendia lo scontro tra piattaforme e protagonisti della vicenda.

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    A questo punto il copione è sempre lo stesso, cambia solo il nome sul campanello. Prima spariscono i profili di Fabrizio Corona, poi, come in un effetto domino che non fa prigionieri, viene oscurato anche l’account Instagram di Ivano Chiesa, storico legale dell’ex paparazzo. Una sospensione lampo, avvenuta nel pomeriggio di sabato 7 febbraio e rientrata in seguito con la riattivazione del profilo. Ma il danno – mediatico, polemico, infiammabile – era già fatto: perché quando la storia non riesce più a stare dentro il perimetro dei tribunali, finisce per essere riscritta dalle piattaforme. E lì, lo sappiamo, la penna non la impugna nessuno: scrive un algoritmo, e tu puoi solo gridare.

    Chiesa non l’ha presa con filosofia. Anzi. Ha denunciato pubblicamente la sospensione parlando di violazione degli standard di Meta e definendo quanto accaduto un atto di censura “ancor più grave” di quello che – a suo dire – avrebbe colpito il suo assistito. La motivazione personale è netta e, per certi versi, persino lineare: «Io parlo solo di questioni giudiziarie – dichiara – ovviamente con i dovuti modi, e quindi lo considero un atto di censura». Tradotto: se perfino un avvocato che si muove sul terreno della cronaca giudiziaria viene silenziato, allora non è più un tema di contenuti “scomodi”, ma di controllo del racconto.

    Il punto, però, è che la versione “ufficiosa” riportata da Open porta la vicenda su un altro binario, molto più moderno e molto meno romantico: non la censura come scelta, ma la sospensione come conseguenza. Secondo quanto riferito, il profilo sarebbe stato fermato perché i contenuti avrebbero generato una “crisi virale”. In altre parole: il problema non sarebbe “chi sei”, ma “cosa scateni”. Le piattaforme, in questi casi, intervenirebbero automaticamente quando un account diventa un moltiplicatore di rischio reputazionale. Non importa se sei l’autore dei contenuti, il protagonista, il difensore, l’amico, l’ombra: se il profilo viene letto come acceleratore di caos, scatta la leva di sicurezza.

    È un’idea che, raccontata così, fa paura perché è perfettamente impersonale. E l’impersonale, nel 2026, è spesso la forma più efficace del potere. Non ti serve un nemico in carne e ossa, non ti serve una telefonata “dall’alto”, non ti serve la regia di qualcuno. Basta un parametro che si accende. E tu, che ti senti censurato, ti ritrovi invece “moderato” per ragioni tecniche. La differenza, per chi subisce, è quasi irrilevante: l’effetto è identico. Il microfono si spegne.

    In mezzo, com’era prevedibile, si è infilata un’altra dinamica tipicamente italiana: il sospetto del mandante. In molti, infatti, hanno pensato subito a uno “zampino” esterno. Mediaset, però, ha smentito in modo secco qualsiasi insinuazione e – da quanto viene riportato – ha precisato di non c’entrare nulla con la sospensione dell’avvocato, che il profilo non sarebbe mai stato segnalato e che, in ogni caso, la decisione finale su sospensioni e rimozioni spetta alle piattaforme. Un modo per dire: cercate altrove, qui non troverete la pistola fumante. E se la pistola non c’è, allora resta la stanza: quella in cui un sistema automatizzato decide quando un account è diventato troppo “problematico” per restare acceso.

    La sospensione del profilo di Chiesa arriva, non a caso, dopo la raffica di oscuramenti che ha colpito Corona. Prima le pagine social e il canale YouTube, poi un tentativo di approdo su X con una pagina che non risulta più accessibile. Una presenza che si accende e si spegne come una luce difettosa: ci sei, non ci sei, riappari, sparisci. In mezzo, intanto, la vicenda giudiziaria continua a correre, con una doppia velocità: quella dei tribunali – lenta, formale, scandita da date e atti – e quella della rete, che brucia tutto in tempo reale.

    E qui si innesta l’altra parte della storia, quella che Corona usa come benzina comunicativa: la maxi causa civile da 160 milioni di euro e l’intero scontro con diversi volti noti della televisione, oltre ai provvedimenti e alle ordinanze che negli ultimi giorni hanno fatto alzare ulteriormente la temperatura. Sul piano narrativo, il messaggio è sempre lo stesso: “mi vogliono zittire”. Sul piano tecnico, la replica delle piattaforme è altrettanto semplice: “non è personale, è procedurale”. E quando due versioni così inconciliabili si scontrano, il risultato è un cortocircuito perfetto: la polemica diventa notizia, la notizia diventa arma, l’arma diventa contenuto.

    L’ultimo tassello, a chiudere il cerchio, è il post attribuito a un nuovo account comparso nelle ore successive, che commenta proprio la sospensione dell’avvocato con toni durissimi, chiamando in causa Mediaset e i Berlusconi e parlando di “vergognosa censura in uno stato democratico”. È un testo che funziona perché è estremo, perché è assoluto, perché non concede sfumature. E soprattutto perché ribalta il tavolo: non discute la presunta “crisi virale”, non entra nel merito degli standard, non accetta l’idea che la piattaforma possa agire in autonomia per ragioni di rischio. Dice solo: è dittatura. Fine.

    Il nodo, però, resta lì, e non è un nodo di simpatia o antipatia. È un nodo di potere. Perché quando la voce pubblica di una persona – che sia un personaggio, un avvocato, un cronista o un semplice utente – dipende dall’interpretazione automatica di un rischio reputazionale, il confine tra regola e arbitrarietà diventa sottile. La vicenda dell’account di Ivano Chiesa, oscurato e poi riattivato, è piccola solo in apparenza. In realtà è un segnale: l’ecosistema digitale non sta “punendo” qualcuno, sta proteggendo se stesso. E quando un sistema si protegge, non chiede permesso, non spiega troppo, non discute. Semplicemente: spegne e riaccende.

    Nel frattempo, mentre i profili vanno e vengono, Corona annuncia che porterà Falsissimo a teatro, con un tour già calendarizzato. Come se il messaggio fosse questo: anche se mi chiudete una porta, io ne apro un’altra. Anche se mi spegnete un canale, io trovo un palco. Il problema è che qui non siamo più nel terreno della provocazione spettacolare, ma in quello – molto più serio – della gestione del discorso pubblico. E la domanda, adesso, è inevitabile: se il “blackout” può colpire anche chi, per mestiere, difende e parla di atti giudiziari, allora chi decide davvero dove finisce la libertà di espressione e dove comincia la “crisi virale”? E soprattutto: chi stabilisce quando una voce è informazione e quando diventa rischio?

    Se vuoi, posso rifare anche il pezzo precedente integrando questo aggiornamento in un’unica versione da quotidiano, sempre su 6000 battute minime, senza perdere ritmo e con un filo più cattivo nei passaggi in cui “l’algoritmo” diventa il vero protagonista della storia.

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      Cronaca Nera

      Garlasco, Angela Taccia racconta il dramma della madre di Sempio: «È in Psichiatria, ci resterà almeno una settimana»

      A Quarto Grado, Angela Taccia parla del ricovero della madre di Andrea Sempio e punta il dito contro il clima che da mesi circonda la famiglia dell’indagato.

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        Il dramma vissuto dalla famiglia di Andrea Sempio si arricchisce di un nuovo, doloroso capitolo. A fare il punto sulle condizioni di Daniela Ferrari, madre dell’indagato nel nuovo filone d’inchiesta sul delitto di Garlasco, è stata Angela Taccia, uno dei legali di Sempio, intervenuta a Quarto Grado, il programma condotto da Gianluigi Nuzzi su Rete 4.

        La donna era stata ricoverata all’ospedale di Vigevano dopo avere ingerito una massiccia quantità di farmaci. Le sue condizioni sono migliorate, ma il quadro resta delicato.

        «È uscita dalla Rianimazione, ma è ricoverata in Psichiatria»

        Nel corso della trasmissione, Angela Taccia ha spiegato che Daniela Ferrari ha lasciato il reparto di Rianimazione, ma necessita ancora di cure e monitoraggio specialistico. «Purtroppo non sta bene. È uscita dalla Rianimazione, ma è ancora ricoverata all’ospedale di Vigevano, nel reparto di Psichiatria».

        Secondo quanto riferito dalla legale, il percorso ospedaliero non sarà breve. «Rimarrà ricoverata almeno per una settimana», ha aggiunto, sottolineando che i medici stanno lavorando per individuare una terapia farmacologica adeguata che possa aiutarla a recuperare serenità ed equilibrio dopo settimane particolarmente difficili.

        Il peso delle polemiche sulla famiglia Sempio

        Angela Taccia ha poi allargato il discorso al clima che, a suo giudizio, da mesi grava sulla famiglia del suo assistito. La legale ha fatto riferimento alle numerose ricostruzioni, ai commenti e alle indiscrezioni che hanno coinvolto anche persone estranee all’inchiesta.

        Secondo l’avvocato, il peso di questa esposizione avrebbe avuto conseguenze pesanti sul nucleo familiare.

        «I sensi di colpa dovrebbero averli altri»

        La legale di Andrea Sempio non ha nascosto la propria amarezza e ha preso apertamente le difese del suo assistito e dei suoi familiari. «Sono loro che dovrebbero avere dei sensi di colpa e non il mio assistito», ha dichiarato con fermezza.

        Parole pronunciate in uno dei momenti più delicati attraversati dalla famiglia Sempio, mentre il nuovo filone d’indagine sul delitto di Chiara Poggi continua a tenere alta l’attenzione mediatica.

        Le condizioni di Daniela Ferrari vengono seguite dai medici dell’ospedale di Vigevano e, secondo quanto riferito, la situazione clinica sarebbe in miglioramento, pur richiedendo ancora tempo e cure specifiche.

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          Mondo

          Trump festeggia la «figlia eccezionale», ma nella foto non c’è Ivanka: la gaffe che fa impazzire i social

          Donald Trump celebra una misteriosa «grandissima figlia», ma la donna nella fotografia non è né Ivanka né Tiffany. E sui social si scatena la caccia all’identità della bionda misteriosa.

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            Nel giorno della Festa del Papà americana, Donald Trump è riuscito ancora una volta a monopolizzare l’attenzione dei social. Stavolta, però, non per un comizio o una dichiarazione politica, ma per una fotografia che ha lasciato molti osservatori decisamente perplessi.

            Il presidente degli Stati Uniti ha infatti pubblicato su X un messaggio dal tono affettuoso e celebrativo: «Great daughter. My Honor!!! President DJT», ovvero «Grandissima figlia. Il mio onore!!». Ad accompagnare le parole, però, c’era la fotografia di una donna bionda seduta su un divano che non corrispondeva né a Ivanka Trump né a Tiffany Trump.

            La misteriosa bionda e la caccia all’identità

            La curiosità è esplosa immediatamente. Chi era quella donna? E soprattutto perché Trump la definiva una figlia?

            Nel giro di poche ore gli utenti hanno individuato la protagonista dello scatto. Si tratta di Margo Catsimatidis, moglie del miliardario John Catsimatidis, imprenditore e vecchio amico del presidente americano.

            Secondo alcune ricostruzioni, la fotografia potrebbe essere stata scattata a Camp David molti anni fa, forse durante l’amministrazione Clinton.

            I dubbi e le battute sui social

            Il fatto che Margo Catsimatidis non abbia alcun legame di parentela con Trump ha inevitabilmente alimentato domande e interpretazioni. Alcuni utenti si sono chiesti se il presidente si fosse semplicemente confuso, mentre altri hanno ipotizzato che il riferimento fosse in realtà alla figlia della coppia, Andrea Catsimatidis, oggi presidente del Partito Repubblicano di Manhattan.

            Tra i commenti più pungenti è spiccato quello del podcaster canadese Chris LaBossiere, che ha scritto: «Pensa sia Tiffany. L’America ha bisogno di una riunione di famiglia con nonno».

            L’ennesimo mistero firmato Trump

            Che si sia trattato di una semplice svista, di un errore nella scelta della fotografia o di qualcosa di diverso, resta il fatto che il messaggio del presidente ha generato un piccolo caso mediatico.

            Del resto Donald Trump ha spesso trasformato i propri profili social in una fonte inesauribile di sorprese, alimentando discussioni, ironie e interpretazioni. E anche questa volta, più che la frase d’auguri, è stata l’identità della presunta «figlia eccezionale» a conquistare la scena.

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              In primo piano

              Sabato 27 giugno l’onda dell’orgoglio LGBTQIA+ invade la città: tutto su orari, percorso e super party finale

              Si parte nel pomeriggio da Stazione Centrale per un lungo pomeriggio di musica, diritti e volti noti, fino al grande show gratuito all’Arco della Pace. Caccia aperta agli ultimi volontari.

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              Sabato 27 giugno l’onda dell'orgoglio LGBTQIA+ invade la città: tutto su orari, percorso e super party finale

                La macchina del gossip e dei grandi eventi milanesi si sta scaldando per l’appuntamento più colorato, atteso e fotografato dell’anno. Sabato 27 giugno la città si fermerà per fare spazio all’attesissimo Milano Pride, l’evento pop per eccellenza che ogni estate trasforma le vie del centro in una passerella di diritti, look pazzeschi, musica travolgente e, come sempre, tantissimi volti noti dello spettacolo e dei social pronti a scendere in strada.

                Se non volete perdervi nemmeno un bacio a favore di flash o il carro della vostra star preferita, ecco la guida definitiva per vivere l’evento dall’inizio alla fine, con tutti i dettagli e gli orari da segnare in agenda.

                La scaletta della giornata: dalla Centrale all’Arco della Pace

                L’appuntamento per i primi scatti social e per scaldare i motori è fissato per il primo pomeriggio. Il programma ufficiale prevede tappe ben scandite:

                • Ore 15:30 – Il Red Carpet dell’Orgoglio: Inizia il concentramento ufficiale in via Vittor Pisani, proprio di fronte alla maestosa cornice della Stazione Centrale. È qui che i carri allegorici e i partecipanti si raduneranno per gli ultimi ritocchi al trucco e ai costumi.
                • Ore 16:00 – Si accendono i motori: La testa del corteo si muoverà ufficialmente da Piazza della Repubblica, dando il via alla vera e propria parata che sfilerà nel cuore di Milano.
                • Dalle ore 18:30 – Il Grande Show: Il traguardo finale è l’Arco della Pace. Sotto il monumentale arco milanese si accenderanno i riflettori sull’evento clou, che lascerà prima spazio alle voci più importanti degli attivisti e delle associazioni della comunità Lgbtqia+, per poi trasformarsi in un gigantesco party pubblico e completamente gratuito all’aperto, dove si ballerà fino a tarda notte.

                Un Pride per tutti: mappa dell’accessibilità e zone “relax”

                Gli organizzatori hanno pensato davvero a tutto, rendendo la manifestazione una delle più inclusive di sempre anche dal punto di vista logistico. Per chi vuole godersi la sfilata senza stress, sul sito ufficiale è disponibile una speciale mappa dell’accessibilità (scaricabile anche in formato PDF).

                La guida segnala strategicamente le aree d’ombra per sfuggire alla calura estiva, i punti di ristoro dove trovare acqua fresca e delle vere e proprie zone di decompressione per rilassarsi lontano dal caos dei carri. Non solo: la mappa evidenzia i tratti stradali più insidiosi con pavé o pendenze, suggerendo l’uso delle piste ciclabili per facilitare il passaggio di passeggini e sedie a rotelle.

                Ultima chiamata per i “Pride Helpers”

                Dietro a un evento di questa portata c’è un lavoro immenso. Se oltre a ballare e scattare selfie volete essere i veri protagonisti della giornata ed entrare nel backstage dell’organizzazione, i casting per i volontari sono ancora aperti. Basta iscriversi sul portale dedicato (volontari.milanopride.it) per dare una mano a gestire la sfilata e fare la differenza nel giorno più colorato dell’anno.

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