Politica
L’eredità di Sangiuliano: un esercito di consulenti e nomine “di famiglia”
Chi sono i prescelti e quali incarichi strategici sono stati distribuiti? Il nuovo ministro Giuli eredita una lista di consulenti e un sistema di nomine che promettono di far discutere.
Gennaro Sangiuliano, l’ex ministro della Cultura noto più per le sue nomine che per le sue imprese culturali, ha lasciato il Collegio Romano. Ma, prima di spegnere le luci del suo sfarzoso ufficio, ha trovato il tempo di lasciare un’impronta indelebile. No, non stiamo parlando di un monumento o di un’iniziativa culturale rivoluzionaria, ma di una serie di nomine che sembrano più un’eredità di famiglia che una strategia per rilanciare il panorama culturale italiano.
L’ultimo colpo di coda del ministro uscente è stato infatti quello di insediare un numero impressionante di “esperti” in una delle commissioni più ambite del Ministero: quella che seleziona i film da sovvenzionare con i contributi pubblici. Un pozzo senza fondo che distribuisce oltre 50 milioni di euro alle pellicole ritenute degne di supporto statale, e quindi un terreno fertile per piazzare qualche amico o sodale. Sangiuliano, che evidentemente coltivava il sogno di sottrarre l’egemonia culturale alla sinistra, ha deciso di lasciare il suo segno con un’infornata di nomine amiche.
E così, tra un decreto e l’altro, ha infilato una sfilza di consulenti che farebbe invidia alla più attrezzata delle aziende familiari. Il nuovo ministro, Alessandro Giuli, si ritrova ora a gestire un’eredità piuttosto scomoda: ben 18 consulenti nominati da Sangiuliano, con l’ambizione (mancata) di arrivare a 30. Per fare un confronto, il suo predecessore Dario Franceschini si era fermato a 13. Il problema, per Giuli, non è tanto il numero, quanto la qualità delle nomine.
Tra i nomi scelti dall’ex ministro, spiccano alcuni giornalisti d’area e figure note al grande pubblico, come Francesco Specchia di Libero. Ma la vera chicca è la nomina di Manuela Maccaroni, avvocata che era già presidente, a titolo gratuito, dell’Osservatorio per la parità di genere del Ministero. Grazie alla nuova nomina, Maccaroni passerà all’incasso con un modesto compenso di 15 mila euro. Un ultimo regalo di Sangiuliano a una vecchia conoscenza, incontrata anni fa in Rai.
Ma non è finita qui. La lista delle “consulenze amiche” include anche Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra che insiste per essere chiamata al maschile in omaggio alla battaglia di Giorgia Meloni contro il femminile forzato. La Venezi, che non ha mai nascosto le sue simpatie di estrema destra (con un padre candidato sindaco per Forza Nuova a Lucca), ha ottenuto una consulenza per la musica del valore di 30 mila euro l’anno. Come se non bastasse, sarà anche alla direzione del concerto per il G7 della Cultura a Pompei, un incarico che si è praticamente auto-assegnata.
Questo sistema di nomine, che potremmo definire con una buona dose di ironia un “sistema tribale”, si fonda su fedeltà politica e legami personali, con un forte accento sulla territorialità. Prendiamo, ad esempio, Silverio Sica, il legale del ministro che ha promesso battaglie giudiziarie contro Maria Rosaria Boccia e i giornalisti “cattivi”. Sica è il fratello di Salvatore Sica, un altro fedelissimo di Sangiuliano, nominato consigliere per la tutela del diritto d’autore e digitalizzazione, e poi promosso presidente del Comitato consultivo per il diritto d’autore. Un’altra bella coincidenza, non trovate?
E non è l’unico caso. Luciano Schifone, un ex eurodeputato di MSI-AN e padre della deputata di FdI Marta Schifone, era stato scelto come consigliere per il Mezzogiorno. Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica di Sangiuliano, ha una storia familiare altrettanto interessante: è figlio di Mario Merlino, un tempo estremista di destra coinvolto in vicende oscure come quella della strage di Piazza Fontana.
Queste nomine spericolate e i premi fedeltà distribuiti a pioggia rimarranno come la vera eredità di Sangiuliano al ministero della Cultura. Un’eredità che non sarà facile scrollarsi di dosso. Il ministero, insomma, è stato trattato come un terreno di conquista personale, con incarichi distribuiti a destra e a manca, spesso senza particolari competenze se non quella di essere amici o parenti della persona giusta.
Il caso più emblematico è forse quello di Francesco Giubilei, a cui Sangiuliano aveva assegnato un incarico di consigliere. Giubilei, presidente della fondazione Tatarella, aveva ricevuto un contributo di 46 mila euro dal Ministero della Cultura. La vicenda era finita sotto i riflettori, tanto che Giubilei si era dovuto dimettere. Quindici mesi dopo, anche Sangiuliano ha dovuto fare le valigie. Ma le sue nomine, a differenza di lui, rimarranno ben salde al loro posto, pronte a perpetuare un sistema di fedeltà e amicizie che non sembra destinato a finire presto.
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Politica
Vannacci, bufera. Matilde Siracusano: «Mi ha spogliata, lo denuncio». E attacca: «Che cosa vile, siamo arrivati troppo in basso»
La sottosegretaria di Forza Italia reagisce all’immagine manipolata e rilanciata sui social dal leader di Futuro Nazionale: sotto la giacca scompare il top e compare una profonda scollatura. «Non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale». Poi annuncia gli avvocati e stronca l’ipotesi di un’alleanza futura: «Sarebbe un problema serio».
«Mi ha spogliata, lo denuncio». Matilde Siracusano non ha nessuna intenzione di lasciar correre dopo la fotografia manipolata e rilanciata sui social da Roberto Vannacci alla vigilia delle elezioni suppletive di Reggio Calabria. Nell’immagine la sottosegretaria di Forza Italia appare seduta a tavola insieme al candidato del centrodestra Fabio Roscioli e a Claudio Lotito, ma qualcuno ha alterato il suo abbigliamento rispetto alla fotografia originale: sotto la giacca il top scompare e lascia il posto a una scollatura molto più profonda.

La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, compagna del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, reagisce duramente. Siracusano parla di un gesto «vile», annuncia di avere già coinvolto i propri avvocati e trasforma l’episodio in un caso che va molto oltre una fotografia farlocca pubblicata sui social. L’immagine compare infatti nel pieno di una campagna elettorale e la manipolazione interviene direttamente sul suo corpo e sul modo nel quale appare vestita.
«Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale», attacca Siracusano. E sulla decisione di rivolgersi alla magistratura non mostra esitazioni: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati».
Vannacci rilancia la foto modificata: sotto la giacca di Siracusano scompare il top
Il caso nasce da un post di Vannacci in vista delle elezioni suppletive per la Camera a Reggio Calabria del 27 e 28 settembre. L’ex generale invita i cittadini ad andare a votare e accompagna il messaggio con una fotografia nella quale compaiono Matilde Siracusano, Fabio Roscioli e Claudio Lotito.
Il problema emerge confrontando quello scatto con l’immagine originale. Qualcuno ha modificato artificialmente l’abbigliamento di Siracusano: nella nuova versione la sottosegretaria mostra una scollatura molto più profonda e non indossa più il top che compare invece nella fotografia autentica. La manipolazione scatena immediatamente una bufera politica e Siracusano spiega che chi ha realizzato il contenuto ha preso lo scatto originale dal suo profilo personale Instagram.
La sottosegretaria non conosce personalmente Vannacci e racconta di averlo soltanto incrociato indirettamente attraverso le sue apparizioni pubbliche: «No. Per nulla. È capitato forse di incrociarne le gesta o le provocazioni in qualche talk politico. Ma non l’ho mai conosciuto».
Proprio per questo, racconta, la modifica della fotografia l’ha lasciata inizialmente incredula, prima di provocare una reazione durissima.
Siracusano furiosa: «Che cosa vile, non pensavo si potesse arrivare così in basso»
La prima reazione della sottosegretaria non lascia spazio a interpretazioni: «Che cosa vile».
Siracusano chiarisce anche il significato che attribuisce alla parola: «Ma nel senso più pieno e anche etimologico: cosa povera, che non vale nulla. È assurdo doversi occupare, e nel 2026, di questi mezzucci usati contro gli avversari… Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale».
A irritarla particolarmente è il fatto che la manipolazione non riguardi una posizione politica, una dichiarazione o una scelta compiuta nell’esercizio del proprio incarico, ma direttamente il suo corpo. Siracusano lo dice esplicitamente: «Spogliare con un software la compagna del presidente della Regione e trasformarla in uno strumento di propaganda è una cosa che trovo peraltro ridicola, oltre che profondamente grave».
La sottosegretaria aveva già definito l’episodio un «vero e proprio schifo che va arginato», spiegando di conoscere bene gli attacchi sessisti ma di considerare quanto accaduto qualcosa di diverso proprio per il modo in cui qualcuno ha manipolato una sua fotografia reale e l’ha inserita nella propaganda politica.
«Sono senza parole. Anzi, qualcuna in siciliano ce l’avrei»
C’è poi un passaggio nel quale Siracusano lascia capire molto chiaramente quale sarebbe stata la sua reazione se non ricoprisse un incarico istituzionale.
«Vorrei dire che sono senza parole. In realtà qualche parola ce l’avrei. In siciliano, della mia terra. Molto chiara e netta», racconta. Poi aggiunge: «Ma poiché io rappresento l’istituzione, e ho il dovere di contenere sia l’irritazione sia la pena, per ora diciamo che si muoveranno i miei avvocati. Comunque è un attacco scadente che qualifica pienamente chi lo ha fatto».
Siracusano ha dunque già coinvolto i legali e annuncia di voler procedere contro Vannacci, sostenendo che la pubblicazione dell’immagine abbia superato il confine della normale polemica politica.
Alla domanda se intenda denunciarlo risponde senza esitazione: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati. Quello che ha fatto è reato. Non si può consentirlo a nessuno, figuriamoci a qualcuno che chiede, anzi minaccia, di andare in Parlamento».
Questa resta naturalmente la valutazione espressa dalla sottosegretaria. Qualora Siracusano formalizzi la denuncia, spetterà alla magistratura stabilire l’eventuale rilevanza penale della condotta.
Non è la prima polemica di Vannacci per immagini manipolate
Il caso Siracusano arriva inoltre a poco più di due mesi da un’altra durissima polemica provocata da contenuti artificiali comparsi sui social di Vannacci. A luglio un video raffigurava l’ex generale nelle vesti di un imperatore romano mentre alcuni avversari politici, tra i quali Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, comparivano legati nell’arena all’interno di una rappresentazione violenta. Il filmato provocò numerose reazioni politiche e anche Giorgia Meloni prese pubblicamente le distanze da quelle immagini.
Questa volta cambia il meccanismo: non compare una scena completamente immaginaria, ma una fotografia reale nella quale qualcuno ha alterato l’abbigliamento di una sottosegretaria.
Proprio questo elemento occupa il centro della reazione di Siracusano, che contesta l’uso della propria immagine e del proprio corpo come strumenti per un messaggio politico.
Tajani e Forza Italia contro Vannacci
La vicenda provoca una reazione immediata anche dentro Forza Italia. Antonio Tajani esprime solidarietà a Siracusano e definisce l’attacco «volgare e inaccettabile», collegandolo, nella propria valutazione politica, alla mancanza di contenuti di chi lo ha ideato.
Anche altri esponenti politici intervengono sulla vicenda. Le critiche non riguardano soltanto l’effetto della fotografia, ma il principio che porta con sé: modificare artificialmente il corpo e l’abbigliamento di una persona reale per trasformarne l’immagine in materiale di propaganda.
Siracusano, dal canto suo, sottolinea di non essere neppure candidata alle suppletive di Reggio Calabria e considera quindi ancora più grave il fatto che qualcuno l’abbia trasformata nel bersaglio visivo della campagna.
Siracusano chiude anche all’alleanza: «Con Vannacci sarebbe un problema serio»
Ma la vicenda potrebbe lasciare conseguenze che vanno ben oltre la denuncia annunciata. A Siracusano viene posta anche una domanda tutta politica: che cosa accadrebbe se, in futuro, il centrodestra al quale appartiene Forza Italia decidesse di stringere un’alleanza con Vannacci?
La risposta è altrettanto netta: «Beh. Sarebbe un problema serio».
La sottosegretaria precisa immediatamente che il giudizio non nasce soltanto dalla fotografia che la riguarda: «E naturalmente non solo per quest’ultimo, comunque emblematico episodio. Io avevo già espresso, anche prima di questa caduta, tutte le mie perplessità sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci…».
La fotografia manipolata rischia così di diventare qualcosa di più di un incidente social nel pieno della campagna per le suppletive. Siracusano annuncia un’azione legale e contemporaneamente mette sul tavolo una questione politica destinata a pesare anche in futuro, quella dei rapporti tra il centrodestra e il movimento di Vannacci.
Il punto di rottura, almeno nelle parole della sottosegretaria, nasce proprio da ciò che compare in quella fotografia: qualcuno ha preso l’immagine reale di una donna, ne ha modificato artificialmente il corpo e l’abbigliamento e l’ha trasformata in uno strumento di comunicazione politica. Siracusano non intende liquidare tutto come una provocazione di cattivo gusto e ha già annunciato di essersi rivolta ai propri legali.
La battaglia nata sui social potrebbe quindi spostarsi in un’aula giudiziaria, mentre sul piano politico resta aperta una frattura che Siracusano descrive senza ambiguità quando parla della possibilità di ritrovarsi un giorno alleata con Vannacci: «Sarebbe un problema serio».
Politica
Vannacci, altro che Generale: a casa comanda Camelia. Lady Russia, la vodka per Putin e quegli anni «fantastici» a Mosca
Presidente dell’associazione dei coniugi degli ufficiali stranieri durante gli anni trascorsi in Russia, Camelia avrebbe definito quel periodo «uno dei più fantastici della sua vita». Poi il video con la vodka e il brindisi «a Vladimir». Lei nega di influenzare politicamente il marito, ma una domanda resta inevitabile: quanto pesa Lady Vannacci sulla passionaccia russa del Generale?
Roberto Vannacci sarà pure il Generale, ma a casa sua i gradi sembrano distribuirli altrove. Per capire chi occupi davvero il vertice della catena di comando familiare basta ascoltare Camelia Mihailescu, sua moglie, che sull’argomento non ha mai mostrato particolari complessi: la loro, ha spiegato, è una famiglia dalla «cultura matriarcale».
E considerando che in casa ci sono anche due figlie, al povero Generale non resta che accettare la schiacciante inferiorità numerica.
La faccenda diventerebbe soltanto un gustoso quadretto familiare se Lady Vannacci non avesse alle spalle una storia personale parecchio più interessante di quella della semplice consorte del politico. Camelia è romena, figlia di un ufficiale, possiede due lauree, parla quattro lingue e ha frequentato per anni ambienti militari e diplomatici. Soprattutto ha vissuto a Mosca insieme al marito, quando Vannacci prestava servizio in Russia, e di quel periodo conserva evidentemente ricordi tutt’altro che traumatici.
Tanto che, stando a quanto riportato dal Financial Times, avrebbe definito gli anni moscoviti «uno dei periodi più fantastici della sua vita».
E allora la domanda maliziosa nasce quasi da sola: dietro la passionaccia russa di Roberto Vannacci c’è anche lo zampino del vero Generale di casa?
Camelia Mihailescu, la vera comandante di casa Vannacci
La biografia di Camelia è decisamente meno ordinaria di quanto potrebbe suggerire l’etichetta di «moglie di». Nata in Romania e cresciuta in una famiglia legata alle forze armate, prima di trasferirsi in Italia ha lavorato anche nell’ambiente dell’Università Nazionale di Difesa di Bucarest. Le cronache riferiscono inoltre di un’attività in un ufficio legato alla gestione di documenti classificati.
Quando Vannacci si trovava di stanza a Mosca, poi, Camelia non trascorreva certamente le giornate aspettando che il marito tornasse a casa.
Era diventata presidente dell’Afasa, Air Force Officers Spouse Association, l’associazione dei coniugi degli ufficiali militari stranieri presenti nella capitale russa, e organizzava iniziative ed eventi culturali. Una posizione che le permetteva inevitabilmente di frequentare quel piccolo mondo nel quale diplomazia, famiglie degli ufficiali e ambienti militari internazionali finivano continuamente per incrociarsi.
Insomma, mentre il marito faceva il militare, Lady Vannacci costruiva relazioni e conosceva persone. Altro che moglie del Generale relegata tre passi indietro nelle fotografie ufficiali.
Gli anni «fantastici» a Mosca e il mistero della passione russa
È proprio il capitolo russo ad aver riacceso adesso la curiosità attorno alla coppia. Vannacci ha assunto negli anni posizioni molto critiche verso le politiche occidentali sulla guerra in Ucraina e favorevoli alla riapertura dei rapporti con Mosca, pur respingendo l’etichetta di filo-putiniano che gli viene attribuita dai suoi avversari.
Camelia, dal canto suo, nega di aver trasformato il marito in qualcosa che non fosse già. E non esistono elementi che permettano di attribuirle la paternità politica delle sue posizioni.
Questo, però, non rende meno curioso il rapporto della signora Mihailescu con la Russia, soprattutto dopo la ricostruzione del suo passato moscovita e quella definizione degli anni trascorsi lì come uno dei periodi più belli della propria vita.
La domanda, quindi, resta inevitabilmente sospesa: quanto della familiarità di Vannacci con il mondo russo appartiene esclusivamente alla sua esperienza professionale e quanto è diventato negli anni anche patrimonio familiare?
Lady Vannacci stappa la vodka: «Agli amici russi e a Vladimir»
A rendere tutto infinitamente più divertente ci ha pensato recentemente proprio Camelia.
Davanti alle polemiche sui rapporti con Mosca e alla definizione del marito come possibile «cavallo di Troia» russo nella politica italiana, Lady Vannacci non ha convocato un avvocato, non ha scritto un comunicato di dodici pagine e soprattutto non si è rifugiata nel silenzio.
Ha preso una bottiglia di vodka.
In un video social si è presentata in versione ironicamente russa e ha alzato il bicchiere dedicando il brindisi agli «amici russi», a «Vladimir» e al «cavallo di Troia italiano», evidente riferimento al marito e alle accuse che lo riguardano.
Una risposta che può piacere oppure no, ma che chiarisce almeno una cosa: Camelia Mihailescu non sembra esattamente una signora intimidita dalle polemiche.
Due lauree, quattro lingue e un Generale da tenere a bada
Il personaggio, del resto, è parecchio più strutturato della caricatura di Lady Vannacci. Camelia possiede una formazione universitaria, parla rumeno, italiano, inglese e francese e proviene da un ambiente nel quale uniformi, gerarchie e disciplina facevano parte della quotidianità ben prima che incontrasse Roberto Vannacci.
I due si conobbero a Bucarest quando il futuro europarlamentare si trovava in Romania per ragioni di servizio e da allora hanno costruito una famiglia con due figlie. Nel frattempo lei ha scelto di dedicarsi soprattutto alla famiglia, ma negli ultimi tempi la sua presenza pubblica è diventata molto più visibile, anche attraverso i social e gli interventi in difesa del marito.
Ed è proprio qui che Camelia rischia di diventare politicamente interessante. Non perché esistano prove di una regia occulta della signora Mihailescu dietro Futuro Nazionale, ma perché accanto a un leader fortemente personalizzato comincia a emergere una moglie che possiede carattere, storia personale e capacità comunicativa sufficienti per non limitarsi al ruolo decorativo della consorte sorridente.
Il Generale Vannacci ha trovato qualcuno che non prende ordini
Camelia sostiene di non dettare la linea politica del marito e non c’è ragione di trasformare una suggestione in una certezza. Ma il quadretto rimane irresistibile.
Lui è stato comandante degli incursori, generale dell’Esercito, europarlamentare e adesso leader di Futuro Nazionale. Lei è cresciuta con un padre ufficiale, ha lavorato nell’ambiente militare romeno, ha frequentato quello diplomatico internazionale a Mosca, parla quattro lingue e, quando qualcuno insinua che suo marito sia il cavallo di Troia di Putin, stappa la vodka e brinda a Vladimir.
Poi torna a casa dal Generale.
Dove, per sua stessa ammissione, vige una cultura matriarcale.
A questo punto resta soltanto un dubbio: Roberto Vannacci avrà pure comandato reparti militari in mezzo mondo, ma quando varca la porta di casa deve mettersi sull’attenti?
Politica
Fabrizio Corona prepara la sua squadra: «Metterò persone di mia fiducia». Ecco chi potrebbe portare con sé in politica
Dopo la discesa in campo arriva la frase che apre il vero rebus: chi sceglierà Fabrizio Corona per presentarsi alle elezioni? Il fondatore vuole «tirare le fila» e affidare il movimento a uomini e donne di sua fiducia.
«Metterò persone di mia fiducia». Fabrizio Corona ha appena pronunciato la frase che potrebbe trasformare la sua annunciata discesa in politica da provocazione mediatica a qualcosa di decisamente più concreto.
Perché se Corona non può candidarsi personalmente, questo non significa che debba rinunciare a costruire il suo movimento, scegliere chi dovrà rappresentarlo e soprattutto chiedere agli italiani di votarlo.
O, più precisamente, di votare le persone indicate da lui.
È questo il nuovo scenario che si apre attorno a “Per la Verità”, il movimento con il quale l’ex re dei paparazzi ha annunciato di voler entrare nella politica italiana. Corona ha già un nome, un simbolo, una prima bozza di programma e soprattutto milioni di persone che seguono i suoi contenuti. Adesso manca il passaggio più delicato: trovare i candidati.
E lui ha già fatto capire come intende sceglierli.
«Tirerò le fila»: Corona vuole comandare anche senza candidarsi
Sul passato giudiziario di Corona pesa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, pena accessoria legata alla condanna definitiva del 2013 per l’estorsione ai danni dell’ex calciatore David Trezeguet.
Nelle condizioni attuali, dunque, la strada verso una candidatura personale appare sbarrata.
Corona, però, sembra considerare il problema quasi secondario.
«Questo non vuol dire che io non possa tirare le fila di un gruppo di persone di mia fiducia», ha spiegato.
Ed è proprio quel «tirare le fila» a raccontare molto più di quanto sembri.
Corona potrebbe restare fuori dalle liste e diventare comunque il leader politico, il volto pubblico, il principale comunicatore e l’uomo incaricato di scegliere chi dovrà rappresentare “Per la Verità” nelle istituzioni.
Un modello che ricorda inevitabilmente, pur con storie e percorsi completamente differenti, quello utilizzato da Beppe Grillo nella prima fase del Movimento 5 Stelle.
Chi sono le «persone di fiducia» che Corona vuole candidare?
Adesso arriva la domanda che rischia di scatenare il toto-nomi: chi sono le persone di fiducia di Fabrizio Corona?
L’ex agente fotografico non ha ancora presentato una squadra e sarebbe quindi arbitrario attribuire candidature a personaggi che non le hanno mai annunciate. Ma proprio la natura del progetto rende interessante capire quale bacino potrebbe utilizzare per costruire le proprie liste.
Corona negli ultimi anni ha creato intorno a Falsissimo un universo composto da collaboratori, professionisti, personaggi dello spettacolo, imprenditori e figure provenienti dal mondo della comunicazione e dei social.
La vera sorpresa potrebbe essere proprio qui.
Il movimento potrebbe cercare volti già conosciuti dal pubblico oppure scegliere persone completamente estranee alla politica tradizionale. E Corona dovrà decidere quanto spazio concedere ai personaggi mediatici e quanto, invece, puntare su candidati capaci di dare al progetto una credibilità politica e amministrativa.
Perché mettere un volto famoso in una lista può portare attenzione. Costruire un partito capace di arrivare alle urne è un’altra faccenda.
Corona guarda già ai sondaggi: «Se supero il 3% sono cazzi amari»
Che Corona voglia misurare rapidamente il peso della propria operazione lo dimostrano anche le sue parole sui primi eventuali sondaggi.
«Vediamo tra uno o due giorni a quanto mi danno, perché se mi danno oltre il tre sono cazzi amari per tutti», ha annunciato.
Il riferimento al 3% non è casuale nella costruzione del suo racconto politico. Corona vuole capire se il pubblico gigantesco che segue ogni puntata di Falsissimo possa diventare qualcosa di diverso da una platea digitale.
La domanda vale milioni di visualizzazioni ma, soprattutto, potrebbe valere voti.
Chi guarda Corona voterebbe un partito fondato da Corona? E soprattutto lo voterebbe anche sapendo che Corona non comparirebbe personalmente sulla scheda elettorale?
È probabilmente questo il primo vero test di “Per la Verità”.
Destra, sinistra? Corona vuole pescare voti ovunque
Anche il programma presentato finora sembra costruito per rendere difficile una collocazione tradizionale.
Corona parla di espulsione degli immigrati irregolari e attacca la pressione fiscale, ma contemporaneamente sostiene la legalizzazione delle droghe e la regolamentazione della prostituzione. Punta il dito contro le Big Tech, mette l’intelligenza artificiale tra i temi del futuro del lavoro e si definisce «liberale e antisistema».
Ha inoltre attaccato direttamente Giorgia Meloni, contestando al governo di aver tradito alcuni dei principi sui quali la destra aveva costruito la propria identità.
La strategia appare evidente: provare a intercettare il voto di chi non si riconosce più nei partiti tradizionali, indipendentemente dalla provenienza politica.
Ed è proprio per questo che la scelta dei candidati diventerà fondamentale. Le «persone di fiducia» dovranno rappresentare un movimento che vuole pescare contemporaneamente nell’astensione, nel voto di protesta e nel pubblico che Corona ha costruito attraverso i social.
Dopo “Falsissimo”, Corona vuole trasformare i follower in elettori
La grande arma di Corona rimane la comunicazione.
Con Falsissimo ha costruito un proprio sistema capace di raggiungere direttamente milioni di utenti. Con King TV vuole spingersi ancora oltre, creando una piattaforma indipendente per distribuire i propri contenuti e sviluppare un ecosistema che possa vivere senza televisioni e media tradizionali.
Ora prova il salto più difficile: trasformare follower e spettatori in elettori.
E la frase «metterò persone di mia fiducia» indica che Corona ha già compreso il principale ostacolo della sua operazione. Se non potrà essere lui a comparire sulla scheda, dovrà convincere il proprio pubblico a mettere una croce accanto ai nomi scelti da lui.
È qui che il progetto smette di essere soltanto un video virale.
Un simbolo si può disegnare in poche ore. Un programma si può annunciare davanti a una telecamera. Un movimento può nascere sui social. Ma per andare davvero alle elezioni servono uomini, donne, liste e una macchina organizzativa.
Corona assicura di volerla costruire.
Adesso resta soltanto da capire chi saranno le sue «persone di fiducia». Ed è molto probabile che, quando cominceranno a uscire i primi nomi, la discesa in campo di Fabrizio Corona diventi ancora più rumorosa.
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