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Totti e Chanel: un rapporto tra alti e bassi, pronto a sbocciare in vista del 18esimo compleanno

Francesco e la figlia Chanel un rapporto tra alti e bassi segnato da incomprensioni e silenzi, soprattutto dopo la separazione dei genitori.

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    Chanel Totti, secondogenita di Francesco Totti e Ilary Blasi, è nata il 13 maggio 2005 e ha da poco compiuto 18 anni. La sua relazione con il padre è sempre stata al centro del gossip, soprattutto negli ultimi tempi, a causa di alcune incomprensioni che sembrano però essere state superate. Ma si sà tra padre e figlie qualche attrico c’è sempre. Negli ultimi mesi, i fan della famiglia Totti avevano notato un certo raffreddamento nel rapporto tra cotanto padre e la quasi maggiorenne Chanel. L’assenza di dediche social reciproche e, soprattutto, il silenzio della ragazza durante il compleanno dell’ex capitano della Roma avevano fatto pensare a una possibile crisi. Insomma hanno attraversato un periodo difficile, segnato da normali incomprensioni e silenzi, soprattutto dopo la separazione tra Francesco Totti e Ilary Blasi. Ma…

    E’ tornato il sereno a casa Totti

    Tuttavia, sembra che le tensioni siano ormai alle spalle. Infatti, padre e figlia hanno trascorso insieme le vacanze di Capodanno, in compagnia di Noemi Bocchi, la compagna di Totti. Un segnale di distensione che fa ben sperare nel futuro del loro rapporto. In vista del 18esimo compleanno di Chanel, che si terrà il prossimo maggio, Francesco Totti si sta dimostrando un padre molto presente e attento. Secondo indiscrezioni l’ex calciatore sarebbe coinvolto attivamente nei preparativi della festa, a dimostrazione del suo desiderio di recuperare il tempo perso e rafforzare il legame con sua figlia.

    Pace fatta quindi…?

    Nonostante le difficoltà incontrate, sembra che il rapporto tra Francesco e Chanel sia pronto a sbocciare. Il 18esimo compleanno della ragazza potrebbe essere l’occasione per celebrare il loro legame e lasciarsi definitivamente alle spalle le incomprensioni del passato. Nel frattempo, l’ex romanista si gode questo momento speciale, dimostrando di essere un padre presente e amorevole, come è giusto che sia visto che non gli manca proprio nulla…pronto a fare di tutto per la felicità di sua figlia.

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      Personaggi

      Rachael Cavalli e la scelta del hard dopo quattro figli: “Sul primo set ho capito che era la mia vocazione”

      Arrivata a Los Angeles per inseguire la recitazione mainstream, Rachael Cavalli spiega perché ha scelto definitivamente il mondo hard: “Mi sono sentita subito nel posto giusto”.

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        Non sempre Hollywood porta dove si immaginava di arrivare. Lo racconta senza filtri Rachael Cavalli, che ha spiegato come il suo ingresso nell’industria pornografica sia nato quasi per necessità economica, trasformandosi poi in una scelta definitiva e consapevole.

        L’attrice ha raccontato di essere arrivata a Los Angeles con un obiettivo completamente diverso: lavorare nella recitazione mainstream. “In realtà sono venuta a Los Angeles per fare recitazione mainstream”, ha spiegato. L’idea iniziale era utilizzare il settore per adulti soltanto come soluzione temporanea per mantenersi.

        Ma le cose sono andate diversamente.

        “Nel cinema tradizionale condizioni pessime”

        Secondo il racconto di Rachael Cavalli, il mondo della recitazione tradizionale si sarebbe rivelato molto più duro e precario di quanto immaginasse.

        “Pensavo che sarei passata al settore per adulti solo per un breve periodo per tirare avanti”, ha raccontato. Poi però la delusione verso l’industria mainstream: “Era davvero terribile. Sul set a volte mi offrivano solo 150-200 dollari. C’erano condizioni molto pessime sia sul set che fuori”.

        Una descrizione che ribalta completamente l’immaginario glamour spesso associato ai primi passi nel cinema hollywoodiano.

        La proposta arrivata su Twitter

        La svolta sarebbe arrivata in modo semplicissimo: un contatto diretto sui social. “Qualcuno mi ha contattata su Twitter chiedendomi se stessi pensando di fare porno”, ha raccontato.

        E la risposta, a quanto pare, fu immediata: “Assolutamente”.

        Da lì il primo set e la sensazione che le avrebbe cambiato completamente prospettiva. “Anche sul mio primo set ho provato la sensazione: questo è il posto dove devo stare”.

        “Ho trovato la mia vera vocazione”

        La frase più forte del racconto arriva proprio alla fine: “Ho sentito di aver trovato la mia vera vocazione”.

        Una dichiarazione che racconta molto di come, negli ultimi anni, alcune figure dell’industria per adulti abbiano iniziato a descrivere il proprio lavoro non più soltanto come necessità economica o scelta estrema, ma come percorso professionale consapevole e identitario.

        Nel caso di Rachael Cavalli, il racconto assume anche un peso particolare perché arriva dopo la maternità e dopo una vita già molto distante dall’immagine stereotipata della giovane aspirante attrice appena arrivata a Los Angeles.

        E forse è proprio questo che colpisce di più: il modo diretto e quasi sereno con cui descrive una decisione che, ancora oggi, continua inevitabilmente a dividere l’opinione pubblica.

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          Belén Rodriguez, l’abbraccio della tv dopo il ricovero: Matano, Barale e Barbara De Rossi contro odio e vergogna

          Alberto Matano, Barbara De Rossi, Paola Barale, Serena Bortone e Luisella Costamagna hanno parlato pubblicamente delle fragilità di Belén Rodriguez e del tema della depressione. Intanto Cecilia pubblica una frase che sembra dedicata alla sorella.

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            La notizia del ricovero di Belen Rodriguez ha colpito profondamente il mondo dello spettacolo e la televisione italiana. E dopo ore di commenti feroci e polemiche social, da molti programmi è arrivata finalmente una reazione completamente diversa: umana.

            A parlarne apertamente è stato Alberto Matano durante La Vita in Diretta. “Mandiamo un grande abbraccio a Belén, che si possa riprendere presto. Ci fa piacere che sia tornata a casa”, ha detto il conduttore. Poi una riflessione importante: “Mi stupisce che lei non abbia fatto mistero delle sue fragilità”.

            Una frase che racconta bene il nodo centrale di tutta questa vicenda: il coraggio, rarissimo nel mondo dello spettacolo, di mostrare anche la parte più fragile di sé.

            Barbara De Rossi: “La depressione si cura”

            Tra gli ospiti della trasmissione è intervenuta anche Barbara De Rossi, che ha scelto di parlare direttamente della propria esperienza personale.

            “La depressione è una cosa che si cura, bisogna parlarne senza vergogna e senza problemi. Io stessa ne ho sofferto”, ha dichiarato l’attrice.

            Parole importanti perché pronunciate senza retorica e senza quel tono paternalistico che spesso accompagna il tema della salute mentale in televisione.

            Paola Barale e Serena Bortone vicine a Belén

            D’accordo anche Paola Barale, che però ha sottolineato come non tutti abbiano voglia o capacità di esporsi pubblicamente quando attraversano momenti difficili.

            Molto affettuoso anche il messaggio di Serena Bortone: “Voglio mandare un abbraccio a Belén e dirle che l’aspetto a Rai Radio2”.

            Un invito semplice ma pieno di vicinanza umana.

            Luisella Costamagna contro gli haters

            Più duro invece l’intervento di Luisella Costamagna, che ha puntato il dito sia contro gli haters sia contro il giornalista di Vanity Fair che tempo fa aveva intervistato Belén nonostante, secondo molti, apparisse già in evidente difficoltà.

            Una critica che riapre inevitabilmente il tema dei limiti tra informazione, spettacolo e sfruttamento mediatico della fragilità.

            Il messaggio di Cecilia Rodríguez

            Nel frattempo anche Cecilia Rodriguez sembra aver voluto mandare un segnale alla sorella attraverso i social. Una sua storia Instagram con la frase “Abbi cura di ciò che si prende cura di te” è stata interpretata da molti come un messaggio silenzioso ma chiarissimo rivolto proprio a Belén.

            E forse, dentro tutta questa vicenda, è proprio questo il punto più importante: ricordarsi che dietro il personaggio pubblico esiste una persona vera. Con paure, fragilità e momenti di crollo che non dovrebbero mai diventare spettacolo.

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              Personaggi

              Belén, la vergogna siamo noi: dietro quei commenti c’è un Paese che non ha capito nulla della salute mentale

              La vicenda di Belén Rodríguez e le reazioni feroci online raccontano una verità inquietante: in Italia la salute mentale viene ancora derisa, soprattutto se a soffrire è una persona famosa e di successo.

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                Lo dico sinceramente: leggere certi commenti su Belén Rodríguez mi ha fatto schifo. Non indignazione social da due minuti, non la solita rabbia usa e getta che dura il tempo di una story. Schifo vero. Quello che ti resta addosso quando ti rendi conto che, dietro le campagne sulla salute mentale, dietro gli hashtag pieni di cuoricini e dietro le frasi motivazionali condivise sui social, esiste ancora un Paese che davanti alla fragilità ride. Peggio: gode.

                Mercoledì mattina una donna di 41 anni ha urlato aiuto dalla finestra di casa sua. I vicini hanno chiamato il 112. Sono arrivate le volanti, l’ambulanza, i vigili del fuoco. Per ore quella donna non è riuscita ad aprire la porta. Era agitata, confusa, in evidente difficoltà. Poi è stata accompagnata al Policlinico.

                Quella donna si chiama Belen Rodriguez. E improvvisamente, per una parte di questo Paese, la sofferenza è diventata una barzelletta.

                Se sei famosa, allora non hai diritto a stare male

                Perché è famosa, perché è bella. , perché è ricca. Perché è Belén.

                Ho letto commenti disgustosi. Gente che parlava di “sceneggiata”, di “ricerca di attenzione”, di “rottamazione”. Persone convinte che il dolore mentale abbia bisogno di una patente di autenticità. E quella patente, evidentemente, non viene concessa a chi ha successo.

                È questa la verità più orrenda che emerge da tutta questa storia: noi accettiamo la fragilità solo quando ci fa comodo. Solo quando la persona che soffre corrisponde all’immagine che consideriamo “degna” di compassione. Se sei povero, sfortunato, invisibile, allora il tuo dolore ci commuove. Se invece sei famoso, bello e hai soldi, allora no. Allora devi essere per forza un manipolatore, un narcisista, uno che “lo fa per visibilità”.

                La salute mentale non è una colpa

                È una forma di violenza culturale gigantesca, eppure ancora normalizzata.

                Nessuno direbbe mai a una persona colpita da un infarto: “Lo fai per attirare l’attenzione”. Nessuno guarderebbe un diabetico dicendo: “Con tutti i soldi che hai, come ti permetti di stare male?”. Eppure con la salute mentale succede continuamente. Ansia, depressione, attacchi di panico, crolli psicologici: tutto viene ridotto a debolezza, capriccio o spettacolo mediatico. Soprattutto se a viverli è qualcuno che il pubblico ha trasformato in personaggio.

                E Belén questa cosa l’aveva detta chiaramente già tempo fa. Aveva raccontato i suoi attacchi di panico, le sue fragilità, la paura di essere derisa proprio a causa della sua esposizione pubblica. E sapete qual è la parte più tragica? Che aveva ragione.

                Perché alla fine è successo esattamente questo.

                Il problema non è Belén. Siamo noi

                Io continuo a pensare che ci sia qualcosa di profondamente malato in una società che pretende empatia a comando ma poi si diverte davanti al crollo emotivo di una donna solo perché quella donna appare in televisione. Come se il successo cancellasse automaticamente il diritto di stare male. Come se soldi e notorietà fossero una specie di vaccino contro la sofferenza.

                Non lo sono. Non lo sono mai stati. La storia dello spettacolo è piena di persone bellissime, famose, idolatrate e profondamente infelici. Da Marilyn Monroe in poi avremmo dovuto impararlo. E invece siamo ancora qui, a misurare il dolore con il conto in banca.

                E allora forse il problema non è Belén. Forse il problema siamo noi.

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