Cucina
La nuova Stella Michelin 2026 di Milano brilla anche di luce calabrese
Procaccini Milano è un nuovo ristorante stellato della città lombarda per il 2026.
Un progetto giovane, visionario e vincente, guidato dallo Chef Emin Haziri – kosovaro – e da una proprietà interamente calabrese.
Sono giovani, caparbi, ambiziosi. E soprattutto vincenti. Parliamo di Procaccini Milano, il ristorante che porta la firma dello Chef Emin Haziri, appena trentenne, originario del Kosovo e arrivato in Italia nel pieno della guerra balcanica, a soli sette anni. A guidare la Holding proprietaria, insieme allo Chef, troviamo l’amministratore Paolo Marafioti, calabrese doc di San Luca e anch’esso giovanissimo, di pochi anni meno giovane di Haziri.

Lo stesso è supportato nella gestione da Sebastiano Romeo, anche lui calabrese di San Luca e anch’esso giovanissimo. Una squadra che, nonostante l’età, si è imposta con un mix micidiale: talento, tecnica, visione imprenditoriale e un’intesa umana rara. Li intercettiamo pochi minuti dopo la cerimonia al Teatro Regio di Parma, dove la Guida Michelin ha incoronato Procaccini Milano come nuovo stellato del 2026 per la città di Milano: un primato assoluto.
Un progetto-record
Il ristorante ha aperto appena un anno e cinque mesi fa, ma la scalata è stata fulminea. «In soli tre mesi dall’apertura – raccontano – abbiamo ottenuto due forchette del Gambero Rosso, il premio allo Chef come uno dei migliori dell’anno, il riconoscimento del Golosario come miglior ristorante della Lombardia e, dopo appena quattro mesi, l’ingresso in Guida Michelin. Da lì è iniziata una rincorsa che ci porta al risultato di oggi, frutto di passione e sacrifici concentratissimi».

Il concept
Un’idea chiara, controcorrente: alta cucina sì, ma senza rigidità; eleganza sì, ma senza formalismi; esperienza stellata sì, ma con libertà e autenticità. «Volevamo un luogo dove il cliente potesse vivere un servizio di livello Michelin, ma rimanendo a proprio agio. Un ambiente elegante ma non gessato. E soprattutto una cucina capace di proporre sia creatività d’autore sia grandi classici italiani reinterpretati dallo Chef Haziri».
Fiducia totale nello Chef Haziri
Quanto credevate nella Stella? «Avere avuto l’assenso dallo Chef Haziri – che è anche socio – ci ha dato da subito la consapevolezza di aver ingaggiato un numero dieci. La sua mano è evidente in ogni piatto. I feedback dei clienti ci hanno sempre fatto credere che fosse possibile, ma i parametri Michelin sono altissimi. Per questo lo Chef, in primis, ha fatto sacrifici enormi per curare ogni dettaglio. Oggi orgoglio e soddisfazione si mescolano in modo bellissimo».
Perché proprio Haziri
«Cercavamo chi fosse capace non solo di creare un ristorante capace di ambire alla Stella, ma anche di costruire un luogo frequentabile con continuità, anche in abito casual, mi passi il termine. Per fare questo serve arte e qualità. Ho provato i suoi piatti, ho conosciuto la sua storia: Cracco, Enrico Bartolini, il Noma di Copenaghen, Gérald Passedat a Marsiglia, il ruolo di secondo Chef per Antonino Cannavacciuolo a Torino… Non è solo un curriculum, è la somma di esperienze altissime unite a un talento naturale straordinario. Oggi è un punto di partenza di una carriera che – ne sono certo – sarà davvero stellare».
Chi è Haziri sul piano umano
«Emin è un ragazzo straordinario. Ha valori radicati: famiglia, lealtà, lavoro. È onesto, capace, intelligente. Per noi è prima un amico e poi uno Chef. Avevo intuito che le assonanze culturali tra Kosovo e Calabria avrebbero creato un ponte umano speciale. Così è stato».
Chef Haziri, cosa prova?
«Una gioia immensa. Abbiamo lavorato duro, nei dettagli, ogni giorno. Avere un riconoscimento come la Stella Michelin è straordinario. Sono felice per me, per la squadra di cucina e sala, per la mia famiglia e naturalmente per Paolo e Sebastiano, che mi hanno accompagnato con presenza continua in questo percorso».
Quanta Calabria c’è in questo successo?
«La proprietà calabrese mi ha fatto scoprire un lato umano che raramente si trova in un’azienda. Con Paolo e Sebastiano siamo professionisti, certo, ma c’è un’amicizia vera che rende tutto più bello. Abbiamo costruito insieme non solo un progetto d’impresa, ma un rapporto raro e prezioso. Le somiglianze culturali tra Kosovo e Calabria hanno pesato tanto, in positivo».
Milano, la città più dura: qui nasce un record
Procaccini Milano, lo Chef Haziri e la Holding hanno costruito una scalata sorprendente in meno di un anno e mezzo, diventando il riferimento per vip e appassionati che cercano una cucina emozionale ma anche un’eleganza vera.
Raggiungere una Stella è difficilissimo.
Raggiungerla a Milano, una delle piazze più competitive d’Europa, lo è ancora di più. Eppure, da oggi, nel firmamento Michelin della città della moda e del lusso brilla una nuova luce. Una stella che parla anche calabrese, e che porta orgoglio alla nostra Calabria.
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Cucina
Makroud, il diamante dolce del Maghreb: il dessert algerino che profuma di miele, datteri e festa
Ha la forma di un rombo, il cuore morbido di datteri e una cascata di miele che lo rende irresistibile. Il makroud è uno dei dolci simbolo della tradizione algerina e nordafricana: una ricetta antica, nata tra carovane e spezie, che ancora oggi accompagna celebrazioni e incontri di famiglia.
Il dolce che sembra un gioiello
Se esistesse una classifica internazionale dei dolci più eleganti, il makroud entrerebbe di diritto tra i finalisti. Basta guardarlo: piccoli rombi dorati, superficie leggermente incisa, ripieno scuro e profumato, poi quella glassatura di miele che luccica come ambra sotto la luce.
Più che un semplice dessert, il makroud è una dichiarazione d’intenti. Dice subito una cosa: qui si fa sul serio.
Diffuso in gran parte del Maghreb, in particolare in Algeria, Tunisia e Libia, questo dolce è considerato una delle espressioni più raffinate della pasticceria nordafricana.
Ed è anche uno di quei dessert capaci di creare dipendenza già dal primo morso. Con buona pace di chi aveva promesso: “Ne assaggio solo uno”.
Una storia che profuma di deserto e carovane
Le origini del makroud si perdono nei secoli e si intrecciano con la storia commerciale del Nord Africa.
Molti studiosi collocano la nascita della ricetta nell’area di Kairouan, città storicamente crocevia tra cultura araba, berbera e mediterranea. Da lì il dolce si sarebbe diffuso lungo le rotte carovaniere, arrivando in Algeria e diventando parte integrante della tradizione locale.
La sua composizione racconta perfettamente questo passato: semola, datteri, miele e acqua di fiori d’arancio erano ingredienti facili da conservare e preziosi per fornire energia durante i lunghi viaggi nel deserto.
Oggi il makroud è immancabile durante matrimoni, festività religiose come l’Eid al-Fitr e grandi riunioni familiari.
Perché ha una forma a rombo?
Non è solo una questione estetica. Il taglio a losanga permette una cottura uniforme e aiuta il miele a penetrare meglio nella pasta.
Ma diciamolo: ha anche un enorme vantaggio scenografico. Portare in tavola un vassoio di makroud significa fare la figura di chi ha frequentato una scuola segreta di alta pasticceria orientale.
Quando in realtà basta un po’ di pazienza e la capacità di non mangiare il ripieno prima di aver finito la ricetta.
Gli ingredienti del makroud
Ingredienti
Per l’impasto
- 500 g di semola fine
- 150 g di burro fuso
- 1 pizzico di sale
- 150 ml circa di acqua tiepida
- 2 cucchiai di acqua di fiori d’arancio
Per il ripieno
- 300 g di pasta di datteri
- 1 cucchiaino di cannella
- 1 cucchiaio di burro morbido
- scorza d’arancia grattugiata facoltativa
Per la finitura
- miele
- semi di sesamo facoltativi
- olio per friggere oppure forno caldo se si preferisce la versione più leggera
Come si prepara
Procedimento
Si parte dalla semola, che va mescolata con burro fuso e sale fino a ottenere un composto sabbioso. Si aggiungono poi acqua tiepida e acqua di fiori d’arancio, lavorando delicatamente fino a formare un impasto compatto.
Nel frattempo si prepara il ripieno amalgamando pasta di datteri, cannella e burro fino a ottenere una consistenza morbida e modellabile.
L’impasto viene diviso e steso in rettangoli. Al centro si sistema un filoncino di ripieno, che viene poi coperto richiudendo la pasta.
A questo punto si appiattisce leggermente e si incidono le classiche decorazioni superficiali con una forchetta o uno stampo.
Si taglia tutto in rombi regolari e si procede con la cottura: fritti fino a doratura oppure al forno a circa 180 gradi.
Appena pronti, i makroud vanno immersi nel miele tiepido per alcuni minuti, così da assorbirne tutto il profumo.
Il segreto? Aspettare
Qui arriva la parte più difficile: resistere.
Come molti dolci tradizionali del Maghreb, il makroud migliora dopo qualche ora di riposo. Il miele penetra lentamente, i profumi si fondono e il sapore diventa più intenso.
Certo, aspettare è complicato. Davanti a un vassoio appena fatto, l’autocontrollo sparisce più velocemente del miele caldo.
Cucina
L’orzo perlato, il cereale dimenticato che fa bene a cuore e intestino
Un tempo simbolo di alimentazione contadina, oggi l’orzo perlato è riscoperto come super-cereale “buono e sano”. Ecco perché inserirlo più spesso nella dieta – anche solo in piccole quantità – è una scelta vincente per il benessere quotidiano.
Negli ultimi anni, complice la ricerca di alimenti genuini e ricchi di proprietà nutrizionali, l’orzo perlato sta vivendo una piccola rinascita. Lontano dai riflettori di quinoa e farro, questo cereale antichissimo – coltivato da oltre 10.000 anni – si rivela un autentico concentrato di salute. Bastano una o due manciate nella minestra o in un’insalata per ottenere effetti benefici su intestino, metabolismo e sistema cardiovascolare.
Ma che cosa lo rende così prezioso?
L’orzo (Hordeum vulgare) è un cereale integrale dalle spiccate proprietà digestive e depurative. Contiene una buona quantità di beta-glucani, fibre solubili che formano una sorta di gel nell’intestino e rallentano l’assorbimento di zuccheri e grassi. Secondo l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), un consumo quotidiano di almeno 3 grammi di beta-glucani può contribuire a ridurre il colesterolo LDL, il cosiddetto “colesterolo cattivo”, con effetti positivi sulla salute del cuore.
Cos’è l’orzo perlato e come si differenzia
L’orzo esiste in diverse forme. Quello perlato è sottoposto a una parziale raffinazione: il chicco viene “lucidato”, perdendo parte della crusca ma guadagnando in velocità di cottura. È quindi più pratico in cucina, pur mantenendo un buon contenuto di fibre e sali minerali come magnesio, potassio, ferro e zinco.
Chi desidera il massimo valore nutrizionale può optare per l’orzo mondato, meno raffinato e più ricco di fibre, ma con tempi di cottura più lunghi.
Benefici per la salute
Le ricerche scientifiche confermano che l’orzo può avere un effetto protettivo contro alcune malattie croniche.
- Cuore e colesterolo: come ricordato da Harvard T.H. Chan School of Public Health, le fibre dell’orzo aiutano a mantenere pulite le arterie e a ridurre il rischio di patologie cardiovascolari.
- Glicemia sotto controllo: il basso indice glicemico lo rende indicato per chi soffre di diabete o deve tenere a bada gli zuccheri nel sangue.
- Benessere intestinale: l’orzo favorisce la crescita di batteri “buoni” come i Bifidobatteri, migliorando la salute del microbiota e riducendo il gonfiore addominale.
- Sazietà e controllo del peso: grazie alla sua densità nutrizionale e alla capacità di rallentare la digestione, aumenta il senso di pienezza e aiuta a limitare gli eccessi a tavola.
Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Nutrition and Metabolism, il consumo regolare di orzo è associato a una riduzione del rischio di sindrome metabolica e obesità.
Un alleato per tutte le stagioni
Oltre ai benefici nutrizionali, l’orzo perlato conquista per la versatilità in cucina. Si cuoce in 25-30 minuti e si presta a mille ricette:
- zuppe e minestre calde in inverno,
- insalate fredde con verdure e legumi in estate,
- alternative sane al riso nei risotti o nelle polpette vegetali.
Un consiglio utile: non sciacquarlo troppo dopo la cottura, per non disperdere le mucillagini che favoriscono l’effetto lenitivo sull’apparato digerente.
Perché basta una manciata
Integrare l’orzo nella dieta non richiede stravolgimenti: una porzione di circa 60-70 grammi al giorno, anche solo aggiunta a minestre, zuppe o vellutate, fornisce fibre preziose e micronutrienti essenziali. È anche una buona alternativa a pasta e riso per variare l’alimentazione e migliorare l’equilibrio intestinale.
L’orzo perlato è un alimento semplice, economico e sostenibile, ma dalle proprietà sorprendenti. In un’epoca in cui l’alimentazione sana sembra sinonimo di ingredienti esotici, questo antico cereale ci ricorda che il vero benessere può nascere da un gesto essenziale: aggiungere una manciata d’orzo nella nostra zuppa quotidiana.
Cucina
Crema catalana fatta in casa a regola d’arte: la ricetta facile del dolce al cucchiaio e i consigli per fiammeggiare lo zucchero
Poche preparazioni di pasticceria vantano la riconoscibilità della crema catalana. Caratterizzato da un profumo intenso di cannella e scorza di limone, questo dessert unisce la morbidezza della crema cotta al contrasto croccante dello zucchero caramellato in superficie
Tra i dolci al cucchiaio più amati e diffusi nella gastronomia internazionale, la crema catalana occupa un posto d’onore grazie alla sua consistenza vellutata e al contrasto tattile offerto dallo strato superiore di zucchero caramellato. Originaria della Catalogna, questa specialità condivide alcune somiglianze con la crème brûlée francese, ma si distingue per l’uso del latte al posto della panna, per la presenza della buccia di limone e della cannella, e per una cottura che avviene tradizionalmente sul fuoco anziché esclusivamente in forno.
Gli ingredienti essenziali e l’aromatizzazione del latte
La forza della ricetta risiede nella qualità e nella semplicità delle materie prime utilizzate. Per preparare una crema catalana a regola d’arte occorrono tuorli d’uovo freschi, latte intero, zucchero semolato, amido di mais (maizena), la scorza di un limone biologico e una stecca di cannella.
Il primo passaggio fondamentale consiste nell’aromatizzare il liquido base. Si versa il latte in un pentolino insieme alla scorza di limone tagliata sottilmente — avendo cura di evitare la parte bianca amarognola — e alla stecca di cannella. Il composto viene portato a sfiorare il bollore, per poi essere tolto dal fuoco e lasciato in infusione per circa dieci minuti, consentendo agli aromi di sprigionarsi appieno.
La preparazione della crema e la fase di addensamento
Mentre il latte riposa, si lavorano in una ciotola i tuorli con lo zucchero e l’amido di mais setacciato, mescolando vigorosamente con una frusta a mano fino a ottenere una crema chiara e priva di grumi. Successivamente si filtra il latte caldo per rimuovere le bucce e la cannella, versandolo a filo sul composto di uova.
Rimesso il tutto sul fuoco a fiamma dolce, si continua a mescolare ininterrottamente fino a quando la crema non raggiunge la densità desiderata, prestando attenzione a non far bollire il liquido per evitare che le uova si zuccherino o straccino. Una volta pronta, la crema viene distribuita nelle tipiche cocotte monoporzione in terracotta o ceramica e lasciata raffreddare a temperatura ambiente prima di essere riposta in frigorifero per almeno tre ore.
Il tocco finale: la crosticina croccante caramellata
La fase che trasforma una semplice crema in un’autentica crema catalana risiede nella caramellatura superficiale, da effettuare rigorosamente poco prima di servire il dolce in tavola.
Si cospaie la superficie di ogni cocotte con un velo generoso e omogeneo di zucchero semolato o zucchero di canna. Utilizzando un cannello da cucina a cannello a gas o l’apposito ferro arroventato della tradizione spagnola, si fiammeggia lo zucchero fino a farlo sciogliere e dorare, creando una crosta scura e scoppiettante che andrà spezzata con il cucchiaio al primo assaggio.
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