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Cucina

Ma insomma sta carbonara chi l’ha inventata?

Qualcuno dice Milano, alcuni l’Umbria, altri assicurano Roma. Ma dove nasce la pasta alla Carbonara? La ricerca delle origini della Carbonara, partono dell’Umbria. Dall’Umbria? E come mai? Abbiamo sempre saputo che fosse la protagonista della cucina romana. E la famosa diatriba guanciale o pancetta, dove nasce?

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    Qualcuno dice Milano, alcuni l’Umbria, altri assicurano Roma. Ma dove nasce la pasta alla Carbonara? La ricerca delle origini della Carbonara, partono dell’Umbria. Dall’Umbria? E come mai? Abbiamo sempre saputo che fosse la protagonista della cucina romana. E la famosa diatriba guanciale o pancetta, dove nasce?

    Lo sbarco degli yankee

    Qualcuno a metà del secolo scorso ipotizzava che il primo incontro tra uovo, pasta e pancetta/guanciale si rifacesse al bacon+uova liofilizzate delle razioni militari per i soldati americani che avevano liberato Roma nel 1944. L’ipotesi Umbria parte dagli strascinati di Monteleone di Spoleto, un piatto diffuso anche a Cascia, dove si incontrano pasta, guanciale/pancetta, formaggio e uovo. Tutto come nella Carbonara, ma in più la salsiccia di Norcia, tradizione che sopravvive in alcune varianti ternane del piatto. La preparazione degli strascinati di Monteleone è citata nella Guida gastronomica del Touring Club Italiano curata da Arturo Marescalchi del 1931.

    In passato le maglie interpretative erano più larghe

    La tesi che rimanda ai militari americani che hanno liberato Roma non ha alcun collegamento con il termine “carbonara”. Tutt’altro. A Monteleone di Spoleto (970 metri di quota) si trovavano le miniere da cui veniva estratta la lignite con cui i carbonai della cittadina Umbra rifornivano Roma. Se consideriamo poi che nella prima parte del Novecento molte famiglie umbre hanno raggiunto la capitale per aprire piccole trattorie e ristoranti, portando con loro la ricetta degli strascinati, il piatto è servito!

    Settembre andiamo è tempo di migrare

    Alla suggestiva “ipotesi umbra” se ne affiancano altre. La prima si riferisce ai pastori abruzzesi. La seconda si rifà alla tradizione della pasta “cacio e ove” napoletana descritta da Ippolito Cavalcanti negli Anni Quaranta dell’Ottocento. Un periodo storico in cui la provincia di Rieti che corre sul confine attiguo a Monteleone era territorio abruzzese, aggregato al Lazio solo nel 1927.

    Monteleone contro tutti

    In questo mese di agosto Monteleone dedica agli strascinati una vera e propria sagra e da decenni è impegnata in un gustoso confronto con il Metropolitan Museum di New York. Vuole ottenere la restituzione di una rarissima biga etrusca rinvenuta nel 1901 venduta agli americani da un trafficante di antichità. E così a Monteleone si scherza. Va bene per la biga ma guai a scippare l’origine della vera ricetta della carbonara. Intesi?

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      Cucina

      Come fare i muffin al cocco alti e soffici come in pasticceria: i trucchi di preparazione, le dosi e i passaggi da non sbagliare

      Ottenere dolcetti ben sviluppati in altezza e dalla consistenza soffice richiede pochi ma fondamentali accorgimenti. Dall’unione separata degli ingredienti liquidi e secchi al riposo dell’impasto, ecco come realizzare in casa lievitati al cocco impeccabili e profumati.

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      Come fare i muffin al cocco alti e soffici come in pasticceria: i trucchi di preparazione, le dosi e i passaggi da non sbagliare

        I muffin al cocco rappresentano una delle opzioni più amate per la colazione e la merenda, grazie al loro aroma esotico e alla consistenza avvolgente. Tuttavia, uno dei problemi più comuni quando si preparano in casa è trovarsi di fronte a dolcetti bassi, compatti o troppo asciutti. Per ottenere dei muffin al cocco alti, con la classica cupola ben sviluppata e una mollica soffice che si mantiene morbida per giorni, occorre seguire con precisione alcune regole fondamentali della pasticceria, che riguardano sia la scelta degli ingredienti sia la tecnica di miscelazione.

        Gli ingredienti necessari e il bilanciamento delle dosi

        Per preparare circa 12 muffin al cocco occorrono: 200 grammi di farina 00, 80 grammi di farina di cocco (o cocco rapé), 130 grammi di zucchero semolato, 2 uova medie a temperatura ambiente, 100 millilitri di olio di semi di girasole (o 100 grammi di burro fuso tiepido), 120 millilitri di latte intero o latte di cocco, 1 bustina di lievito per dolci e un pizzico di sale. L’utilizzo del latte di cocco in sostituzione del latte vaccino permette di accentuare la nota aromatica dell’impasto senza appesantirne la struttura.

        Il vero segreto per muffin alti: la regola dei due composti

        Il passaggio chiave per garantire uno sviluppo ideale in altezza risiede nel metodo di lavorazione dell’impasto. In una prima ciotola occorre setacciare e mescolare tutti gli ingredienti secchi: la farina 00, la farina di cocco, lo zucchero, il lievito e il sale. In un secondo recipiente si amalgamano invece le componenti liquide: le uova sgusciate, l’olio di semi e il latte.

        Una volta pronti i due preparati, si versano i liquidi nei secchi. L’impasto va lavorato pochissimo, mescolando a mano con un cucchiaio di legno o una spatola per pochi secondi, giusto il tempo di idratare la farina. La presenza di piccoli grumi è del tutto normale: lavorare troppo la massa svilupperebbe il glutine, rendendo i muffin duri e piatti anziché soffici e alti.

        La cottura ad alta temperatura per una cupola perfetta

        Dopo aver distribuito l’impasto nei pirottini riempiendoli per circa tre quarti della loro capienza, è possibile spolverizzare la superficie con un pizzico di cocco rapé. La cottura richiede un forno statico preriscaldato a 190 gradi Celsius per i primi 5 minuti: questo shock termico iniziale attiva rapidamente il lievito e spinge l’impasto verso l’alto. Successivamente si abbassa la temperatura a 180 gradi continuando la cottura per altri 15 minuti. Una volta sfornati e lasciati intiepidire, i muffin risulteranno soffici, alti e pronti da gustare.

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          Moussaka, il grande classico della cucina greca che racconta il Mediterraneo

          Dalle sue origini mediorientali alla versione moderna codificata in Grecia, ecco storia, ingredienti e procedimento passo dopo passo.

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          Moussaka, il grande classico della cucina greca che racconta il Mediterraneo

            La moussaka è uno dei piatti più rappresentativi della cucina greca e, più in generale, dell’area mediterranea orientale. Stratificata, profumata e sostanziosa, viene spesso paragonata alle lasagne italiane per struttura, ma il suo gusto è unico e riconoscibile, grazie all’uso delle melanzane, delle spezie e della cremosa besciamella che la completa. Oggi è considerata un simbolo della gastronomia ellenica, servita sia nelle taverne tradizionali sia nelle cucine domestiche.

            Le origini della moussaka

            Le radici della moussaka affondano nel Medio Oriente e nei Balcani, dove piatti a base di melanzane e carne erano diffusi già in epoca ottomana. Il termine deriva dall’arabo musaqqa‘a, che indica una pietanza “raffreddata”, spesso a base di verdure cotte. La versione che conosciamo oggi, con strati ben definiti e copertura di besciamella, è però relativamente recente: fu codificata negli anni Venti del Novecento dallo chef greco Nikolaos Tselementes, che introdusse tecniche e influenze francesi nella cucina greca moderna. Da allora, la moussaka è diventata un piatto identitario della Grecia.

            Gli ingredienti della moussaka tradizionale

            Per preparare una moussaka classica per 4–6 persone occorrono:

            • 3 melanzane grandi
            • 500 g di carne macinata di agnello o manzo
            • 1 cipolla
            • 2 spicchi d’aglio
            • 400 g di pomodori pelati o passata
            • 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
            • Olio extravergine d’oliva
            • Cannella e noce moscata
            • Sale e pepe

            Per la besciamella:

            • 80 g di burro
            • 80 g di farina
            • 1 litro di latte
            • 1 uovo
            • 50 g di formaggio grattugiato (kefalotyri o pecorino)

            Il procedimento passo dopo passo

            Si inizia dalle melanzane, che vanno tagliate a fette nel senso della lunghezza, salate e lasciate riposare per circa 30 minuti per eliminare l’amaro. Dopo averle sciacquate e asciugate, si friggono in olio caldo oppure si cuociono in forno per una versione più leggera.

            Nel frattempo si prepara il ragù: in una padella si soffriggono cipolla e aglio tritati con olio extravergine d’oliva, si aggiunge la carne macinata e la si lascia rosolare. Si uniscono quindi pomodori, concentrato, sale, pepe e un pizzico di cannella, lasciando cuocere a fuoco medio finché il sugo si restringe.

            Per la besciamella si scioglie il burro, si aggiunge la farina mescolando, poi il latte caldo a filo, fino a ottenere una crema liscia. A fuoco spento si incorporano uovo, formaggio e una grattugiata di noce moscata.

            A questo punto si assembla la moussaka: in una pirofila si alternano strati di melanzane e carne, terminando con un abbondante strato di besciamella. Si cuoce in forno a 180 °C per circa 40–45 minuti, finché la superficie risulta dorata.

            Dopo un breve riposo, la moussaka è pronta per essere servita: un piatto ricco, conviviale e profondamente legato alla storia e ai sapori del Mediterraneo.

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              Cucina

              Mozzarella, è guerra civile al Sud: il Guardian assaggia quella pugliese e dà il colpo basso alla Campania

              Il Guardian arriva ad Andria, assaggia mozzarella e burrata e finisce per dare ragione a un buongustaio pugliese che sentenzia: «Non mangio mozzarella fuori dalla Puglia». Da Napoli a Caserta qualcuno potrebbe avere qualcosa da ridire.

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                Ci sono argomenti sui quali al Sud si può discutere civilmente e poi c’è la mozzarella. Provare a stabilire se sia migliore quella pugliese o quella campana significa infilarsi in una disputa nella quale denominazioni, tradizioni familiari e campanili contano almeno quanto il latte. Adesso, però, nel derby della pasta filata è entrato anche il Guardian, che probabilmente non aveva previsto di rischiare un incidente diplomatico tra Puglia e Campania per colpa di una burrata.

                Tutto nasce da un reportage della giornalista britannica Liz Boulter, arrivata ad Andria per raccontare le eccellenze gastronomiche pugliesi. Ad accompagnarla c’è Savio, buongustaio locale dalle idee piuttosto chiare, che davanti alla questione casearia non sente il bisogno di usare formule diplomatiche: «Non mangio mozzarella fuori dalla Puglia».

                Apriti cielo. Perché qualche centinaio di chilometri più in là esistono la mozzarella di bufala campana Dop, il fiordilatte di Agerola e generazioni di casari che potrebbero considerare quella frase una dichiarazione di guerra.

                Il Guardian assaggia e dà ragione alla Puglia

                Finché parla Savio, naturalmente, siamo nel campo del legittimo patriottismo gastronomico. Il problema per i campani arriva quando Boulter decide di verificare personalmente e assaggia mozzarella e burrata pugliesi.

                Il verdetto è di quelli che dalle parti di Caserta e Battipaglia potrebbero non essere accolti con una standing ovation: «Devo dire che Savio ha ragione», scrive la giornalista.

                La reporter racconta di essere stata conquistata dalla consistenza «succosa ed elastica», dal gusto intenso e persino dal siero nel quale vengono conservati i prodotti, capace di aggiungere sale e aromi. Il Guardian non proclama ufficialmente nessun campione mondiale della mozzarella, sia chiaro, ma dopo aver dato ragione all’uomo che si rifiuta di comprarla fuori dalla Puglia il danno diplomatico è praticamente fatto.

                Burrata contro bufala, il derby che non finirà mai

                Nel viaggio pugliese entra inevitabilmente anche la burrata di Andria, con la sua celebre origine legata alla necessità di conservare latte e panna durante una nevicata che avrebbe impedito di portarli al mercato. Da quella soluzione di fortuna sarebbe nato uno dei prodotti italiani più conosciuti nel mondo: un involucro di pasta filata con dentro panna e stracciatella.

                Nel menu finiscono anche ricotta e caciocavallo podolico, ma sono mozzarella e burrata a lasciare il segno, tanto che Boulter arriva a domandarsi come potrà tornare in Gran Bretagna e accontentarsi dei formaggi del supermercato.

                Puglia-Campania, adesso manca soltanto la risposta

                A questo punto il pallone, rigorosamente di pasta filata, passa alla Campania. Perché mettere nello stesso discorso mozzarella pugliese e bufala campana significa inevitabilmente risvegliare una rivalità che non aveva certo bisogno dell’intervento della stampa britannica.

                Il Guardian non voleva organizzare la Disfida della Mozzarella e non ha assegnato medaglie, ma è riuscito comunque nell’impresa di entrare ad Andria, assaggiare una burrata e uscire con una frase potenzialmente esplosiva: il pugliese che non mangia mozzarella fuori dalla Puglia aveva ragione.

                Adesso qualcuno provi a spiegarlo ai campani. Possibilmente da una distanza di sicurezza.

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