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Cucina

Una celebrazione tutta made in Italy: è il World Pizza Day!

Oggi si celebra un simbolo di italianità, che tutto il mondo ci copia… o almeno ci prova a farlo. Rappresentativo anche di un comparto professionale in costante espansione.

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    Anche se sono tanti i Paesi che ne rivendicano la paternità… la pizza è un prodotto – forse “il” prodotto – che maggiormente ci identifica, soprattutto all’estero. Pochi, semplici ingredienti: farina, acqua, lievito e condimento a piacere, per realizzare la pietanza salata più conosciuta, consumata ed apprezzata al mondo. Piatto simbolo dell’Italia, imitato ma inimitabile, riconosciuto dall’Unesco nel 2017 come patrimonio immateriale dell’umanità, trova nella giornata di oggi una dedica speciale.

    Coincide con la festa del suo protettore

    Il ruolo della pizza è qualcosa che va oltre i discorsi legati all’economia e ala gastronomia. Trattasi infatti di un simbolo inconfondibile della nostra cultura. Il World Pizza Day di oggi, inoltre, coincide con la festività di Sant’Antonio Abate, santo protettore di mugnai e pizzaioli. La ricorrenza, che celebra uno dei prodotti italiani più conosciuti a livello planetario, è legata alla valorizzazione del prodotto nella sua forma originale e della professione artigianale da cui ha origine, al di là delle innumerevoli variazioni nate dalla diffusione del piatto su scala mondiale.

    Una pizza anche per Papa Francesco

    Perchè proprio Sant’Antonio Abate

    A Napoli, il 17 gennaio, i pizzaioli storicamente erano soliti prendersi un giorno o una mezza giornata di pausa, da passare con la famiglia e accendere in casa o all’aperto un fuoco propiziatorio. E dei falò si appiccavano anche nei cortili e nei vicoli di tutta la città, per ringraziare Sant’Antonio Abate del raccolto, solitamente banchettando con carne di maiale: si tratta dei tradizionali “fucarazzi”, una delle prime feste popolari dell’anno che coincide con l’inizio del Carnevale, in realtà non solo nel capoluogo partenopeo, ma anche in molte altre regioni italiane, dalla Sardegna alla Puglia, passando per le Marche, la Lombardia e la Toscana. Sant’Antonio Abate è riconosciuto come il “Santo del fuoco”, e quindi patrono di tutte quelle professioni che ne sono associate, pizzaioli compresi.

    Il Santo portato in processione

    Come nasce secondo la tradizione

    La leggenda narra che la prima pizza venne realizzata in onore della Regina d’Italia, Margherita di Savoia, dal cuoco Raffaele Esposito della Pizzeria Brandi nel giugno 1889: potrebbe trattarsi di un falso storico… anche se il fascino di questa leggenda rimane inossidabile ed è così tramandato negli anni.

    Nei cartoni animati dei Simpson

    Dal punto di vista economico, secondo Coldiretti

    Il comparto della pizza in Italia, secondo una stima realizzata da Coldiretti, genera un fatturato di oltre 15 miliardi l’anno, con un’occupazione di circa 100.000 addetti a tempo pieno e altrettanti 100.000 nei fine settimana. Con a monte una filiera a monte di fornitori di mozzarella, sugo di pomodoro, farina, olio, lievito, verdure di stagione, salumi, formaggi e pesce.

    Colori, fantasia e gusto

    Un sondaggio premia il forno a legna

    Un recente sondaggio condotto dai Fratelli Coppola, nota catena di ristorazione napoletana, dimostrerebbe che la maggior parte degli intervistati concorda nel ritenere che la pizza migliore sia quella cotta nel tradizionale forno a legna. Sebbene l’abilità dei pizzaioli vada oltre la cottura, l’essenza della pizza risiede nella semplicità dei suoi ingredienti. Ogni pizza racconta una storia, e la preferita dagli italiani è decisamente la Margherita, trionfo di semplicità e di gusto, seguita in graduatoria da combinazioni più creative.

    La pizza protagonista anche sul grande schermo

    Quante sono le pizzerie in Italia?

    “In Italia ci sono 40mila pizzerie – di cui il 10% in Campania – e 15mila nell’asporto, numeri importanti. Un settore in grande crescita ma ancora non ‘maturo'” ha dichiarato Massimo Di Porzio, presidente Fipe Confcommercio Campania, in occasione del varo, a Napoli nei giorni scorsi, dell’Osservatorio socio-economico della pizza napoletana, strumento nato per aiutare gli imprenditori a capire dove va il mercato.

    In crescita anche il numero di “pizzaioli casalinghi” che se la preparano fra le mura domestiche

    In tanti se la fanno portare direttamente a casa

    Sempre più italiani amano riceverla sulla porta: è boom anche nelle consegne a domicilio, con un consumo di pizza che, secondo dati del food delivery Just Eat., ha raggiunto circa 5,12 milioni di chili ordinati, con una media giornaliera di oltre 14.000 chili. Le più richieste? Margherita in primis ma anche Diavola e Capricciosa… forse a sottolineare il carattere un po’ “sfizioso” di noi italiani?

    Foto prese dalla rete

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      Cucina

      Vitello tonnato, i cinque errori che fanno inorridire i piemontesi: dalla maionese al falso “vitel tonné”

      Dalla scelta della carne alla preparazione della salsa, passando per marinatura e cottura, ecco gli errori più comuni che rischiano di rovinare il vitello tonnato e di far storcere il naso ai puristi della tradizione.

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        Ci sono piatti che appartengono al patrimonio della cucina italiana e che, proprio per questo, vengono difesi con una certa gelosia. Il vitello tonnato è uno di questi. Fresco, elegante e perfetto per la stagione estiva, è uno dei simboli gastronomici del Piemonte, ma anche una delle ricette più spesso reinterpretate, semplificate o addirittura stravolte.

        Il risultato? Versioni che fanno rabbrividire i cultori della tradizione. Ecco gli errori più frequenti da evitare se si vuole portare in tavola un vero vitello tonnato.

        Non chiamatelo “vitel tonné”

        Partiamo da un equivoco diffusissimo. Molti sono convinti che il nome corretto sia “vitel tonné”, con una presunta origine francese.

        In realtà il piatto è italianissimo e affonda le sue radici nella tradizione piemontese. La ricetta compare già nella celebre opera di Pellegrino Artusi La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, pubblicata nel 1891.

        Quel termine francese continua a circolare, ma rischia di creare più confusione che altro.

        La carne non è tutta uguale

        Uno degli errori più gravi consiste nello scegliere un taglio qualsiasi.

        Per ottenere un risultato morbido e compatto la scelta migliore resta il magatello, conosciuto anche come girello, un taglio della coscia particolarmente magro e delicato.

        Utilizzare carni troppo fibrose o ricche di grasso compromette inevitabilmente la consistenza finale del piatto.

        La marinatura non è un capriccio

        Nella ricetta tradizionale la carne non finisce subito in pentola.

        Prima deve riposare per diverse ore in una marinatura composta da vino bianco, sedano, carota, cipolla e aromi come alloro e chiodi di garofano.

        Questo passaggio permette alla carne di assorbire profumi e sapori che poi ritroveremo nel piatto finito.

        Saltarlo significa rinunciare a una parte fondamentale del carattere della preparazione.

        Attenzione alla cottura

        Altro errore molto diffuso: lessare il vitello in semplice acqua.

        La carne dovrebbe invece cuocere insieme alle verdure della marinatura e al liquido aromatico che si è formato durante il riposo.

        Molti aggiungono anche qualche filetto di acciuga, un dettaglio che contribuisce a dare maggiore profondità al sapore senza risultare invadente.

        Una cottura troppo aggressiva o poco aromatica rischia di rendere la carne asciutta e anonima.

        Il peccato mortale della maionese

        Qui si entra nel territorio delle guerre di religione gastronomiche.

        Molte versioni moderne prevedono l’utilizzo della maionese pronta per preparare la salsa. Comoda, certo. Tradizionale, decisamente no.

        La salsa autentica nasce dall’incontro tra tonno, uova sode, acciughe e capperi, lavorati fino a ottenere una crema vellutata da emulsionare con olio e qualche goccia di aceto.

        Se dovesse risultare troppo compatta, il trucco è aggiungere un po’ di brodo di cottura della carne.

        Il risultato sarà molto più elegante e armonioso rispetto a qualsiasi scorciatoia industriale.

        Un classico che merita rispetto

        Il successo del vitello tonnato sta proprio nel suo equilibrio: pochi ingredienti, una preparazione accurata e una tradizione che attraversa generazioni.

        Per questo, prima di cedere alle scorciatoie, conviene ricordare che spesso le ricette diventate immortali lo sono proprio perché qualcuno, per oltre un secolo, ha continuato a prepararle nel modo giusto.

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          Come pulire la bistecchiera in ghisa senza rovinarla: i trucchi per farla durare una vita

          Robusta, versatile e amata dagli appassionati di cucina, la bistecchiera in ghisa può accompagnare per decenni le preparazioni domestiche. Ma attenzione: per mantenerla efficiente occorrono cure particolari. Ecco gli errori da evitare e i metodi più efficaci per pulirla senza danneggiarla.

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          Come pulire la bistecchiera in ghisa senza rovinarla: i trucchi per farla durare una vita

            La bistecchiera in ghisa è uno degli utensili più apprezzati nelle cucine di tutto il mondo. Grazie alla sua capacità di trattenere e distribuire uniformemente il calore, permette di ottenere carni ben rosolate, verdure grigliate e persino focacce dalla crosta croccante. Non a caso molte bistecchiere in ghisa vengono tramandate di generazione in generazione.

            Tuttavia, proprio la particolare natura di questo materiale richiede attenzioni specifiche. A differenza delle comuni pentole antiaderenti, la ghisa non ama detergenti aggressivi, lunghi ammolli o lavaggi in lavastoviglie. Una pulizia sbagliata può favorire la comparsa della ruggine e compromettere la superficie protettiva che si forma nel tempo.

            Perché la ghisa è così speciale

            La ghisa è una lega di ferro e carbonio caratterizzata da una notevole resistenza e da una straordinaria capacità di accumulare calore. Con l’utilizzo, sulla superficie si crea una patina naturale chiamata “stagionatura”, ottenuta grazie agli oli che penetrano nei pori del metallo durante la cottura.

            Questa pellicola protettiva svolge una doppia funzione: aiuta a limitare l’adesione degli alimenti e protegge il metallo dall’ossidazione. Per questo motivo gli esperti consigliano di preservarla il più possibile.

            La pulizia quotidiana dopo l’uso

            Dopo aver utilizzato la bistecchiera, è preferibile lasciarla raffreddare leggermente senza attendere troppo tempo. Quando è ancora tiepida, si possono eliminare i residui di cibo con una spatola di legno o una spazzola dalle setole non abrasive.

            Successivamente basta risciacquare con acqua calda. Se necessario si può utilizzare una piccola quantità di detergente delicato, anche se molti produttori suggeriscono di limitarne l’uso per non alterare la stagionatura.

            Una volta terminato il lavaggio, l’asciugatura deve essere immediata e accurata. L’umidità è infatti il principale nemico della ghisa.

            Come eliminare le incrostazioni più ostinate

            Quando sulla superficie restano residui particolarmente tenaci, esiste un rimedio semplice e sicuro. Si può versare un sottile strato d’acqua nella bistecchiera e portarla per qualche minuto sul fuoco. Il calore aiuterà a sciogliere le incrostazioni rendendole più facili da rimuovere.

            In alternativa è possibile utilizzare sale grosso e carta da cucina per strofinare delicatamente la superficie. Questo metodo consente di eliminare i residui senza graffiare il metallo.

            Gli errori da evitare

            Ci sono alcune abitudini che possono ridurre la durata della bistecchiera. La più comune è lasciarla immersa nell’acqua per molte ore. Anche il lavaggio in lavastoviglie è generalmente sconsigliato, perché l’umidità prolungata e i detergenti aggressivi possono favorire la formazione di ruggine.

            Da evitare anche le pagliette metalliche troppo abrasive, che rischiano di asportare la patina protettiva costruita nel tempo.

            Il segreto per mantenerla perfetta

            Dopo ogni pulizia, molti esperti consigliano di passare sulla superficie un velo sottilissimo di olio vegetale. La bistecchiera può poi essere riscaldata per pochi minuti affinché l’olio si distribuisca uniformemente.

            Questo semplice gesto contribuisce a preservare la stagionatura e a mantenere la ghisa in condizioni ottimali per anni.

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              Rosso ciliegia: come catturare il sapore di stagione in un barattolo

              Dallo sciroppo fatto in casa ai segreti della congelazione, ecco le migliori soluzioni per conservare la dolcezza delle ciliegie tutto l’anno.

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              Rosso ciliegia: come catturare il sapore di stagione in un barattolo

                È ufficialmente partita la stagione delle ciliegie. Rosse, succose e irresistibili, sono il vero biglietto da visita dell’estate. Tuttavia, la loro stagionalità è tanto intensa quanto breve. Per evitare che questo tesoro svanisca troppo in fretta, la cucina tradizionale e le moderne tecniche di conservazione ci vengono incontro, permettendoci di racchiudere il loro sapore unico in dispensa.

                Lo sciroppo perfetto: il metodo passo dopo passo

                Il modo più classico e versatile per conservare le ciliegie è trasformarle in un delizioso sciroppo. Questa preparazione non solo preserva la consistenza del frutto, ma crea un liquido dolce perfetto per bagnare il pan di Spagna, arricchire i gelati o creare bevande rinfrescanti.

                • La proporzione ideale: Per 1 kg di ciliegie (lavate e snocciolate), vi serviranno 500 g di zucchero e 500 ml di acqua.
                • Il procedimento: In una pentola capiente, sciogliete lo zucchero nell’acqua a fuoco lento fino a ottenere uno sciroppo limpido. Aggiungete le ciliegie e lasciate sobbollire per circa 8-10 minuti. I frutti devono ammorbidirsi senza sfaldarsi.
                • Il confezionamento: Versate le ciliegie e lo sciroppo ancora caldi in barattoli di vetro precedentemente sterilizzati. Chiudete ermeticamente e procedete con la bollitura dei barattoli (pastorizzazione) per circa 20 minuti per garantire una conservazione sicura a lungo termine.

                Sotto spirito o sotto aceto? Due alternative per palati adulti

                Se cercate qualcosa di diverso dal classico sciroppo dolce, le ciliegie si prestano a varianti gourmet sorprendenti.

                • Ciliegie sotto spirito: Utilizzando alcol puro a 95° (o un buon brandy/grappa) miscelato con una piccola percentuale di zucchero, otterrete il perfetto fine pasto invernale. Le ciliegie così conservate sono ottime anche per accompagnare il cioccolato fondente.
                • Pickles di ciliegie (Sotto aceto): Una tendenza della cucina contemporanea. Creando una salamoia di aceto di mele, acqua, zucchero, chiodi di garofano e cannella, le ciliegie si trasformano in un accompagnamento agrodolce straordinario per formaggi stagionati e carni arrosto.

                Il trucco della congelazione per i dolci dell’inverno

                Se il tempo a disposizione è poco, la tecnologia moderna offre la soluzione più rapida: il freezer. Congelare le ciliegie è semplicissimo, ma richiede un piccolo accorgimento per evitare che si trasformino in un unico blocco di ghiaccio.

                Dopo averle lavate, asciugate perfettamente e private del picciolo (e del nocciolo, se preferite), disponetele su un vassoio ben distanziate tra loro. Mettete il vassoio in freezer per circa 4 ore. Una volta che i singoli frutti saranno induriti, potrete trasferirli nei classici sacchetti salvafreschezza. In questo modo rimarranno separati e potrete prelevare solo la quantità necessaria per i vostri muffin, torte o frullati durante l’inverno.

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