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Curiosità

Pandoro o panettone? La sfida delle feste tra tradizione, gusti e creatività in cucina

Dalla storia alle varianti gourmet, fino ai consigli degli esperti per scegliere e servirli al meglio: una guida per affrontare il duello più dolce del Natale.

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Panettone o pandoro?

    Quando il Natale si avvicina, sulle tavole italiane si riaccende un duello che nessuna tregua gastronomica sembra riuscire a spegnere: panettone contro pandoro. Due dolci iconici, diversissimi nella struttura, nelle origini e nella percezione collettiva. Entrambi tutelati dal marchio di “prodotto da forno a lievitazione naturale” secondo un disciplinare del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ma con identità ben distinte.

    Il panettone, nato a Milano tra XV e XVI secolo secondo le versioni più accreditate, è caratterizzato da un impasto lievitato e arricchito con uvetta e canditi, previsti obbligatoriamente dal disciplinare per essere definito tale. Oggi convivono infinite varianti – dal cioccolato alle creme spalmabili, dalla frutta esotica alle versioni senza zuccheri aggiunti – ma l’aroma agrumato della scorza d’arancia rimane la firma più riconoscibile.

    Il pandoro, invece, arriva da Verona e vanta radici ottocentesche. Il suo impasto, morbido e compatto, è ricco di burro e uova e deve la sua soffice fragranza alla lunga lievitazione. Privo di canditi o frutta, è il dolce “neutro” per eccellenza, spesso preferito da chi cerca una dolcezza più semplice. La caratteristica forma a stella a otto punte e lo zucchero a velo – da spargere al momento – ne completano il rito.

    Negli ultimi anni la competizione si è fatta ancora più serrata, complice la crescita dei piccoli laboratori artigianali e delle pasticcerie di alta qualità. Molti consumatori, infatti, cercano prodotti lievitati naturalmente per almeno 24-36 ore, con ingredienti selezionati e senza conservanti aggiunti. Le vendite confermano una tendenza in crescita: secondo i dati dell’Unione Italiana Food, tra panettoni e pandori il mercato supera ogni anno i 100 milioni di pezzi venduti, con il panettone che registra un aumento costante, soprattutto nelle versioni “creative”.

    Ma come scegliere tra i due protagonisti natalizi? Gli esperti suggeriscono di valutare alcune caratteristiche chiave. Nel panettone è fondamentale l’alveolatura dell’impasto: deve essere irregolare e ben sviluppata, indice di una lievitazione corretta. Il profumo deve richiamare burro e agrumi, mentre la cupola deve risultare elastica. Per il pandoro, invece, la qualità si riconosce dalla sofficità: la fetta deve “strappare” con leggerezza e non risultare asciutta. Il colore giallo intenso è un buon indicatore della ricchezza dell’impasto.

    La sfida, però, non si ferma al prodotto: anche il modo in cui vengono serviti cambia il risultato in tavola. Il panettone, ad esempio, dà il meglio di sé se tagliato a spicchi verticali dopo averlo lasciato a temperatura ambiente per almeno un’ora. Il pandoro, invece, può essere porzionato a fette orizzontali per ottenere la classica “stella” che spesso diventa la base per creme al mascarpone, chantilly o gelati.

    Gli abbinamenti sono un altro terreno fertile per la creatività. Il panettone tradizionale si sposa con vini aromatici come Moscato d’Asti o Passito di Pantelleria, mentre le versioni al cioccolato trovano un alleato ideale nei rum o nei distillati morbidi. Il pandoro, più delicato, predilige spumanti dolci e bollicine leggere, ma può diventare sorprendente se accompagnato da creme agrumate che spezzano la sua dolcezza.

    Sul fronte dei consumatori la sfida resta aperta: chi apprezza la complessità del panettone difficilmente rinuncia ai canditi, mentre chi ama le consistenze più soffici dichiara fedeltà assoluta al pandoro. Eppure, nelle cucine di molti italiani cresce una tregua inedita: la convivenza pacifica dei due dolci sulla stessa tavola, spesso affiancati da versioni “limited edition”, glasse artigianali e farciture gourmet.

    Alla fine, forse, il vero vincitore non è l’uno né l’altro, ma la possibilità di trasformare questa rivalità gastronomica in un’occasione per condividere sapori e tradizioni. Perché, sotto l’albero, c’è spazio per tutti: per la cupola profumata del panettone e per la morbida eleganza del pandoro, entrambi ambasciatori di un Natale che, almeno a tavola, riesce sempre a mettere tutti d’accordo.

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      Curiosità

      Perché certe persone urlano invece di parlare? La risposta della scienza tra udito, personalità e percezione dell’ambiente

      Dietro la tendenza a esprimersi con un tono di voce sopra le righe non si nasconde una semplice abitudine o mancanza di buone maniere. Recenti ricerche analizzano i meccanismi uditivi, i tratti della personalità e la percezione dello spazio circostante che guidano il fenomeno

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      Perché certe persone urlano invece di parlare? La risposta della scienza tra udito, personalità e percezione dell'ambiente

        A tutti è capitato di trovarsi al ristorante, sui mezzi pubblici o in ufficio di fronte a persone che esprimono qualsiasi concetto a un volume decisamente superiore alla norma. Se nell’immaginario comune questo comportamento viene spesso liquidato come una banale manifestazione di invadenza o maleducazione, le indagini scientifiche sul tema mostrano un quadro ben più articolato. La regolazione del tono di voce risponde infatti a complessi meccanismi neurologici, uditivi e psicologici che agiscono in modo per lo più inconsapevole.

        L’effetto Lombard e il controllo dell’udito

        Uno dei fattori primari individuati dalla ricerca scientifica riguarda il funzionamento del sistema di udito e autoregolazione, noto in ambito scientifico come riflesso o effetto Lombard. Questa risposta involontaria spinge gli individui ad alzare la voce in presenza di rumori di fondo per garantire che il proprio messaggio sia udibile e chiaro.

        In molti casi, tuttavia, questo meccanismo continua ad agire anche quando il rumore ambientale diminuisce. Le persone che soffrono di micro-deficit uditivi, o che hanno difficoltà a processare il feedback della propria voce mentre parlano, tendono ad alzare il volume perché percepiscono il proprio suono come troppo debole, non riuscendo a tarare correttamente la propria emissione vocale rispetto allo spazio circostante.

        Tratti di personalità ed estroversione

        Oltre agli aspetti fisiologici e percettivi, la psicologia analizza il legame profondo tra l’intensità della voce e i tratti della personalità del parlante. Gli individui caratterizzati da alti livelli di estroversione o da un forte bisogno di affermazione sociale tendono naturalmente a occupare uno spazio acustico più ampio.

        Per queste persone parlare a voce alta diventa uno strumento espressivo spontaneo per attirare l’attenzione, marcare una posizione di leadership o trasmettere entusiasmo. Al contrario, situazioni di forte stress o agitazione emotiva possono temporaneamente alterare il controllo della respirazione e la tensione delle corde vocali, portando involontariamente ad alzare il tono dei discorsi quotidiani.

        L’impatto dei contesti culturali e delle abitudini familiari

        Un ulteriore elemento determinante risiede nel contesto socio-culturale in cui l’individuo è cresciuto. Le dinamiche di comunicazione apprese durante l’infanzia all’interno del nucleo familiare stabiliscono lo standard di ciò che viene considerato un volume di conversazione “normale”.

        Chi cresce in ambienti numerosi, rumorosi o in culture che incoraggiano un’espressività marcata e partecipe, sviluppa un’abitudine vocale che persiste anche nell’età adulta. In questi contesti, alzare il livello della voce non viene percepito come un atto di sopraffazione, ma semplicemente come il modo d’uso ordinario per partecipare alla conversazione e non rimanere escluso dal dibattito.

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          Curiosità

          Il Louvre lancia la t-shirt “Mona Who?” e in Veneto scoppia l’ironia social: l’involontario malinteso sulla Gioconda che fa il giro del web

          Il museo più celebre del mondo collabora con l’artista Thomas Lélu per un merchandising pop sulla Gioconda. Tra freddure in inglese e giochi di parole, la frase pensata per la Monna Lisa scatena la reazione entusiasta degli utenti italiani per via della nota espressione locale

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          Il Louvre lancia la t-shirt "Mona Who?" e in Veneto scoppia l'ironia social: l'involontario malinteso sulla Gioconda che fa il giro del web

            «Mona Who?». Questa volta non si tratta di un’espressione colorita o di un insulto in dialetto veneto, ma dell’ultima trovata commerciale apparsa tra le sale del Louvre. Il celebre museo parigino ha infatti lanciato una nuova linea di merchandising firmata dall’artista e fotografo francese Thomas Lélu, ideata con l’obiettivo di giocare in modo spensierato e pop con l’immagine iconica di Mona Lisa. Tra t-shirt, borse in tela e accessori da collezione campeggiano frasi ironiche e freddure in lingua inglese, come il romantico calambour «All you need is Louvre» o lo spiazzante «Mona Who?».

            Il comico malinteso culturale tra Parigi e il Veneto

            Se tra le sale di Parigi l’espressione intende fare un semplice rimando alla figura della Gioconda giocando con l’assonanza del nome in inglese, in Italia, e in particolar modo nelle province del Veneto, il significato della frase cambia radicalmente direttrice. Per il pubblico locale la parola «mona» rappresenta un pilastro assoluto della parlata dialettale: un termine versatile che può definire una persona poco scaltra o ingenua, ma che assume infinite sfumature a seconda dell’intonazione e del contesto. L’involontario doppio senso ha trasformato all’istante uno slogan dal respiro internazionale in un comico malinteso culturale, dove la compostezza dell’istituzione museale francese finisce per scontrarsi con la verve irriverente del dialetto veneto.

            L’esplosione dell’ironia sui canali social

            La reazione delle piattaforme social è stata immediata e irrefrenabile. Nel giro di pochissime ore dalle prime immagini pubblicate, decine di utenti hanno iniziato a ricondividere le foto dei prodotti esposti nello shop del museo. C’è chi ha già proclamato la t-shirt come «il souvenir preferito dai veneti» e chi scommette che la collezione andrà presto sold out tra Venezia e provincia. Quello che per i curatori parigini doveva essere solo un innocuo gioco di parole sulla Monna Lisa si è trasformato, per la comunità veneta, in un’occasione imperdibile per acquistare una «mona» firmata direttamente dal museo più famoso del mondo.

            Quando la pop art riscrive l’iconografia classica

            La collaborazione tra il Louvre e Thomas Lélu si inserisce in un filone comunicativo sempre più diffuso nelle istituzioni culturali europee, teso a svecchiare l’immagine delle opere d’arte tradizionali attraverso il linguaggio visivo dei social media e della pop art contemporanea. Giocando sulla decontestualizzazione dei capolavori, il merchandising si propone di avvicinare un pubblico giovane e informale, anche se in questo caso il cortocircuito linguistico ha generato un impatto del tutto inaspettato che travalica l’intento iniziale dell’artista.

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              Plastica trasformata in energia pulita a zero emissioni: la scoperta di UCLA ed Ewha Womans University che cambia il futuro del pianeta

              Un innovativo trattamento termico alcalino sviluppato dai ricercatori dell’UCLA e della Ewha Womans University trasforma PET, polietilene e polipropilene in combustibile pulito. La tecnologia abbatte le temperature di lavorazione e converte l’anidride carbonica in materiale solido

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              Plastica trasformata in energia pulita a zero emissioni: la scoperta di UCLA ed Ewha Womans University che cambia il futuro del pianeta

                Quanta plastica c’è davvero sul pianeta? Una domanda a cui probabilmente non avremo mai risposta. Al di là di qualsiasi stima, la preoccupazione per questa situazione cresce lentamente rispetto all’accelerazione del problema stesso, perché la realtà è che ogni minuto c’è più plastica sul pianeta. Dalle profondità degli oceani alle nuvole, e persino nel nostro sangue, la plastica ha raggiunto ogni spazio intorno a noi, rimanendo nell’ambiente e accompagnando le generazioni future per secoli.

                Tra le iniziative e le campagne volte a mitigare il problema, gli scienziati di tutto il mondo continuano a cercare soluzioni efficaci per sradicare rapidamente questo fenomeno, senza causare ulteriori danni al pianeta e ai suoi ecosistemi, ovvero senza creare un’ulteriore fonte di inquinamento idrico, atmosferico o del suolo.

                Lo studio rivoluzionario tra Stati Uniti e Corea del Sud

                Uno degli studi più interessanti, che ha recentemente condiviso risultati promettenti nel luglio 2026, è stato pubblicato sulla rivista PNAS dall’Università della California, Los Angeles (UCLA), e dalla Ewha Womans University in Corea del Sud. Questo progetto non solo ha sviluppato con successo un processo che potrebbe rivoluzionare il riciclo della plastica in futuro senza causare ulteriore inquinamento, ma offre anche un modo nuovo ed estremamente efficiente per ottenere energia pulita.

                Questo nuovo processo raggiunge tre risultati in uno: trasforma la plastica più comune in idrogeno ad elevata purezza solidificando la CO2, impedendone così l’emissione nell’atmosfera. Il risultato si ottiene dalla combinazione di tre comuni tipi di plastica: PET, polietilene e polipropilene.

                Trattamento termico alcalino e cattura della CO2

                Questo risultato si ottiene attraverso un processo innovativo chiamato trattamento termico alcalino, che utilizza temperature fino a 400 °C inferiori rispetto a quelle impiegate nei processi di gassificazione convenzionali. Utilizzando idrossido di sodio e una differenza di temperatura così significativa (questo processo opera tipicamente a temperature comprese tra 700 °C e 1300 °C), questa tecnica richiede un minore consumo energetico, producendo al contempo idrogeno con una purezza superiore al 90%, un valore molto vicino allo standard richiesto per la sua implementazione nelle tecnologie per l’energia pulita.

                Inoltre, catturando l’anidride carbonica (CO2) emessa durante il processo, si impedisce che il gas venga rilasciato e inquini l’atmosfera, aprendo la strada al suo utilizzo allo stato solido. Questo materiale trasformato può quindi essere impiegato nell’industria manifatturiera, edile e in altri settori. Secondo l’UCLA, meno del 10% della plastica scartata viene riciclata; quasi l’80% finisce nelle discariche e negli oceani, mentre circa il 10% viene incenerito, rilasciando gas inquinanti.

                Le prospettive future e la ricerca sulle bioplastiche

                Sebbene questo progetto sia ancora in fase sperimentale e necessiti di un’implementazione industriale al di fuori del laboratorio, i risultati sono promettenti per quanto riguarda la riduzione dei costi di selezione e separazione dei materiali plastici, la produzione di idrogeno ad elevata purezza e la gestione dei rifiuti rimanenti per il riutilizzo.

                Dal 2020 sono emersi diversi progetti di ricerca. Nel 2025 i ricercatori giapponesi hanno sviluppato una plastica a base di cellulosa altamente resistente che si degrada completamente in acqua salata, mentre all’inizio del 2026 è stato pubblicato un progetto che distrugge la plastica utilizzando enzimi, ottenendo la degradazione fino al 90% delle bottiglie in PET. Tuttavia, l’implementazione delle bioplastiche nella vita quotidiana potrebbe richiedere ancora molto tempo; pertanto, la migliore opportunità per apportare un cambiamento risiede nelle scelte individuali volte a generare la minor quantità possibile di rifiuti.

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