Libri
Greenwashing: strategie di contrasto, casi italiani e internazionali, la guida definitiva
Verrà presentato oggi all’Università Bocconi di Milano il libro “Greenwahing strategie di contrasto casi italiani e internazionali”, scritto da Marco Letizi.
Verrà presentato oggi (Mercoledì 9 ottobre) alle 17 al Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale presso l’Università Bocconi di Milano il libro “Greenwashing: strategie di contrasto, casi italiani e internazionali“. Scritto da Marco Letizi e pubblicato da Egea, il libro affronta in modo approfondito il fenomeno del greenwashing, dalla sua nascita fino alle moderne strategie di contrasto. Analizza casi italiani e internazionali, fornendo una guida dettagliata su come riconoscere e combattere queste pratiche di marketing ingannevole legate all’ambiente. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore per capire il fenomeno del greenwashing e l’importanza della responsabilità sociale delle imprese.
D. Cosa si intende esattamente per greenwashing?
R. Il greenwashing è, in estrema sintesi, la comunicazione di informazioni ambientali ingannevoli attraverso le quali le imprese vogliono presentare un prodotto o un servizio come ecosostenibile quando, in realtà, non lo è. In altri termini, incorrono in pratiche di greenwashing le imprese che dichiarano prestazioni ambientali, in termini di fornitura di beni e/o servizi, mai avvenute o solo parzialmente eseguite.
D. Da dove nasce il fenomeno e come si è sviluppato nel corso del tempo?
R. Sin dalla nascita del movimento ambientalista negli anni Sessanta, negli USA, il green marketing non è mai stato trascurato. A partire dagli anni Settanta, pubblicitari e commercianti tentarono di capitalizzare le preoccupazioni dei consumatori per l’ambiente, promuovendo gli aspetti ecologici di prodotti, servizi e ponendo in essere pratiche commerciali che fossero quanto più possibile rispettose dell’ambiente. Gli advertisers e i marketers furono lungimiranti e compresero che non sarebbe stato saggio ignorare la sensibilità dimostrata da una certa parte di consumatori rispetto alle tematiche ambientali. Preconizzando che le decisioni d’acquisto di questi ultimi sarebbero sempre più state influenzate dall’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi commercializzati.
Inevitabilmente, molte delle affermazioni di marketing ambientale dei players sul mercato si rivelarono false o fuorvianti. Alla fine degli anni Settanta, lo scetticismo ecologico innescato da tali pratiche commerciali scorrette ebbe una vasta eco sull’opinione pubblica americana. Dieci anni più tardi l’ambientalista Jay Westervelt coniò il neologismo greenwashing. E soprattutto spinse il legislatore statunitense a varare una legge ad hoc contro i greenwasher. E, inoltre, a disciplinare la pubblicità di prodotti e servizi in relazione alle tematiche ambientali.
Dalle ideologie al pragmatismo
La particolare attenzione dell’opinione pubblica americana rispetto al fenomeno del greenwashing fu in gran parte attribuita al cambiamento di strategia del movimento ambientalista. Movimento che abbandonò le posizioni più ideologiche, intraprendendo un percorso di scelte più professionali e pragmatiche e instaurando relazioni più costruttive con il mondo politico. Due fondamentali provvedimenti legislativi di questo periodo furono il Clean Air Act e il Clean Water Act, che costituiscono tuttora il legal framework statunitense in materia ambientale. Uno dei primissimi casi di marketing ambientale ingannevole riguardava le affermazioni pubblicitarie della Standard Oil su un additivo per la benzina chiamato Chevron F-310. Era pubblicizzato come un articolo ecologico in quanto avrebbe «prodotto una significativa riduzione delle emissioni di scarico e del conseguente inquinamento atmosferico».
Pochi mesi dopo un gruppo di consumatori, che aveva collettivamente acquistato 300 milioni di galloni di benzina F-310, intentò una class action innanzi alla Federal Trade Commission. L’accusa fu rivolta contro le emittenti tv che avevano lanciato lo spot pubblicitario del prodotto commercializzato dalla Standard Oil, sostenendo la falsità delle affermazioni.
D. Qual è la direttiva europea più recente sul contrasto al greenwashing?
R. Si tratta della Direttiva 2024/825/UE, nota come Empowering Consumers for Green Transition Directive. In vigore dallo scorso 26 marzo dovrà essere recepita dagli Stati Membri entro il 27 marzo 2026 e applicata entro il successivo 27 settembre 2026. La direttiva si pone l’obiettivo, da un lato, di mettere i consumatori nelle condizioni di poter prendere decisioni di acquisto informate, responsabili e contribuire in tal modo a modelli di consumo più sostenibili. Dall’altro, indurre gli operatori economici (produttori e rivenditori) a una maggiore responsabilità di fornire informazioni chiare, pertinenti e affidabili. La direttiva, inoltre, contribuisce al corretto funzionamento del mercato interno, incentiva la concorrenza leale tra le imprese. E inoltre stimola la domanda e l’offerta di beni più sostenibili e conseguente riduzione dell’impatto negativo sull’ambiente.
La direttiva introduce una vera e propria black list di pratiche commerciali sleali. Segnalo, inoltre, la proposta di direttiva sull’attestazione e sulla comunicazione delle asserzioni ambientali esplicite (Green Claims Directive) presentata dalla Commissione europea il 22 marzo 2023. Il 17 giugno 2024, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato la sua posizione in merito alla direttiva. L’orientamento generale adottato dal Consiglio servirà quale base per i negoziati con il Parlamento europeo sulla forma definitiva della direttiva nell’ambito di questa X legislatura europea.
D. Ci può citare qualche esempio di casi di greenwashing in Italia?
R. Nel libro esamino numerosi casi di greenwashing in Italia, nell’Unione europea e in paesi extra-UE. Per quanto riguarda l’Italia, ho analizzato il caso di Ferrarelle Spa, San Benedetto e Acqua Sant’Anna sanzionate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato per greenwashing, nonché il caso di greenwashing che ha coinvolto ENI SpA nei cui confronti l’Autorità ha irrogato una sanzione pecuniaria amministrativa pari a 5 milioni di euro per il suo Green Diesel.
D. Quali sanzioni rischiano le aziende che praticano il greenwashing?
R. Le imprese che pongono in essere pratiche di greenwashing possono incorrere in sanzioni pecuniarie anche piuttosto pesanti. Nel provvedimento che vieta la pratica commerciale scorretta, l’Antitrust può disporre l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 5 mila a 10 milioni di euro tenuto conto delle informazioni sul fatturato annuo del trasgressore. E inoltre della natura, gravità, entità, durata della violazione ed eventuali casi di recidiva. Delle azioni intraprese dal trasgressore per attenuare il danno subito dai consumatori o per porvi rimedio. Del vantaggio economico conseguito o delle perdite evitate dal trasgressore in conseguenza della violazione. E infine delle eventuali sanzioni inflitte al trasgressore per la medesima violazione in altri Stati membri in casi di infrazioni intra-UE.
D. Come possono le imprese dimostrare la loro trasparenza ambientale?
R. Anzitutto le imprese devono essere compliant con gli obblighi introdotti nel tempo dal legislatore europeo. Mi riferisco, ad esempio, alla Corporate Sustainability Reporting Directive in tema di obblighi di rendicontazione societaria di sostenibilità. E, inoltre, ai criteri tassonomici introdotti dal Regolamento Tassonomia per valutare se le attività economiche di un’impresa possano considerarsi effettivamente ecosostenibili. O ancora al Regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) volto a migliorare la trasparenza informativa nel settore finanziario, riducendo sensibilmente le pratiche di greenwashing. E soprattutto permettendo agli investitori di assumere decisioni più responsabili e coerenti ai propri valori e obiettivi.
Inoltre, per evitare i rischi di greenwashing è necessario calcolare l’impatto ambientale in ogni fase del ciclo di vita di un prodotto, servizio, organizzazione e processo attraverso il metodo di analisi denominato Life Cycle Assessment (LCA). Nella stessa direzione si è orientato anche il garante dei consumatori italiano che ha più volte ribadito come la metodologia LCA rappresenti l’unico robusto supporto capace di fornire dati e informazioni incontestabili per i green claims relativi ai prodotti.
D. Perché questo libro è considerato una guida fondamentale per chi opera nel settore?
R. Questo libro spiega come va raccontata la sostenibilità, quali sono le norme italiane e le numerose leggi internazionali che implicano che si debba evitare il greenwashing. E lo fa analizzando gli aspetti legislativi, economici, tecnologici. Infatti, assieme alla meticolosa, puntuale e aggiornatissima analisi della legislazione italiana, europea, statunitense, asiatica e mediorientale, il fenomeno viene riportato nella realtà delle imprese attraverso casi pratici e le testimonianze di chi applica la sostenibilità in società e la comunica evitando il greenwashing. Il libro, pertanto, è utile sia per chi lavora in azienda sia per il consumatore o cittadino.
Ma vista l’importanza del fenomeno del greenwashing vi è di conseguenza un enorme potenziale interesse di sviluppo per numerose figure professionali. Sia a livello micro (aziende singole di ogni dimensione, tipologia e settore, e anche per lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali) che a livello macro (sistema economico-istituzionale, dagli organismi sovranazionali alle organizzazioni internazionali e le pubbliche amministrazioni). Il mercato richiede una vasta gamma di figure professionali, ognuna con competenze specifiche: più orientate su aspetti scientifico-tecnologici piuttosto che ad aspetti manageriali. È richiesta una base ampia e integrata di conoscenze e capacità che permetta di comprendere le varie problematiche da diversi punti di vista.
Sono necessari nuovi esperti per guidare la trasformazione sostenibile delle organizzazioni, a loro è richiesto di innovare, grazie anche al potenziale delle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Non si tratta di un compito semplice: temi di sostenibilità così rilevanti come i diritti umani, le diseguaglianze sociali e il cambio climatico richiedono lo sviluppo di nuove competenze in grado di coniugare la crescita aziendale con risultati economici, istanze sociali e ambientali evitando appunto il greenwashing, ma perseguendo una vera e sostanziale sostenibilità trasformativa, comunicata correttamente.
Il libro è certamente una guida completa ed esaustiva sul come mettere in pratica davvero la sostenibilità e comunicarla correttamente grazie proprio alla conoscenza del greenwashing ovvero di cosa non fare. In pratica, un aiuto concreto per passare dal dire al fare più velocemente, per aiutare le imprese che devono integrare nei piani strategici la sostenibilità trasformativa. Chi non intraprende il cammino verso sostenibilità sul serio è avvisato!
D. Qual è la sua esperienza nel settore?
R. PhD in Business Management presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Avvocato, Dottore Commercialista e Revisore Legale, sono un ex Colonnello della Guardia di Finanza con circa 30 anni di esperienza “sul campo”. Nella lotta alla criminalità economica organizzata, ho condotto complesse indagini anche nel settore dei green crimes e, in particolare, nel settore del traffico di rifiuti. Il sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti in quanto “capital intensive sector” è particolarmente favorito dalla criminalità organizzata anche di matrice mafiosa. In ragione di tali complesse indagini nel settore ambientale, per diversi anni ho collaborato con la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari.
Dal 2015 lavoro come esperto della Commissione europea e del Consiglio d’Europa e dal 2021 come Global Consultant per conto delle Nazioni Unite e di diversi governi. Mi occupo da sempre di corporate compliance integrata, combinando – secondo un approccio multidisciplinare, interdisciplinare e integrato – gli aspetti tradizionali della corporate compliance (tax compliance, antiriciclaggio e anticorruzione) con gli obblighi normativi in tema di sostenibilità.
Dal 2021, coordino un team di esperti nelle attività di consulenza in materia di corporate compliance integrata e, con riferimento all’audit ESG, supporto le imprese a migliorare le loro performance in tema di sostenibilità. Inoltre, assisto i Paesi in via di sviluppo ed emergenti a porre in essere le migliori iniziative possibili al fine di allineare le loro green agenda all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ho, inoltre, pubblicato numerosi libri e articoli in tema di antiriciclaggio, contrasto al finanziamento del terrorismo, lotta alla criminalità economica, green economy e sustainable finance. Collaboro con Il Sole 24 Ore.
D. Quali altri contributi sono presenti nel suo libro?
R. La prefazione del libro è stata scritta dal Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Senatore Claudio Barbaro. L’introduzione dall’Europarlamentare e Professoressa Ordinaria di Economia dell’Ambiente al Politecnico di Torino – Mercedes Bresso – e le conclusioni da Francesco Perrini, Professore Ordinario di Economia Aziendale presso l’Università Bocconi, Associate Dean di SDA Bocconi e Direttore del Sustainability Lab. Colgo, inoltre, l’occasione per ringraziare il presidente Brunello Cucinelli per avermi dato la possibilità di parlare in modo approfondito del suo gruppo e delle iniziative che la Brunello Cucinelli S.p.a. ha posto in essere per mitigare i rischi di greenwashing.
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Libri
Un libro per Halloween: L’Antagonista, il demone di Poveglia, cinquecento anni di sangue e misteri nell’horror che trasforma Venezia in un incubo
Due delitti separati da cinque secoli, un’isola maledetta e una presenza che sfida ogni spiegazione razionale. Mursia pubblica un romanzo tra thriller storico e terrore soprannaturale.
Ci sono luoghi che sembrano custodire qualcosa di terribile, anche quando tutto tace. Poveglia, l’isola abbandonata nella laguna veneziana, è uno di questi. Ed è proprio qui che Luca Arnau e Valentino Meynet ambientano L’Antagonista. Il demone di Poveglia (Ugo Mursia Editore, 342 pagine), un romanzo che intreccia cinque secoli di storia in un racconto dove l’orrore soprannaturale incontra il thriller investigativo.
Il risultato è una storia costruita intorno a un interrogativo inquietante: cosa accade quando il male sembra sopravvivere al tempo, alle persone e persino alla memoria?
Due omicidi, cinquecento anni di distanza
Il 16 ottobre 1525, sull’isola di Poveglia, l’investigatore veneziano Adonai Contarini viene chiamato a indagare sulla morte di Angiolina, una giovane del convento di San Vitale. Il corpo è stato devastato da una violenza inconcepibile e l’unico testimone parla di una creatura mostruosa.
Il 16 ottobre 2025, esattamente cinque secoli dopo, due giovani valdostani raggiungono clandestinamente l’isola per trascorrere una notte insieme. Ma il loro incontro romantico si trasforma in una tragedia. Francesca viene massacrata, mentre Paolo riesce a chiedere aiuto.
A raccogliere il suo SOS sono l’ispettore Riccardo Tersiveri, prossimo alla pensione, e il sovrintendente Thomas Bandinelli. Quella che dovrebbe essere un’operazione di soccorso diventa presto un’indagine ai confini dell’impossibile.

L’Antagonista, la vera protagonista è l’isola di Poveglia
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è l’ambientazione. Poveglia non funziona semplicemente come scenario, ma come una presenza costante, capace di condizionare personaggi e avvenimenti.
Gli edifici abbandonati, i corridoi dell’ex manicomio, il silenzio della laguna e le testimonianze di un passato segnato dalla sofferenza contribuiscono a creare un’atmosfera claustrofobica. Gli autori sfruttano le leggende che circondano l’isola, senza rinunciare alla componente storica, trasformando un luogo reale in un labirinto narrativo.
Particolarmente efficace è il contrasto tra la concretezza dell’indagine poliziesca e l’irruzione di qualcosa che sfugge alle leggi della natura. Tersiveri e Bandinelli sono uomini abituati a cercare prove, ricostruire fatti e individuare colpevoli. A Poveglia, però, le loro certezze vengono progressivamente messe in discussione.
L’Antagonista: un carillon, una filastrocca e il terrore dell’invisibile
L’elemento più originale è forse quello apparentemente più innocente: un carillon. La sua melodia infantile attraversa il racconto e diventa un segnale minaccioso, un richiamo capace di collegare passato e presente.
È una scelta narrativa particolarmente felice perché trasforma qualcosa di familiare e rassicurante in una fonte di inquietudine. Il lettore finisce per temere quella musica più di qualsiasi apparizione.
Anche la creatura che dà il titolo al romanzo sfugge alla rappresentazione tradizionale del mostro. L’Antagonista è una presenza mutevole, difficile da definire, che sembra appartenere a una dimensione estranea alla comprensione umana. Un orrore che richiama certe suggestioni lovecraftiane, ma inserito in una struttura da thriller contemporaneo.
Due autori, un solo ritmo narrativo
La collaborazione tra Arnau e Meynet permette al romanzo di muoversi tra registri differenti. Arnau porta l’esperienza del thriller storico, già esplorato nei romanzi dedicati a Leonardo da Vinci e a Vlad Dracula, mentre Meynet contribuisce con la sua familiarità con il giallo e con la costruzione dei personaggi investigativi.
La narrazione alterna il Cinquecento e il presente, mantenendo alta la tensione attraverso capitoli dinamici e continui cambi di prospettiva. La violenza è esplicita, ma il romanzo cerca soprattutto di costruire un’inquietudine persistente, alimentata da dettagli, suoni e ambientazioni.
L’Antagonista. Il demone di Poveglia è una lettura consigliata a chi ama gli horror soprannaturali, i misteri storici e le indagini nelle quali la razionalità si scontra con l’inspiegabile. Un romanzo che dimostra come anche l’horror italiano possa trovare una propria identità, attingendo a luoghi, tradizioni e leggende del nostro Paese.
E dopo l’ultima pagina, il suono di un semplice carillon potrebbe non sembrare più così innocente.
Libri
Claudio Macarelli racconta I custodi della ragione: da Delfi alla Venezia sommersa, il mistero che attraversa tremila anni e sfida il futuro
Cinque domande all’autore del romanzo pubblicato da Aporema Edizioni: un viaggio tra misteri antichi, organizzazioni segrete e città sommerse, alla ricerca di una verità che potrebbe cambiare il destino dell’umanità.
Che cosa accadrebbe se una conoscenza custodita per millenni finisse nelle mani sbagliate? E se la risposta a un mistero nato nell’antica Grecia fosse nascosta nella Venezia del futuro? Sono gli interrogativi attorno ai quali Claudio Macarelli costruisce I custodi della ragione, romanzo pubblicato da Aporema Edizioni, che intreccia avventura, fantascienza e riflessione filosofica.
Dall’oracolo di Delfi alla Venezia contemporanea, fino a un XXXI secolo nel quale il pianeta è quasi interamente sommerso, la storia segue le tracce di un segreto conteso da due organizzazioni, Hydra e Nautilus. Sullo sfondo, una domanda che riguarda anche il nostro presente: il progresso rende l’umanità più saggia oppure le consegna strumenti sempre più pericolosi?
Macarelli, che ha lavorato per oltre trent’anni come subacqueo professionista, racconta le esperienze personali che hanno alimentato la sua immaginazione, il rapporto con Venezia e la sua visione di un futuro nel quale l’uomo potrebbe sopravvivere ai propri errori senza aver imparato a evitarli.
Claudio Macarelli, il potere della conoscenza: esiste una verità troppo pericolosa?
Il romanzo si apre con una citazione di Kant sui limiti della ragione umana. Siamo davvero pronti a conoscere ogni verità oppure esistono conoscenze che potrebbero diventare pericolose per l’umanità?
«Credo che la conoscenza sia una delle più grandi conquiste dell’umanità, ma anche una delle sue maggiori responsabilità. La citazione di Kant non è casuale: volevo invitare il lettore a interrogarsi sui limiti di ciò che possiamo o dovremmo conoscere.
Non penso che la conoscenza sia pericolosa in sé. A renderla tale è l’uso che decidiamo di farne. Le scoperte più straordinarie possono migliorare la nostra esistenza oppure trasformarsi in strumenti di distruzione.
È su questo confine che si sviluppa I custodi della ragione. Attraverso epoche lontanissime, dall’antica Grecia a un futuro profondamente cambiato, racconto la ricerca di una verità nascosta e il peso che potrebbe avere sul destino dell’umanità.
Il vero pericolo non è scoprire qualcosa che supera la nostra comprensione, ma possedere una conoscenza immensa senza avere la saggezza necessaria per gestirla. Il progresso rende davvero l’uomo più saggio oppure gli offre soltanto strumenti sempre più potenti?»
Claudio Macarelli: da Delfi al XXXI secolo: un mistero lungo tremila anni
Dall’antica Delfi alla Venezia contemporanea, fino al XXXI secolo: è nata prima l’idea del mistero oppure quella di mettere in comunicazione passato, presente e futuro?
«Le due idee sono nate quasi insieme. Volevo raccontare un mistero con origini lontanissime, le cui conseguenze potessero influenzare il futuro dell’umanità.
Delfi, con i suoi oracoli, mi è sembrata il luogo ideale da cui partire. Venezia, invece, nasce anche da un legame personale. Ho vissuto e lavorato per alcuni anni nella Serenissima, una città che mi ha conquistato con la sua bellezza e la sua storia. Passeggiando tra calli e palazzi, ho sempre avuto la sensazione che custodisse molto più di ciò che mostra. Questo fascino mi ha spinto a immaginarla anche nel XXXI secolo.
La sfida è stata intrecciare le tre dimensioni temporali senza creare storie separate. Volevo che ogni epoca custodisse un frammento dello stesso enigma, che il lettore potesse ricomporre insieme ai protagonisti.
Passato, presente e futuro sono molto più legati di quanto immaginiamo: le scelte di oggi nascono da ciò che è accaduto ieri e determineranno il mondo di domani.»
Venezia sommersa e Undervenice: il futuro dopo la catastrofe
Nel romanzo Venezia sopravvive su un pianeta quasi interamente sommerso dalle acque. Quanto c’è di preoccupazione reale per il destino ambientale del nostro mondo in questa visione fantascientifica?
«C’è una preoccupazione reale, ma anche una riflessione sulla capacità dell’essere umano di adattarsi. Ho lavorato per oltre trent’anni come subacqueo professionista, conoscendo da vicino la bellezza e la fragilità del mondo sommerso.
Quando ho immaginato la Venezia del XXXI secolo non volevo formulare una previsione scientifica, ma esplorare le possibili conseguenze delle nostre scelte.
Nel romanzo, la Venezia che conosciamo è ancora intatta, protetta da una gigantesca barriera di antimateria. Accanto a essa esiste Undervenice, una città sommersa e tecnologicamente avanzata, testimonianza della capacità umana di adattarsi alle condizioni più estreme.
Non sono convinto che l’umanità finirà per autodistruggersi. Abbiamo dimostrato di poter sopravvivere nei deserti, nelle regioni polari e negli ambienti più ostili. Quello che temo è la nostra ostinazione nel piegare la natura alle nostre esigenze, anziché rispettarne gli equilibri.
Conosciamo i rischi delle nostre azioni, eppure continuiamo a comportarci come se le conseguenze riguardassero qualcun altro. Per cambiare davvero dovremmo rinunciare a molte comodità della nostra civiltà. Siamo disposti a farlo? Credo di no.
Da questa contraddizione nasce il mio futuro: un’umanità sopravvissuta, capace di costruire città sotto gli oceani e sviluppare tecnologie impensabili, senza aver necessariamente imparato dagli errori del passato. Forse il vero pericolo non è che l’uomo distrugga se stesso, ma che trasformi irreversibilmente il mondo che lo ha generato.»
Hydra e Nautilus: quando la verità diventa uno strumento di potere
Hydra e Nautilus si contendono un segreto custodito attraverso i secoli. Chi cerca la verità lo fa davvero per il bene dell’umanità oppure per conquistare il potere? E quale delle due organizzazioni è stata più difficile da raccontare?
«La conoscenza è una forma di potere e non tutti cercano la verità per il bene dell’umanità. A volte prevale la curiosità, altre il desiderio di controllare ciò che gli altri ignorano.
Hydra e Nautilus hanno anche una radice autobiografica. Quando vivevo a Venezia ho collaborato con due ditte di lavori subacquei, Idra Lavori Subacquei e Archeologia e Nautilus Lavori Marittimi. Ho avuto inoltre esperienze professionali legate al MOSE. Quel mondo fatto di acqua, tecnologia e segreti custoditi nelle profondità ha contribuito a ispirare le due organizzazioni.
La difficoltà maggiore è stata dare a entrambe motivazioni credibili, evitando una semplice contrapposizione tra buoni e cattivi. Anche chi sostiene di agire per il bene dell’umanità può convincersi di avere il diritto di decidere per tutti.
La domanda è: chi può stabilire se una verità debba essere rivelata al mondo oppure custodita da pochi?»
L’Omphalòs e il limite dell’uomo: conoscere significa poter controllare?
L’Omphalòs, l’antico ombelico del mondo, diventa il centro di una ricerca che attraversa i millenni. Il più grande limite dell’essere umano è l’incapacità di comprendere tutto oppure la presunzione di poter controllare tutto ciò che comprende?
«I due limiti sono strettamente legati, ma se dovessi scegliere direi che il maggiore è la presunzione di poter controllare tutto ciò che comprendiamo, e persino ciò che ancora non conosciamo.
L’essere umano ha sempre cercato risposte e superato i propri limiti. È grazie a questa curiosità che abbiamo compiuto progressi straordinari. Il problema nasce quando la conoscenza alimenta la convinzione di poter dominare ogni cosa, dimenticando che comprendere un fenomeno non significa prevederne tutte le conseguenze.
Nel romanzo, l’Omphalòs rappresenta proprio il confine tra ciò che l’uomo sa e ciò che gli sfugge. È il simbolo di una domanda: fino a che punto possiamo spingerci nella ricerca della verità senza diventare prigionieri della nostra ambizione?
Il progresso non deve essere fermato, ma accompagnato dalla responsabilità. Non tutto ciò che siamo in grado di comprendere deve necessariamente diventare qualcosa da controllare o sfruttare.
Forse la vera saggezza non consiste nel dominare tutto ciò che ci circonda, ma nel riconoscere che esistono limiti che dovremmo imparare a rispettare.»
Libri
Elon Musk regala azioni SpaceX ai bambini, Lorenzo Vanni rilancia: «Il mio progetto era già depositato». La sfida italiana per i giovani
Elon Musk ha annunciato il 19 ottobre l’intenzione di regalare un’azione SpaceX a ogni bambino americano. Un’iniziativa che richiama il principio del capitale di base universale: distribuire capitale anziché reddito. In Italia, Lorenzo Vanni, autore del saggio «IL» MA®X-CAPITALISMO – Il N-“Uovo” Mondo, pubblicato da Frascati Anastasia Editore con prefazione di Marco Rizzo, propone un modello che parte da un principio: «Non nascere a debito, nascere a patrimonio». Il progetto, spiega, era già stato depositato alla SIAE il 19 gennaio 2026.
Lorenzo Vanni: «Il mio progetto precede l’annuncio di Musk»
Il modello era depositato a gennaio, il libro è uscito a settembre, e pochi giorni fa Musk annuncia le azioni ai bambini americani. Crede che ci sia un collegamento?
«Non posso affermare che ci sia un nesso, ma la direzione è la stessa. Il mio modello era depositato nove mesi prima dell’annuncio. Chiederò un incontro ad Andrea Stroppa, referente italiano di Musk, per valutare possibili convergenze. Il mio libro propone una versione strutturata del capitale di base universale».
Da che presupposto parte il suo saggio?
«Ogni neonato nasce con una quota pro capite di debito pubblico, ma nessun bilancio considera il capitale umano che rappresenta. È quello che definisco un falso in bilancio morale. Il Nobel Gary Becker sosteneva che nelle società avanzate il capitale umano rappresenta circa l’80% della ricchezza. Perché non valorizzarlo?».
Come funziona il capitale di base universale
Come funziona il meccanismo?
«Musk propone di trasferire azioni esistenti. Io immagino di trasformare, attraverso la blockchain, i codici fiscali dei giovani da zero a trent’anni in unità patrimoniali nominali da un euro, inalienabili e non negoziabili. Il valore scambiabile nascerebbe invece dai progetti sviluppati nelle scuole e nelle università, anche grazie all’intelligenza artificiale ITAL-IA. La lira italiana tokenizzata è uno strumento ancora da progettare e autorizzare».
E come vengono distribuiti i ritorni?
«Una partecipata pubblico-privata, Bene-Essere Italia, tutelerebbe le idee dei ragazzi e le porterebbe sul mercato. La ripartizione ipotizzata prevede il 20% dei ricavi a tutti i giovani, un altro 20% agli autori dei progetti, il 27% allo Stato e alla partecipata, il 27% agli investitori e il 6% a docenti, università e strutture del sistema. Sono quote da validare».
Autorizzazioni e istituzioni: cosa manca al progetto
Un’operazione così richiede autorizzazioni. Ne siete consapevoli?
«Assolutamente. Il modello deve essere approfondito sotto cinque aspetti: economia, diritto, finanza, tecnologia e istituzioni. Tokenizzazione, strumenti di scambio e governance sono ancora da costruire. Il libro non chiede di essere creduto, ma di essere esaminato con competenza».
Leonardo, SOGEI, il supercomputing pubblico sono partner del progetto?
«No. Sono indicati esclusivamente come possibili infrastrutture e interlocutori istituzionali da studiare. Non esistono accordi né collaborazioni già avviate».
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