Libri
Greenwashing: strategie di contrasto, casi italiani e internazionali, la guida definitiva
Verrà presentato oggi all’Università Bocconi di Milano il libro “Greenwahing strategie di contrasto casi italiani e internazionali”, scritto da Marco Letizi.
Verrà presentato oggi (Mercoledì 9 ottobre) alle 17 al Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale presso l’Università Bocconi di Milano il libro “Greenwashing: strategie di contrasto, casi italiani e internazionali“. Scritto da Marco Letizi e pubblicato da Egea, il libro affronta in modo approfondito il fenomeno del greenwashing, dalla sua nascita fino alle moderne strategie di contrasto. Analizza casi italiani e internazionali, fornendo una guida dettagliata su come riconoscere e combattere queste pratiche di marketing ingannevole legate all’ambiente. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore per capire il fenomeno del greenwashing e l’importanza della responsabilità sociale delle imprese.
D. Cosa si intende esattamente per greenwashing?
R. Il greenwashing è, in estrema sintesi, la comunicazione di informazioni ambientali ingannevoli attraverso le quali le imprese vogliono presentare un prodotto o un servizio come ecosostenibile quando, in realtà, non lo è. In altri termini, incorrono in pratiche di greenwashing le imprese che dichiarano prestazioni ambientali, in termini di fornitura di beni e/o servizi, mai avvenute o solo parzialmente eseguite.
D. Da dove nasce il fenomeno e come si è sviluppato nel corso del tempo?
R. Sin dalla nascita del movimento ambientalista negli anni Sessanta, negli USA, il green marketing non è mai stato trascurato. A partire dagli anni Settanta, pubblicitari e commercianti tentarono di capitalizzare le preoccupazioni dei consumatori per l’ambiente, promuovendo gli aspetti ecologici di prodotti, servizi e ponendo in essere pratiche commerciali che fossero quanto più possibile rispettose dell’ambiente. Gli advertisers e i marketers furono lungimiranti e compresero che non sarebbe stato saggio ignorare la sensibilità dimostrata da una certa parte di consumatori rispetto alle tematiche ambientali. Preconizzando che le decisioni d’acquisto di questi ultimi sarebbero sempre più state influenzate dall’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi commercializzati.
Inevitabilmente, molte delle affermazioni di marketing ambientale dei players sul mercato si rivelarono false o fuorvianti. Alla fine degli anni Settanta, lo scetticismo ecologico innescato da tali pratiche commerciali scorrette ebbe una vasta eco sull’opinione pubblica americana. Dieci anni più tardi l’ambientalista Jay Westervelt coniò il neologismo greenwashing. E soprattutto spinse il legislatore statunitense a varare una legge ad hoc contro i greenwasher. E, inoltre, a disciplinare la pubblicità di prodotti e servizi in relazione alle tematiche ambientali.
Dalle ideologie al pragmatismo
La particolare attenzione dell’opinione pubblica americana rispetto al fenomeno del greenwashing fu in gran parte attribuita al cambiamento di strategia del movimento ambientalista. Movimento che abbandonò le posizioni più ideologiche, intraprendendo un percorso di scelte più professionali e pragmatiche e instaurando relazioni più costruttive con il mondo politico. Due fondamentali provvedimenti legislativi di questo periodo furono il Clean Air Act e il Clean Water Act, che costituiscono tuttora il legal framework statunitense in materia ambientale. Uno dei primissimi casi di marketing ambientale ingannevole riguardava le affermazioni pubblicitarie della Standard Oil su un additivo per la benzina chiamato Chevron F-310. Era pubblicizzato come un articolo ecologico in quanto avrebbe «prodotto una significativa riduzione delle emissioni di scarico e del conseguente inquinamento atmosferico».
Pochi mesi dopo un gruppo di consumatori, che aveva collettivamente acquistato 300 milioni di galloni di benzina F-310, intentò una class action innanzi alla Federal Trade Commission. L’accusa fu rivolta contro le emittenti tv che avevano lanciato lo spot pubblicitario del prodotto commercializzato dalla Standard Oil, sostenendo la falsità delle affermazioni.
D. Qual è la direttiva europea più recente sul contrasto al greenwashing?
R. Si tratta della Direttiva 2024/825/UE, nota come Empowering Consumers for Green Transition Directive. In vigore dallo scorso 26 marzo dovrà essere recepita dagli Stati Membri entro il 27 marzo 2026 e applicata entro il successivo 27 settembre 2026. La direttiva si pone l’obiettivo, da un lato, di mettere i consumatori nelle condizioni di poter prendere decisioni di acquisto informate, responsabili e contribuire in tal modo a modelli di consumo più sostenibili. Dall’altro, indurre gli operatori economici (produttori e rivenditori) a una maggiore responsabilità di fornire informazioni chiare, pertinenti e affidabili. La direttiva, inoltre, contribuisce al corretto funzionamento del mercato interno, incentiva la concorrenza leale tra le imprese. E inoltre stimola la domanda e l’offerta di beni più sostenibili e conseguente riduzione dell’impatto negativo sull’ambiente.
La direttiva introduce una vera e propria black list di pratiche commerciali sleali. Segnalo, inoltre, la proposta di direttiva sull’attestazione e sulla comunicazione delle asserzioni ambientali esplicite (Green Claims Directive) presentata dalla Commissione europea il 22 marzo 2023. Il 17 giugno 2024, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato la sua posizione in merito alla direttiva. L’orientamento generale adottato dal Consiglio servirà quale base per i negoziati con il Parlamento europeo sulla forma definitiva della direttiva nell’ambito di questa X legislatura europea.
D. Ci può citare qualche esempio di casi di greenwashing in Italia?
R. Nel libro esamino numerosi casi di greenwashing in Italia, nell’Unione europea e in paesi extra-UE. Per quanto riguarda l’Italia, ho analizzato il caso di Ferrarelle Spa, San Benedetto e Acqua Sant’Anna sanzionate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato per greenwashing, nonché il caso di greenwashing che ha coinvolto ENI SpA nei cui confronti l’Autorità ha irrogato una sanzione pecuniaria amministrativa pari a 5 milioni di euro per il suo Green Diesel.
D. Quali sanzioni rischiano le aziende che praticano il greenwashing?
R. Le imprese che pongono in essere pratiche di greenwashing possono incorrere in sanzioni pecuniarie anche piuttosto pesanti. Nel provvedimento che vieta la pratica commerciale scorretta, l’Antitrust può disporre l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 5 mila a 10 milioni di euro tenuto conto delle informazioni sul fatturato annuo del trasgressore. E inoltre della natura, gravità, entità, durata della violazione ed eventuali casi di recidiva. Delle azioni intraprese dal trasgressore per attenuare il danno subito dai consumatori o per porvi rimedio. Del vantaggio economico conseguito o delle perdite evitate dal trasgressore in conseguenza della violazione. E infine delle eventuali sanzioni inflitte al trasgressore per la medesima violazione in altri Stati membri in casi di infrazioni intra-UE.
D. Come possono le imprese dimostrare la loro trasparenza ambientale?
R. Anzitutto le imprese devono essere compliant con gli obblighi introdotti nel tempo dal legislatore europeo. Mi riferisco, ad esempio, alla Corporate Sustainability Reporting Directive in tema di obblighi di rendicontazione societaria di sostenibilità. E, inoltre, ai criteri tassonomici introdotti dal Regolamento Tassonomia per valutare se le attività economiche di un’impresa possano considerarsi effettivamente ecosostenibili. O ancora al Regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) volto a migliorare la trasparenza informativa nel settore finanziario, riducendo sensibilmente le pratiche di greenwashing. E soprattutto permettendo agli investitori di assumere decisioni più responsabili e coerenti ai propri valori e obiettivi.
Inoltre, per evitare i rischi di greenwashing è necessario calcolare l’impatto ambientale in ogni fase del ciclo di vita di un prodotto, servizio, organizzazione e processo attraverso il metodo di analisi denominato Life Cycle Assessment (LCA). Nella stessa direzione si è orientato anche il garante dei consumatori italiano che ha più volte ribadito come la metodologia LCA rappresenti l’unico robusto supporto capace di fornire dati e informazioni incontestabili per i green claims relativi ai prodotti.
D. Perché questo libro è considerato una guida fondamentale per chi opera nel settore?
R. Questo libro spiega come va raccontata la sostenibilità, quali sono le norme italiane e le numerose leggi internazionali che implicano che si debba evitare il greenwashing. E lo fa analizzando gli aspetti legislativi, economici, tecnologici. Infatti, assieme alla meticolosa, puntuale e aggiornatissima analisi della legislazione italiana, europea, statunitense, asiatica e mediorientale, il fenomeno viene riportato nella realtà delle imprese attraverso casi pratici e le testimonianze di chi applica la sostenibilità in società e la comunica evitando il greenwashing. Il libro, pertanto, è utile sia per chi lavora in azienda sia per il consumatore o cittadino.
Ma vista l’importanza del fenomeno del greenwashing vi è di conseguenza un enorme potenziale interesse di sviluppo per numerose figure professionali. Sia a livello micro (aziende singole di ogni dimensione, tipologia e settore, e anche per lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali) che a livello macro (sistema economico-istituzionale, dagli organismi sovranazionali alle organizzazioni internazionali e le pubbliche amministrazioni). Il mercato richiede una vasta gamma di figure professionali, ognuna con competenze specifiche: più orientate su aspetti scientifico-tecnologici piuttosto che ad aspetti manageriali. È richiesta una base ampia e integrata di conoscenze e capacità che permetta di comprendere le varie problematiche da diversi punti di vista.
Sono necessari nuovi esperti per guidare la trasformazione sostenibile delle organizzazioni, a loro è richiesto di innovare, grazie anche al potenziale delle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Non si tratta di un compito semplice: temi di sostenibilità così rilevanti come i diritti umani, le diseguaglianze sociali e il cambio climatico richiedono lo sviluppo di nuove competenze in grado di coniugare la crescita aziendale con risultati economici, istanze sociali e ambientali evitando appunto il greenwashing, ma perseguendo una vera e sostanziale sostenibilità trasformativa, comunicata correttamente.
Il libro è certamente una guida completa ed esaustiva sul come mettere in pratica davvero la sostenibilità e comunicarla correttamente grazie proprio alla conoscenza del greenwashing ovvero di cosa non fare. In pratica, un aiuto concreto per passare dal dire al fare più velocemente, per aiutare le imprese che devono integrare nei piani strategici la sostenibilità trasformativa. Chi non intraprende il cammino verso sostenibilità sul serio è avvisato!
D. Qual è la sua esperienza nel settore?
R. PhD in Business Management presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Avvocato, Dottore Commercialista e Revisore Legale, sono un ex Colonnello della Guardia di Finanza con circa 30 anni di esperienza “sul campo”. Nella lotta alla criminalità economica organizzata, ho condotto complesse indagini anche nel settore dei green crimes e, in particolare, nel settore del traffico di rifiuti. Il sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti in quanto “capital intensive sector” è particolarmente favorito dalla criminalità organizzata anche di matrice mafiosa. In ragione di tali complesse indagini nel settore ambientale, per diversi anni ho collaborato con la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari.
Dal 2015 lavoro come esperto della Commissione europea e del Consiglio d’Europa e dal 2021 come Global Consultant per conto delle Nazioni Unite e di diversi governi. Mi occupo da sempre di corporate compliance integrata, combinando – secondo un approccio multidisciplinare, interdisciplinare e integrato – gli aspetti tradizionali della corporate compliance (tax compliance, antiriciclaggio e anticorruzione) con gli obblighi normativi in tema di sostenibilità.
Dal 2021, coordino un team di esperti nelle attività di consulenza in materia di corporate compliance integrata e, con riferimento all’audit ESG, supporto le imprese a migliorare le loro performance in tema di sostenibilità. Inoltre, assisto i Paesi in via di sviluppo ed emergenti a porre in essere le migliori iniziative possibili al fine di allineare le loro green agenda all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ho, inoltre, pubblicato numerosi libri e articoli in tema di antiriciclaggio, contrasto al finanziamento del terrorismo, lotta alla criminalità economica, green economy e sustainable finance. Collaboro con Il Sole 24 Ore.
D. Quali altri contributi sono presenti nel suo libro?
R. La prefazione del libro è stata scritta dal Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Senatore Claudio Barbaro. L’introduzione dall’Europarlamentare e Professoressa Ordinaria di Economia dell’Ambiente al Politecnico di Torino – Mercedes Bresso – e le conclusioni da Francesco Perrini, Professore Ordinario di Economia Aziendale presso l’Università Bocconi, Associate Dean di SDA Bocconi e Direttore del Sustainability Lab. Colgo, inoltre, l’occasione per ringraziare il presidente Brunello Cucinelli per avermi dato la possibilità di parlare in modo approfondito del suo gruppo e delle iniziative che la Brunello Cucinelli S.p.a. ha posto in essere per mitigare i rischi di greenwashing.
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Libri
“Chi ha ucciso la Politica”: Emanuele Cristelli porta al Salone del Libro di Torino un viaggio feroce dentro il potere italiano
Tra retroscena, crisi della rappresentanza e trasformazione del potere, “Chi ha ucciso la Politica” arriva al Salone del Libro di Torino come uno dei saggi più discussi del momento. Emanuele Cristelli racconta il cortocircuito tra istituzioni, media e consenso nell’Italia contemporanea.
C’è una domanda che attraversa sempre più spesso il dibattito pubblico italiano ed europeo: la politica ha perso davvero la sua funzione? Da questa riflessione nasce “Chi ha ucciso la Politica”, il nuovo libro di Emanuele Cristelli, giovane consulente per la comunicazione strategica e le relazioni istituzionali, impegnato da anni nel mondo politico e del terzo settore. Cristelli ha rilasciato una breve intervista in vista della presentazione del libro al Salone Internazionale del Libro di Torino.
Il titolo del suo libro è molto forte: davvero la politica è “morta” o siamo davanti a una trasformazione ancora in corso?
«Il titolo è volutamente provocatorio. Io non credo che la politica sia morta definitivamente, perché la politica resta un bisogno umano: ogni società ha bisogno di organizzarsi, decidere, mediare interessi e costruire futuro. Quello che è entrato in crisi è il modello politico che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Sono crollati i partiti come luoghi di formazione, si è indebolita la partecipazione collettiva e si è trasformato il rapporto tra cittadini e istituzioni. Oggi siamo dentro una fase di transizione molto delicata: possiamo assistere a una rinascita della politica o a un progressivo svuotamento della democrazia rappresentativa, oppure a una sua profonda trasformazione, capace di integrare nuovi strumenti di coinvolgimento partecipativo dei cittadini. Il problema non è che la politica sia sparita. È che troppo spesso è stata sostituita dal marketing e dalla gestione del consenso fine a sé stessa. E quando il consenso diventa più importante della visione, la democrazia inizia lentamente a svuotarsi di senso».
Lei individua sette grandi equivoci che hanno portato alla crisi attuale: qual è, a suo avviso, quello più grave e sottovalutato?
«Probabilmente il più grave è l’idea che la politica debba inseguire continuamente il consenso invece di guidare i processi sociali. Negli ultimi anni abbiamo trasformato la politica in una campagna elettorale permanente, fatta di slogan, tatticismi e comunicazione istantanea. Questo ha prodotto una classe dirigente spesso più concentrata sul prossimo sondaggio che sulle prossime generazioni. La politica ha smesso di spiegare la complessità e ha iniziato a semplificare tutto, alimentando sfiducia e deresponsabilizzazione. Quando i cittadini percepiscono che nessuno affronta davvero la realtà o i problemi concreti, si allontanano dalla partecipazione democratica».
Nel libro difende, controcorrente, il finanziamento pubblico ai partiti: perché oggi è così difficile far passare questa idea nell’opinione pubblica?
«Perché negli anni si è affermata una narrazione tossica secondo cui qualsiasi forma di finanziamento alla politica coinciderebbe automaticamente con spreco o corruzione. In realtà una democrazia senza partiti strutturati diventa molto più fragile e più esposta ai poteri economici, alle lobby opache e agli interessi privati. Il punto non è abolire il finanziamento pubblico, ma renderlo trasparente, controllato e rigoroso. Esattamente come quello privato, facendo però lo sforzo di liberarlo dai pregiudizi che si sono consolidati negli anni. Qui il sistema dell’informazione gioca un ruolo fondamentale, direi persino pedagogico. Abbiamo voluto eliminare il problema di una politica irresponsabile sui fondi pubblici senza affrontarne davvero le cause, e così abbiamo finito per impoverire ulteriormente la democrazia. Oggi molti partiti sopravvivono più grazie alla comunicazione personalistica o a finanziamenti indiretti che a una reale partecipazione organizzata dei cittadini».
Quanto hanno inciso i social media e la comunicazione disintermediata nel cambiare – e forse impoverire – il rapporto tra cittadini e politica?
«Hanno inciso enormemente. I social hanno dato voce a tutti, e questo di per sé non è negativo. Il problema nasce quando la velocità sostituisce la profondità, quando la reazione emotiva vale più della riflessione e quando il consenso immediato diventa l’unico parametro della politica. La comunicazione disintermediata ha spesso trasformato il dibattito pubblico in uno scontro permanente tra tifoserie, incentivando polarizzazione, aggressività e semplificazione estrema. In molti casi la politica ha iniziato a comunicare come un algoritmo: premiando rabbia, semplificazione ed emozioni immediate. Oggi un leader politico rischia di essere valutato più per una clip virale che per la qualità delle decisioni che prende. C’era chi sosteneva che “ciò che diventa virale, diventa vero”. E oggi ci ritroviamo immersi proprio in questo ecosistema, dove la verità rischia di essere fagocitata dalla velocità della comunicazione».
Nelle conclusioni lei parla di una possibile “rinascita” della politica: da dove bisogna ripartire concretamente per ricostruire fiducia e partecipazione?
«Bisogna ripartire dalla credibilità. Le persone non pretendono politici perfetti: pretendono politici autentici, preparati, capaci di ispirare fiducia, assumersi responsabilità e costruire un immaginario collettivo che abbia la speranza – e non la rabbia – come bussola. Serve una nuova classe dirigente che studi, che conosca i problemi reali e che torni ad avere una visione del futuro. Ma serve anche una rivoluzione culturale: dobbiamo smettere di trattare la politica come una partita da tifare e tornare a viverla come uno strumento collettivo per migliorare la società. Perché quando la politica si indebolisce, il vuoto non resta mai vuoto: viene sempre riempito da qualcun altro. E la storia ci insegna che quel “qualcun altro” può diventare molto pericoloso per la convivenza civile e democratica».
Di più su Emanuele Cristelli
Nato a Trieste nel 1995, laureato in Scienze Politiche e in Diplomazia e Cooperazione internazionale, Cristelli affronta nel suo saggio la crisi della rappresentanza, il ruolo dei social media, il declino dei partiti tradizionali e la trasformazione del rapporto tra cittadini e istituzioni. Un libro che lancia un allarme sulla fragilità della democrazia contemporanea, ma che prova anche a indicare una possibile strada per una rinascita della partecipazione politica.
di Ernesto Mastroianni
Libri
Lino Banfi compie 90 anni e racconta fame, gavetta e amore per Lucia: “Ero campione di salto del pasto”
Alla vigilia dei 90 anni, l’attore pubblica “90 non mi fai paura” e ripercorre una vita di sacrifici, risate, povertà e promesse mantenute.
Lino Banfi compie 90 anni e, invece di lucidare medaglie, apre il cassetto più intimo della memoria. Dentro ci sono la fame vera, quella che non fa ridere nessuno, le notti passate negli androni, la gavetta feroce e soprattutto Lucia, la moglie amata per una vita intera. Alla sua “dolce Lucia” l’attore dedica l’autobiografia “90 non mi fai paura”, anticipata dal settimanale Oggi, con una preghiera tenerissima: che lassù possa farla leggere anche a Papa Francesco. Più che un libro, sembra un lungo grazie. A lei, al coraggio, alla testardaggine e forse anche a quella capacità tutta sua di trasformare le botte della vita in racconto.
La fuitina e il matrimonio all’alba
Nel 1962 Banfi e Lucia furono costretti alla “fuitina”. Il padre di lei non voleva che sposasse un attore squattrinato, e il matrimonio arrivò dopo una fuga d’amore, celebrato in sagrestia alle 6 del mattino. Non proprio una favola da copertina: all’epoca quella cerimonia fredda e sbrigativa era quasi una punizione per le coppie fuggite contro la volontà delle famiglie. Lucia stava per piangere, lui si sentiva mortificato. Così le fece una promessa apparentemente folle: al cinquantesimo anniversario avrebbero festeggiato di nuovo, ma “come dei principi”. Lei lo guardò come si guardano i pazzi. E invece quella promessa, anni dopo, diventò realtà.
La fame, Milano e l’intruglio del barbone
Dietro il sorriso di Nonno Libero c’è una giovinezza che oggi sembra quasi impossibile. “Ero campione di salto del pasto”, racconta Banfi con quella leggerezza che non cancella il dolore, ma lo rende sopportabile. A Milano, in un momento di sconforto, arrivò perfino a seguire il consiglio di un barbone con cui aveva diviso qualche notte in un androne: un intruglio capace di infiammargli le tonsille abbastanza da farlo ricoverare. Obiettivo poco poetico ma molto concreto: una decina di giorni di vitto e alloggio. Quando il primario decise di dimetterlo, lui chiese di restare ancora un po’, perché dopo l’operazione non riusciva a deglutire e non aveva mangiato quasi nulla.
Il comico che ha attraversato un secolo
La storia di Lino Banfi è anche la storia di un’Italia cambiata fino a diventare irriconoscibile. Dalla povertà alla popolarità, dal varietà alla commedia, fino alla televisione che lo ha trasformato nel nonno più amato del piccolo schermo, Banfi ha attraversato epoche, gusti e generazioni senza perdere quella maschera da uomo semplice che semplice non è mai stata. Perché dietro le battute, le smorfie e il linguaggio diventato patrimonio popolare c’è un artista che ha pagato tutto prima: la fame, l’attesa, l’umiliazione, la lontananza da Lucia. A 90 anni, però, il bilancio non suona amaro. Suona come una risata venuta da lontano, una di quelle che nascono solo quando la vita ha provato a piegarti e tu, in qualche modo, le hai fatto lo sgambetto.
Libri
Nebbia, il thriller rivelazione di Chantal Guzzetti arriva in libreria: un debutto intenso tra mistero, memoria e inquietudine
Dall’intuizione nata davanti a uno specchio appannato alla pubblicazione con Brè Editore, Nebbia si impone come uno dei thriller italiani più interessanti, tra atmosfere cupe e misteri da svelare.
Esce in libreria Nebbia di Chantal Guzzetti, una delle penne più interessanti del nuovo panorama del del thriller italiano. Il romanzo è edito da Brè Editore, casa editrice del gruppo Santelli. Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice, Chantal Guzzetti.
Nebbia è il tuo primo romanzo: che libro è e cosa rappresenta per te?
«Nebbia è un thriller ed è anche il mio primo e unico libro. Rappresenta un punto di arrivo ma anche un inizio: è la storia che per tanto tempo è rimasta dentro di me, in attesa di trovare la forma giusta per uscire.»
Il titolo è molto evocativo: da dove nasce “Nebbia”?
«Il titolo nasce anni fa, un pomeriggio d’autunno. Ricordo perfettamente quel momento: ero appena uscita dalla doccia, infreddolita, con l’accappatoio addosso. Sotto il getto dell’acqua calda stavo riflettendo sulla mia vita, su quello che stavo facendo e su quello che avrei voluto fare. Era un periodo di grande confusione.»
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quello sarebbe stato il titolo giusto?
«Sì, è stato quasi un’illuminazione. Mi avvicinai allo specchio del bagno e lo trovai completamente appannato. In quell’istante ho avuto una rivelazione: avrei scritto quel libro che avevo dentro da tempo e lo avrei chiamato “Nebbia”. Era il simbolo perfetto di ciò che stavo vivendo.»
Quanto tempo è passato da quell’intuizione alla scrittura vera e propria?
«In realtà Nebbia fu scritto anni dopo. A un certo punto ho deciso di fare un corso di scrittura creativa a Milano: è stata un’esperienza fondamentale, mi ha dato strumenti concreti e soprattutto sicurezza. È lì che ho iniziato davvero a trasformare quell’idea in qualcosa di strutturato.»
Quando ha preso forma definitiva il romanzo?
«La gestazione è stata lenta. Ho iniziato a lavorarci seriamente nel 2019, ma è stato nel 2020, durante la pandemia, che ho trovato il tempo per dedicarmi davvero alla scrittura e portarlo a termine. Dopo anni, Brè Edizioni, del gruppo Santelli, ha deciso di ridare nuova vita a questo mio primo romanzo.»
Dove è possibile trovare il libro?
«È possibile preordinare Nebbia prima dell’uscita ufficiale e riceverlo in anticipo rispetto all’arrivo in libreria, ordinandolo direttamente dal sito Santelli Librerie.»
SINOSSI: In un piccolo paese di montagna piemontese, Croveo, una giornata di festa si trasforma in un incubo: il corpo di un uomo viene trovato penzolante sul ciglio di una cascata e, il giorno seguente, anche sua moglie viene rinvenuta senza vita. Un duplice omicidio che spezza la quiete di una comunità abituata al silenzio e alla routine, ma che le autorità locali, lente e impreparate, lasciano presto scivolare nell’oblio.
A riaprire il caso, un mese dopo, arriva da Milano l’ispettore Claudio De Simone, chiamato a fare luce su un’indagine povera di prove e piena di zone d’ombra. Mentre cerca di orientarsi tra diffidenze e silenzi, un altro tassello inquietante emerge: Alice Galli, figlia delle vittime, era presente a Croveo il giorno della tragedia. Ritrovata priva di sensi accanto al corpo della madre, la giovane soffre di una grave amnesia e non ricorda nulla di ciò che è accaduto.
Tornata in Lombardia, Alice vive sospesa tra lutto e frammenti di memoria che riaffiorano sotto forma di sogni ambigui, forse ricordi, forse suggestioni. Quando De Simone la convoca a Croveo, lei accetta, ma una volta arrivata scopre di essere tra i principali sospettati.
Nel frattempo, l’ispettore si muove in un ambiente chiuso e opaco, dove ogni abitante sembra nascondere qualcosa. Dall’amico d’infanzia di Alice, Alessandro, al carismatico Don Bruno, sacerdote dal passato controverso e al centro di dinamiche sentimentali ambigue, fino alle parrocchiane Maria Gentile e Sara Colombo: tutti diventano potenziali colpevoli. La verità si nasconde dietro una fitta nebbia, reale e metaforica, che avvolge il paese e la mente dello stesso De Simone.
Tra sospetti incrociati, memorie perdute e segreti mai confessati, l’ispettore dovrà districare un intreccio sempre più complesso, fino a raggiungere una verità che cambierà ogni cosa. E proprio in quel luogo isolato e inquieto, dove tutto è cominciato, De Simone troverà anche il coraggio di ricominciare.
SCHEDA AUTORE: Chantal Guzzetti nasce in Lombardia nel 1982. Cresce tra la pianura e il richiamo sempre più forte della montagna, sviluppando nel tempo un legame profondo con i paesaggi alpini, in particolare con una località del Piemonte settentrionale dove la sua famiglia acquista una piccola baita immersa nel silenzio e nella natura.
Proprio quell’ambiente isolato e suggestivo diventa la scintilla narrativa che la porta a scrivere il suo primo thriller, ambientato a Croveo, luogo capace di fondere bellezza e inquietudine. La montagna, con i suoi ritmi lenti e le sue ombre, entra così a far parte integrante del suo immaginario creativo.
Nella vita quotidiana lavora nel negozio di famiglia, nel centro di Milano, mantenendo un equilibrio tra la dimensione urbana e quella più intima e riflessiva della scrittura. Da anni cura anche un blog personale dedicato ai libri, dove condivide recensioni, impressioni e consigli di lettura, raccontando le storie che la colpiscono con uno sguardo autentico e appassionato.
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