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Lifestyle

Le cinque abitudini delle persone che riescono davvero a staccare la spina in vacanza e tornano più rilassate

Le vacanze rappresentano un’occasione preziosa per recuperare equilibrio fisico e mentale, ma solo se si riesce a interrompere davvero la routine. Psicologi ed esperti di benessere spiegano quali comportamenti aiutano a ridurre lo stress e a rientrare con una sensazione di autentico riposo.

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    Ogni estate milioni di persone partono con un obiettivo molto semplice: staccare la spina. Eppure non sempre ci riescono. C’è chi continua a rispondere alle email di lavoro sotto l’ombrellone, chi programma ogni minuto della giornata e chi torna a casa quasi più stanco di quando è partito.

    Secondo gli psicologi, la qualità del riposo non dipende dalla destinazione o dal budget della vacanza, ma soprattutto da come si vive quel tempo. Alcune abitudini, infatti, aiutano il cervello ad abbandonare la modalità “lavoro” e a entrare davvero in una dimensione di recupero.

    Mettono lo smartphone in secondo piano

    Il primo passo è anche il più difficile. Le persone che riescono a rilassarsi davvero non trascorrono la giornata con il telefono in mano.

    Limitano il tempo dedicato a social network, messaggi ed email, evitando di controllare continuamente le notifiche. Non significa spegnere completamente il cellulare, ma impedire che diventi ancora una volta il centro della giornata.

    Liberare la mente dalle continue interruzioni permette di dedicare maggiore attenzione alle persone, ai luoghi e alle esperienze vissute.

    Non trasformano la vacanza in una maratona

    Visitare dieci luoghi in tre giorni può sembrare un ottimo modo per sfruttare ogni momento, ma spesso produce l’effetto opposto.

    Le vacanze più rigeneranti lasciano spazio anche all’improvvisazione. Una passeggiata senza meta, un pranzo che si prolunga, qualche ora trascorsa semplicemente a leggere o osservare il mare aiutano il cervello a rallentare e a recuperare energie.

    Dormono quando il corpo ne sente il bisogno

    Durante l’anno molti accumulano ore di sonno perdute. Le ferie rappresentano l’occasione ideale per recuperarle.

    Svegliarsi senza sveglia, concedersi un breve riposo pomeridiano o semplicemente rispettare il proprio ritmo biologico favorisce un recupero fisico e mentale che spesso si riflette anche sull’umore.

    Vivono più esperienze e meno schermi

    Un tramonto osservato dal vivo lascia ricordi più duraturi rispetto a decine di fotografie scattate senza nemmeno guardare il paesaggio.

    Chi riesce davvero a rilassarsi tende a vivere il momento presente: assapora il cibo, ascolta i rumori del mare, cammina senza fretta, conversa con chi gli sta accanto. Sono esperienze che stimolano emozioni autentiche e rendono il viaggio più memorabile.

    Accettano di non fare tutto

    Forse è l’abitudine più importante. Le persone che tornano davvero riposate non cercano di vedere ogni museo, ogni spiaggia o ogni attrazione disponibile.

    Accettano che una vacanza non sia una gara, rinunciano a qualcosa senza viverlo come un fallimento e scelgono di privilegiare la qualità del tempo rispetto alla quantità di attività svolte.

    Questa mentalità riduce la sensazione di dover correre continuamente e permette di vivere il viaggio con maggiore leggerezza.

    Il vero lusso oggi è avere tempo per sé

    In un’epoca in cui siamo costantemente connessi, il lusso più grande non è necessariamente un resort esclusivo o una destinazione esotica. È poter trascorrere qualche giorno senza fretta, senza pressioni e senza la sensazione di dover essere sempre produttivi.

    Le vacanze non servono soltanto a cambiare panorama. Servono soprattutto a recuperare energie, ritrovare equilibrio e ricordare che il tempo libero, quando viene vissuto davvero, rappresenta una delle risorse più preziose per il nostro benessere.

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      Lifestyle

      Gaslighting aziendale: i 4 red flag che ti dicono se il tuo capo (o collega) è un manipolatore

      Dalla distorsione della realtà ai finti complimenti, viaggio all’interno del “gaslighting” sul posto di lavoro. Una trappola sottile che logora l’autostima dei dipendenti e perché l’unica difesa è muoversi subito.

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      Gaslighting aziendale: i 4 red flag che ti dicono se il tuo capo (o collega) è un manipolatore

        C’è un sottile confine tra un capo esigente, una giornata di lavoro stressante e un vero e proprio abuso psicologico. Nel gergo delle risorse umane e della psicologia del lavoro lo chiamano gaslighting aziendale: una forma di manipolazione psicologica subdola, perpetrata da colleghi tossici o superiori, che spinge la vittima a dubitare della propria memoria, della propria percezione della realtà e, nei casi peggiori, della propria competenza professionale.

        A differenza del mobbing classico, che spesso si manifesta con attacchi frontali o demansionamenti evidenti, il gaslighting agisce nell’ombra della routine d’ufficio, logorando la sicurezza del dipendente un giorno alla volta.

        La mappa dei “Red Flag”: i campanelli d’allarme da non ignorare

        Riconoscere questa dinamica all’interno del proprio team non è semplice, proprio perché il manipolatore tende a confondere le acque. Tuttavia, esistono alcuni red flag (segnali d’allarme) ben precisi che devono far scattare l’allerta:

        • La negazione dell’evidenza: Frasi del tipo «Non ho mai detto che il report andasse consegnato oggi» o «Ti ricordi male, le direttive erano diverse», pronunciate con assoluta fermezza anche di fronte a scadenze pattuite a voce, per far sentire il dipendente distratto o inadeguato.
        • L’esclusione strategica: Essere misteriosamente tagliati fuori da email importanti, riunioni chiave o chat di progetto. Quando si chiede spiegazioni, la risposta è quasi sempre una finta dimenticanza: «Pensavo non ti interessasse» o «È stato solo un disguido».
        • I complimenti “al veleno”: Critiche distruttive travestite da feedback costruttivi o battute ironiche davanti ai colleghi, seguite dal classico «Ma dai, impara a ridere, stavo solo scherzando!» se si prova a far notare il disagio.
        • Il discredito alle spalle: Il manipolatore semina dubbi sulla professionalità della vittima con il resto del management, descrivendola come “troppo stressata”, “instabile” o “non ancora pronta” per determinati ruoli.

        Perché bisogna agire immediatamente

        Il pericolo più grande del gaslighting è il fattore tempo. Più si rimane esposti a questa manipolazione, più si tende a isolarsi e a colpevolizzarsi, convincendosi di essere davvero la causa del problema. Questo non solo distrugge la carriera, ma ha un impatto devastante sulla salute mentale, provocando ansia da prestazione, insonnia e burnout.

        Per uscirne, gli esperti del settore consigliano di agire seguendo una strategia rigorosa:

        1. Certificare tutto: La memoria può vacillare, gli screenshot no. È fondamentale mettere ogni accordo nero su bianco. Dopo una riunione o una conversazione verbale importante, inviare sempre una mail di riepilogo del tipo: «Come da nostri accordi appena presi a voce, procedo con…».

        2. Evitare il confronto privato: Se si percepisce che il rapporto è tossico, meglio limitare i colloqui a quattr’occhi ed effettuare i passaggi cruciali di progetto alla presenza di testimoni o via canali scritti aziendali.

        3. Coinvolgere l’esterno: Segnalare tempestivamente la situazione al reparto HR, ai rappresentanti sindacali o, se necessario, a un legale o a uno psicologo del lavoro.

        L’ufficio deve essere un luogo di crescita e produttività, non un labirinto psicologico in cui smarrire la propria dignità. Riconoscere i segnali ed alzare la testa è il primo, fondamentale passo per riprendersi il controllo della propria vita professionale.

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          In primo piano

          Andare per funghi in autunno senza correre pericoli: i passaggi fondamentali per raccogliere, conservare e verificare il raccolto

          Con l’arrivo dei primi freddi e delle piogge autunnali riparte la caccia ai funghi nei boschi italiani. Gli ispettori micologici delle Aziende Sanitarie Locali e il Comando Unità Forestali dell’Arma dei Carabinieri ricordano le norme prudenziali e di legge per evitare avvelenamenti

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          Andare per funghi in autunno senza correre pericoli: i passaggi fondamentali per raccogliere, conservare e verificare il raccolto

            L’arrivo delle piogge autunnali e il clima umido richiamano ogni anno migliaia di appassionati lungo i sentieri e nei boschi italiani alla ricerca di porcini, finferli e altre prelibatezze spontanee. Tuttavia, la ricerca dei funghi non rappresenta un semplice passatempo della domenica, ma un’attività che richiede competenza, rispetto dell’ambiente e massima cautela. La somiglianza morfologica tra molte specie eduli e varietà altamente tossiche o letali causa infatti centinaia di accessi ai pronto soccorso ogni anno, rendendo indispensabile una conoscenza approfondita delle regole fondamentali.

            Abbigliamento adatto e rispetto delle normative ambientali

            Prima ancora di inoltrarsi nella vegetazione, gli esperti del Comando Unità Forestali dell’Arma dei Carabinieri raccomandano di pianificare l’uscita prestando attenzione alle condizioni meteorologiche e all’equipaggiamento. Calzature da trekking alte, abbigliamento a strati e un cellulare carico sono elementi essenziali per la sicurezza personale.

            Sul piano normativo, la legge italiana stabilisce la necessità di possedere i permessi locali o i tesserini abilitativi richiesti dalle singole Regioni o dai Comuni. La raccolta deve avvenire esclusivamente nelle ore diurne ed è vietato l’utilizzo di rastrelli, uncini o attrezzi che possano danneggiare il delicato reticolo del micolio sottostante. I funghi vanno recisi o staccati con una leggera torsione alla base del gambo e riposti in cestini di vimini traforati. Questo contenitore rigido garantisce l’aerazione del raccolto e permette la dispersione naturale delle spore durante il cammino, mentre l’uso di buste di plastica è severamente vietato e punito con sanzioni amministrative, poiché accelera la decomposizione delle tossine.

            Il ruolo dell’Ispettorato Micologico e le verifiche gratuite

            La regola aurea per chiunque si dedichi alla ricerca dei funghi è non consumare mai esemplari sulla cui commestibilità sussista anche il minimo dubbio. I vecchi metodi empirici della tradizione popolare, come la prova dell’aglio, della moneta d’argento o il consumo da parte di animali, sono privi di qualsiasi fondamento scientifico e spesso pericolosi.

            Per garantire la sicurezza dei cittadini, il Servizio Sanitario Nazionale mette a disposizione in quasi tutte le Aziende Sanitarie Locali (USL o ASL) gli Ispettorati Micologici. Questi centri offrono un servizio di controllo e certificazione del raccolto completamente gratuito. Gli esperti esaminano l’intero quantitativo raccolto — e non solo un campione — separando le specie idonee al consumo da quelle tossiche o in cattivo stato di conservazione.

            Conservazione e preparazione in cucina

            Anche i funghi commestibili e certificati possono provocare disturbi gastrointestinali se non preparati correttamente. Gli specialisti ricordano di consumarli sempre previa cottura prolungata, poiché molte specie contengono tossine termolabili che si inattivano soltanto con il calore. Si consiglia inoltre di evitare la somministrazione a bambini piccoli, donne in gravidanza e persone affette da patologie digestive.

            Qualora nei momenti successivi al pasto compaiano sintomi quali nausea, vomito, dolori addominali o vertigini, è necessario rivolgersi immediatamente al pronto soccorso, portando con sé eventuali avanzi del piatto o scarti di pulizia per consentire l’identificazione della specie responsabile.

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              Lifestyle

              Come eliminare un nido di vespe sul balcone o in giardino: le mosse fondamentali ed il trucco delle ore serali in sicurezza

              La presenza di un favo di vespe nel cassone della tapparella, nel sottotetto o in giardino richiede prontezza e precauzione. Dagli spray insetticidi a getto lungo alle soluzioni con fumo e caffè, fino alle emergenze con i Vigili del Fuoco, ecco le mosse corrette

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              Come eliminare un nido di vespe sul balcone o in giardino: le mosse fondamentali ed il trucco delle ore serali in sicurezza

                Trovare un nido di vespe nel cassone delle tapparelle, sotto un cornicione o tra i rami del giardino rappresenta una situazione frequente che causa forte apprensione. A differenza delle api, le vespe possono diventare particolarmente aggressive quando avvertono una minaccia per la propria colonia e sono in grado di pungere ripetutamente. Per questa ragione, la neutralizzazione e la rimozione di un favo richiedono un piano preciso e l’adozione di adeguate protezioni.

                Individuazione del nido e scelta del momento ideale

                Prima di compiere qualsiasi azione, occorre valutare le dimensioni della struttura e la sua collocazione. Le vespe costruiscono favi utilizzando una pasta di legno masticata che assume la consistenza del cartone. Per minimizzare i rischi di attacco, gli esperti del settore disinfestazione raccomandano di agire preferibilmente all’alba o nelle prime ore della sera. In questi momenti della giornata la temperatura è più bassa, la maggior parte delle vespe si trova all’interno della struttura e l’attività della colonia risulta notevolmente ridotta.

                Tecniche di neutralizzazione e dispositivi di protezione

                Se il nido si trova in una posizione accessibile ed è di piccole dimensioni, si può procedere autonomamente adottando rigide misure di sicurezza. È indispensabile indossare abiti coprenti in tessuto spesso, guanti da lavoro e occhiali protettivi per schermare il corpo da eventuali punture.

                Il metodo più comune prevede l’impiego di bombolette insetticide ad altissima gettata, capaci di raggiungere la struttura da una distanza di tre o quattro metri. Dopo aver erogato il prodotto direttamente sull’apertura del favo, è necessario allontanarsi immediatamente e attendere ventiquattro ore per verificare la totale eliminazione degli insetti. Solo a quel punto si potrà staccare il favo vuoto e smaltirlo. Tra le alternative naturali utilizzate per allontanarle senza sostanze tossiche figura la combustione controllata di polvere di caffè, il cui fumo denso e aromatico ha un forte potere repellente.

                Quando evitare il fai da te e richiedere l’intervento professionale

                Qualora il nido raggiunga dimensioni elevate, si trovi all’interno di intercapedini complesse o si sia allergici al veleno delle vespe, il tentativo di rimozione casalinga va assolutamente evitato. Nelle situazioni di grave emergenza o in presenza di soggetti fragili, è possibile richiedere l’intervento dei Vigili del Fuoco o affidarsi a ditte specializzate in disinfestazione. I tecnici sono dotati di tute ermetiche, termocamere e attrezzature adeguate per mettere in sicurezza l’area ed evitare il ritorno dell’infestazione.

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