Lifestyle
Quanti matrimoni…! Una scelta sempre più di moda
Il settore dei matrimoni sta vivendo una fase di espansione, con un aumento delle celebrazioni e un budget medio stabile, nonostante l’inflazione. Le coppie tendono a risparmiare su alcuni aspetti, ma non rinunciano alla qualità delle foto e dei video, segno dell’importanza di conservare ricordi indimenticabili di un giorno così speciale.
Anche durante questi mesi estivi si è confermata una crescita del numero di matrimoni celebrati con un aumento del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Secondo i dati della piattaforma Matrimonio.com e dell’associazione di categoria Federmep, il giro d’affari del settore ha quasi raggiunto i 700 milioni di euro. Questo incremento non è solo un rimbalzo post-pandemia (ormai lontana), ma un segno di una crescita solida e continua. Una scelta che piace sempre di più.
Quanto possiamo investire?
Il budget medio per un matrimonio si attesta sui 25.000 euro. La maggior parte delle spese, circa il 64%, è destinata alla location. Gli abiti degli sposi sono un’altra voce significativa, con l’uomo che spende in media 1.450 euro e la donna 2.660 euro, oltre a 300 euro per truccatrice e parrucchiera. I servizi fotografici e video non sono da meno, con costi rispettivamente di 1.900 e 1.200 euro. E se vuoi l’accompagnamento musicale? Ci sono centinaia di cantanti e gruppi specializzati in matrimoni. Il costo varia da un minimo di 1.200 euro fino a superare i 3.000. E oltre.
Ma chi si sposa oggi?
L’età media si è spostata verso l’alto. Gli sposi, infatti, oggi sono principalmente ultra 35enni, l’83% dei quali già convive e il 29% ha già figli. Questo porta le coppie a fare scelte più economiche, rinunciando spesso a wedding planner, fuochi d’artificio e cake designer, e optando per decorazioni floreali meno appariscenti.
Una bella location per un matrimonio riuscito
La stagione preferita per i matrimoni inizia ora, rimane l’estate, anche se molti scelgono maggio o settembre per il clima più mite e i prezzi inferiori. Le città come Roma, Venezia e quelle con una forte attrazione turistica attirano numerosi stranieri disposti a pagare anche il triplo per sposarsi in una località italiana in Toscana, Liguria. Le abbazie in Umbria sono tra le location più richieste, offrendo una combinazione di vitto e alloggio per gli ospiti e un’atmosfera unica.
Un servizio che non può mancare, quello fotografico
Le spese per foto e video sono tra le poche che non vengono mai tagliate. Le aspettative degli sposi sono alte. E così i fotografi professionali sono sollecitati a utilizzare tecnologie sempre più avanzate, come l’intelligenza artificiale, per migliorare gli scatti senza perdere la naturalezza. Il servizio fotografico oltre a essere un ricordo la materia prima per comunicare sui social media. Un post dopo l’altro le immagini tratte da un buon servizio fotografico possono garantire spunti da spendersi per diversi mesi.
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
Società
Deconcentrati, stressati, ansiosi. I nostri adolescenti sono a rischio
Non dormono, non si concentrano, stanno poco in società: così lo smartphone ha reso depressi e ansiosi i nostri adolescenti.
Il libro “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt (Rizzoli editore) ha posto una questione importante. Qual è l’impatto degli smartphone e dei social media sul benessere mentale degli adolescenti. L’autore ha presentato un quadro preoccupante, supportato da dati molto inquietanti. L’uso eccessivo degli smartphone ha portato a un aumento della depressione, ansia e dei suicidi tra i giovani. La “Grande riconfigurazione dell’infanzia“, come la definisce Haidt, ha spostato i ragazzi dal gioco libero all’isolamento digitale, privandoli delle esperienze sociali fondamentali per il loro sviluppo emotivo e mentale.
Come i social stanno rovinando i nostri figli
L’autore sostiene che l’abuso dello smartphone, combinato con l’iperprotettività dei genitori, ha creato una generazione più vulnerabile, costantemente in modalità di difesa, incapace di affrontare rischi e frustrazioni. I bambini di oggi sono meno preparati a gestire le sfide della vita perché sono stati protetti eccessivamente dai noi genitori esposti senza controllo ai pericoli della rete. Questa combinazione ha reso gli adolescenti più fragili e ansiosi.
Ci si incontra meno e in fretta
Uno degli effetti più gravi dell’uso degli smartphone è la riduzione delle interazioni sociali reali. I ragazzi passano meno tempo con gli amici e più tempo online, perdendo le opportunità di sviluppare relazioni profonde e significative. Inoltre, la frammentazione dell’attenzione e la dipendenza da notifiche continue minano la loro capacità di concentrazione e di riflessione.
La tecnologia non va demonizzata, va usata meglio
Haidt non è un luddista, non demonizza la tecnologia in sé, ma invita a una riflessione critica sul modo in cui la usiamo. È importante, dice, distinguere tra le opportunità offerte dalla rete e le distorsioni create dai social media, che alimentano una visione binaria e semplificata del mondo. Le soluzioni, secondo lui, non risiedono nel rifiuto della tecnologia, ma nell’educazione e nella regolamentazione del suo uso.
Serve una riconnessione con la realtà
Il libro si chiude con consigli pratici per genitori, insegnanti e governi su come affrontare questi problemi. Haidt suggerisce una discussione aperta tra genitori e figli, e un uso più consapevole degli smartphone, spegnendoli quando necessario per riconnettersi con la realtà e tra di loro.
Tech
Vita, morte e notifiche push: perché la tecnologia ci segue anche in bagno
Dal letto al water, passando per la scrivania e la metro: ormai il telefono è il nostro compagno inseparabile. Ma a che prezzo? La tecnologia ci semplifica la vita o ci sta rubando il silenzio? Una riflessione semiseria sull’uso (e l’abuso) degli schermi che ci guardano mentre li guardiamo.
C’è stato un tempo in cui il bagno era l’unico vero rifugio della giornata. Un luogo sacro, privato, al massimo profanato da una rivista sgualcita o da un catalogo dell’IKEA. Oggi? Oggi entriamo e ci portiamo dietro l’intero internet.
La tecnologia ci accompagna ovunque: a tavola, a letto, al lavoro, in vacanza e sì, anche lì. Siamo diventati incapaci di stare senza uno schermo acceso. Ci svegliamo e scrolliamo, cuciniamo con TikTok, camminiamo con Google Maps e ci addormentiamo con Netflix. Se il telefono è scarico, l’ansia sale più di uno spread in piena crisi finanziaria.
Ma non era questo il futuro che ci avevano promesso? Dove sono le macchine volanti? I robot che ti fanno il caffè? Gli ologrammi amici? Al loro posto abbiamo la notifica che “oggi hai usato Instagram per 2 ore e 48 minuti” e lo smartwatch che ti chiede se “vuoi fare una pausa per respirare”. Con il dettaglio che, se ti rifiuti, ti guarda male. Letteralmente.
Il problema non è la tecnologia in sé. Anzi, benedetti siano gli assistenti vocali che ti ricordano dove hai lasciato le chiavi o i frigoriferi smart che ti avvisano quando scade il latte. Il problema è che siamo diventati allergici al vuoto, al silenzio, all’assenza di stimoli. Ogni momento libero è un’occasione per rimetterci le cuffiette, aprire un’app, ascoltare un podcast, mandare un vocale di 3 minuti che poteva essere un messaggio di 4 parole.
I social ci fanno credere di essere connessi con tutti, mentre nella realtà ci stanno disconnettendo da tutto. Anche da noi stessi. Perché non è normale sentirsi persi se il telefono resta in un’altra stanza. Non è normale mangiare senza parlare, solo per filmare il piatto perfetto da postare. E non è normale rispondere alle mail mentre sei ancora in pigiama e non sai neanche in che giorno vivi.
La verità è che la tecnologia dovrebbe semplificarci la vita, non consumarla. Dovrebbe essere uno strumento, non un’ossessione. Dovremmo imparare a spegnerla ogni tanto, senza sentirci in colpa o disconnessi dal mondo.
Forse dovremmo tornare a leggere libri cartacei, a perdere tempo guardando fuori dalla finestra, a dimenticare il telefono a casa e non viverla come una tragedia epocale. Forse dovremmo farci un regalo: una giornata offline.
E se proprio non riusciamo, almeno lasciamo fuori il telefono dalla porta del bagno. Per rispetto. Non nostro, ma del bidet.
Società
Il gioco perduto: bambini chiusi in casa tra schermi e tecnologia
Tra smartphone, videogiochi e tv, i bambini stanno abbandonando il gioco all’aperto, perdendo occasioni di socializzazione e sviluppo. Il governo britannico corre ai ripari con una “strategia nazionale del gioco”, obbligando le scuole a garantire momenti di svago all’aperto. Riuscirà questa misura a contrastare l’isolamento digitale delle nuove generazioni?
Negli ultimi anni, il tempo che i bambini trascorrono all’aperto è diminuito drasticamente, sostituito da ore passate davanti agli schermi di smartphone, tablet, televisori e videogiochi. Questo fenomeno, che ha radici profonde nell’evoluzione tecnologica e sociale, ha portato molti governi a interrogarsi sul futuro delle nuove generazioni e sugli effetti di questa abitudine sulla loro crescita. Il Regno Unito ha deciso di intervenire con una proposta concreta: introdurre una strategia nazionale del gioco, affinché le scuole garantiscano attività all’aperto durante le pause e incoraggino i bambini a riscoprire il piacere del gioco fisico e della socializzazione diretta.
In passato, il gioco per strada era una parte fondamentale dell’infanzia
Le generazioni più anziane ricordano con nostalgia le giornate passate nei parchi, nei cortili e nelle piazze, esplorando il mondo e costruendo relazioni attraverso il movimento e l’interazione reale. Oggi, invece, solo uno su quattro dei bambini dice di giocare all’aperto con una certa regolarità. Il resto della loro quotidianità si svolge principalmente al chiuso, tra attività scolastiche e tempo libero gestito attraverso dispositivi elettronici. Questo cambiamento ha portato conseguenze significative. Una maggiore sedentarietà, una riduzione delle capacità motorie e un impatto negativo sulle abilità sociali, poiché la comunicazione attraverso uno schermo non sostituisce il valore dell’interazione diretta.
Bambini troppo protetti mentre la società peggiora
Uno dei fattori che ha contribuito a questa trasformazione è l’iper-protezione dei genitori, che rispetto al passato tendono a essere più apprensivi e meno disposti a lasciare i figli esplorare autonomamente. La paura di pericoli, incidenti o incontri indesiderati ha reso le famiglie più diffidenti verso il gioco libero all’aperto. Inoltre, l’aumento del traffico nelle città ha ridotto gli spazi sicuri dove i bambini possono giocare senza rischi.
Quella tecnologia che chiude gli orizzonti invece che aprirli
Ma il principale motore di questo cambiamento rimane la tecnologia. Smartphone e videogiochi offrono intrattenimento immediato e coinvolgente, creando dipendenza e sostituendo esperienze di gioco più fisiche e dinamiche. I social media e le piattaforme di streaming rendono ancora più allettante stare in casa, costruendo un ambiente in cui tutto è accessibile senza dover uscire. Per molti bambini, l’esplorazione del mondo avviene attraverso lo schermo e non attraverso l’esperienza diretta.
Le conseguenze? Obesità, poco concentrazione e difficltà a esprimere emozioni
Le conseguenze di questo fenomeno sono ormai visibili: l’aumento dell’obesità infantile, difficoltà nella gestione delle emozioni, minore capacità di concentrazione e problemi nel relazionarsi faccia a faccia con gli altri. Alcuni studi hanno evidenziato che il gioco all’aperto aiuta a sviluppare la creatività, la capacità di risolvere problemi e l’empatia, mentre l’isolamento digitale porta spesso a forme di ansia e insicurezza.
Bambini: tutti fuori all’aria aperta…
Per questo il governo britannico sta cercando di invertire la tendenza con un intervento legislativo che garantisca ai bambini il diritto alla ricreazione. In Scozia e in Galles questa disposizione è già in vigore, mentre in Inghilterra si punta a renderla obbligatoria, affinché tutte le scuole offrano opportunità di gioco all’aperto durante l’intervallo. Si tratta di una misura che potrebbe migliorare la salute fisica e mentale dei bambini, riportando nelle loro vite il valore dell’esplorazione e del gioco libero.
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