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Spettacolo

Cazzullo stronca il paragone Pucci-Benigni: “Accostamento fuori luogo, non è satira ma conformismo”

Il giornalista critica il linguaggio di Pucci e respinge il paragone con Benigni: “Ha sempre preso in giro la sinistra. Qui vedo volgarità e conformismo, non libertà di satira”. Parole che riaprono il dibattito su comicità e politica.

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    “L’accostamento tra Andrea Pucci e Roberto Benigni, proposto anche da La Russa, è fuori luogo”. Aldo Cazzullo non gira intorno al punto e mette subito una linea netta nel dibattito che da giorni agita social e salotti televisivi. Il confronto tra due comici così diversi, per stile e traiettoria, secondo il giornalista non regge.

    Cazzullo lo dice senza mezzi termini: “Robertaccio ha sempre preso in giro la sinistra. Non vedo Andrea Pucci fare lo stesso con Giorgia Meloni”. È una frase che pesa, perché sposta il discorso dal piano dell’ironia al terreno più scivoloso del rapporto tra comicità e potere.

    Benigni, la satira trasversale

    Nel ragionamento di Cazzullo, Roberto Benigni rappresenta un modello di satira che non si è mai sottratto alla critica del proprio campo politico. Un comico capace di sferzare anche chi, culturalmente, gli era più vicino. La differenza, sostiene il giornalista, non è solo stilistica ma sostanziale: la satira, per essere tale, dovrebbe colpire verso l’alto, non limitarsi a replicare un clima già dominante.

    Il paragone, dunque, diventa “fuori luogo” proprio perché mette sullo stesso piano due approcci che Cazzullo considera opposti.

    Il linguaggio sotto accusa

    Le critiche al comico milanese sono dirette. Cazzullo parla di linguaggio e argomenti “beceri, volgari, più spaventosi che ridicoli”. E cita esempi precisi: “Sostenere che gli omosessuali abbiano il loro modo di fare i tamponi anticovid, definire ‘zecche’ coloro che non la pensano come lui, irridere l’aspetto fisico di Schlein non mi sembrano una dimostrazione di libertà, e neppure di satira”.

    Parole che aprono un fronte più ampio: dove finisce la libertà di espressione e dove comincia il conformismo? Per Cazzullo, il punto è proprio questo. Non si tratterebbe di una voce fuori dal coro, ma di un’eco di un clima già presente.

    Satira o clima del tempo?

    “Bensì di conformismo. Di quel conformismo che si respira oggi in Italia come a mia memoria non era mai accaduto”. La stoccata finale è la più politica. Per il giornalista, la comicità non può limitarsi a cavalcare l’onda dominante. Altrimenti perde la sua natura di strumento critico e diventa semplice amplificatore.

    Il dibattito è destinato a proseguire. Perché quando si toccano i confini tra satira, politica e linguaggio pubblico, le reazioni sono inevitabili. E l’accostamento tra Pucci e Benigni, nato come provocazione, si è trasformato in un caso che va ben oltre il palco.

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      Televisione

      Mondiali nel mirino di Dazn: dopo le ATP Finals a Mediaset, la tv pubblica rischia un’altra ferita sui diritti

      Dopo le ATP Finals finite a Mediaset, Dazn valuta l’acquisto di alcuni match dei Mondiali. In caso di qualificazione, l’Italia resterebbe alla tv pubblica. Sarebbe la seconda volta dopo Russia 2018 che una privata entra sulla Coppa del Mondo.

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        Un’altra crepa nella fortezza dei diritti sportivi. Dopo essersi fatta soffiare le ATP Finals dal 2026 – finite a Mediaset – la tv pubblica potrebbe dover incassare un nuovo colpo, questa volta ancora più simbolico: la Coppa del Mondo di calcio.

        Secondo le indiscrezioni che circolano negli ambienti televisivi, Dazn avrebbe intenzione di acquistare i diritti di alcune partite dei Mondiali. Non l’intero pacchetto, ma una fetta significativa del torneo. In caso di qualificazione dell’Italia, le partite degli azzurri resterebbero comunque in chiaro sul servizio pubblico. Ma il cosiddetto “monopolio” della trasmissione verrebbe incrinato.

        Dopo le ATP, un altro scivolone

        Il precedente è fresco. Le ATP Finals di Torino, evento di punta del tennis mondiale e trainato dall’effetto Sinner, dal 2026 non saranno più trasmesse dalla tv pubblica. I diritti sono stati acquisiti da Mediaset. Una perdita che pesa, non solo in termini di ascolti ma di posizionamento strategico. Il tennis, oggi, è uno dei motori più forti dello sport italiano. E lasciarlo andare significa cedere terreno su un fronte decisivo.

        Ora il rischio si sposta sul calcio, terreno ancora più sensibile. Perché la Coppa del Mondo non è solo un evento sportivo: è rito collettivo, memoria condivisa, narrazione nazionale.

        Il precedente del 2018

        Non sarebbe una novità assoluta. I Mondiali di Russia 2018 furono trasmessi da Mediaset. In quel caso, però, l’Italia non era qualificata. La tv pubblica non aveva l’esclusiva e il torneo finì interamente su una rete privata. Oggi lo scenario sarebbe diverso: se gli azzurri dovessero qualificarsi, le loro partite resterebbero al servizio pubblico. Ma il resto del palinsesto potrebbe essere spartito.

        Ed è proprio questa eventualità a cambiare l’equilibrio. Non più una Coppa del Mondo tutta in chiaro, tutta sotto un’unica regia editoriale. Ma una frammentazione, figlia di un mercato dei diritti sempre più competitivo e aggressivo.

        Il mercato cambia, il servizio pubblico arretra?

        Dazn, piattaforma ormai radicata nel calcio italiano grazie alla Serie A, punta a rafforzare la propria presenza anche sugli eventi globali. Acquistare alcune partite dei Mondiali significherebbe consolidare il marchio e attrarre nuovi abbonati in un momento in cui la concorrenza è feroce.

        Per la tv pubblica, invece, la questione è più delicata. Ogni diritto perso è una fetta di centralità che si assottiglia. E ogni evento che migra verso il privato alimenta il dibattito su ruolo, risorse e capacità negoziale del servizio pubblico.

        Il calcio resta il cuore pulsante dell’audience italiana. Se davvero Dazn entrerà nella partita mondiale, il segnale sarà chiaro: il monopolio della Coppa del Mondo non è più intoccabile. E dopo il tennis, anche il pallone potrebbe diventare terreno di conquista.

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          Televisione

          Poltronificio Rai: Petrecca “congelato” fino a fine Giochi, poi il domino delle direzioni e la guerra delle poltrone che vale più dei palinsesti

          Dopo la figuraccia della telecronaca, Paolo Petrecca potrebbe essere spostato solo a Olimpiadi invernali concluse: “non si cambia direttore durante i Giochi”, dicono ai vertici, anche se il commento della cerimonia di chiusura sarebbe affidato a un altro giornalista. Intanto si prepara l’effetto domino: a Rai Sport potrebbe arrivare Marco Lollobrigida, resta aperta l’incognita Tg1 con i nomi di Nicola Rao, Tommaso Cerno e Mario Sechi. E in primavera scadono anche altre direzioni, mentre i “veri premi” sarebbero Rai Way, Rai Cinema e Rai Fiction.

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            In Rai la situazione è grave, ma non è seria. E quando l’aria si fa pesante, l’unica cosa che sembra muoversi con una precisione svizzera è il risiko delle poltrone. Altro che palinsesti, ascolti, identità editoriale: qui si ragiona in traslochi, “ricollocazioni” e promozioni con retrogusto di parcheggio.

            Il caso del momento è quello di Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport finito al centro delle polemiche dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura. In azienda circolano battute e suggestioni, una su tutte: “Magari lo mandano a Parigi, lì c’è un posto scoperto”. Sorrisi, gomitate, ma il quadro è chiaro: una figura che scotta, e un sistema che non ama bruciare nessuno davvero. Al massimo lo sposta di stanza.

            Petrecca, il “congelamento” fino a fine Olimpiadi

            La linea che filtra dai vertici è una di quelle tipicamente aziendali: non si cambia il direttore durante i Giochi. Traduzione: Petrecca resta dov’è, almeno fino alla fine delle Olimpiadi invernali, poi si vede. Non una difesa, più una sospensione. La punizione, semmai, arriva in forma soft: il commento della cerimonia di chiusura, stando ai retroscena, verrebbe affidato a un altro giornalista. Un segnale plastico: formalmente resti, sostanzialmente ti sfilano il microfono.

            Intanto si ragiona sulla prossima casella: una “ricollocazione” che, nelle migliori tradizioni del servizio pubblico, non è mai un vero arretramento. È un promoveatur ut amoveatur in salsa Viale Mazzini: ti tolgo dal punto caldo e ti metto altrove, così nessuno perde la faccia e tutti salvano la carriera.

            Si fanno ipotesi su un possibile approdo alle relazioni internazionali, dove a breve andrà in pensione Simona Martorelli. Qualcuno, però, fa notare con perfidia che “anche lì ci vogliono capacità particolari”. E il non detto è più tagliente di un editoriale.

            Il domino: Rai Sport e l’ombra della politica

            Se Petrecca si sposta, parte l’effetto domino. E in Rai, quando parte un domino, non riguarda mai solo la prima tessera: trascina correnti, equilibri, promesse e vendette. Per Rai Sport circola un nome: Marco Lollobrigida, indicato come vicino a Fratelli d’Italia. In altre parole, non è solo una scelta professionale: è una casella dentro un mosaico politico-aziendale che non ha mai smesso di funzionare così.

            E in tutto questo, sullo sfondo, c’è Giampaolo Rossi. Secondo la lettura più maliziosa che gira nei corridoi, “tra un disastro e l’altro” l’unica cosa di cui si occupa davvero sarebbe il sistema delle poltrone. È un’accusa pesante, ma è anche il genere di frase che in Rai nasce per diventare proverbio.

            Tg1, la partita vera: Chiocci e i nomi della successione

            Poi c’è la madre di tutte le battaglie: il Tg1. Se Gian Marco Chiocci dovesse davvero fare le valigie, si aprirebbe il campo minato. Perché il telegiornale della rete ammiraglia non è una direzione: è un simbolo, un fortino, un’arma.

            I nomi che circolano per una possibile successione sono quelli già noti agli addetti ai lavori: Nicola Rao dal Gr, Tommaso Cerno e Mario Sechi, se Palazzo Chigi dovesse puntare su una soluzione esterna all’azienda. Sullo sfondo, una Lega “agguerrita” e un clima da condominio dove ogni pianerottolo è un fronte.

            Se davvero si liberasse il Gr, spunta anche l’ipotesi Incoronata Boccia, passata in estate dalla vicedirezione del Tg1 alla direzione dell’ufficio stampa. E intanto c’è chi sognerebbe di mollare una “poltrona bollente” come quella degli Approfondimenti, dove Paolo Corsini si sarebbe trovato a pagare la promozione con un incarico che “regala una pena al giorno”.

            Scadenze di maggio e i “gioielli di famiglia”

            A rendere il quadro ancora più frenetico c’è il calendario: a maggio scadono anche le direzioni di Rai Parlamento, RaiNews e Tg2. Rai Parlamento è un caso delicato, con Giuseppe Carboni e una causa aperta con l’azienda che rende tutto più esplosivo. RaiNews si avvia al cambio per pensionamento del direttore, e la casella viene letta come terreno di spartizione politica.

            Il Tg2, invece, naviga in acque sempre più tempestose: ascolti bassi, clima interno teso, e un direttore – Antonio Preziosi – che secondo alcuni potrebbe finire in una soluzione “stile Petrecca”. Qui l’ipotesi è persino più “romana”: Rai Vaticano, ruolo quasi cucito su misura per chi ha confidenza con le vicende ecclesiastiche. Sposti lui, liberi una plancia, cambi etichetta senza cambiare sostanza.

            Ma – e qui sta il punto – i “veri premi” sarebbero altrove: Rai Way, Rai Cinema e Rai Fiction. Gioielli di famiglia, dove si decide potere e denaro, non solo editoriali. Rai Way è centrale in scenari industriali che tornano ciclicamente a galla, Rai Cinema muove fatturati pesanti e Rai Fiction è una macchina di contenuti e relazioni che vale oro.

            Alla fine la fotografia è questa: mentre la tv pubblica deve gestire errori, polemiche e crisi di reputazione, dentro si discute soprattutto di sedie. Di chi scende, chi sale, chi viene “parcheggiato” con eleganza. E il servizio pubblico, che dovrebbe parlare al Paese, rischia di parlare soprattutto a se stesso.

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              Televisione

              Rai, cinque giorni da incubo: Petrecca “inchiodato” alla poltrona, Pucci-Sanremo, ATP Finals a Mediaset e ora pure il rebus Alberto Angela

              In cinque giorni la Rai colleziona una raffica di grane: la telecronaca di Paolo Petrecca alle Olimpiadi scatena richieste di dimissioni e lo sciopero delle firme in redazione, esplode la bufera su Andrea Pucci e Sanremo con l’intervento della premier, saltano i diritti delle ATP Finals finite a Mediaset, e sullo sfondo si allunga l’ombra di un addio eccellente: Alberto Angela, con contratto scaduto e rinnovo ancora fermo.

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                Cinque giorni. Cinque. In Rai non è una settimana difficile: è un trailer. E il titolo, a giudicare dai fatti, sarebbe “disastro dietro l’altro”. La sensazione è quella di una macchina che, invece di mettere in sicurezza i pezzi forti del servizio pubblico, li lascia scivolare uno dopo l’altro, mentre l’azienda si ritrova a rincorrere le polemiche con la stessa eleganza di un elefante in cristalleria.

                Il primo schiaffo è arrivato con l’Olimpiade, che dovrebbe essere il momento in cui una tv pubblica mette in vetrina competenza, sobrietà e capacità di racconto. Invece, la criticatissima telecronaca della cerimonia di inaugurazione dei Giochi ha acceso un caso attorno al direttore di RaiSport Paolo Petrecca. Nelle ore successive le opposizioni in Parlamento hanno chiesto le sue dimissioni, mentre in redazione a RaiSport è partita la protesta dello sciopero delle firme. Eppure Petrecca, almeno per ora, resta incollato alla poltrona. Un classico: quando la nave rolla, in Rai la prima regola è non muovere le sedie.

                Petrecca e la telecronaca che ha acceso la miccia

                Il dettaglio che rende tutto più esplosivo non è solo la critica in sé, ma la cornice: l’impressione di un servizio pubblico che inciampa proprio quando dovrebbe essere impeccabile. E infatti la vicenda Petrecca non resta un caso interno: diventa un simbolo, un grimaldello politico, un bersaglio comodo. Nel frattempo, l’azienda si ritrova a gestire l’ennesimo paradosso: la tempesta mediatica passa, ma il problema organizzativo resta.

                Pucci, Sanremo e una polemica diventata politica

                Come se non bastasse, in mezzo a questa fragilità arriva pure la grana Sanremo. La rinuncia del comico Andrea Pucci per “mancanza di battute” è diventata materiale da talk e da barricata, con attacchi delle opposizioni sui contenuti dei suoi monologhi e una difesa che è arrivata addirittura al livello più alto: Giorgia Meloni in persona. Un episodio che, in un’azienda normale, resterebbe un caso di gestione artistica. In Rai diventa un referendum sul clima culturale, sulla satira, su chi può dire cosa e dove. Insomma, un’altra miccia accesa in casa, mentre la casa è già piena di fumo.

                ATP Finals addio: la botta sportiva che fa più male

                Poi arriva la notizia che, per una tv generalista, suona come una sconfitta vera: la Rai perde i diritti tv per trasmettere le ATP Finals di tennis. Se li è aggiudicati Mediaset, che ha siglato un accordo pluriennale con l’Associazione dei tennisti professionisti. La nota di Cologno Monzese parla chiaro: sulle reti del gruppo del Biscione andranno “otto tra i migliori incontri di uno degli eventi più seguiti del calendario tennistico internazionale, con i top player del ranking mondiale”. E le Finals, dettaglio non secondario, si svolgeranno in Italia almeno fino al 2030.

                Qui la beffa è doppia: il tennis è al massimo della popolarità in Italia, e proprio ora la Rai si fa sfilare un evento che è un moltiplicatore di ascolti, prestigio e narrazione. Non a caso in Commissione di Vigilanza si alza il tiro. Stefano Graziano, capogruppo del Pd in Vigilanza, dice: «Quella dei diritti delle Atp Finals è l’ennesima batosta per la Rai, è una grave perdita per il servizio pubblico radiotelevisivo. Le dimissioni di Petrecca sono ormai imprescindibili». Il collega del Movimento 5 stelle, Dario Carotenuto, parla di «un’altra mazzata» e chiede: «Ma com’è possibile che, proprio quando il tennis è al top della popolarità in Italia, si arrivi a questa debacle? […]».

                Sul fronte Fitp, la linea ufficiale è di prudenza: «inopportuno» commentare «un accordo commerciale tra l’Atp e Mediaset». Ma le fonti sottolineano l’importanza “che il tennis sia il più visibile possibile”. E infatti una partita al giorno, finale compresa, andrà in chiaro su Mediaset, mentre i diritti globali restano a Sky. Tradotto: il servizio pubblico resta a guardare, con la sensazione di essersi fatto scappare un treno nel momento peggiore.

                Il caso Alberto Angela: il lusso di rischiare l’ennesimo addio

                E qui si arriva al capitolo più delicato, perché non riguarda un diritto o una polemica: riguarda un volto-identità. Il contratto di Alberto Angela è scaduto e non è stato ancora rinnovato. Lui stesso, in un’intervista precedente, aveva messo le mani avanti: «Mio padre diceva “nasco e muoio in Rai”. Io no, sono altri tempi, continuerò finché si potrà». Detto diversamente: non è blindato, e tutto dipenderà dalle condizioni.

                Negli uffici Rai si ragiona sui costi, definiti “importanti” per produzioni come Ulisse, Noos e Passaggio a Nord Ovest, soprattutto per le prime due. E si ventila persino l’idea di tagli. Eventualità che ovviamente non convince chi porta in dote autorevolezza, pubblico trasversale e un marchio di qualità che oggi in tv è merce rarissima. Graziano lo dice senza giri: «Dopo l’addio di Fazio, Amadeus e di altri validi professionisti, far andare via anche Alberto Angela sarebbe un altro colpo al cuore della Rai. L’attuale governance, invece di investire sul rilancio e sul rafforzamento del servizio pubblico, sembra volerlo dismettere pezzo dopo pezzo. Rossi si sta comportando, di fatto, da liquidatore».

                Sul fondo, come sempre, c’è la Vigilanza paralizzata: quindici mesi senza presidente Rai, convocazioni destinate a saltare, maggioranza che non si presenta. Un’immobilità istituzionale che lascia l’azienda a galleggiare tra emergenze quotidiane e strategie di breve respiro. E intanto il conto dei “cinque giorni da incubo” resta lì, come un promemoria: quando perdi pezzi forti, non è solo una figuraccia. È una crepa strutturale che non si chiude con una nota stampa.

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