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Cinema

I dieci film di Halloween più belli di sempre: tra cult immortali e brividi d’autore, la notte delle streghe va in scena

Non serve attendere la mezzanotte per rabbrividire: basta un divano, una coperta e la giusta maratona di film. Dieci titoli perfetti per chi ama l’horror, ma anche per chi cerca solo un po’ di magia nera in alta definizione.

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    Cominciare da Halloween di John Carpenter (1978) è quasi obbligatorio. Il respiro di Michael Myers, la colonna sonora ipnotica, la notte infinita di Haddonfield: il film che ha inventato l’horror moderno. Poi The Exorcist (1973), con la sua tensione metafisica e la bambina posseduta che ancora oggi non perde potenza. Insieme, rappresentano il lato sacro e profano della paura.
    E per chi vuole la perfezione estetica, The Shining di Stanley Kubrick (1980) resta un incubo da museo: corridoi, labirinti e una follia che cresce piano, fino a divorare tutto.

    L’incubo che fa sorridere

    C’è anche un Halloween più giocoso, ma non meno iconico. Beetlejuice (1988) e The Nightmare Before Christmas (1993) portano la firma di Tim Burton, che ha trasformato il gotico in poesia pop. Fantasmi innamorati, zucche cantanti e atmosfere dark fiabesche che si guardano con un bicchiere di vino in mano, non con gli occhi chiusi. Hocus Pocus (1993) aggiunge la nota ironica: streghe, scope e risate per chi vuole festeggiare senza traumi.

    Il brivido d’autore

    Negli anni Duemila la paura si è fatta più intima. The Babadook (2014) è l’esempio perfetto: un film che non fa solo paura, ma parla di dolore, lutto e amore. In chiave opposta, Sweeney Todd (2007) di Tim Burton — ancora lui — mescola musical, sangue e vendetta con eleganza teatrale. E per chi ama i miti, Nosferatu (1922) è la radice di tutto: il vampiro silenzioso che ha ispirato un secolo di cinema.

    La notte perfetta

    Dieci film, dieci modi diversi di vivere Halloween. Dall’orrore puro alla favola macabra, dal gotico espressionista al rock del barbiere di Fleet Street. Perché la paura, quando è raccontata bene, non serve a fuggire ma a restare incantati.
    E nella notte del 31 ottobre, sotto la luce tremolante delle candele, il vero brivido è quello che accompagna il primo fotogramma: quando il buio dello schermo somiglia un po’ troppo a quello fuori dalla finestra.

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      Cinema

      Il Diavolo veste Prada, Milano resta a bocca asciutta: niente star alla prima, mentre Seul e New York fanno il pieno

      Meryl Streep e Anne Hathaway brillano a Seul e New York, ma alla première milanese grande assente il cast: delusione dopo giorni di attesa.

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        Il Diavolo veste Prada torna sotto i riflettori con un giro di première che accende l’attenzione globale, ma Milano – città simbolo del film – resta sorprendentemente fuori dalla festa. Se a Seul e a New York il tappeto rosso ha visto sfilare tutto il cast, a partire da Meryl Streep e Anne Hathaway, nel capoluogo lombardo l’assenza è stata totale. E il contrasto non è passato inosservato.

        Seul e New York, show a cinque stelle

        Nelle due città internazionali l’evento è stato costruito come un vero spettacolo. Le protagoniste hanno catalizzato l’attenzione, tra flash, outfit studiati e un pubblico pronto a celebrare uno dei titoli più iconici degli ultimi anni. Un copione perfetto, che ha confermato il peso globale del film e la forza del suo immaginario.

        Milano esclusa dal grande gioco

        Il problema nasce quando lo sguardo si sposta su Milano. Qui, dove il film è stato girato e dove il mondo della moda trova una delle sue capitali, l’aspettativa era altissima. Invece, alla prima, niente star. Nessuna presenza di rilievo, nessun volto del cast a dare corpo a giorni di attesa e indiscrezioni. Un vuoto che pesa, soprattutto per il valore simbolico della città nel racconto cinematografico.

        Tra attese e realtà

        Il “can can” mediatico dei giorni precedenti aveva alimentato l’idea di una grande serata milanese. La realtà, però, è stata diversa: un evento senza i protagonisti principali, che ha lasciato spazio a commenti e delusione. Il risultato è un corto circuito tra aspettativa e realtà, che in un contesto come quello delle première internazionali difficilmente passa sotto silenzio.

        Milano resta così spettatrice di un successo celebrato altrove, in una storia che, almeno per una sera, ha dimenticato le sue origini.

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          Cinema

          Achille Costacurta debutta al cinema a Riccione: sul set con Roncato e Eva Robins per “Piove col sole”

          Achille Costacurta sbarca sul grande schermo con “Piove col sole”, diretto da Kristian Gianfreda: nel cast anche Andrea Roncato ed Eva Robins.

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            Dal cognome pesante al primo vero banco di prova: Achille Costacurta sceglie Riccione per il suo debutto sul grande schermo. Il figlio di Martina Colombari e Alessandro Costacurta è infatti impegnato nelle riprese della commedia “Piove col sole”, diretta da Kristian Gianfreda. Un progetto che lo porta direttamente sotto i riflettori, in un ambiente dove i paragoni sono inevitabili ma dove, questa volta, conta soprattutto quello che saprà dimostrare davanti alla macchina da presa.

            Il debutto tra curiosità e aspettative

            Il passaggio al cinema non è mai banale, soprattutto quando si arriva da una famiglia così esposta mediaticamente. Achille si trova a muovere i primi passi in un contesto che osserva e giudica con attenzione, tra curiosità e aspettative. La scelta di una commedia leggera sembra puntare proprio a questo: rompere il ghiaccio senza eccessive pressioni, lasciando spazio alla naturalezza.

            Un cast tra esperienza e personalità

            Accanto a lui ci sono nomi che garantiscono esperienza e presenza scenica. Andrea Roncato porta in dote la sua lunga carriera tra cinema e televisione, mentre Eva Robins aggiunge una componente forte e riconoscibile al progetto. Un mix che potrebbe aiutare il giovane esordiente a trovare il suo spazio, senza restare schiacciato dal contesto.

            Riccione diventa set

            La città romagnola si trasforma così in un set a cielo aperto, confermando ancora una volta il suo legame con il mondo dello spettacolo. Tra ciak e curiosi, l’atmosfera è quella tipica delle produzioni estive, dove il lavoro si intreccia con l’energia del luogo. Per Achille Costacurta, però, è molto più di una semplice esperienza: è l’inizio di un percorso tutto da costruire.

            E mentre le riprese continuano, resta una domanda sospesa: sarà solo un debutto o l’inizio di qualcosa di più?

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              Cinema

              Paris Jackson attacca il biopic sul padre: “È Hollywood, una fantasia piena di inesattezze”

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                Quando a parlare è Paris Jackson, il peso delle parole va ben oltre il gossip. La figlia di Michael Jackson interviene sul biopic dedicato al padre, uno dei progetti più attesi dagli appassionati, ma lo fa con toni tutt’altro che concilianti. Il suo giudizio è netto e mette in discussione non solo il film, ma il modo stesso in cui Hollywood racconta certe storie.

                “È un mondo di fantasia”

                Paris non usa mezze misure: “Il fatto è che questi biopic sono Hollywood. Quindi questo è… è un mondo di fantasia. Non è reale”. Una posizione chiara, che smonta l’idea di un racconto fedele e invita a guardare il film con occhi diversi. Il problema, secondo lei, non è solo ciò che viene mostrato, ma il modo in cui viene percepito dal pubblico.

                Narrazione controllata e realtà distorta

                La critica si fa ancora più dura quando parla di una narrazione “edulcorata” e “controllata”. “Però viene venduto come se fosse reale”, sottolinea, evidenziando un cortocircuito tra finzione e verità. E poi l’affondo: “Ci sono molte inesattezze, vere e proprie bugie”. Parole che riaprono il dibattito su quanto i biopic possano davvero raccontare una vita complessa senza tradirla.

                Il peso di una voce diretta

                A rendere il tutto più significativo è il fatto che queste critiche arrivino da chi quella storia la conosce da dentro. Paris Jackson non è una spettatrice qualsiasi, ma una testimone diretta, e questo conferisce alle sue parole un peso diverso. Il risultato è un confronto che si sposta dal piano del semplice intrattenimento a quello della responsabilità narrativa.

                Il biopic resta atteso, ma ora anche osservato con maggiore attenzione. E il dibattito è appena iniziato.

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