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Spettacolo

Per “Cipollino” oggi sono 79!

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    Massimo Boldi, l’amato attore comico compie oggi 79 anni. Nato a Luino, in provincia di Varese, rappresenta un simbolo della comicità italiana, avendo conquistato il cuore del pubblico con il suo talento e la sua simpatia.

    Due coppie d’antologia

    A fianco di Teo Teocoli o di Christian De Sica (rispettivamente suoi partner in tv e grande schermo), Boldi – che ha iniziato la sua carriera nel mondo dello spettacolo negli anni ’70 – non ha mai smesso di farci ridere. Una comicità spesso surreale, folle e demenziale, apartire dal personaggio di Max Cipollino, il maldestro conduttore di un tg locale, che ha saputo attingere sempre qualcosa dagli artisti con cui ha collaborato sul palco e sul set.

    Le sue ispirazioni

    Di base c’è il medesimo atteggiamento scanzonato “rubato” al mitico Jerry Lewis, il senso del surreale tipico della coppia Cochi e Renato, l’atteggiamento fantozziano alla Villaggio e il gusto popolare della battuta tipica di Lino Banfi e di Jerry Calà.

    Una miscela unica

    A ben guardare però Boldi rappresenta al contempo qualcosa di meno e di più rispetto a questi modelli. Il suo vero merito è di essere qualcosa di unico. Una singolarità a cui forse è mancato, il coraggio di andare oltre il proprio tempo. Un limite in parte recuperato nel film Festival di Pupi Avati (1996) in cui ha interpretato il ruolo del protagonista Franco Melis, un comico che sembra riscattare la propria carriera con un premio alla Mostra del Cinema di Venezia.

    Gli esordi come drummer in alcuni complessini

    Il primo amore è la musica e come batterista, dopo avere suonato in alcune band negli anni 60, approda con le sue bacchette nell’università comica più importante dello scorso secolo, il Derby Club di Milano. Parte di un mondo leggendario che oggi sembra perduto dopo aver segnato la cultura dell’intrattenimento italiano, insieme a Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Giorgio Gaber, Paolo Villaggio, I Gufi, Felice Andreasi, solo per citarne alcuni.

    Tanti film indimenticabili

    A consacrare la sua maschera ci pensa il cinema dove lavora in film che in Italia sono diventati degli autentici cult. La lista è davvero lunga: Sono Fotogenico di Dino Risi nel 1980, Eccezzziunale Veramente di Carlo Vanzina nel 1982, Il Ragazzo di Campagna di Castellano&Pipolo nel 1984, I Due Carabinieri di Carlo Verdone nel 1984, I Pompieri del 1985 e Scuola di Ladri del 1986 di Neri Parenti fino a Yuppies – I Giovani di Successo di Carlo Vanzina sempre del 1986.

    Oggi e domani

    Come dimenticare poi il periodo d’oro dei cosiddetti cinepanettoni, insieme a Christian De Sica, col quale ha rappresentato il duo d’oro della commedia italiana di successo, realizzando i i grandi incassi al botteghino durante le vacanze natalizie. Alle soglie degli 80 Massimo Boldi guarda ancora al futuro, essendosi sempre reinventato, passando dal cabaret alla televisione, dal cinema alle serate di gala. Riuscendo sempre a mantenere un forte legame con il suo pubblico, grazie alla sua innata capacità di far ridere e alla sua autenticità. Ci permettiamo di consigliarli una cosa: un ruolo drammatico, per completare la gamma di personaggi da lui proposti e per rivelare – chissà – anche doti recitative “serie” che spesso ha sacrificato in funzione della grassa risata.

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      Musica

      Laura Pausini scuote il pomeriggio di Rai 1: le paure durante la pandemia, il ricordo di Baudo e la forza delle donne

      A un passo dal debutto del nuovo tour europeo, la cantautrice ripercorre il matrimonio con Paolo Carta, la paura di non farcela durante il lockdown e l’impegno concreto contro la violenza sulle donne.

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      Laura Pausini scuote il pomeriggio di Rai 1: le paure durante la pandemia, il ricordo di Baudo e la forza delle donne

        Domenica 27 settembre, alle 14 su Rai 1, in diretta dagli Studi “Fabrizio Frizzi” di Roma, è andata in onda la prima puntata della nuova stagione di “Domenica In”, condotta da Mara Venier in compagnia di Tommaso Cerno ed Enzo Miccio. Prima super ospite della puntata è stata Laura Pausini, protagonista di un’intensa intervista con la storica conduttrice del programma. L’artista italiana, tra le più conosciute e premiate al mondo, è reduce dal successo del nuovo album Io Canto 2, pubblicato anche nella versione spagnola Yo Canto 2, recentemente nominata ai Latin Grammy, ed è attualmente in radio con il nuovo singolo Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è, cover di Raf.

        Dalla Romagna ai palcoscenici internazionali senza perdere l’identità

        Nel corso della conversazione, la cantante ha ripercorso le proprie origini mantenendo uno sguardo lucido sul cammino percorso: «Oggi mi sento molto simile a quella che era partita da Solarolo. Ho studiato, mi sono data tanto da fare, ho cercato di prendere al volo delle opportunità nella mia vita. Sono stata coraggiosa. A volte ho pensato in questi ultimi anni che nonostante io fossi più timida all’inizio, in realtà ero già molto sicura di me sono del segno del Toro».

        Un passaggio toccante ha riguardato le emozioni provate nel ricantare i brani dei colleghi, abitudine coltivata fin dagli esordi: «Ero adolescente ad uno dei miei primi concerti, Raf uscì sul palco con questa canzone. Difficile scegliere le canzoni di Raf, mi piacciono tutte. Come tanti miei colleghi. Oggi è imbarazzante dire perché ho fatto 10 anni di pianobar prima di Sanremo e li ho cantati tutti. Prima di fare la cantante professionista, sono una fan. Lo resto. A me ogni tanto mi manca cantare le canzoni degli altri. Quando si cantano le canzoni degli altri con tanto amore e ricevere lo stesso da loro che le hanno scritte interpretate e cambiato le parti della mia vita come persona, ti scoppia il cuore di felicità. Le mie lacrime sono di gioia e di ringraziamento».

        I momenti critici della pandemia e il legame speciale con le donne

        La popstar non ha nascosto i periodi di forte smarrimento interiore, come quello vissuto durante l’emergenza sanitaria globale: «Durante la pandemia inizialmente mi piaceva essere ordinata, mettere in ordine, sistemare l’armadio. Dopo una settimana della pandemia sono andata in down. Non sono abituata a stare ferma una settimana. Alcuni amici molto cari perdevano delle persone a loro care, mentre io venivo nominata agli Oscar e al Golden Globe. Mi sentivo in colpa. Volevo smettere, poi i miei amici mi hanno dato la forza di rifare un album che è piaciuto molto ai fan e mi sono caricata».

        Ampio spazio è stato dedicato alla complicità con altre icone della musica mondiale e all’impegno sociale. «Io e Shakira abbiamo iniziato tutti e due giovanissime. Il suo grande successo è stato a 18 anni, come me a Sanremo. Ha un figlio che ha l’età di mia figlia Paola. Abbiamo dei legami con i nostri amori passati che ci legano molto. L’ammiro perché manda sempre un messaggio di forza di volontà. Quando hai tanto successo non è così semplice ricevere il vero affetto dalle donne. Proprio perché sono le donne che ci hanno cercato, ci fa sentire quasi in dovere di essere paladine. Di dimostrare che dentro un po’ di paura ce l’abbiamo ma abbiamo la forza di andare avanti». Un’attenzione costante che si traduce in gesti concreti durante i live: «Attraverso le mie canzoni mi hanno scritto tante donne. Ai miei concerti faccio sempre il gesto per denunciare le violenze e invito a usarlo in caso ci fosse bisogno. Anche un ragazzo mi ha detto aveva riconosciuto il gesto di aiuto, dopo averlo visto a un mio concerto. Ha chiamato la polizia ed è riuscita a denunciare».

        I ricordi indelebili, gli affetti familiari e la ripartenza dei concerti

        L’intervista si è arricchita di aneddoti legati alle figure chiave della sua vita, da Pippo Baudo — definito determinante per la sua carriera — fino al rapporto solido con il marito Paolo Carta: «Marco è mio marito da poco, ma stiamo insieme da 21». Una parentesi affettuosa è stata riservata anche alla figlia tredicenne Paola e alle dinamiche quotidiane in casa.

        A breve la cantante tornerà a riabbracciare il pubblico dal vivo con la leg italiana ed europea dell’Io Canto World Tour 2026/2027, la sua undicesima tournée mondiale che ha già venduto oltre 450.000 biglietti a livello globale e che vedrà il suo debutto italiano l’1 e il 2 ottobre a Mantova.

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          Televisione

          Bruno Barbieri, la confessione che spiazza: «Fino a 40 anni non avevo un soldo. Ho sputato sangue». E ora gli hotel non lo vogliono

          Lo chef racconta la lunga strada prima del successo, la fuga da casa a 17 anni e il lavoro durissimo sulle navi da crociera. Poi rivela il curioso effetto di 4 Hotel: «A volte faccio fatica ad avere una stanza. Quel rompicoglioni di Barbieri può essere un problema».

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            Oggi basta che Bruno Barbieri entri nella hall di un albergo, guardi il letto e pronunci la parola «topper» perché albergatori e telespettatori sappiano già che sta per cominciare l’esame. Prima di diventare uno dei volti più riconoscibili della televisione italiana, però, lo chef ha trascorso decenni lontano dalle telecamere, lavorando nelle cucine, viaggiando, imbarcandosi sulle navi da crociera e inseguendo una carriera che per molto tempo gli ha dato molta più fatica che denaro.

            A raccontarlo è lui stesso, ripercorrendo una vita decisamente diversa da quella che potrebbe immaginare chi lo conosce soltanto attraverso MasterChef e 4 Hotel. La frase che fotografa meglio quegli anni non lascia molto spazio alle interpretazioni: «Ho penato tanto, ho sputato sangue. Fino ai quarant’anni non avevo un soldo in tasca».

            Un’affermazione sorprendente pensando alla carriera costruita successivamente da Barbieri, diventato chef pluristellato e personaggio televisivo. Il successo, racconta, è arrivato soltanto dopo una gavetta lunghissima, cominciata quando era praticamente un ragazzo e decise che la vita immaginata per lui dal padre non sarebbe mai diventata la sua.

            «Papà mi voleva ingegnere stradale: scappai»

            Barbieri viene da una famiglia modesta e non racconta la propria adolescenza come l’inizio predestinato della carriera di un grande chef. Suo padre aveva per lui progetti completamente differenti: «Papà mi voleva ingegnere stradale: scappai».

            A 17 anni Bruno era già fuori casa. Il rapporto con il padre risentì inevitabilmente di quella scelta e soltanto molto tempo dopo i due riuscirono a chiarirsi. «Mio papà non era contento, ci siamo spiegati tardi ma pazienza», racconta oggi senza trasformare quel passaggio della propria vita in un melodramma.

            La sua scuola diventò invece il lavoro. Prima ancora della cucina professionale ci furono i viaggi, compresa un’avventura in autostop da Panama alle cascate di Iguazú, durante la quale scoprì, racconta, «che nel mondo c’è tanta buona gente che può ospitarti e confortarti». Poi arrivarono le navi da crociera e una disciplina che avrebbe segnato tutto il resto della sua carriera.

            «Ho fatto l’aiuto in cucina sulle navi da crociera e lì ho imparato cosa vuol dire lavorare, essere coordinati e attenti, far parte di una squadra. Mai paura».

            Altro che riflettori, giudizi davanti alle telecamere e ristoranti stellati. La formazione di Barbieri passa attraverso cucine nelle quali migliaia di persone devono mangiare nello stesso momento e dove un errore individuale può mandare in difficoltà un’intera organizzazione.

            Sulle navi la lezione che non ha più dimenticato

            Anni dopo, quando gli venne affidato il compito di progettare il menù per un’importante compagnia di crociere, Barbieri si ritrovò dall’altra parte, ma si accorse immediatamente di quanto l’esperienza giovanile gli fosse rimasta addosso.

            «Una crociera vuol dire dar da mangiare a 3.500 persone in due ore, tre volte al giorno, senza che alla fine manchi nulla e nulla avanzi», spiega. Una macchina gigantesca nella quale persino scegliere un ingrediente apparentemente banale può avere conseguenze enormi: quando pensò alle sogliole, per esempio, si rese conto che per servire quelle quantità ne sarebbero servite tonnellate e che una scelta del genere avrebbe avuto un impatto insostenibile.

            La conclusione alla quale arriva è quasi una sintesi della sua storia: «Non si può essere men che perfetti, e soltanto il lavoro insegna a lavorare».

            Una filosofia che Barbieri sostiene di avere trasferito anche in televisione, prima attraverso MasterChef e successivamente con 4 Hotel, il programma che lo ha trasformato nell’incubo sorridente di albergatori, materassi, bagni, colazioni e soprattutto topper di tutta Italia.

            L’effetto 4 Hotel: «Quel rompicoglioni di Barbieri non lo vuole più nessuno»

            La popolarità ha però prodotto un effetto collaterale piuttosto divertente. Bruno Barbieri trascorre buona parte della propria vita televisiva entrando negli alberghi degli altri, controllando ogni dettaglio e trovando spesso qualcosa che non funziona. Il problema nasce quando vorrebbe semplicemente entrare in un hotel da cliente.

            «Sa che a volte faccio fatica? Quel rompicoglioni di Barbieri può essere un problema, non mi vuole più nessuno», ammette.

            La battuta contiene una situazione abbastanza facile da immaginare. Vedere arrivare alla reception l’uomo che in televisione passa al setaccio camere e servizi, controlla la polvere, studia l’arredamento, prova la colazione e soprattutto solleva lenzuola alla ricerca del famigerato topper può mettere una certa agitazione anche quando non esiste una telecamera nel raggio di chilometri.

            Barbieri, tuttavia, rivendica proprio l’effetto prodotto dal programma sul settore alberghiero italiano: «Ho la presunzione di avere contribuito al miglioramento della qualità del servizio di alberghi e ristoranti, e mi riferisco pure a MasterChef».

            Non si ferma qui. Secondo lo chef, negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza dei clienti e degli stessi operatori, perché andare al ristorante non significa più soltanto «riempirsi la pancia», così come dormire in albergo non equivale semplicemente ad avere «un tetto sopra la testa».

            E quando arriva il momento di stabilire quanto abbia contribuito personalmente a questa trasformazione, Barbieri scherza ma fino a un certo punto: «Modestamente, un poco, pochissimo, c’entra anche Bruno Barbieri».

            «L’hotellerie era rimasta agli anni Settanta»

            Lo chef sostiene che 4 Hotel abbia avuto anche conseguenze concrete per le strutture che vi partecipano. Le puntate continuano a essere trasmesse per anni, regalando visibilità agli alberghi, e Barbieri arriva ad affermare che il programma abbia «creato occupazione», spingendo molti imprenditori ad aggiornarsi.

            Il giudizio sul settore italiano, però, non è tenerissimo: «L’hotellerie era rimasta agli anni Settanta». A frenare chi vuole investire, secondo lui, c’è soprattutto una burocrazia che definisce «un incubo di carta bollata», mentre all’estero avrebbe incontrato sistemi differenti.

            Ricorda, per esempio, l’esperienza di un suo ristorante a Londra, dove impiegò sei mesi soltanto per imparare correttamente le procedure di smaltimento dei rifiuti e dovette assumere due persone. Una rigidità che, nella sua lettura, almeno aveva regole precise e chiaramente applicabili.

            La nuova stagione di 4 Hotel punta intanto proprio sull’Italia meno scontata, con destinazioni lontane dai circuiti turistici più prevedibili: dalla Brescia sotterranea al Monferrato, fino alla Sila d’autunno e ai suoi colori.

            La regola di Barbieri per la spesa: mai al supermercato affamati

            Dopo anni trascorsi a parlare di cucina, Barbieri non condivide neppure l’idea che in televisione ormai si discuta troppo di cibo. Per lui dipende da come lo si fa e, soprattutto, dall’utilità delle informazioni che arrivano al pubblico.

            La sua battaglia personale riguarda anche gli sprechi domestici. «Bisogna spiegare come fare la spesa perché il frigorifero non si trasformi in un cimitero», dice, proponendo alcune regole elementari: mai entrare al supermercato affamati, preparare prima la lista delle cose necessarie, comprare poco e più spesso anziché riempire il carrello di prodotti destinati a finire nella pattumiera e scegliere frutta e verdura seguendo le stagioni.

            Sono consigli apparentemente lontani dall’immagine dello chef stellato, ma perfettamente coerenti con il Barbieri che racconta di avere imparato il mestiere dovendo calcolare pasti per migliaia di persone senza permettersi di rimanere senza cibo e senza produrre montagne di avanzi.

            E poi c’è il mitico topper: «Mi è costato più spedirlo che comprarlo»

            Naturalmente nessuna conversazione con Bruno Barbieri potrebbe finire senza parlare del suo oggetto del desiderio: il topper, diventato grazie a 4 Hotel quasi più famoso di alcuni concorrenti del programma.

            La sua ossessione non nasce affatto davanti alle telecamere. Risale a circa trent’anni fa, durante un soggiorno in Australia a casa di amici. Barbieri dormì nella stanza dei ragazzi e la mattina successiva si svegliò talmente riposato da voler capire che cosa avesse reso quel letto così comodo.

            Gli mostrarono quella strana imbottitura che lui non conosceva ancora. Il responsabile di quella notte perfetta era proprio il topper.

            Barbieri corse a comprarne uno spendendo circa 250 dollari, salvo poi scoprirne altri mille necessari per farlo arrivare in Italia. Una follia economica che evidentemente considera ancora uno dei migliori investimenti della propria vita: «Mi ha cambiato la vita. Quel topper ce l’ho ancora».

            È un dettaglio quasi perfetto per chiudere il cerchio. Prima delle stelle Michelin, della televisione e degli alberghi terrorizzati dal suo arrivo, c’è stato un ragazzo che a 17 anni ha lasciato casa contro il volere del padre, ha lavorato sulle navi e sostiene di essere arrivato a quarant’anni senza «un soldo in tasca». Oggi Bruno Barbieri può permettersi praticamente qualsiasi hotel, con un piccolo inconveniente che probabilmente non aveva previsto: qualche albergatore, vedendolo arrivare, preferirebbe forse che andasse a dormire da un’altra parte.

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              Cinema

              Benedetta Porcaroli, la confessione: «Detesto stare sola perché penso». Poi parla di Scamarcio e della paura di essere dimenticata

              L’attrice racconta il bisogno del confronto con gli altri, la relazione con Riccardo Scamarcio e le montagne russe del cinema: «Ti portano in alto e poi sembra che si siano dimenticati di te. Puoi restare ferma cinque anni e poi trovare il film giusto».

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                Benedetta Porcaroli detesta stare sola. Non perché non sappia farlo e neppure perché abbia bisogno di qualcuno che riempia continuamente le sue giornate, ma per un motivo molto più intimo: quando rimane da sola, comincia a pensare. E evidentemente quei pensieri possono diventare molto più ingombranti del silenzio.

                «Detesto stare da sola, perché quando sono sola penso», racconta l’attrice, 28 anni, che negli ultimi anni ha vissuto un’ascesa velocissima nel cinema italiano e internazionale e oggi si prepara a una nuova avventura nella seconda stagione di The Gentlemen, la serie firmata da Guy Ritchie.

                Nella sua vita privata c’è invece da tempo Riccardo Scamarcio, con il quale la relazione è cominciata nel 2021, attraversando anche momenti complicati e una separazione prima del ritorno insieme. I due hanno ormai smesso di nascondersi e si sono presentati insieme anche sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia, trasformando una storia a lungo vissuta lontano dai riflettori in una relazione ormai pubblica.

                Porcaroli, però, quando parla del bisogno di avere qualcuno accanto non limita il discorso all’amore. Racconta piuttosto qualcosa del proprio carattere e del rapporto che ha con i pensieri, con gli altri e forse anche con le proprie insicurezze.

                «Quando sono sola penso»

                La frase potrebbe sembrare quasi una battuta, ma Benedetta la spiega immediatamente. «Sto bene anche da sola, mi piace fare una passeggiata, ma il confronto con l’altro è una fonte di arricchimento».

                Non c’è quindi l’incapacità di trascorrere del tempo con se stessa, quanto la necessità di non rimanere troppo a lungo chiusa dentro ciò che le passa per la testa. È nel rapporto con un’altra persona che Porcaroli dice di trovare una prospettiva differente: «Mi sento vista, capita, i problemi non sono più solo miei».

                Una confessione che racconta molto anche del modo in cui vive i sentimenti. L’altro non appare soltanto come un compagno con cui condividere il tempo, ma come qualcuno capace di alleggerire il peso delle cose attraverso il semplice fatto di ascoltarle e condividerle.

                E nella vita dell’attrice quell’«altro», sentimentalmente, ha da diversi anni il volto di Riccardo Scamarcio.

                Benedetta Porcaroli e Riccardo Scamarcio, una storia iniziata nel 2021

                La relazione tra i due attori è nata sul set e ha immediatamente attirato un’enorme attenzione anche per la differenza d’età: Scamarcio ha 46 anni, Porcaroli 28. La loro storia non ha seguito una traiettoria perfettamente lineare e i due hanno attraversato una fase di separazione, prima di ritrovarsi.

                Negli ultimi tempi, però, la coppia sembra avere definitivamente abbandonato la stagione della clandestinità sentimentale. A Venezia 83 sono arrivati insieme sul red carpet e Benedetta parla dei sentimenti con una serenità che non ha bisogno di trasformarsi in continue dichiarazioni pubbliche sul compagno.

                La sua idea di coppia emerge semmai proprio dalle parole dedicate alla solitudine: avere accanto qualcuno significa sentirsi «vista» e «capita» e soprattutto poter condividere problemi che, altrimenti, resterebbero soltanto propri.

                Ma se sul fronte privato sembra avere trovato un equilibrio, Benedetta non nasconde che il lavoro continui a essere un territorio nel quale le certezze possono scomparire molto velocemente.

                «Ti portano in alto e poi sembra che si siano dimenticati di te»

                Porcaroli conosce bene l’effetto di un successo arrivato quando era ancora giovanissima. Il grande pubblico ha cominciato a riconoscerla grazie alla televisione e poi soprattutto a Baby, che l’ha trasformata in uno dei volti emergenti della sua generazione. Da lì sono arrivati cinema, produzioni internazionali, festival e ruoli sempre più importanti.

                Eppure essere improvvisamente molto richiesta non significa avere conquistato per sempre il proprio posto.

                «È normale che ti portino in alto e poi ti sembri che si siano dimenticati di te», ammette.

                È una delle confessioni più interessanti perché arriva da un’attrice che, vista dall’esterno, sembrerebbe trovarsi esattamente nella situazione opposta. Porcaroli continua a lavorare e adesso entra anche nell’universo di Guy Ritchie con The Gentlemen 2, ma conosce perfettamente la precarietà di un mestiere nel quale un momento puoi essere considerata il volto del futuro e quello successivo chiederti perché il telefono non squilli più con la stessa frequenza.

                La sua risposta è imparare ad aspettare.

                «Puoi restare ferma cinque anni e poi trovare il film giusto»

                Benedetta sembra aver capito che inseguire continuamente il successo rischia di diventare una trappola. «Si semina piano, è un percorso lungo, puoi restare ferma cinque anni e poi trovare il film giusto», spiega parlando della carriera.

                Un pensiero che ridimensiona anche l’ossessione per la presenza continua, particolarmente forte in un’epoca nella quale attori e personaggi pubblici sembrano obbligati a mostrare ogni giorno qualcosa di sé per evitare di scomparire dal radar.

                Per Porcaroli il cinema funziona diversamente. Ci sono periodi nei quali tutto accelera e altri in cui bisogna accettare di aspettare, senza interpretare necessariamente il silenzio come la fine di una carriera. Il progetto capace di cambiare nuovamente tutto può arrivare anche dopo anni.

                Adesso, per lei, quel progetto potrebbe essere proprio The Gentlemen 2, che la porta dentro una produzione internazionale legata a uno dei registi britannici più riconoscibili degli ultimi decenni.

                Dal successo improvviso a una nuova Benedetta

                La ragazza diventata popolarissima quasi all’improvviso ha quindi imparato a convivere con un paradosso: nel lavoro deve accettare l’attesa e persino il rischio di sentirsi dimenticata, mentre nella vita privata continua ad avere bisogno del confronto con gli altri per non restare troppo a lungo prigioniera dei propri pensieri.

                Sono due aspetti che nelle parole di Porcaroli finiscono per incontrarsi. Da una parte c’è l’attrice che sa di poter attraversare periodi nei quali il cinema sembra non cercarla più e ha imparato che una carriera non si misura soltanto sulla quantità di film girati in un determinato momento; dall’altra c’è la donna che ammette senza costruirsi addosso un personaggio invulnerabile di preferire la condivisione alla solitudine.

                Accanto a lei oggi c’è Riccardo Scamarcio, mentre davanti c’è una carriera che continua ad allargarsi anche fuori dall’Italia. Ma Benedetta non sembra più credere che successo e serenità debbano procedere secondo una linea continuamente ascendente. Può arrivare un grande film dopo cinque anni di silenzio, così come si può stare bene da soli e contemporaneamente detestare ciò che accade quando il silenzio lascia troppo spazio ai pensieri.

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