Speciale Sanremo 2026
Carlo Conti alza il sipario sull’addio: «Questo sarà il mio ultimo Sanremo». E demolisce la voce su Giorgia Meloni
Ospite a Il pomeriggio di Radio2, Carlo Conti mette un punto: «Questo sarà il mio ultimo Sanremo». Rivendica la musica come cuore del Festival, parla di ritmo e tempi televisivi, racconta la sua routine notturna e il figlio Matteo “in trasferta” a Sanremo. Poi la smentita più rumorosa: la presenza di Giorgia Meloni alla prima serata è «fake troppo grossa che rasenta la fantascienza». Intanto, nel backstage del toto-successore, rimbalza l’ipotesi Stefano De Martino e Fabrizio Ferraguzzo (manager dei Måneskin) per il 2027
Il Festival è una macchina che macina rumore prima ancora di macinare musica.E Carlo Conti, che di quella macchina conosce ogni bullone, ha scelto di farla inceppare nel punto più delicato: il futuro. Ospite a Il pomeriggio di Radio2, con Savino Zaba e Diletta Parlangeli, nel pieno delle prove della nuova edizione, il direttore artistico e conduttore ha fatto ciò che a Sanremo si fa raramente: ha parlato come se fosse già il giorno dopo. E lo ha fatto con una frase che, in tempi di mezze smentite e mezze promesse, suona come una chiusura a chiave.
«Questo sarà il mio ultimo Sanremo, voglio dire, quando arrivi a cinque sono già abbastanza. Va bene anche che ogni tanto ci sia questa alternanza, portare idee nuove, entusiasmo nuovo, sonorità nuove. È una delle forze del Festival che ha periodicamente questi cambi di passo».
Punto. Firma. E consegna ai curiosi la frase perfetta per aprire la caccia al dopo-Conti, perché Sanremo è così: non finisce mai, cambia pelle e riparte subito, come un animale notturno.
Ma Conti non si limita al colpo di scena. Riporta la discussione al suo territorio preferito, quello dove – dice lui – quando passa il fumo resta la sostanza. E anche qui l’immagine scelta è di quelle che si ricordano: «La cosa fondamentale è la musica. Quando poi va via tutto questo fumo che si crea intorno prima del festival, rimane questa bellissima bistecca sulla griglia che è la musica, con il contorno di belle cose intorno».
È un modo elegante per dire: fate pure casino, ma alla fine contano le canzoni. E infatti aggiunge: «Spero, come è successo negli anni passati, che poi queste canzoni siano trasmesse in radio e diventino parte integrante delle nostre giornate». È la versione Conti del “non mi interessano le polemiche”: non le nega, semplicemente le mette a dieta.
Poi entra nel dettaglio che ai fan della scaletta interessa quasi più della classifica: i generi, i tempi, il ritmo. E qui Conti si diverte, perché è il suo mestiere: tenere insieme trenta brani, ospiti, monologhi, stacchi, orchestra e quel cronometro che a Sanremo è più temuto del giudizio della sala stampa. «Quest’anno c’è una varietà ancora maggiore nei generi: tanti brani lenti d’amore e di sentimenti che raccontano storie personali, ma c’è anche il rock, i ritmi latini, il country, il rap puro. Tante sfumature diverse che forse lo scorso anno non avevo avuto la fortuna di avere».
Traduzione: più colori, più rischi, più possibilità che qualcuno si lamenti comunque.
E siccome il Festival non perdona chi si annoia, Conti la butta sul personale con una frase che sembra una battuta, ma è un manifesto di conduzione: «Vengo dalla radio, quindi il ritmo è fondamentale. Se mi annoio rischio di fare auto-zapping da solo». Qui si capisce perché insiste sul ruolo del conduttore come “regista in scena”: «La differenza fra condurre un programma e presentarlo è proprio questa: il conduttore detta i tempi, è una sorta di regista in scena. Il mio ruolo è dare ritmo e la scansione giusta delle cose che accadranno sul palco».
È Conti che, con un sorriso, ricorda a tutti che Sanremo non è una festa comandata: è un equilibrio precario tra spettacolo e resistenza fisica.
Sui tempi, non fa promesse miracolose. Al contrario, mette le mani avanti con la sincerità di chi conosce il mostro: «La prima sera, il venerdì e il sabato, avendo tutti e 30 i brani, supereremo l’una… ma c’è anche il Dopofestival e non voglio dare la linea troppo tardi».
E quando gli chiedono delle notti sanremesi, il racconto è quasi surreale per quanto è “normale”: «Come finisco vado subito in albergo, riesco ad addormentarmi immediatamente e la mattina mi sveglio. Magari non sono otto ore ma sette e me le dormo tutte di filata».Uno che, in mezzo al frastuono più chiacchierato d’Italia, dorme come un sasso. Invidiabile, più che credibile.
Il lato privato, a Sanremo, è sempre un test: o ti umanizza o ti espone. Conti sceglie la prima strada, con la scena più tenera e comica insieme: il figlio Matteo. «Mio figlio Matteo verrà qui per una settimana, è felicissimo solo perché non andrà a scuola. Ma si è raccomandato: non gli devo presentare nessuno dei cantanti, è molto distaccato da questo… credo che andrà a pescare».
Cioè: tuo padre dirige il Festival, e tu vuoi solo scappare coi pesci. Il miglior antidoto al “Sanremo-centrismo” mai sentito.
Fin qui la versione Conti: musica, mestiere, disciplina, ritmo. Poi, però, arriva la parte che fa esplodere davvero il termometro del gossip politico-televisivo. Perché, in questa edizione, Conti è stato anche ospite ad Atreju, e intorno a Sanremo – come sempre – si è provato a infilare una narrazione che non c’entra con le canzoni. La voce più grossa? La presenza di Giorgia Meloni alla prima serata. E Conti la abbatte senza neanche prendersi il gusto dell’ambiguità: la bolla come «fake troppo grossa che rasenta la fantascienza».
Non un “non mi risulta”, non un “vedremo”: proprio una smentita che sa di liberazione, come quando si chiude la porta a una festa indesiderata prima che inizi.
E mentre Conti chiude il suo capitolo, il mercato delle ipotesi apre il successivo. Qui entra in scena il retroscena che rimbalza già da settimane: per il Festival dell’anno prossimo, “come Candela dixit”, si parla del ticket con Stefano De Martino in conduzione e Fabrizio Ferraguzzo, manager dei Måneskin, come direttore musicale. È la tipica trama sanremese: una frase, un’ipotesi, un nome che fa rumore, e subito sembra tutto inevitabile. Conti non commenta direttamente, ma il suo addio annunciato è benzina: quando il posto si libera, anche solo per davvero “nel futuro”, tutti iniziano a misurare la poltrona.
C’è un’ultima cosa che spicca proprio perché manca: nessuna parola sul caso Pucci. Silenzio totale. E il silenzio, a Sanremo, non è mai neutro: è scelta, prudenza o semplice “non è questo il momento”. Conti, fedele alla sua linea, resta sul perimetro che controlla: musica, ritmo, lavoro, e quel gesto netto con cui ha separato il Festival dal teatrino delle “presenze eccellenti”.
Il resto lo farà, come sempre, la marea: i rumor sui successori, le fantasie sui colpi di scena, i titoli in anticipo e le smentite in ritardo. Conti intanto ha detto la cosa più sanremese e meno sanremese possibile: mi fermo. E l’ha detta senza tremare. Ora tocca agli altri riempire il vuoto. Con idee nuove, entusiasmo nuovo e – inevitabilmente – un nuovo giro di fumo.
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Speciale Sanremo 2026
Rita Pavone punge Sanremo: “Si cantano solo le canzoni di 30 anni fa”. Ma i successi recenti la smentiscono
Rita Pavone attacca il Festival di Sanremo: “La gente canta solo le canzoni di 30 o 40 anni fa”. Una stoccata che riapre il dibattito sulla memoria musicale della kermesse. Eppure brani recenti come “Innocenti Giovani” di Achille Lauro e “La Cura per Te” di Giorgia dimostrano che anche le nuove edizioni lasciano il segno.
A volte, nel dubbio, forse sarebbe meglio tacere. O quantomeno informarsi. Rita Pavone ha scelto invece di affondare il colpo contro il Festival di Festival di Sanremo con una riflessione che suona come una sentenza: “Tutti cantano Sanremo sì, ma inevitabilmente la gente canta solo i brani dei Sanremo di allora. Ricorda a memoria quelli di 30/40 anni fa, e non quelli dello scorso anno. I più recenti risalgono al 1997. Fatevi una domanda e datevi una risposta”.
Una frase che ha il sapore dell’amarcord polemico, ma che rischia di scivolare nella semplificazione. È vero: nello spot ufficiale della kermesse compaiono molte canzoni “datate”, inni generazionali che fanno parte del Dna collettivo. Ma ridurre il presente a un vuoto creativo è un’altra storia.
Il peso della nostalgia
Sanremo vive di memoria. È inevitabile. Le edizioni degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta hanno prodotto brani entrati nell’immaginario nazionale. Quelle canzoni sono diventate rituali familiari, colonne sonore di epoche precise. È naturale che vengano riproposte negli spot: funzionano, evocano, uniscono.
Ma la nostalgia non è la prova di un declino. È una leva emotiva. E la televisione, si sa, lavora di memoria condivisa. Questo non significa che le edizioni più recenti non abbiano lasciato tracce profonde.
I successi recenti che riempiono le piazze
Basta uscire dai social e guardare cosa accade nei concerti, nelle radio, nelle playlist. “Innocenti Giovani” di Achille Lauro e “La Cura per Te” di Giorgia, solo per citare due esempi dello scorso anno, vengono cantate a squarciagola dal pubblico. Non sono reliquie del 1997. Sono attualità.
E non si tratta di casi isolati. Negli ultimi dieci anni il Festival ha prodotto brani che hanno dominato streaming e classifiche, diventando hit radiofoniche e tormentoni estivi. La memoria musicale oggi non si misura più solo con il passaparola, ma con numeri digitali, visualizzazioni, condivisioni.
Sanremo cambia, il pubblico pure
Il punto forse è un altro: il modo in cui si consuma la musica è cambiato radicalmente. Trent’anni fa una canzone aveva mesi per sedimentare. Oggi vive in un ecosistema veloce, dove tutto corre. Ma questo non significa che non venga ricordata. Significa che viene ricordata in modo diverso.
Dire che “i più recenti risalgono al 1997” è una provocazione che fa discutere, certo. Ma rischia di ignorare una generazione che associa il proprio immaginario musicale a edizioni molto più vicine nel tempo.
Sanremo resta uno specchio dell’Italia musicale. Con le sue nostalgie, i suoi picchi creativi, le sue polemiche cicliche. E forse la vera domanda non è se il pubblico canti solo il passato, ma perché ogni anno, nonostante tutto, continui a cantare Sanremo.
Speciale Sanremo 2026
Fedez e Marco Masini saltano la foto di gruppo a Sanremo: controfigure, fotomontaggio e il caso degli “occhi spariti”
Fedez e Marco Masini non partecipano alla foto di gruppo dei Big in gara. Al loro posto due controfigure, poi rimosse con un fotomontaggio, come racconta Aldo Vitali di Sorrisi. Intanto una cantante arriva in ritardo e nella foto “corretta” Masini sembra senza occhi sotto gli occhiali: un dettaglio che accende l’ironia social.
Sanremo è il regno della canzone, ma anche il trionfo dell’immagine. E quando l’immagine si inceppa, la notizia è servita. Stavolta il corto circuito riguarda Fedez e Marco Masini, assenti al momento della tradizionale foto di gruppo dei Big in gara.
A raccontare il retroscena è Aldo Vitali, direttore di Sorrisi e Canzoni, che con disarmante sincerità spiega l’operazione: “Al posto loro c’erano due controfigure al momento degli scatti, così le abbiamo tolte e con un fotomontaggio abbiamo messo loro”. Tradotto: prima le sagome sostitutive, poi la chirurgia digitale.
Le controfigure e il fotomontaggio
La scena sembra uscita da una commedia. I fotografi pronti, i cantanti schierati, e due “sosia” a occupare lo spazio dei grandi assenti. Una soluzione tampone che però non ha retto alla prova della realtà: via le controfigure, dentro il fotoritocco.
In un’epoca in cui ogni pixel viene analizzato al microscopio, l’operazione non poteva passare inosservata. Il Festival vive anche di questi dettagli: chi c’era, chi mancava, chi ha scelto di non esserci. L’assenza, a Sanremo, è sempre una dichiarazione.
Il ritardo e l’ironia sul look
Come se non bastasse, una cantante – un tempo icona di stile impeccabile e oggi amica di uno dei due Big – si sarebbe presentata con un quarto d’ora di ritardo. Nulla di drammatico, ma abbastanza per alimentare il chiacchiericcio da corridoio.
E poi c’è il dettaglio più surreale: nella foto “taroccata”, Marco Masini sembrava non avere gli occhi sotto gli occhiali. Li aveva, certo. Ma l’effetto ottico, complice il ritocco e la luce, ha generato una serie di commenti ironici. Bastava forse un controllo in più prima di consegnare l’immagine alla rete.
Quando la foto diventa notizia
Il punto non è solo tecnico. La foto di gruppo dei Big è un rito, quasi un atto istituzionale del Festival. Parteciparvi significa dichiararsi dentro il gioco fino in fondo. Saltarla, per scelta o per imprevisto, cambia la narrazione.
Fedez e Masini hanno deciso di non esserci al momento dello scatto. Legittimo. Ma il tentativo di colmare l’assenza con un artificio digitale ha trasformato un semplice forfait in un piccolo caso mediatico.
A Sanremo, si sa, tutto diventa spettacolo. Anche una foto. E se gli occhi sotto gli occhiali finiscono per scomparire, la rete è pronta a rimetterli a fuoco.
Speciale Sanremo 2026
Fiorello lancia la profezia su Sanremo: “Vincono Fedez e Masini”. E poi chiama Celentano: “Il Paese ha bisogno di te”
Fiorello si diverte a prevedere il podio di Sanremo: “Vinceranno Fedez e Masini, Ditonellapiaga seconda, Serena Brancale terza. Se succede, qua ci arrestano tutti”. Tra una battuta e l’altra, lancia anche un messaggio ad Adriano Celentano: “Il Paese ha bisogno di te, vuole il tuo punto di vista”.
Fiorello fa quello che gli riesce meglio: mescolare ironia, provocazione e senso dello spettacolo. E quando si parla di Festival di Sanremo, l’asticella si alza. Stavolta lo showman ha azzardato una profezia che suona come una bomba a orologeria.
“Vinceranno Fedez e Masini. Ditonellapiaga seconda, Serena Brancale terza. Se succede, qua ci arrestano tutti”. Una classifica lanciata con il sorriso, ma con quella capacità tipicamente sua di trasformare un gioco in un titolo.
La classifica che accende i social
Mettere insieme Fedez e Marco Masini in cima al podio significa evocare mondi diversi, pubblici diversi, sensibilità diverse. Una previsione che, nel giro di pochi minuti, diventa materiale da dibattito.
E poi Ditonellapiaga e Serena Brancale, due artiste che rappresentano percorsi originali nel panorama musicale italiano. Fiorello non spiega i criteri, non entra nel merito tecnico. Si limita a lanciare la miccia. E a prendersi la responsabilità della battuta: “Se succede, ci arrestano”.
Nel linguaggio da palcoscenico è un modo per dire: sto giocando, ma intanto vi sto facendo immaginare uno scenario.
L’appello ad Adriano Celentano
Ma la parte più significativa arriva dopo. Fiorello cambia tono e si rivolge direttamente ad Adriano Celentano: “Il Paese ha bisogno di te. La gente ti vuole e vuole sapere il tuo punto di vista su certe cose che stanno accadendo…”.
Non è la prima volta che lo showman chiama in causa il Molleggiato. Celentano, che negli ultimi anni ha centellinato le apparizioni pubbliche limitandosi a interventi sporadici sui social, resta una figura simbolica capace di catalizzare attenzione e dibattito.
L’invito di Fiorello è quasi un appello civile, oltre che televisivo: tornare a parlare, a prendere posizione, a offrire uno sguardo.
Tra gioco e desiderio di voce
Fiorello resta nel suo registro: leggero ma mai superficiale. La profezia su Sanremo è un fuoco d’artificio. L’appello a Celentano, invece, è un segnale più profondo.
Il Festival è spettacolo, classifica, pronostico. Ma è anche il luogo dove l’Italia si specchia. E quando uno come Fiorello invoca il ritorno di Celentano, non sta solo cercando un ospite: sta evocando un’idea di voce autorevole, capace di dire qualcosa che vada oltre la canzone.
Poi, certo, se davvero dovessero vincere Fedez e Masini, lui è pronto a farsi arrestare. In diretta, naturalmente.
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