Connect with us

Televisione

Giovanna Civitillo esclusa da “È sempre Mezzogiorno”: la reazione di Amadeus accende il caso

L’addio di Giovanna Civitillo a “È sempre Mezzogiorno” scatena un polverone. La Rai minimizza, ma Amadeus risponde con una frecciata sui social. E Sonia Bruganelli insinua: «Davvero non è evidente chi ci sia dietro?». Tra colpi di scena e retroscena velenosi, si riaccende lo scontro silenzioso tra Viale Mazzini e l’ex volto simbolo di Sanremo.

Avatar photo

Pubblicato

il

    Giovanna Civitillo non farà parte della nuova stagione di “È sempre Mezzogiorno”, il popolare programma di RaiUno condotto da Antonella Clerici. La notizia, trapelata nelle ultime ore, ha immediatamente alimentato sospetti, ipotesi e – inutile dirlo – polemiche. Perché quando in gioco c’è Amadeus, ogni mossa diventa politica.

    Secondo i ben informati, l’esclusione della moglie dell’ex conduttore di Sanremo sarebbe l’ennesima dimostrazione del “clima di ostilità” nei confronti del presentatore, oggi passato al Nove. Una sorta di silenziosa rappresaglia che, pur senza dichiarazioni ufficiali, lascia intendere molto.

    La Rai, dal canto suo, ha cercato di raffreddare gli animi parlando di “normali cambiamenti nel cast” e anticipando l’arrivo di “altre novità”. Tra queste, il nome che circola con insistenza è quello di Carlotta Mantovan, vedova amatissima di Fabrizio Frizzi, che potrebbe entrare nel team portando con sé una nuova ondata di affetto popolare.

    Ma a rendere incandescente l’atmosfera ci ha pensato Amadeus stesso, che ha risposto via social con un post criptico quanto diretto: una foto in ascensore, accompagnata dal brano “Io” di Marracash. Il passaggio scelto? “L’ipocrisia è l’invenzione del secolo. Svendi la tua verità per la loro bugia”. Un caso? Difficile crederlo, visto il tempismo. Il messaggio appare come una frecciata tagliente indirizzata a chi – secondo lui – avrebbe orchestrato l’allontanamento della moglie.

    E a rincarare la dose ci ha pensato Sonia Bruganelli, che senza mezzi termini ha scritto: “Davvero non è evidente chi ci sia dietro?”. Nessun nome, ma un’accusa pesante che ha fatto scattare immediatamente il tam tam online. Chi è il bersaglio? La Rai? La Clerici? O magari qualcun altro nei corridoi che contano?

    Intanto, Giovanna Civitillo tace. Nessuna dichiarazione, nessun commento. Ma in molti notano l’amarezza dietro quell’uscita di scena improvvisa, che arriva proprio mentre il marito si prepara al grande debutto sulla nuova rete.

    Tra strategie, ripicche e addii mascherati da “scelte editoriali”, il caso Civitillo rischia di essere solo l’inizio. Perché in Rai, si sa, niente è mai davvero solo televisione.

      SEGUICI SU INSTAGRAM
      INSTAGRAM.COM/LACITYMAG

      Televisione

      Come si cambia, per fatturare: da virtuosa in Rai a regina della trasgressione su Netflix, la metamorfosi di Eleonora Andreatta

      Figlia del democristiano Beniamino Andreatta, in viale Mazzini era considerata la garante della tv “perbene”. Passata al colosso dello streaming, ha ribaltato il copione: dalle suore ai festini, da Don Matteo a Rocco Siffredi, fino al doc su Fabrizio Corona. Un cambio di pelle che racconta più del mercato che delle ideologie

      Avatar photo

      Pubblicato

      il

      Autore

        Dalla Rai del rosario allo streaming senza censura
        C’era un tempo in cui Eleonora Andreatta, per tutti Tinny, veniva dipinta come la vestale del buon costume televisivo. Da direttrice di Rai Fiction il suo regno era fatto di canoniche, caserme e commissariati, sceneggiati rassicuranti pensati per non turbare il sonno degli spettatori più anziani. Preti buoni, suore coraggiose, carabinieri dal cuore d’oro: un palinsesto cucito su misura per la platea tradizionale della tv pubblica.

        Il marchio di famiglia e l’etichetta di bigottona
        Figlia del democristiano Beniamino Andreatta, economista e padre nobile della Prima Repubblica, Eleonora portava addosso un pedigree politico che sembrava condannarla a un’eterna prudenza. In Rai veniva descritta come una manager d’altri tempi, allergica alle provocazioni e custode di un’immagine istituzionale quasi parrocchiale. Le malelingue la chiamavano “bigottona”, convinte che oltre Don Matteo non potesse esistere nulla.

        Il salto a Netflix e la rivoluzione dei contenuti
        Poi il grande salto: l’approdo a Netflix e la scoperta improvvisa della libertà editoriale. Qui Tinny ha gettato la tonaca alle ortiche e ha iniziato a firmare progetti impensabili solo pochi anni prima. Serie su Rocco Siffredi, racconti sui festini di “Terrazza Sentimento”, ora il documentario sul pregiudicato Fabrizio Corona: un catalogo dove sesso, droga e vite spericolate sono diventati materia prima narrativa.

        Dal moralismo al marketing
        Il cambio di rotta non è solo estetico, ma industriale. Lo streaming chiede rumore, scandalo, storie estreme capaci di bucare l’algoritmo globale. E Andreatta, da dirigente navigata, ha capito in fretta che per fatturare bisogna sporcarsi le mani. Così la signora delle fiction devote si è trasformata in produttrice di titoli borderline, senza più timori reverenziali verso la vecchia platea generalista.

        Un ritratto dell’Italia che cambia
        La sua parabola racconta molto del passaggio dalla televisione pedagogica al mercato dell’attenzione. In Rai comandava la logica del consenso largo, a Netflix quella del pubblico di nicchia ma fidelizzato. Non è solo una questione di gusti personali: è l’industria che detta le regole e Tinny, con pragmatismo, si è adeguata meglio di altri.

        Il giudizio sospeso
        C’è chi grida al tradimento e chi applaude la liberazione. Di certo la metamorfosi di Eleonora Andreatta è uno dei casi più clamorosi del sistema audiovisivo italiano: dalla comfort zone dei parroci televisivi all’olimpo dei racconti proibiti. Come si cambia, per restare a galla. E soprattutto per fatturare.

          Continua a leggere

          Televisione

          Come fa una casa di produzione quasi sconosciuta a incassare 800mila euro pubblici per la serie su Corona

          Un documentario su un pregiudicato diventa caso industriale e politico: quasi un milione dallo Stato, un budget da due milioni e mezzo e una produzione senza pedigree nel grande mercato. C’è chi vede nel progetto un siluro mediatico contro Mediaset e la famiglia Berlusconi, travestito da operazione culturale

          Avatar photo

          Pubblicato

          il

          Autore

            La domanda non è più se la docu-serie su Fabrizio Corona sia un buon prodotto televisivo. La domanda è chi abbia davvero deciso che valesse quasi 800mila euro di soldi pubblici e perché proprio questa operazione, firmata da una casa di produzione milanese finora marginale, sia diventata improvvisamente un titolo strategico per Netflix. Dietro “Io sono notizia” si intravede un gioco molto più grande del semplice racconto biografico.

            Una produzione senza pedigree e un salto sospetto

            Bloom Media House, guidata da Marco Chiappa e Alessandro Casati, fino a ieri era conosciuta per spot e documentari “impegnati” su droga, disagio psichico e fotografia sociale. Nessun grande titolo, nessuna serie di peso, nessuna esperienza con prodotti destinati al mercato globale. Poi, all’improvviso, il salto: una docu-serie su Corona, budget milionario, piattaforma internazionale e un tax credit da 793.629 euro.

            Come ci è arrivata? Quali porte ha bussato? Quali sponsor ha convinto? Domande che nel mondo dell’audiovisivo italiano non sono mai neutre. Perché qui non si tratta di finanziare un film su Falcone o un racconto su un premio Nobel, ma di mettere soldi pubblici su un personaggio condannato più volte, simbolo di un sistema di ricatti e fango mediatico.

            Il sospetto della longa manus politica

            Il punto più delicato è un altro. Corona non è un nome qualunque: è l’uomo che per anni ha incrociato Mediaset, il mondo dello spettacolo vicino a Berlusconi, i salotti della destra televisiva. Raccontarlo oggi, con il sostegno dello Stato e la vetrina di Netflix, significa riscrivere quella stagione con una chiave precisa.

            C’è chi, nei palazzi romani, sussurra che l’operazione abbia un retrogusto politico: usare la figura dell’ex paparazzo per riaprire vecchie ferite, rimettere in circolo dossier, allusioni, ricordi scomodi. Un modo elegante per colpire l’immagine del sistema berlusconiano senza sporcarsi le mani in Parlamento. Non un’inchiesta giornalistica, ma un prodotto d’intrattenimento travestito da verità.

            I conti che non tornano

            Degli oltre due milioni e mezzo di budget si conosce solo la fetta coperta dal tax credit. Il resto è avvolto nel mistero: anticipo Netflix? Investitori privati? Accordi con soggetti vicini alla politica? Nessuno spiega. Eppure, quando ci sono di mezzo fondi pubblici, la trasparenza dovrebbe essere un obbligo morale prima ancora che giuridico.

            Perché proprio Bloom? Perché non una società con storia e curriculum adeguati? Perché un progetto così divisivo ottiene corsie preferenziali mentre decine di produttori faticano a finanziare film su temi sociali veri? Le risposte, per ora, sono solo silenzi.

            Le “verità” scomparse e il grande bluff

            Il 29 dicembre Corona aveva promesso rivelazioni devastanti: “ci vediamo a gennaio”. Gennaio è arrivato e con lui la serie, ma delle bombe non c’è traccia. Al loro posto un racconto autocelebrativo, qualche lacrima, vecchi filmati e molte zone d’ombra. Sembra più un’operazione di maquillage che un atto di verità.

            E allora il dubbio diventa legittimo: l’obiettivo non era svelare qualcosa di nuovo, ma riattivare un personaggio utile a un certo clima politico e mediatico. Rimettere in circolo un’icona tossica per far male a qualcuno, non per informare.

            Un precedente pericoloso

            Se passa l’idea che con i soldi dello Stato si possano costruire prodotti su misura per regolare conti privati o politici, il confine tra cultura e propaganda evapora. Oggi tocca a Corona, domani a chi? Quale sarà il prossimo “eroe negativo” trasformato in star con il timbro del Ministero?

            La vicenda Bloom–Corona non è solo un caso televisivo. È un test su quanto l’audiovisivo italiano sia diventato terreno di scontro tra poteri, lobby e vecchie vendette. E su quanto la politica, dietro la maschera del tax credit, stia imparando a usare Netflix come un nuovo talk show.

              Continua a leggere

              Televisione

              Rai2 si affida a Claudio Brachino: il centrodestra cerca il riscatto dopo la collezione di flop dei talk

              Dopo mesi di ascolti anemici e tentativi naufragati, Viale Mazzini punta su un volto storico Mediaset. Con Brachino una squadra di opinionisti a rotazione: in pole Hoara Borselli, Mario Sechi e Tommaso Cerno

              Avatar photo

              Pubblicato

              il

              Autore

                C’è la fumata bianca, e non è quella del conclave ma di Saxa Rubra. Rai2 ha deciso di giocarsi l’ultima carta per rianimare il prime time a trazione centrodestra: Claudio Brachino, ex volto Mediaset, ex direttore di Videonews, giornalista di lungo corso e navigatore esperto delle acque agitate dei talk politici.

                Dopo i tonfi, serve un nome pesante

                La seconda rete viene da una stagione complicata: format lanciati e ritirati, share sotto le aspettative, conduttori cambiati come figurine. Il pubblico non ha premiato i vari esperimenti “identitari” e ora i vertici cercano un profilo riconoscibile, capace di parlare a quell’elettorato che si sente poco rappresentato dall’offerta attuale.

                Brachino partirà – salvo slittamenti dell’ultimo minuto, che in Rai sono sport olimpico – mercoledì 4 marzo. Una collocazione non semplice, in mezzo alla concorrenza feroce delle generaliste e delle piattaforme, ma considerata strategica per costruire un appuntamento stabile.

                Una squadra ancora in costruzione

                Il programma, ancora senza titolo definitivo, avrà una formula classica: confronto, interviste, servizi e una pattuglia di opinionisti a rotazione. I nomi che circolano raccontano già la linea editoriale: Hoara Borselli, Mario Sechi e Tommaso Cerno sono i più gettonati, con possibili innesti dal mondo social e dal giornalismo d’area.

                L’obiettivo è chiaro: dare voce a un racconto alternativo a quello dei salotti progressisti, senza però scivolare nel recinto dell’ultrà. Missione delicata, soprattutto dopo le polemiche che hanno accompagnato altre trasmissioni accusate di essere megafoni governativi.

                Brachino, ritorno in prima linea

                Per l’ex direttore di Videonews è un ritorno da protagonista. Abituato ai retroscena di Palazzo e alle dinamiche televisive più spietate, dovrà dimostrare di saper parlare a un pubblico cambiato, meno fedele e più irrequieto. Non basterà il curriculum: serviranno ritmo, notizie e qualche ospite capace di accendere la serata.

                A Viale Mazzini sperano nel miracolo degli ascolti. A Mediaset osservano con curiosità. E nei corridoi Rai c’è chi sussurra che, se fallisce anche Brachino, il problema non sono i conduttori ma il progetto.

                  Continua a leggere
                  Advertisement

                  Ultime notizie

                  Lacitymag.it - Tutti i colori della cronaca | DIEMMECOM® Società Editoriale Srl P. IVA 01737800795 R.O.C. 4049 – Reg. Trib MI n.61 del 17.04.2024 | Direttore responsabile: Luca Arnaù