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Televisione

Magalli avvisato, mezzo salvato: “Me l’avevano detto che Heather Parisi aveva un brutto carattere”

Il popolare conduttore Giancarlo Magalli, ospite a La volta buona, svela alcuni retroscena sul suo rapporto lavorativo con la showgirl Heather Parisi, tutt’altro che rilassante: «Ci ho lavorato ed è stata dura. Ha un brutto carattere, mi avevano avvisato».

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    Caterina Balivo ha aperto l’ultima puntata de La volta buona con un’ampia finestra dedicata alla storica rivalità tra due primedonne della tv: Heather Parisi e Lorella Cuccarini. Supportata dai suoi ospiti, la Balivo ha confrontato i momenti più belli e intensi delle carriere delle due showgirl. Durante il dibattito non sono mancati retroscena gustosi sulle due donne, soprattutto sulla ballerina a stelle & strisce.

    Magalli ci va giù preciso

    Le dichiarazioni fatte da Giancarlo Magalli sul suo rapporto professionale con Heather, hanno contribuito a rendere pepata la discussione, ammettendo di avere avuto non pochi problemi con la showgirl per il suo “caratterino”: Il popolare conduttore Giancarlo Magalli, svela alcuni retroscena sul suo rapporto lavorativo con la showgirl Heather Parisi, tutt’altro che accomodanti: «Ci ho lavorato ed è stata dura. Ha un brutto carattere, mi avevano avvisato». Ma, dando il classico colpo alla botto successivamentre a quello al cerchio, ha aggiunto: «Va detto anche che non ci sono molte persone che ballano meglio di lei», suscitando l’interesse del pubblico.

    Un episodio su tutti, quello di Ciao weekend 1991

    In quell’anno Magalli e la Parisi lavorarono insieme nel varietà Ciao weekend, in onda su Rai2. A proposito di quel periodo, il conduttore alcuni anni fa aveva ricordato, in un altro programma, che aveva sferratoaddirittura un calcio nel sedere alla collega, rea di averlo impallato con le telecamere durante una diretta. Ad una divertita Balivo, sempre lui Magalli ha raccontato anche che quando la scelse per Ciao Weekend, in molti colleghi lo allertarono sulla ballerina. «Quando uscì sul giornale che avevo scelto Heather Parisi mi chiamarono venti persone, anche colleghi famosi, e tutti mi dissero: “Ma che sei matto?”. Allora mi ero spaventato… e a ben guardare qualche problemino c’è stato».

    Un programma rivisto e corretto

    Il Ciao weekend, condotto da Giancarlo Magalli ed Heather Parisi, era una versione riveduta del varietà Ricomincio da due, andato in onda la stagione precedente e condotto da Raffaella Carrà. Medesima formula, stesso cast autorale quasi del tutto riconfermato, scenografia simile e musiche del Maestro Pinuccio Pirazzoli.

    Il paragone con Alessandra Martines

    A La volta buona Magalli, proseguendo col suo intervento, ha paragonato la Parisi ad un’altra ballerina televisiva di grande popolarità, Alessandra Martines. Raccontando un ulteriore retroscena legato a quest’ultima: «Quando ho lavorato con Alessandra si era creato qualche dissapore e a fine stagione lei entrò nel Fantastico della Cuccarini con Pippo Baudo. Io feci come avevano fatto con me, chiamai Baudo e gli dissi: “Guarda che la Martines…”»

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      Televisione

      Gabriel Garko torna hot in tv con “Colpa dei Sensi”: “Col sedere di fuori davanti a tutta la troupe, spero non abbiano tagliato la scena”

      Garko rilancia la sua immagine sensuale nella nuova serie tv, ironizzando sulle scene di nudo e ricordando il cinema erotico degli esordi. Tra autoironia e nostalgia, il sex symbol torna a giocare con il mito costruito in carriera.

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        Gabriel Garko è pronto a tornare in tv con la nuova fiction Colpa dei Sensi, e lo fa nel modo che il pubblico si aspetta da lui: con una dose calibrata di sensualità e autoironia. «Sono stato col sedere di fuori davanti a tutta la troupe, spero non sia stata tagliata la scena», ha raccontato ridendo, confermando che il fil rouge della sua carriera resta quel mix di fascino, fisicità e leggerezza che lo ha trasformato in un’icona pop della fiction italiana.

        “Scene da educande”, rispetto al passato
        Garko stesso ha ridimensionato la portata delle sequenze hot della serie, definendole “da educande” rispetto ai ruoli più spinti della sua filmografia. Un confronto inevitabile con Senso 45 di Tinto Brass, dove l’attore si era spinto molto oltre il perimetro della fiction generalista, tra full frontal, amplessi espliciti con Anna Galiena e memorabili corse nudo sulla spiaggia.

        Il mito del sex symbol tra fiction e cinema erotico
        Negli anni, Garko ha costruito una carriera su un’immagine volutamente iperbolica, a metà tra divo classico e icona da calendario. Il passaggio dal cinema erotico d’autore alle grandi fiction popolari gli ha permesso di trasformare quel capitale erotico in un brand televisivo mainstream, capace di attraversare generazioni e pubblici diversi.

        Autoironia e nostalgia come strategia mediatica
        Le sue battute sulle scene di nudo funzionano anche come strategia narrativa: Garko gioca con il proprio mito, lo smonta e lo rilancia, consapevole che il pubblico continua ad associarlo a un immaginario di sensualità ostentata. In Colpa dei Sensi il registro è più soft, ma il racconto mediatico resta quello di sempre: il ritorno del sex symbol, tra nostalgia, ironia e voglia di rimettersi in gioco.

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          Televisione

          Clerici e Bignardi, siparietto in diretta sulla Rai: tra rubrica sui libri, libertà e autocensura

          Un dialogo leggero ma denso di sottotesti tra Antonella Clerici e Irene Bignardi racconta il clima della tv pubblica: tra desiderio di ritorno, prudenza editoriale e dichiarazioni di indipendenza in diretta.

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            Durante una puntata di È Sempre Mezzogiorno, Antonella Clerici ha invitato Irene Bignardi per parlare del suo ultimo libro Nostra Solitudine. La conversazione, però, ha preso una piega meno promozionale e più politica-culturale quando la conduttrice ha lanciato una proposta esplicita, quasi provocatoria: «Dove possiamo firmare un contratto per avere una rubrica fissa di libri?». Un momento televisivo spontaneo che ha trasformato la promozione editoriale in un discorso sulla presenza della cultura in Rai.

            La risposta ironica e pungente della critica
            Bignardi ha risposto con una battuta che, sotto il tono leggero, nasconde una percezione precisa del clima interno: «Chiedi ai dirigenti. Però chiedi prima in giro, perché non so se sono così amata da queste parti». Un’uscita che suona come una fotografia ironica dei rapporti tra autori, vertici e linee editoriali, e che ha fatto sorridere senza spegnere il sottotesto.

            Clerici rivendica la sua libertà in Rai
            La Clerici ha colto l’assist per ribadire la propria autonomia professionale: «Guarda, a noi non ce ne frega niente. Lo dico, tanto siamo in diretta e posso dire quello che voglio. Io sono una donna libera e nessuno mi ha mai imposto nulla». Una dichiarazione netta, quasi una bandiera piantata in studio, che inevitabilmente riapre il tema della libertà editoriale nel servizio pubblico e delle pressioni percepite, reali o presunte.

            Il ritorno televisivo di Bignardi come ipotesi aperta
            Bignardi non ha chiuso la porta a un ritorno stabile in tv, ma ha lasciato intendere che il contesto conta, eccome. Il siparietto, leggero nei toni, ha messo in scena una tensione strutturale: il desiderio di fare cultura in televisione e il perimetro decisionale delle governance. Un dialogo che, più di molti comunicati ufficiali, racconta lo stato dell’aria che si respira nella tv pubblica.

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              Televisione

              Sabrina Ferilli e “A Testa Alta” diventano un caso nazionale: successo travolgente sui social, tre puntate non bastano e la fiction è già cult

              La fiction Rai con Sabrina Ferilli non domina solo gli ascolti, ma incendia i social come mai era successo prima. In molti protestano per le sole tre puntate: l’effetto è già da cult

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                Non è solo una fiction di successo. “A Testa Alta” è diventata un fenomeno, uno di quelli che in Italia si vedono raramente e che, quando arrivano, cambiano il passo della conversazione collettiva. Al centro di tutto c’è Sabrina Ferilli, protagonista assoluta di un racconto che ha travalicato lo schermo televisivo per esplodere sui social, dove l’impatto è stato immediato, trasversale e, per molti versi, senza precedenti.

                Fin dalle prime ore dopo la messa in onda, la rete si è riempita di commenti, clip, citazioni, analisi emotive delle scene e dichiarazioni d’amore per un personaggio che ha colpito nel segno. Una reazione a catena che non si è limitata alla classica fanbase, ma ha coinvolto un pubblico molto più ampio, dai telespettatori abituali alle generazioni più giovani, spesso lontane dalla fiction generalista.

                Il caso social che nessuno si aspettava

                L’elemento più sorprendente è proprio questo: “A Testa Alta” non si è fermata ai numeri Auditel, ma ha costruito un racconto parallelo online. Hashtag in tendenza, discussioni accese su X e Instagram, video su TikTok che rielaborano le scene più forti. Un livello di partecipazione che molti commentatori hanno definito “mai visto in Italia” per una fiction di questo tipo.

                In rete si moltiplicano i post di chi confessa di aver guardato le puntate tutte d’un fiato, di essersi riconosciuto nelle fragilità del personaggio interpretato da Sabrina Ferilli, di aver provato quella sensazione rara di sentirsi rappresentati. È qui che nasce il marchio di fabbrica dei prodotti destinati a diventare cult: non solo si guardano, ma si condividono, si commentano, si difendono.

                “Solo tre puntate? È una tortura”

                Tra le reazioni più ricorrenti ce n’è una che mette tutti d’accordo: la frustrazione per il formato. Tre puntate sono sembrate pochissime a un pubblico che avrebbe voluto restare più a lungo dentro quella storia. “È finita troppo presto”, “Non si può chiudere così”, “Tre puntate non bastano” sono diventati quasi un coro, ripetuto sotto i post ufficiali e nei commenti spontanei.

                Un paradosso che, in realtà, è il miglior segnale possibile per una produzione televisiva. La brevità, invece di penalizzare, ha aumentato il desiderio, lasciando quella sensazione di incompiuto che alimenta il mito. È lo stesso meccanismo che, nel tempo, ha trasformato molte opere brevi in oggetti di culto: quando il pubblico chiede ancora, vuol dire che il bersaglio è stato centrato.

                Perché “A Testa Alta” funziona così tanto
                Il successo non nasce dal nulla. “A Testa Alta” colpisce perché racconta una storia che parla di dignità, di resistenza personale, di ferite che non si nascondono. Il personaggio di Ferilli non cerca di piacere, non chiede indulgenza. Sta in piedi, appunto, a testa alta, anche quando tutto intorno sembra spingerla a crollare.

                È una narrazione che evita la retorica e punta dritto sulle emozioni. Il pubblico lo percepisce e risponde di conseguenza. Nei commenti si legge spesso la stessa parola: verità. Una verità emotiva, più che cronachistica, che rende il racconto credibile e potente.

                Il paragone che circola online
                Sui social, come spesso accade quando un prodotto esplode, sono iniziati i paragoni. In molti utenti hanno accostato l’impatto di “A Testa Alta” a quello di “Heated Rivalry”, titolo spesso citato online come esempio di racconto capace di accendere fandom e discussioni in diversi Paesi. Non tanto per affinità di trama, quanto per l’effetto culturale: la capacità di diventare oggetto di conversazione continua, di creare comunità, di lasciare un segno che va oltre la durata del prodotto.

                È un confronto che nasce dal basso, dalle piattaforme social, e che dice molto più dell’umore del pubblico che di classifiche ufficiali. Quando una fiction viene messa sullo stesso piano di titoli percepiti come “fenomeni”, significa che ha superato il confine dell’intrattenimento ordinario.

                Un cult annunciato
                A pochi giorni dalla messa in onda, la parola “cult” non sembra più un’esagerazione. “A Testa Alta” ha già generato quell’alone speciale fatto di nostalgia immediata, di desiderio di rivederla, di richiesta di sequel o spin-off. È entrata nel linguaggio di chi la commenta, nei meme, nelle citazioni.

                Sabrina Ferilli, ancora una volta, dimostra di avere un rapporto diretto con il pubblico italiano, capace di attraversare epoche e formati. Qui non è solo una protagonista: è il volto di un racconto che ha intercettato un bisogno preciso, quello di storie forti, brevi, intense, che non chiedono permesso.

                Tre puntate sono bastate per accendere tutto questo. E forse è proprio per questo che “A Testa Alta” è destinata a restare. Non per quanto è durata, ma per quello che ha smosso.

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