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Calcio

INCHIESTA SUL CALCIO (2° parte) rischio commissariamento per Inter e Milan: controlli e pressioni sottovalutate

Le due società non sono formalmente indagate, ma un procedimento di prevenzione avviato dalla Procura di Milano punta a evitare che il controllo delle curve ultras, che gestiscono biglietti e merchandising, sfoci in infiltrazioni criminali. Le pressioni su calciatori e allenatori sono al centro delle preoccupazioni.

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    L’inchiesta sulle società calcistiche milanesi, Inter e Milan, parte da quella sulle curve ultras delle due squadre, svelando un fitto intreccio tra la criminalità organizzata e il tifo violento. Secondo quanto emerso dalle indagini della Procura di Milano, le curve non rappresentano più solo un luogo di aggregazione e passione sportiva, ma sono diventate un terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita, in particolare dalla ‘ndrangheta. L’inchiesta ha portato ieri all’arresto di 19 esponenti di spicco delle tifoserie di entrambe le squadre.

    Le accuse contro le società: la nascita del “procedimento di prevenzione”

    Ma come era prevedibile, ora l’inchiesta non si ferma solo agli ultras, ma coinvolge indirettamente anche le società calcistiche. Il dubbio sollevato dagli inquirenti è che Inter e Milan abbiano tollerato o, in alcuni casi, assecondato le pressioni provenienti dalle curve, finendo per diventare in qualche modo complici o quantomeno facilitatori delle attività illecite. Le due squadre non risultano indagate sul piano penale, ma è stato avviato un “procedimento di prevenzione” per monitorare e verificare la gestione dei rapporti con il tifo organizzato.

    Questo istituto giuridico non ha scopo punitivo, ma preventivo, spingendo le società a bonificare internamente le loro strutture organizzative e a mettere in atto contromisure efficaci per recidere ogni legame con gruppi di tifosi violenti o con possibili infiltrazioni mafiose. In mancanza di un’azione convincente, la Procura potrebbe decidere di commissariare una parte delle attività delle due società, seguendo l’articolo 34 del decreto legislativo 159/2011, che consente l’amministrazione giudiziaria delle aziende coinvolte, anche in modo colposo, nell’agevolazione di reati.

    Il ruolo delle curve ultras: un sistema di potere consolidato

    L’indagine ha svelato un sistema ben radicato che coinvolge le tifoserie organizzate delle due squadre milanesi. Le curve sono diventate un centro nevralgico di affari illeciti, con gli ultras che gestiscono la vendita illegale di biglietti, il merchandising non ufficiale e persino il controllo di attività legate alla ristorazione e al parcheggio nei pressi dello stadio. Gli introiti di queste operazioni illecite finiscono spesso nelle casse della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta, che ha piantato solide radici nelle curve della città.

    Un esempio lampante è quello della Curva Nord dell’Inter, dove alcuni esponenti della tifoseria, legati alla famiglia Bellocco di Rosarno, gestivano il commercio illegale dei biglietti e utilizzavano la violenza e le minacce per mantenere il controllo della curva. L’ordinanza del Gip ha evidenziato come questi gruppi fossero in grado di esercitare pressioni anche su calciatori e allenatori, come nel caso dell’incontro “quasi intimidatorio” con Milan Skriniar e dei messaggi minacciosi inviati a Simone Inzaghi.

    Dall’altra parte, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, personaggio di spicco non solo per i suoi legami con la tifoseria, ma anche per le sue connessioni con esponenti della politica e del mondo dello spettacolo. Lucci è stato più volte arrestato per vicende legate al narcotraffico e alle attività illecite condotte dalla curva milanista.

    Le conseguenze per Inter e Milan

    L’inchiesta ha acceso i riflettori sulle carenze organizzative dei due club nella gestione delle tifoserie, portando alla luce una serie di relazioni ambigue che, se non risolte, potrebbero avere gravi conseguenze. Il rischio principale per le due società è il commissariamento, un provvedimento che, seppur temporaneo, metterebbe in discussione l’autonomia delle due squadre nella gestione delle proprie attività.

    Il “procedimento di prevenzione” avviato dalla Procura mira a far sì che Inter e Milan adottino misure stringenti per recidere qualsiasi legame con il mondo del tifo violento e della criminalità organizzata, evitando di diventare complici, anche solo indiretti, di queste attività.

    La minaccia del commissariamento

    Inter e Milan non sono al momento accusate di alcun crimine, ma la situazione è particolarmente delicata. Il “procedimento di prevenzione” non prevede sanzioni penali immediate, ma punta piuttosto a spingere le società a sanare eventuali falle organizzative che potrebbero favorire, anche solo indirettamente, attività illecite portate avanti dalle curve. Questa procedura, già applicata in settori come la logistica e la moda (con i casi Dhl ed Esselunga o Armani e Dior), prevede che, in caso di inerzia o carenze nella gestione interna, l’autorità giudiziaria possa disporre la messa in amministrazione giudiziaria di settori specifici delle aziende.

    In altre parole, se Inter e Milan non riusciranno a convincere la Procura di aver intrapreso azioni concrete per contrastare i fenomeni di infiltrazione, parte delle loro attività potrebbero essere sottoposte a controllo giudiziario. In particolare, i settori maggiormente sotto esame sono quelli legati alla gestione dei biglietti, una risorsa economica importante per gli ultras, che ne traggono profitti illeciti rivendendoli a prezzi maggiorati, oltre a ottenere una sorta di legittimazione agli occhi delle stesse società calcistiche.

    La gestione delle curve e il ruolo degli ultras

    La gestione delle curve rappresenta il vero nodo dell’inchiesta. I gruppi ultras, soprattutto quelli legati alla Curva Nord dell’Inter e alla Curva Sud del Milan, da anni esercitano un controllo significativo non solo sulle tifoserie ma anche su alcune attività economiche collegate al mondo del calcio, come il bagarinaggio e la vendita di merchandising non ufficiale. Queste attività, svolte spesso con la connivenza o la tolleranza delle società calcistiche, sono diventate un terreno fertile per le infiltrazioni della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta.

    Un episodio emblematico riguarda l’incontro tra alcuni esponenti della Curva Nord interista e il calciatore Milan Skriniar, descritto come “quasi intimidatorio” dall’ordinanza del Gip Domenico Santoro. Il gruppo ultras, infatti, avrebbe cercato di esercitare pressioni sul difensore slovacco per ottenere favori, oltre a tentare di entrare in contatto con l’allenatore Simone Inzaghi tramite messaggi vocali aggressivi. Questi episodi evidenziano come il rapporto tra tifoseria organizzata e società sportiva possa sfociare in dinamiche pericolose, che vanno ben oltre il semplice sostegno alla squadra.

    Le accuse della Procura e i possibili scenari futuri

    Secondo la Procura, la gestione dei biglietti da parte degli ultras non rappresenta solo una fonte di guadagno illecito, ma anche uno strumento di legittimazione per mantenere il controllo sulle curve e continuare a esercitare il proprio potere all’interno degli stadi. L’inchiesta sottolinea come le due società abbiano sottovalutato la portata di questi fenomeni, cercando di mediare con i gruppi ultras per evitare tensioni e garantire il supporto dei tifosi nelle partite.

    La finalità del “procedimento di prevenzione” non è quella di punire le società, ma di evitare che diventino strumenti inconsapevoli nelle mani di gruppi criminali. Tuttavia, se Inter e Milan non prenderanno misure più rigorose per contrastare queste dinamiche, il rischio di commissariamento si farà concreto. A quel punto, un amministratore giudiziario potrebbe prendere il controllo di alcune attività, con l’obiettivo di bonificare le società da eventuali legami con la criminalità organizzata e restituirle al libero mercato in condizioni di legalità.

    Il quadro legale e sportivo

    Oltre agli aspetti legati alla giustizia ordinaria, c’è anche il fronte sportivo che rischia di complicare ulteriormente la situazione. Il procuratore federale della Figc, Giuseppe Chinè, ha infatti chiesto di acquisire gli atti dell’inchiesta per valutare eventuali violazioni del Codice di Giustizia Sportiva. Se venissero accertate responsabilità da parte delle società o dei loro tesserati, si potrebbe andare incontro a sanzioni disciplinari che includono multe, squalifiche o inibizioni temporanee.

    In particolare, l’articolo 25 del Codice di Giustizia Sportiva vieta ai tesserati di avere rapporti con esponenti di gruppi ultras non facenti parte di associazioni convenzionate con le società e validate dalla Federazione. Le società calcistiche sono dunque chiamate a dimostrare di aver rispettato queste regole e di aver evitato qualsiasi contatto anomalo con i gruppi di tifosi organizzati.

    Le curve come territorio di conquista per la criminalità

    Il caso di Inter e Milan non è isolato, ma rappresenta una tendenza preoccupante che riguarda molte altre società calcistiche in Italia. Le curve degli stadi, da semplici luoghi di passione sportiva, sono diventate veri e propri territori di conquista per la criminalità organizzata. I gruppi ultras, con la loro capacità di mobilitare migliaia di tifosi, sono riusciti a costruire una rete di relazioni che va ben oltre il calcio, entrando in contatto con esponenti del mondo della politica e dell’economia e sfruttando queste connessioni per ottenere vantaggi economici e potere.

    La gestione dei biglietti e del merchandising non ufficiale rappresenta solo la punta dell’iceberg: dietro le curve si nasconde un sistema ben più complesso di interessi criminali, che spaziano dal traffico di droga al riciclaggio di denaro, passando per attività illecite come il bagarinaggio e le scommesse clandestine. Le società calcistiche, spesso incapaci o non disposte a contrastare questi fenomeni, finiscono per tollerare situazioni che mettono a rischio non solo la loro reputazione, ma anche la loro stessa sopravvivenza.

    L’inchiesta milanese potrebbe rappresentare un punto di svolta: se le società non agiranno in modo deciso per rompere i legami con le frange più violente e criminali del tifo organizzato, il commissariamento diventerà una realtà concreta, con conseguenze non solo legali ma anche economiche e sportive.

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      Calcio

      Totti, la rivelazione su Noemi Bocchi: «La incontrai per caso in albergo, ero lì con Ilary». Poi il primo bacio di nascosto

      Francesco Totti racconta in Oltre come conobbe davvero Noemi Bocchi. Altro che padel: tutto cominciò per una porta sbagliata durante una vacanza in Sardegna.

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        Una porta sbagliata, Ilary Blasi a pochi metri di distanza e dall’altra parte della stanza la donna che qualche tempo dopo sarebbe diventata la sua nuova compagna. Francesco Totti racconta nel libro autobiografico Oltre un retroscena rimasto a lungo sconosciuto: il primo incontro con Noemi Bocchi.

        Una scena quasi cinematografica, soprattutto alla luce di ciò che sarebbe accaduto dopo. Totti e Ilary erano ancora insieme e si trovavano in vacanza in Sardegna. L’ex capitano della Roma uscì dalla loro suite per raggiungere la stanza dei figli e cercare Cristian, ma sbagliò porta. Fu così che si trovò davanti Noemi.

        Niente padel, dunque, almeno per quanto riguarda il primissimo incontro. Secondo il racconto di Totti, tutto cominciò da quella piccola svista in un albergo sardo.

        Totti sbaglia porta e davanti trova Noemi

        Totti racconta di essere uscito dalla suite che condivideva con Ilary e di essersi diretto verso la camera nella quale soggiornavano i figli. Cercava Cristian, ma bussò alla porta sbagliata.

        Ad aprire trovò Noemi Bocchi.

        Fu lei, con tranquillità, a fargli capire l’errore. Totti si scusò, evidentemente imbarazzato, e la cosa sembrò finire lì. Nessuno dei due poteva sapere quale importanza avrebbe assunto quell’incontro nelle loro vite.

        Il dettaglio che inevitabilmente colpisce è il contesto: Totti incontrò per la prima volta Noemi mentre si trovava in vacanza insieme a Ilary Blasi. Una circostanza che aggiunge un elemento completamente nuovo alla storia della coppia, perché per molto tempo il loro avvicinamento era stato associato soprattutto alla comune passione per il padel.

        Il racconto dell’ex calciatore sposta invece indietro il primo incrocio tra i due e lo colloca quando il matrimonio con Ilary faceva ancora parte della sua vita.

        Poi gli incontri e lo scambio dei numeri

        Quella porta sbagliata non trasformò immediatamente Totti e Noemi in una coppia. Dopo l’episodio in albergo, i due tornarono a incrociarsi in altre occasioni e inizialmente l’ex numero 10 evitò persino di avvicinarsi per salutarla.

        Qualcosa, però, era rimasto.

        Nel libro Totti descrive Noemi come una donna capace di attirare immediatamente l’attenzione: «Era bionda, era bellissima, se ne accorgevano tutti». Ma racconta anche ciò che scoprì conoscendola: «Era dolce, era intelligente, era interessante: bello scoprirlo pian piano, parlandole».

        Arrivò così lo scambio dei numeri di telefono e cominciò una frequentazione destinata a diventare qualcosa di molto più importante.

        La cronologia resta inevitabilmente uno degli aspetti più delicati della vicenda. La separazione tra Francesco Totti e Ilary Blasi sarebbe stata resa pubblica successivamente, mentre il rapporto con Noemi era già cominciato. Una sovrapposizione temporale che negli anni ha alimentato una parte consistente dello scontro pubblico seguito alla fine del matrimonio.

        Il primo bacio con Noemi: «Avevo paura, ero emozionato davvero»

        Tra i passaggi più intimi del racconto c’è quello dedicato al primo bacio. Non arrivò subito, ma molto tempo dopo quell’incontro casuale in Sardegna.

        Totti colloca la scena a Roma, vicino a Piazza del Popolo. Lui e Noemi erano in automobile, nella penombra, e l’ex campione racconta di essersi improvvisamente sentito come un adolescente alle prese con il primo appuntamento.

        «Il primo bacio è arrivato moltissimo tempo dopo. Vicino a Piazza del Popolo, in auto, come due ragazzini, nella penombra. C’avevo un po’ di paura, ero emozionato per davvero».

        Una confessione sorprendentemente vulnerabile per un uomo abituato per tutta la vita a vivere sotto gli occhi di milioni di persone. Totti racconta persino i dubbi che gli attraversarono la testa prima di baciarla: chi avrebbe dovuto fare il primo passo, se chiudere gli occhi, se qualcuno potesse vederli.

        Poi il bacio arrivò.

        «A quanto pare, ci siamo dati il bacio giusto al momento giusto. Con Roma sullo sfondo, e dentro di noi, e davanti a noi».

        Da una porta sbagliata a una nuova vita

        Riletto oggi, il primo incontro assume inevitabilmente un significato diverso. Totti cercava la camera del figlio e trovò per errore quella di Noemi. Ilary era nello stesso albergo, il matrimonio esisteva ancora e quella donna incontrata per pochi istanti sembrava soltanto una sconosciuta.

        Poi sarebbero arrivati nuovi incontri, i numeri di telefono, le conversazioni, il primo bacio e infine una relazione diventata pubblica mentre la separazione tra Totti e Blasi si trasformava in uno dei casi sentimentali più raccontati degli ultimi anni.

        È proprio questo il particolare che rende il racconto contenuto in Oltre così potente: una delle storie d’amore più discusse dello spettacolo italiano non sarebbe cominciata su un campo da padel o con un appuntamento organizzato, ma davanti alla porta sbagliata di una camera d’albergo.

        E dall’altra parte c’era Noemi Bocchi.

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          Calcio

          Chanel Totti spiazza tutti: «Vorrei un figlio, ma manca la materia prima». Poi la confessione su mamma Ilary e papà Francesco

          Chanel confessa a Silvia Toffanin di voler diventare mamma presto, ma al momento non c’è neppure un fidanzato: «Lo vorrei moro». Poi racconta il dolore per la separazione dei genitori e il rapporto speciale con Ilary.

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            «Vorrei diventare mamma presto, ma manca la materia prima». Chanel Totti arriva per la prima volta nel salotto di Verissimo e bastano poche parole per regalare a Silvia Toffanin la confessione perfetta per far partire il gossip.

            La figlia di Francesco Totti e Ilary Blasi, oggi 19enne, non ha ancora trovato l’uomo giusto, ma sembra avere già le idee piuttosto chiare sul futuro: vorrebbe un figlio e non necessariamente tra molti anni. Peccato che, come ammette lei stessa con una battuta, al momento manchi proprio il dettaglio fondamentale: un fidanzato.

            E Chanel non si ferma qui. Racconta persino come dovrebbe essere il candidato ideale: niente biondi, perché in famiglia ne ha già abbastanza. «Vorrei un moro».

            Chanel Totti vuole diventare mamma: «Ma manca la materia prima»

            La confessione arriva quando Silvia Toffanin porta il discorso sulla vita sentimentale della ragazza. Chanel non prova a nascondersi e ammette che, nonostante la giovane età, l’idea della maternità le piace moltissimo.

            «Sì, vorrei diventare mamma presto, ma manca la materia prima», scherza.

            Dietro la battuta c’è però qualcosa di molto più personale. Chanel vorrebbe infatti ricreare con un futuro figlio lo stesso rapporto speciale che sente di avere costruito con mamma Ilary.

            Per adesso, comunque, niente cicogne all’orizzonte. «Al momento nessun corteggiatore», assicura. Quando Toffanin prova allora a costruire almeno l’identikit dell’uomo ideale, Chanel risponde senza troppe esitazioni: «Sicuramente non biondo, a casa siamo tutti così, vorrei un moro».

            Insomma, l’annuncio è fatto. Il progetto bebè esiste, per il casting del papà bisognerà invece aspettare.

            Il legame speciale con mamma Ilary

            Proprio il desiderio di maternità porta inevitabilmente Chanel a parlare di Ilary Blasi. Il rapporto tra madre e figlia appare fortissimo e la ragazza non nasconde quanto quel legame rappresenti per lei un modello.

            Ilary nel frattempo ha ricostruito completamente la propria vita sentimentale accanto a Bastian Müller, fino al matrimonio. Una nuova pagina che Chanel accoglie senza riserve.

            «Se mamma è felice, lo sono anche io», dice.

            Una frase semplice che racconta però quanto siano cambiati gli equilibri della famiglia Totti dopo anni nei quali ogni passaggio della separazione tra Francesco e Ilary è finito sotto una gigantesca lente mediatica.

            «La separazione di mamma e papà? L’ho vissuta male»

            Quando il discorso arriva proprio alla fine del matrimonio dei genitori, il tono cambia.

            Chanel aveva soltanto 15 anni quando, nell’estate del 2022, Francesco Totti e Ilary Blasi annunciarono la separazione. Da quel momento la storia privata della famiglia diventò una delle vicende di gossip più seguite d’Italia, trascinando inevitabilmente anche i figli dentro una tempesta che non avevano scelto.

            «La separazione di mamma e papà? Capita. È successo a noi, ma può accadere in tutte le famiglie», racconta Chanel. Poi ammette: «L’ho vissuta male perché anche sui social parlavano tanto e male di me, senza sapere come stavano veramente le cose».

            Alla fine, spiega, ha dovuto imparare ad accettare ciò che stava accadendo: «Non puoi farci nulla, solo accettarlo e andare avanti».

            Chanel, Cristian e quella gelosia da fratello maggiore

            Nata a Roma il 13 maggio 2007, Chanel è la secondogenita della coppia. Prima di lei è arrivato Cristian, nato nel 2005, mentre Isabel è nata nel 2016.

            Con il fratello maggiore il rapporto sembra seguire tutte le regole non scritte della fratellanza: amore, litigi e una discreta dose di gelosia.

            «Siamo cane e gatto, discutiamo ogni giorno ma ci vogliamo tanto bene. È geloso anche se non vuole ammetterlo», racconta Chanel, definendo comunque Cristian un punto di riferimento nella propria vita.

            Crescere con il cognome Totti, però, non è sempre stato semplice. Chanel racconta di avere capito da bambina che qualcosa nella sua famiglia fosse diverso quando cominciò a notare gli sguardi degli altri.

            «Mi sentivo osservata dalle bambine. Gli occhi addosso non mi sono mai piaciuti. Lì per la prima volta ho capito che qualcosa non andava. Mi ha sempre messo a disagio questa cosa».

            Dopo Pechino Express sogna la moda

            Nonostante sia figlia di uno dei calciatori italiani più famosi di sempre e di una delle conduttrici più popolari della televisione, Chanel non sembra intenzionata, almeno per ora, a trasformare la tv nella propria professione.

            Dopo l’esperienza a Pechino Express insieme a Filippo Laurino, guarda soprattutto alla moda e sogna un progetto personale.

            «Al momento il mondo della tv non è quello che voglio», ha spiegato. «Mi piacerebbe lavorare nel mondo della moda. Portare avanti un progetto tutto mio… vediamo».

            Sul futuro professionale, quindi, ancora qualche punto interrogativo. Su quello sentimentale, invece, almeno l’identikit c’è già: moro, capace di conquistarla e, possibilmente, disposto prima o poi a risolvere quel piccolo problema della “materia prima”.

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              Calcio

              Klopp contro le «svastichelle» dell’AfD: «L’orgoglio tedesco non lo lascio alle persone sbagliate». E si riprende la bandiera

              «Posso essere orgoglioso di essere tedesco pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile». Jürgen Klopp usa la conferenza delle prime convocazioni per lanciare un messaggio politico chiarissimo: «Mi piacerebbe riprendermi la bandiera per me, per noi». E non è certo la prima volta che l’ex Liverpool dice quello che pensa.

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              Jurgen Klopp

                Le svastichelle dell’AfD potranno anche provare a mettere il cappello sulla bandiera tedesca e sull’orgoglio nazionale, ma Jürgen Klopp non ha nessuna intenzione di lasciarglieli in esclusiva. Il nuovo commissario tecnico della Germania doveva presentare le sue prime convocazioni e parlare soprattutto di calcio, invece ha approfittato della conferenza stampa per entrare a gamba tesa nel dibattito aperto dall’avanzata elettorale dell’ultradestra tedesca.

                E lo ha fatto alla sua maniera, senza troppi giri di parole e soprattutto senza rifugiarsi nel comodo recinto dello sport: «Non voglio lasciare l’orgoglio nazionale nelle mani delle persone sbagliate».

                Il concetto che Klopp vuole affermare è molto semplice: essere orgogliosi di essere tedeschi non significa necessariamente condividere le posizioni dell’AfD, chiudersi verso gli altri o lasciare che una determinata parte politica trasformi patriottismo, identità nazionale e bandiera in una propria esclusiva. Per questo il nuovo ct aggiunge una frase ancora più simbolica: «Dal mio punto di vista di sportivo, posso dire che mi piacerebbe riprendermi la bandiera per me stesso, per noi».

                Altro che moduli, centravanti e ballottaggi sulla fascia destra. Klopp ha appena preso possesso della panchina più importante del calcio tedesco e ha già deciso di giocare una partita molto più grande.

                Klopp vede avanzare l’AfD e sbotta: «Mio Dio, che cosa sta succedendo?»

                A provocare la presa di posizione sono state le ultime elezioni, che hanno segnato una nuova avanzata dell’AfD e riaperto in Germania il confronto sulla crescita dell’estrema destra. Klopp non nasconde lo sconcerto di una parte del Paese: «Abbiamo avuto delle elezioni in cui alcuni pensavano che andasse bene e altri pensavano: “Mio Dio, che cosa sta succedendo qui?”».

                Subito dopo arriva la precisazione che ci si aspetterebbe da un uomo di sport: non sono un esperto di politica. Solo che Klopp non usa quella premessa per tirarsi indietro e tornare prudentemente a parlare di pallone. Fa esattamente il contrario e affronta il punto che sembra stargli maggiormente a cuore, cioè il tentativo di identificare l’orgoglio nazionale con una determinata visione politica della Germania.

                «Posso essere orgoglioso di essere tedesco, pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile», spiega. Una frase che contiene praticamente tutto il suo ragionamento: Klopp non vuole rinunciare al patriottismo per contrastare il nazionalismo, ma sottrarre proprio a quest’ultimo la pretesa di possederlo.

                «Riprendiamoci la bandiera»: Klopp sfida il monopolio dell’orgoglio tedesco

                La parte più interessante del discorso sta proprio nel verbo utilizzato dal ct: riprendersi la bandiera. Non metterla da parte perché qualcuno la usa politicamente, non guardarla con sospetto e neppure lasciare che diventi automaticamente il simbolo di una Germania chiusa e radicale, ma rivendicarla come patrimonio di un Paese molto più grande e complesso.

                È anche qui che, secondo Klopp, il calcio può avere un ruolo. Una Nazionale riunisce persone con origini, idee politiche e storie completamente differenti e può creare quel senso di comunità che difficilmente riesce ad altri strumenti. Per il nuovo ct, quindi, indossare la maglia tedesca o sventolare il nero, rosso e oro non deve significare aderire a una particolare idea di Germania.

                Una posizione ancora più significativa in un Paese nel quale il rapporto con nazionalismo, simboli e orgoglio nazionale continua inevitabilmente a fare i conti con il peso della propria storia. Klopp non pensa però che la soluzione consista nell’abbandonare quelle parole a chi le urla più forte: vuole continuare a usarle, semplicemente attribuendo loro un significato completamente diverso.

                Altro che allenatore aziendalista: Klopp parla di politica da vent’anni

                Chi conosce Jürgen Klopp non dovrebbe essere particolarmente sorpreso. L’ex allenatore di Mainz, Borussia Dortmund e Liverpool non appartiene alla categoria degli uomini di calcio che, appena una domanda esce dal rettangolo verde, si rifugiano nel classico «io penso soltanto alla prossima partita».

                Già nel 2004 parlava pubblicamente della propria fiducia nello stato sociale. Nel 2019, dopo le elezioni per il Parlamento europeo, aveva espresso la propria insoddisfazione nei confronti di una politica che, a suo giudizio, lavorava troppo spesso alimentando nelle persone la paura del futuro invece di offrire loro una prospettiva.

                Le sue idee non sono quindi nate con la panchina della Nazionale e neppure con l’ultima avanzata dell’AfD. Klopp ha sempre mostrato una certa allergia alla neutralità di facciata richiesta spesso ai personaggi dello sport e, quando ritiene che una questione riguardi i valori nei quali crede, difficilmente riesce a tenere la bocca chiusa.

                Quando Klopp prese di mira anche Donald Trump

                Nemmeno Donald Trump era riuscito a sfuggire alla lingua dell’allenatore tedesco. Dopo l’arrivo del tycoon alla Casa Bianca, Klopp aveva espresso apertamente la propria incredulità con una frase che lasciava pochissimo spazio alle interpretazioni: «Non è possibile che l’America sia un Paese così grande e importante e alla fine il presidente degli Stati Uniti sia Donald Trump».

                Insomma, nessuna improvvisa conversione del nuovo ct al commento politico. La differenza, semmai, è che adesso le sue parole hanno inevitabilmente un peso diverso, perché non arrivano più soltanto da uno degli allenatori più famosi e vincenti del calcio europeo, ma dall’uomo che rappresenta attraverso la Nazionale uno dei simboli più potenti dell’identità tedesca.

                E proprio per questo la frase sulla bandiera acquista un significato particolare. Klopp sa perfettamente che una Nazionale non può diventare il giocattolo politico di un allenatore, ma allo stesso tempo rivendica il diritto di spiegare quale idea di comunità vorrebbe vedere intorno alla sua squadra.

                Klopp si prende la Germania e lascia le «svastichelle» senza bandiera

                Poi arriverà naturalmente il calcio vero, con le convocazioni contestate, i giocatori lasciati a casa, le partite da vincere e milioni di tedeschi pronti a spiegare al commissario tecnico dove abbia sbagliato formazione. Ma prima ancora di mettere in campo la sua Germania, Klopp ha già scelto una delle immagini attraverso le quali vuole raccontarla: la bandiera tedesca sventolata senza complessi e senza consegnarla a chi pretende di trasformarla nel marchio di una sola parte politica.

                È questa la differenza sostanziale della sua posizione. Klopp non dice che l’orgoglio nazionale sia qualcosa di cui vergognarsi perché l’AfD cerca di appropriarsene. Dice esattamente il contrario: se qualcuno pretende di monopolizzarlo, bisogna strapparglielo di mano.

                «Posso essere orgoglioso di essere tedesco, pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile», ripete il nuovo ct. Una dichiarazione d’intenti che arriva mentre il Paese discute dell’avanzata dell’estrema destra e che trasforma la sua prima Germania in qualcosa di più di una squadra da ricostruire.

                Klopp la bandiera se la tiene. Le svastichelle dell’AfD dovranno farsene una ragione.

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