Connect with us

Calcio

INCHIESTA SUL CALCIO (2° parte) rischio commissariamento per Inter e Milan: controlli e pressioni sottovalutate

Le due società non sono formalmente indagate, ma un procedimento di prevenzione avviato dalla Procura di Milano punta a evitare che il controllo delle curve ultras, che gestiscono biglietti e merchandising, sfoci in infiltrazioni criminali. Le pressioni su calciatori e allenatori sono al centro delle preoccupazioni.

Avatar photo

Pubblicato

il

    L’inchiesta sulle società calcistiche milanesi, Inter e Milan, parte da quella sulle curve ultras delle due squadre, svelando un fitto intreccio tra la criminalità organizzata e il tifo violento. Secondo quanto emerso dalle indagini della Procura di Milano, le curve non rappresentano più solo un luogo di aggregazione e passione sportiva, ma sono diventate un terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita, in particolare dalla ‘ndrangheta. L’inchiesta ha portato ieri all’arresto di 19 esponenti di spicco delle tifoserie di entrambe le squadre.

    Le accuse contro le società: la nascita del “procedimento di prevenzione”

    Ma come era prevedibile, ora l’inchiesta non si ferma solo agli ultras, ma coinvolge indirettamente anche le società calcistiche. Il dubbio sollevato dagli inquirenti è che Inter e Milan abbiano tollerato o, in alcuni casi, assecondato le pressioni provenienti dalle curve, finendo per diventare in qualche modo complici o quantomeno facilitatori delle attività illecite. Le due squadre non risultano indagate sul piano penale, ma è stato avviato un “procedimento di prevenzione” per monitorare e verificare la gestione dei rapporti con il tifo organizzato.

    Questo istituto giuridico non ha scopo punitivo, ma preventivo, spingendo le società a bonificare internamente le loro strutture organizzative e a mettere in atto contromisure efficaci per recidere ogni legame con gruppi di tifosi violenti o con possibili infiltrazioni mafiose. In mancanza di un’azione convincente, la Procura potrebbe decidere di commissariare una parte delle attività delle due società, seguendo l’articolo 34 del decreto legislativo 159/2011, che consente l’amministrazione giudiziaria delle aziende coinvolte, anche in modo colposo, nell’agevolazione di reati.

    Il ruolo delle curve ultras: un sistema di potere consolidato

    L’indagine ha svelato un sistema ben radicato che coinvolge le tifoserie organizzate delle due squadre milanesi. Le curve sono diventate un centro nevralgico di affari illeciti, con gli ultras che gestiscono la vendita illegale di biglietti, il merchandising non ufficiale e persino il controllo di attività legate alla ristorazione e al parcheggio nei pressi dello stadio. Gli introiti di queste operazioni illecite finiscono spesso nelle casse della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta, che ha piantato solide radici nelle curve della città.

    Un esempio lampante è quello della Curva Nord dell’Inter, dove alcuni esponenti della tifoseria, legati alla famiglia Bellocco di Rosarno, gestivano il commercio illegale dei biglietti e utilizzavano la violenza e le minacce per mantenere il controllo della curva. L’ordinanza del Gip ha evidenziato come questi gruppi fossero in grado di esercitare pressioni anche su calciatori e allenatori, come nel caso dell’incontro “quasi intimidatorio” con Milan Skriniar e dei messaggi minacciosi inviati a Simone Inzaghi.

    Dall’altra parte, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, personaggio di spicco non solo per i suoi legami con la tifoseria, ma anche per le sue connessioni con esponenti della politica e del mondo dello spettacolo. Lucci è stato più volte arrestato per vicende legate al narcotraffico e alle attività illecite condotte dalla curva milanista.

    Le conseguenze per Inter e Milan

    L’inchiesta ha acceso i riflettori sulle carenze organizzative dei due club nella gestione delle tifoserie, portando alla luce una serie di relazioni ambigue che, se non risolte, potrebbero avere gravi conseguenze. Il rischio principale per le due società è il commissariamento, un provvedimento che, seppur temporaneo, metterebbe in discussione l’autonomia delle due squadre nella gestione delle proprie attività.

    Il “procedimento di prevenzione” avviato dalla Procura mira a far sì che Inter e Milan adottino misure stringenti per recidere qualsiasi legame con il mondo del tifo violento e della criminalità organizzata, evitando di diventare complici, anche solo indiretti, di queste attività.

    La minaccia del commissariamento

    Inter e Milan non sono al momento accusate di alcun crimine, ma la situazione è particolarmente delicata. Il “procedimento di prevenzione” non prevede sanzioni penali immediate, ma punta piuttosto a spingere le società a sanare eventuali falle organizzative che potrebbero favorire, anche solo indirettamente, attività illecite portate avanti dalle curve. Questa procedura, già applicata in settori come la logistica e la moda (con i casi Dhl ed Esselunga o Armani e Dior), prevede che, in caso di inerzia o carenze nella gestione interna, l’autorità giudiziaria possa disporre la messa in amministrazione giudiziaria di settori specifici delle aziende.

    In altre parole, se Inter e Milan non riusciranno a convincere la Procura di aver intrapreso azioni concrete per contrastare i fenomeni di infiltrazione, parte delle loro attività potrebbero essere sottoposte a controllo giudiziario. In particolare, i settori maggiormente sotto esame sono quelli legati alla gestione dei biglietti, una risorsa economica importante per gli ultras, che ne traggono profitti illeciti rivendendoli a prezzi maggiorati, oltre a ottenere una sorta di legittimazione agli occhi delle stesse società calcistiche.

    La gestione delle curve e il ruolo degli ultras

    La gestione delle curve rappresenta il vero nodo dell’inchiesta. I gruppi ultras, soprattutto quelli legati alla Curva Nord dell’Inter e alla Curva Sud del Milan, da anni esercitano un controllo significativo non solo sulle tifoserie ma anche su alcune attività economiche collegate al mondo del calcio, come il bagarinaggio e la vendita di merchandising non ufficiale. Queste attività, svolte spesso con la connivenza o la tolleranza delle società calcistiche, sono diventate un terreno fertile per le infiltrazioni della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta.

    Un episodio emblematico riguarda l’incontro tra alcuni esponenti della Curva Nord interista e il calciatore Milan Skriniar, descritto come “quasi intimidatorio” dall’ordinanza del Gip Domenico Santoro. Il gruppo ultras, infatti, avrebbe cercato di esercitare pressioni sul difensore slovacco per ottenere favori, oltre a tentare di entrare in contatto con l’allenatore Simone Inzaghi tramite messaggi vocali aggressivi. Questi episodi evidenziano come il rapporto tra tifoseria organizzata e società sportiva possa sfociare in dinamiche pericolose, che vanno ben oltre il semplice sostegno alla squadra.

    Le accuse della Procura e i possibili scenari futuri

    Secondo la Procura, la gestione dei biglietti da parte degli ultras non rappresenta solo una fonte di guadagno illecito, ma anche uno strumento di legittimazione per mantenere il controllo sulle curve e continuare a esercitare il proprio potere all’interno degli stadi. L’inchiesta sottolinea come le due società abbiano sottovalutato la portata di questi fenomeni, cercando di mediare con i gruppi ultras per evitare tensioni e garantire il supporto dei tifosi nelle partite.

    La finalità del “procedimento di prevenzione” non è quella di punire le società, ma di evitare che diventino strumenti inconsapevoli nelle mani di gruppi criminali. Tuttavia, se Inter e Milan non prenderanno misure più rigorose per contrastare queste dinamiche, il rischio di commissariamento si farà concreto. A quel punto, un amministratore giudiziario potrebbe prendere il controllo di alcune attività, con l’obiettivo di bonificare le società da eventuali legami con la criminalità organizzata e restituirle al libero mercato in condizioni di legalità.

    Il quadro legale e sportivo

    Oltre agli aspetti legati alla giustizia ordinaria, c’è anche il fronte sportivo che rischia di complicare ulteriormente la situazione. Il procuratore federale della Figc, Giuseppe Chinè, ha infatti chiesto di acquisire gli atti dell’inchiesta per valutare eventuali violazioni del Codice di Giustizia Sportiva. Se venissero accertate responsabilità da parte delle società o dei loro tesserati, si potrebbe andare incontro a sanzioni disciplinari che includono multe, squalifiche o inibizioni temporanee.

    In particolare, l’articolo 25 del Codice di Giustizia Sportiva vieta ai tesserati di avere rapporti con esponenti di gruppi ultras non facenti parte di associazioni convenzionate con le società e validate dalla Federazione. Le società calcistiche sono dunque chiamate a dimostrare di aver rispettato queste regole e di aver evitato qualsiasi contatto anomalo con i gruppi di tifosi organizzati.

    Le curve come territorio di conquista per la criminalità

    Il caso di Inter e Milan non è isolato, ma rappresenta una tendenza preoccupante che riguarda molte altre società calcistiche in Italia. Le curve degli stadi, da semplici luoghi di passione sportiva, sono diventate veri e propri territori di conquista per la criminalità organizzata. I gruppi ultras, con la loro capacità di mobilitare migliaia di tifosi, sono riusciti a costruire una rete di relazioni che va ben oltre il calcio, entrando in contatto con esponenti del mondo della politica e dell’economia e sfruttando queste connessioni per ottenere vantaggi economici e potere.

    La gestione dei biglietti e del merchandising non ufficiale rappresenta solo la punta dell’iceberg: dietro le curve si nasconde un sistema ben più complesso di interessi criminali, che spaziano dal traffico di droga al riciclaggio di denaro, passando per attività illecite come il bagarinaggio e le scommesse clandestine. Le società calcistiche, spesso incapaci o non disposte a contrastare questi fenomeni, finiscono per tollerare situazioni che mettono a rischio non solo la loro reputazione, ma anche la loro stessa sopravvivenza.

    L’inchiesta milanese potrebbe rappresentare un punto di svolta: se le società non agiranno in modo deciso per rompere i legami con le frange più violente e criminali del tifo organizzato, il commissariamento diventerà una realtà concreta, con conseguenze non solo legali ma anche economiche e sportive.

      SEGUICI SU INSTAGRAM
      INSTAGRAM.COM/LACITYMAG

      Calcio

      Klopp contro le «svastichelle» dell’AfD: «L’orgoglio tedesco non lo lascio alle persone sbagliate». E si riprende la bandiera

      «Posso essere orgoglioso di essere tedesco pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile». Jürgen Klopp usa la conferenza delle prime convocazioni per lanciare un messaggio politico chiarissimo: «Mi piacerebbe riprendermi la bandiera per me, per noi». E non è certo la prima volta che l’ex Liverpool dice quello che pensa.

      Avatar photo

      Pubblicato

      il

      Autore

      Jurgen Klopp

        Le svastichelle dell’AfD potranno anche provare a mettere il cappello sulla bandiera tedesca e sull’orgoglio nazionale, ma Jürgen Klopp non ha nessuna intenzione di lasciarglieli in esclusiva. Il nuovo commissario tecnico della Germania doveva presentare le sue prime convocazioni e parlare soprattutto di calcio, invece ha approfittato della conferenza stampa per entrare a gamba tesa nel dibattito aperto dall’avanzata elettorale dell’ultradestra tedesca.

        E lo ha fatto alla sua maniera, senza troppi giri di parole e soprattutto senza rifugiarsi nel comodo recinto dello sport: «Non voglio lasciare l’orgoglio nazionale nelle mani delle persone sbagliate».

        Il concetto che Klopp vuole affermare è molto semplice: essere orgogliosi di essere tedeschi non significa necessariamente condividere le posizioni dell’AfD, chiudersi verso gli altri o lasciare che una determinata parte politica trasformi patriottismo, identità nazionale e bandiera in una propria esclusiva. Per questo il nuovo ct aggiunge una frase ancora più simbolica: «Dal mio punto di vista di sportivo, posso dire che mi piacerebbe riprendermi la bandiera per me stesso, per noi».

        Altro che moduli, centravanti e ballottaggi sulla fascia destra. Klopp ha appena preso possesso della panchina più importante del calcio tedesco e ha già deciso di giocare una partita molto più grande.

        Klopp vede avanzare l’AfD e sbotta: «Mio Dio, che cosa sta succedendo?»

        A provocare la presa di posizione sono state le ultime elezioni, che hanno segnato una nuova avanzata dell’AfD e riaperto in Germania il confronto sulla crescita dell’estrema destra. Klopp non nasconde lo sconcerto di una parte del Paese: «Abbiamo avuto delle elezioni in cui alcuni pensavano che andasse bene e altri pensavano: “Mio Dio, che cosa sta succedendo qui?”».

        Subito dopo arriva la precisazione che ci si aspetterebbe da un uomo di sport: non sono un esperto di politica. Solo che Klopp non usa quella premessa per tirarsi indietro e tornare prudentemente a parlare di pallone. Fa esattamente il contrario e affronta il punto che sembra stargli maggiormente a cuore, cioè il tentativo di identificare l’orgoglio nazionale con una determinata visione politica della Germania.

        «Posso essere orgoglioso di essere tedesco, pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile», spiega. Una frase che contiene praticamente tutto il suo ragionamento: Klopp non vuole rinunciare al patriottismo per contrastare il nazionalismo, ma sottrarre proprio a quest’ultimo la pretesa di possederlo.

        «Riprendiamoci la bandiera»: Klopp sfida il monopolio dell’orgoglio tedesco

        La parte più interessante del discorso sta proprio nel verbo utilizzato dal ct: riprendersi la bandiera. Non metterla da parte perché qualcuno la usa politicamente, non guardarla con sospetto e neppure lasciare che diventi automaticamente il simbolo di una Germania chiusa e radicale, ma rivendicarla come patrimonio di un Paese molto più grande e complesso.

        È anche qui che, secondo Klopp, il calcio può avere un ruolo. Una Nazionale riunisce persone con origini, idee politiche e storie completamente differenti e può creare quel senso di comunità che difficilmente riesce ad altri strumenti. Per il nuovo ct, quindi, indossare la maglia tedesca o sventolare il nero, rosso e oro non deve significare aderire a una particolare idea di Germania.

        Una posizione ancora più significativa in un Paese nel quale il rapporto con nazionalismo, simboli e orgoglio nazionale continua inevitabilmente a fare i conti con il peso della propria storia. Klopp non pensa però che la soluzione consista nell’abbandonare quelle parole a chi le urla più forte: vuole continuare a usarle, semplicemente attribuendo loro un significato completamente diverso.

        Altro che allenatore aziendalista: Klopp parla di politica da vent’anni

        Chi conosce Jürgen Klopp non dovrebbe essere particolarmente sorpreso. L’ex allenatore di Mainz, Borussia Dortmund e Liverpool non appartiene alla categoria degli uomini di calcio che, appena una domanda esce dal rettangolo verde, si rifugiano nel classico «io penso soltanto alla prossima partita».

        Già nel 2004 parlava pubblicamente della propria fiducia nello stato sociale. Nel 2019, dopo le elezioni per il Parlamento europeo, aveva espresso la propria insoddisfazione nei confronti di una politica che, a suo giudizio, lavorava troppo spesso alimentando nelle persone la paura del futuro invece di offrire loro una prospettiva.

        Le sue idee non sono quindi nate con la panchina della Nazionale e neppure con l’ultima avanzata dell’AfD. Klopp ha sempre mostrato una certa allergia alla neutralità di facciata richiesta spesso ai personaggi dello sport e, quando ritiene che una questione riguardi i valori nei quali crede, difficilmente riesce a tenere la bocca chiusa.

        Quando Klopp prese di mira anche Donald Trump

        Nemmeno Donald Trump era riuscito a sfuggire alla lingua dell’allenatore tedesco. Dopo l’arrivo del tycoon alla Casa Bianca, Klopp aveva espresso apertamente la propria incredulità con una frase che lasciava pochissimo spazio alle interpretazioni: «Non è possibile che l’America sia un Paese così grande e importante e alla fine il presidente degli Stati Uniti sia Donald Trump».

        Insomma, nessuna improvvisa conversione del nuovo ct al commento politico. La differenza, semmai, è che adesso le sue parole hanno inevitabilmente un peso diverso, perché non arrivano più soltanto da uno degli allenatori più famosi e vincenti del calcio europeo, ma dall’uomo che rappresenta attraverso la Nazionale uno dei simboli più potenti dell’identità tedesca.

        E proprio per questo la frase sulla bandiera acquista un significato particolare. Klopp sa perfettamente che una Nazionale non può diventare il giocattolo politico di un allenatore, ma allo stesso tempo rivendica il diritto di spiegare quale idea di comunità vorrebbe vedere intorno alla sua squadra.

        Klopp si prende la Germania e lascia le «svastichelle» senza bandiera

        Poi arriverà naturalmente il calcio vero, con le convocazioni contestate, i giocatori lasciati a casa, le partite da vincere e milioni di tedeschi pronti a spiegare al commissario tecnico dove abbia sbagliato formazione. Ma prima ancora di mettere in campo la sua Germania, Klopp ha già scelto una delle immagini attraverso le quali vuole raccontarla: la bandiera tedesca sventolata senza complessi e senza consegnarla a chi pretende di trasformarla nel marchio di una sola parte politica.

        È questa la differenza sostanziale della sua posizione. Klopp non dice che l’orgoglio nazionale sia qualcosa di cui vergognarsi perché l’AfD cerca di appropriarsene. Dice esattamente il contrario: se qualcuno pretende di monopolizzarlo, bisogna strapparglielo di mano.

        «Posso essere orgoglioso di essere tedesco, pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile», ripete il nuovo ct. Una dichiarazione d’intenti che arriva mentre il Paese discute dell’avanzata dell’estrema destra e che trasforma la sua prima Germania in qualcosa di più di una squadra da ricostruire.

        Klopp la bandiera se la tiene. Le svastichelle dell’AfD dovranno farsene una ragione.

          Continua a leggere

          Calcio

          Alice Campello e Álvaro Morata pronti alle nozze bis: il desiderio di stabilità a Madrid e la promessa di un rito intimo per pochi

          Dopo i periodi complessi e la separazione vissuta sotto i riflettori, l’influencer italiana e l’attaccante spagnolo guardano avanti. La coppia ha ritrovato l’equilibrio a Madrid e sogna una cerimonia intima per rinnovare i voti insieme ai quattro figli e agli affetti più cari

          Avatar photo

          Pubblicato

          il

          Autore

          Alice Campello e Álvaro Morata pronti alle nozze bis: il desiderio di stabilità a Madrid e la promessa di un rito intimo per pochi

            La parabola sentimentale tra l’imprenditrice veneta Alice Campello e il calciatore spagnolo Álvaro Morata si arricchisce di un nuovo ed entusiasmante capitolo. A distanza di anni dalle prime nozze celebrate a Venezia nel 2017 e dopo aver attraversato momenti di forte tensione culminati in un allontanamento pubblico, la coppia ha ritrovato la propria serenità. La decisione di festeggiare la ricomposizione del nucleo familiare passa ora attraverso un gesto simbolico e profondo: la volontà di rinnovare le promesse matrimoniali.

            Le parole di Alice Campello e il desiderio di una cerimonia intima

            A svelare le ragioni alla base di questo passo è stata la stessa Alice Campello durante un recente evento svoltosi a Madrid. Nel corso dell’appuntamento promozionale, la fondatrice di Masqmai ha espresso con chiarezza la visione del loro futuro sentimentale: «Adesso ci serve equilibrio e stabilità nella nostra casa». Parlando dell’eventuale cerimonia, l’influencer ha spiegato di voler organizzare un matrimonio bis dalle caratteristiche completamente diverse rispetto al passato: «Mi piacerebbe rinnovare i voti, con molta meno gente però. Solo le persone a noi più care che ci hanno sostenuto in questi ultimi anni. Qualcosa di molto intimo con i nostri bambini».

            La ricerca della stabilità familiare e il rientro a Madrid

            Dietro la scelta di celebrare un nuovo “sì” non risiede soltanto la volontà di lasciarsi alle spalle le incomprensioni, ma la necessità di costruire un quotidiano solido per i loro quattro figli — i gemelli Alessandro e Leonardo, Edoardo e la piccola Bella. Il trasferimento a Madrid ha rappresentato il punto di svolta fondamentale per la coppia. Come sottolineato dalla stessa Campello, la capitale spagnola offre il contesto ideale per ritrovare la quiete: «Quello che voglio è stabilità, stare a Madrid contenti e tranquilli. Ci stiamo trasferendo e piano piano ci stabilizziamo. Per me è casa».

            Superare le incomprensioni per scegliersi ancora

            L’evoluzione del rapporto riflette la maturità raggiunta da entrambi dopo i periodi di difficoltà gestiti sotto l’attenzione mediatica. Campello ha ribadito la centralità del sentimento che la lega al marito: «È l’uomo della mia vita. Ci sono momenti belli e momenti brutti, come in ogni matrimonio. Ma l’importante è che continuiamo a sceglierci a vicenda». Un approccio confermato anche dalle recenti dichiarazioni del calciatore, che ha definito l’imprenditrice come la persona fondamentale con cui continuare a costruire il proprio percorso di vita.

              Continua a leggere

              Calcio

              Cesc Fabregas, guai fuori dal campo: «Non paga l’affitto della villa da 8.500 euro al mese». È battaglia per sfratto e danni

              Il proprietario reclama sette mensilità e accusa Fabregas anche di avere lasciato danni nell’immobile. Il tecnico replica denunciando problemi strutturali nella villa. Lo sfratto è stato dichiarato irricevibile, ma la guerra legale continua.

              Avatar photo

              Pubblicato

              il

              Autore

                Cesc Fabregas vince con il Como, ma fuori dal campo gioca da anni una partita decisamente meno piacevole. In palio non ci sono punti, coppe o qualificazioni, bensì decine di migliaia di franchi, una villa affacciata sul lago di Lugano, sette mensilità contestate, uno sfratto e persino una richiesta di risarcimento per presunti danni all’immobile.

                Il tecnico spagnolo si trova infatti al centro di una lunga battaglia legale con Christian de Kant, proprietario della villa di Bissone, in Svizzera, che Fabregas aveva preso in locazione nel 2023.

                E non si parla esattamente di un bilocale: il canone raggiungeva gli 8.500 euro al mese.

                Fabregas avrebbe però interrotto i pagamenti sostenendo che l’abitazione presentasse diversi problemi, dall’umidità ad alcuni difetti tecnici. Il proprietario offre una versione completamente diversa e reclama gli affitti che considera ancora dovuti. Il risultato è una guerra finita davanti alla giustizia svizzera e tutt’altro che conclusa.

                Fabregas e la villa da 8.500 euro al mese: sette affitti finiscono in tribunale

                La controversia ruota innanzitutto attorno alle mensilità che, secondo de Kant, Fabregas non avrebbe versato.

                Il proprietario sostiene che siano rimasti insoluti sette mesi di affitto, dall’ottobre 2024 all’aprile 2025, e quantifica in 56 mila franchi quanto previsto dal contratto fino al novembre 2025.

                La vicenda è approdata davanti alla Pretura del Distretto di Lugano. Nell’aprile scorso il pretore Carlo Paris ha accolto soltanto parzialmente le richieste del proprietario, riconoscendogli 26.500 franchi.

                Ma nessuno dei due contendenti sembra intenzionato a chiudere la partita.

                Fabregas ha impugnato la decisione, mentre de Kant è tornato all’attacco reclamando altre mensilità che ritiene non saldate.

                Lo sfratto di Fabregas dichiarato irricevibile

                Nella lunga battaglia giudiziaria è entrata anche una richiesta di sfratto, che all’inizio del 2025 è stata però dichiarata irricevibile.

                Fabregas, dal canto suo, ha contestato anche la disdetta e sostiene che dietro la decisione di interrompere il pagamento dell’affitto ci fossero problemi reali dell’abitazione.

                La villa moderna e luminosa di Bissone si trova in una delle zone più suggestive del Canton Ticino, direttamente sul lago di Lugano, in un’area residenziale scelta anche da professionisti, sportivi e personaggi dello spettacolo.

                Quello che doveva essere un rifugio di lusso a poca distanza da Como si è trasformato così nel centro di una controversia che dura ormai da anni.

                Non solo gli affitti: il proprietario chiede altri 60 mila franchi

                La battaglia economica, però, non riguarda soltanto i canoni.

                Il proprietario avrebbe avanzato anche una richiesta da 60 mila franchi per presunti danni all’immobile e spese legali.

                Al centro della contestazione ci sono anche alcune crepe nell’intonaco visibili sulle pareti di diverse stanze. De Kant attribuisce i danni alla permanenza dell’allenatore del Como, mentre non risulta chiarito se almeno una parte dei problemi fosse già presente precedentemente.

                Ed è proprio sulle condizioni della casa che le versioni diventano inconciliabili.

                Fabregas sostiene di avere avuto motivi per contestare il canone a causa dell’umidità e di difetti tecnici. Il proprietario afferma invece che le condizioni nelle quali sarebbe rimasto l’immobile avrebbero creato problemi persino alla successiva locazione.

                Il proprietario: «Impossibile riaffittare la villa»

                Secondo de Kant, lo stato dell’appartamento e degli spazi comuni avrebbe impedito la normale riconsegna dell’immobile e la possibilità di trovare rapidamente un nuovo inquilino.

                Una contestazione pesante, soprattutto considerando il valore della locazione.

                Con un affitto da 8.500 euro ogni mese, lasciare vuota la proprietà significa infatti accumulare rapidamente perdite considerevoli. Ed è anche su questo terreno che proprietario e inquilino continuano a scontrarsi.

                Da una parte Fabregas contesta le condizioni della villa e ha presentato ricorso. Dall’altra de Kant reclama denaro e danni.

                Fabregas vola con il Como, ma la partita sul lago di Lugano continua

                La vicenda giudiziaria arriva mentre Fabregas vive un momento completamente diverso sul piano sportivo. Il suo Como continua ad attirare attenzione e il tecnico spagnolo è ormai uno dei personaggi più osservati del calcio italiano.

                Ma a pochi chilometri dal Sinigaglia rimane aperto il dossier della villa svizzera.

                Una casa da 8.500 euro al mese, sette mensilità finite al centro della contestazione, una richiesta di sfratto dichiarata irricevibile, 26.500 franchi riconosciuti dal pretore al proprietario, un ricorso e adesso altri 60 mila franchi reclamati per presunti danni e spese.

                Sul campo Fabregas sa già come vuole giocare le sue partite. Quella per la villa sul lago di Lugano, invece, è ancora molto lontana dal fischio finale.

                  Continua a leggere
                  Advertisement

                  Ultime notizie