Calcio
INCHIESTA SUL CALCIO (2° parte) rischio commissariamento per Inter e Milan: controlli e pressioni sottovalutate
Le due società non sono formalmente indagate, ma un procedimento di prevenzione avviato dalla Procura di Milano punta a evitare che il controllo delle curve ultras, che gestiscono biglietti e merchandising, sfoci in infiltrazioni criminali. Le pressioni su calciatori e allenatori sono al centro delle preoccupazioni.
L’inchiesta sulle società calcistiche milanesi, Inter e Milan, parte da quella sulle curve ultras delle due squadre, svelando un fitto intreccio tra la criminalità organizzata e il tifo violento. Secondo quanto emerso dalle indagini della Procura di Milano, le curve non rappresentano più solo un luogo di aggregazione e passione sportiva, ma sono diventate un terreno fertile per attività illecite gestite dalla malavita, in particolare dalla ‘ndrangheta. L’inchiesta ha portato ieri all’arresto di 19 esponenti di spicco delle tifoserie di entrambe le squadre.
Le accuse contro le società: la nascita del “procedimento di prevenzione”
Ma come era prevedibile, ora l’inchiesta non si ferma solo agli ultras, ma coinvolge indirettamente anche le società calcistiche. Il dubbio sollevato dagli inquirenti è che Inter e Milan abbiano tollerato o, in alcuni casi, assecondato le pressioni provenienti dalle curve, finendo per diventare in qualche modo complici o quantomeno facilitatori delle attività illecite. Le due squadre non risultano indagate sul piano penale, ma è stato avviato un “procedimento di prevenzione” per monitorare e verificare la gestione dei rapporti con il tifo organizzato.
Questo istituto giuridico non ha scopo punitivo, ma preventivo, spingendo le società a bonificare internamente le loro strutture organizzative e a mettere in atto contromisure efficaci per recidere ogni legame con gruppi di tifosi violenti o con possibili infiltrazioni mafiose. In mancanza di un’azione convincente, la Procura potrebbe decidere di commissariare una parte delle attività delle due società, seguendo l’articolo 34 del decreto legislativo 159/2011, che consente l’amministrazione giudiziaria delle aziende coinvolte, anche in modo colposo, nell’agevolazione di reati.
Il ruolo delle curve ultras: un sistema di potere consolidato
L’indagine ha svelato un sistema ben radicato che coinvolge le tifoserie organizzate delle due squadre milanesi. Le curve sono diventate un centro nevralgico di affari illeciti, con gli ultras che gestiscono la vendita illegale di biglietti, il merchandising non ufficiale e persino il controllo di attività legate alla ristorazione e al parcheggio nei pressi dello stadio. Gli introiti di queste operazioni illecite finiscono spesso nelle casse della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta, che ha piantato solide radici nelle curve della città.
Un esempio lampante è quello della Curva Nord dell’Inter, dove alcuni esponenti della tifoseria, legati alla famiglia Bellocco di Rosarno, gestivano il commercio illegale dei biglietti e utilizzavano la violenza e le minacce per mantenere il controllo della curva. L’ordinanza del Gip ha evidenziato come questi gruppi fossero in grado di esercitare pressioni anche su calciatori e allenatori, come nel caso dell’incontro “quasi intimidatorio” con Milan Skriniar e dei messaggi minacciosi inviati a Simone Inzaghi.
Dall’altra parte, la Curva Sud del Milan è stata dominata per anni da Luca Lucci, personaggio di spicco non solo per i suoi legami con la tifoseria, ma anche per le sue connessioni con esponenti della politica e del mondo dello spettacolo. Lucci è stato più volte arrestato per vicende legate al narcotraffico e alle attività illecite condotte dalla curva milanista.
Le conseguenze per Inter e Milan
L’inchiesta ha acceso i riflettori sulle carenze organizzative dei due club nella gestione delle tifoserie, portando alla luce una serie di relazioni ambigue che, se non risolte, potrebbero avere gravi conseguenze. Il rischio principale per le due società è il commissariamento, un provvedimento che, seppur temporaneo, metterebbe in discussione l’autonomia delle due squadre nella gestione delle proprie attività.
Il “procedimento di prevenzione” avviato dalla Procura mira a far sì che Inter e Milan adottino misure stringenti per recidere qualsiasi legame con il mondo del tifo violento e della criminalità organizzata, evitando di diventare complici, anche solo indiretti, di queste attività.
La minaccia del commissariamento
Inter e Milan non sono al momento accusate di alcun crimine, ma la situazione è particolarmente delicata. Il “procedimento di prevenzione” non prevede sanzioni penali immediate, ma punta piuttosto a spingere le società a sanare eventuali falle organizzative che potrebbero favorire, anche solo indirettamente, attività illecite portate avanti dalle curve. Questa procedura, già applicata in settori come la logistica e la moda (con i casi Dhl ed Esselunga o Armani e Dior), prevede che, in caso di inerzia o carenze nella gestione interna, l’autorità giudiziaria possa disporre la messa in amministrazione giudiziaria di settori specifici delle aziende.
In altre parole, se Inter e Milan non riusciranno a convincere la Procura di aver intrapreso azioni concrete per contrastare i fenomeni di infiltrazione, parte delle loro attività potrebbero essere sottoposte a controllo giudiziario. In particolare, i settori maggiormente sotto esame sono quelli legati alla gestione dei biglietti, una risorsa economica importante per gli ultras, che ne traggono profitti illeciti rivendendoli a prezzi maggiorati, oltre a ottenere una sorta di legittimazione agli occhi delle stesse società calcistiche.
La gestione delle curve e il ruolo degli ultras
La gestione delle curve rappresenta il vero nodo dell’inchiesta. I gruppi ultras, soprattutto quelli legati alla Curva Nord dell’Inter e alla Curva Sud del Milan, da anni esercitano un controllo significativo non solo sulle tifoserie ma anche su alcune attività economiche collegate al mondo del calcio, come il bagarinaggio e la vendita di merchandising non ufficiale. Queste attività, svolte spesso con la connivenza o la tolleranza delle società calcistiche, sono diventate un terreno fertile per le infiltrazioni della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta.
Un episodio emblematico riguarda l’incontro tra alcuni esponenti della Curva Nord interista e il calciatore Milan Skriniar, descritto come “quasi intimidatorio” dall’ordinanza del Gip Domenico Santoro. Il gruppo ultras, infatti, avrebbe cercato di esercitare pressioni sul difensore slovacco per ottenere favori, oltre a tentare di entrare in contatto con l’allenatore Simone Inzaghi tramite messaggi vocali aggressivi. Questi episodi evidenziano come il rapporto tra tifoseria organizzata e società sportiva possa sfociare in dinamiche pericolose, che vanno ben oltre il semplice sostegno alla squadra.
Le accuse della Procura e i possibili scenari futuri
Secondo la Procura, la gestione dei biglietti da parte degli ultras non rappresenta solo una fonte di guadagno illecito, ma anche uno strumento di legittimazione per mantenere il controllo sulle curve e continuare a esercitare il proprio potere all’interno degli stadi. L’inchiesta sottolinea come le due società abbiano sottovalutato la portata di questi fenomeni, cercando di mediare con i gruppi ultras per evitare tensioni e garantire il supporto dei tifosi nelle partite.
La finalità del “procedimento di prevenzione” non è quella di punire le società, ma di evitare che diventino strumenti inconsapevoli nelle mani di gruppi criminali. Tuttavia, se Inter e Milan non prenderanno misure più rigorose per contrastare queste dinamiche, il rischio di commissariamento si farà concreto. A quel punto, un amministratore giudiziario potrebbe prendere il controllo di alcune attività, con l’obiettivo di bonificare le società da eventuali legami con la criminalità organizzata e restituirle al libero mercato in condizioni di legalità.
Il quadro legale e sportivo
Oltre agli aspetti legati alla giustizia ordinaria, c’è anche il fronte sportivo che rischia di complicare ulteriormente la situazione. Il procuratore federale della Figc, Giuseppe Chinè, ha infatti chiesto di acquisire gli atti dell’inchiesta per valutare eventuali violazioni del Codice di Giustizia Sportiva. Se venissero accertate responsabilità da parte delle società o dei loro tesserati, si potrebbe andare incontro a sanzioni disciplinari che includono multe, squalifiche o inibizioni temporanee.
In particolare, l’articolo 25 del Codice di Giustizia Sportiva vieta ai tesserati di avere rapporti con esponenti di gruppi ultras non facenti parte di associazioni convenzionate con le società e validate dalla Federazione. Le società calcistiche sono dunque chiamate a dimostrare di aver rispettato queste regole e di aver evitato qualsiasi contatto anomalo con i gruppi di tifosi organizzati.
Le curve come territorio di conquista per la criminalità
Il caso di Inter e Milan non è isolato, ma rappresenta una tendenza preoccupante che riguarda molte altre società calcistiche in Italia. Le curve degli stadi, da semplici luoghi di passione sportiva, sono diventate veri e propri territori di conquista per la criminalità organizzata. I gruppi ultras, con la loro capacità di mobilitare migliaia di tifosi, sono riusciti a costruire una rete di relazioni che va ben oltre il calcio, entrando in contatto con esponenti del mondo della politica e dell’economia e sfruttando queste connessioni per ottenere vantaggi economici e potere.
La gestione dei biglietti e del merchandising non ufficiale rappresenta solo la punta dell’iceberg: dietro le curve si nasconde un sistema ben più complesso di interessi criminali, che spaziano dal traffico di droga al riciclaggio di denaro, passando per attività illecite come il bagarinaggio e le scommesse clandestine. Le società calcistiche, spesso incapaci o non disposte a contrastare questi fenomeni, finiscono per tollerare situazioni che mettono a rischio non solo la loro reputazione, ma anche la loro stessa sopravvivenza.
L’inchiesta milanese potrebbe rappresentare un punto di svolta: se le società non agiranno in modo deciso per rompere i legami con le frange più violente e criminali del tifo organizzato, il commissariamento diventerà una realtà concreta, con conseguenze non solo legali ma anche economiche e sportive.
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Calcio
Francesco Totti, altro che pensione: triplica il fatturato e guadagna 834mila euro. Ecco il suo impero dopo il calcio
Sei aziende tra procuratori e mattone, ricavi schizzati da 1,15 a 3,25 milioni e utili sestuplicati. Dietro il boom anche la vendita di due immobili all’Eur e all’Axa
Francesco Totti ha appena compiuto 50 anni, ma se qualcuno pensava che dopo aver appeso gli scarpini al chiodo il Pupone si fosse messo tranquillamente a vivere di rendita dovrà ricredersi. Perché mentre l’ex capitano della Roma festeggiava a Las Vegas con Noemi Bocchi, figli, parenti e amici, i conti delle sue società raccontavano una festa forse ancora più interessante: gli affari di Totti vanno a gonfie vele.
I numeri fanno impressione. Le sei società che ruotano intorno alle attività dell’ex numero 10 hanno chiuso il 2025 con 3,25 milioni di euro di ricavi, contro 1,154 milioni dell’anno precedente. Quasi il triplo. Ancora più spettacolare il salto dei guadagni complessivi, passati da 138.799 a 834.095 euro. Insomma, Totti non segna più all’Olimpico, ma sul fronte degli affari continua a centrare la porta.
Sei società e un business che corre
Dopo l’addio al calcio giocato, Totti ha costruito un piccolo gruppo imprenditoriale diviso sostanzialmente in due mondi. Da una parte ci sono le società con cui lavora nel calcio e nella scoperta di nuovi talenti, Numberten, It Scouting e Ct 10; dall’altra il mattone, con Vetulonia, Immobiliare Acilia e Longarina. A gestire le attività sono direttamente Francesco e il fratello Riccardo Totti.
A trainare la crescita sono state soprattutto le attività legate ai calciatori e la società immobiliare Vetulonia. Quest’ultima ha fatto un balzo impressionante: i ricavi sono passati da circa 141mila euro a 1,628 milioni, mentre l’utile è salito da appena 2.147 euro a 265.398 euro. Anche la liquidità disponibile è esplosa, passando da poco più di 5mila euro a oltre 1,6 milioni.
Totti vende casa: due operazioni fanno volare il mattone
Dietro il boom immobiliare ci sono anche due vendite importanti realizzate negli ultimi mesi del 2025.
Il 31 ottobre Totti ha ceduto a una coppia di manager romani un’abitazione di 11,5 vani all’Eur. Poi, a due giorni da Natale, il 23 dicembre, è arrivata un’altra operazione: la vendita a due sorelle di un villino di 14,5 vani all’Axa.
Due investimenti del passato trasformati in liquidità e risultati che hanno contribuito a far decollare i numeri della società.
Totti festeggia i 50 anni da re a Las Vegas con Noemi
E mentre i bilanci sorridevano, Totti ha celebrato il mezzo secolo come si conviene a uno che a Roma continua a essere chiamato l’ottavo re.
Il 25 settembre la comitiva composta da Noemi Bocchi, figli, familiari e amici è volata a Las Vegas con un aereo privato. Per la cena di compleanno la scelta è caduta sullo Spago del Bellagio, uno degli indirizzi più celebri della città.
E alla festa Totti ha persino improvvisato qualche passo da ballerino, mentre la figlia Chanel cantava la versione romanista di Maledetta primavera. Una specie di prova generale, visto che ad attenderlo in Italia c’è anche “Ballando con le stelle”, dove scenderà in pista insieme a Giovanni Pernice.
Dal numero 10 ai milioni
Calcio, immobili, scouting e televisione. A cinquant’anni Totti sembra essersi costruito una seconda vita decisamente redditizia senza rinunciare a quella da personaggio pubblico.
Il dato che fotografa meglio tutto resta quello dei profitti: 834.095 euro contro i 138.799 dell’anno precedente, praticamente sei volte tanto. Il Pupone ha smesso da tempo di guadagnare segnando gol. A giudicare dai suoi ultimi bilanci, però, il fiuto per gli affari sembra funzionare quasi quanto quello che aveva davanti alla porta.
Calcio
Totti fa 50 anni e parla di matrimonio: «Ti sposi e ti lasci». Poi la stoccata sui soldi: «Io non li rubo»
Una frase sui Friedkin porta inevitabilmente il discorso sulle nozze finite con Ilary Blasi. E Francesco non scappa: «Purtroppo succede». Poi rivendica: «Senza di me l’Italia non avrebbe vinto il Mondiale»
Francesco Totti compie 50 anni e, quando uno come lui arriva al mezzo secolo, inevitabilmente finisce per fare i conti non soltanto con i gol, gli scudetti, la maglia numero 10 e una carriera trascorsa praticamente tutta dentro la Roma, ma anche con quello che è successo fuori dal campo. E negli ultimi anni, nella vita privata dell’ex Capitano, di cose ne sono successe parecchie. La fine del matrimonio con Ilary Blasi, la separazione diventata una delle storie più raccontate del gossip italiano, la nuova vita accanto a Noemi Bocchi e, parallelamente, il rapporto mai davvero ricucito con la Roma.
In una lunga intervista concessa a Ivan Zazzaroni, Totti parla di tutto questo con il suo solito modo di fare, alternando battute, orgoglio e qualche frase destinata inevitabilmente a far rumore. E proprio parlando del mancato ritorno nella Roma dei Friedkin arriva una metafora che, conoscendo la sua storia recente, non poteva passare inosservata.
«I matrimoni si fanno sempre in due». E Totti finisce a parlare delle nozze finite
Alla domanda sul mancato inserimento nella società giallorossa, Francesco risponde secco: «I matrimoni si fanno sempre in due». Zazzaroni coglie immediatamente l’assist e gli fa notare che proprio lui sta parlando di matrimonio.
Totti non si tira indietro: «Vabbè, purtroppo succede. Ti sposi e ti lasci, inizio e fine come in tutte le cose, penso, no?». Una frase pronunciata parlando di calcio, certo, ma difficile da ascoltare senza pensare alla lunghissima storia con Ilary Blasi, culminata nella separazione e in uno scontro che negli ultimi anni ha riempito pagine e pagine di cronaca rosa.
Poi Francesco torna immediatamente alla Roma e piazza un’altra frase molto netta: «Io ho lasciato un incarico da dirigente, tre anni di contratto e lo sottolineo. Se devo restare in società per non fare niente, mollo. Non rubo i soldi».
Spalletti, la pace a metà: «Il ghiaccio non s’è ancora sciolto del tutto»
C’è poi un altro rapporto tormentato nella storia recente di Totti, quello con Luciano Spalletti. I due si sono riavvicinati, ma pensare che ogni vecchia ruggine sia sparita sarebbe eccessivo. «Il ghiaccio non s’è ancora sciolto del tutto», ammette Francesco, aggiungendo però che gli ha fatto piacere incontrare nuovamente l’ex allenatore.
E questa volta arriva anche un’autocritica: «Bisogna pure accantonare tutto quello che è successo, anche perché ho sbagliato pure io. Ho sbagliato a rispondere ad alcune domande». Non proprio una dichiarazione d’amore, insomma, ma rispetto agli anni della guerra aperta è già parecchio.
Molto meno diplomatico è Totti quando si parla del Mondiale del 2006. Alla provocazione su cosa sarebbe accaduto se non avesse partecipato alla spedizione azzurra risponde senza falsa modestia: «Non avrebbero vinto». Ricorda di aver disputato quel torneo dopo il terribile infortunio e di essere stato soltanto «al 40, 50 per cento», ma quel Mondiale resta il trofeo che, nelle sue parole, lo ha portato definitivamente oltre Roma e oltre il Grande raccordo anulare.
La numero 10, Dybala e quella certezza: «Le cose che facevo io non le ho mai viste fare da altri»
Totti non fa sconti neppure quando torna fuori la questione della mitica maglia numero 10 e del possibile passaggio a Paulo Dybala. «Non esistono i 10 di passaggio», spiega. Per meritare quel numero, secondo Francesco, non bastano «cinque, sei, sette partite» giocate bene: serve un percorso importante e soprattutto duraturo nella Roma. Poi, naturalmente, «la decisione di dare o meno la 10 spetta alla società».
Quanto fosse consapevole del proprio talento, del resto, Totti non lo nasconde affatto: «Le cose che facevo io non le ho mai viste fare da altri». E quando gli chiedono chi fosse davvero irraggiungibile persino per lui, la risposta arriva senza esitazioni: «Maradona è il calcio, è il pallone, non ce ne stanno di rivali».
C’è persino spazio per il rimpianto di non aver giocato insieme a Ronaldo il Fenomeno: «Con me dietro avrebbe fatto 400, 500 gol. A occhi chiusi». Quanto a un possibile addio alla Roma durante la carriera, rivela che in Italia avrebbe scelto il Milan, la squadra della quale si era innamorato da ragazzino guardando Sacchi e i tre olandesi.
Cinquant’anni, Noemi e gli «ultimi trenta» tutti da vivere
Poi inevitabilmente si torna al presente. Cinquant’anni fanno impressione persino a uno che per milioni di romanisti sembra essere rimasto fermo al numero 10: «Cavolo, cinquanta non so’ pochi, sto a svolta’», scherza Totti, prima di correggersi: «In realtà ho già svoltato a quaranta».
Oggi, dopo una vita trascorsa sotto i riflettori, un matrimonio finito e una nuova storia accanto a Noemi Bocchi, sembra soprattutto intenzionato a godersi ciò che viene. Dice di non rinnegare niente di quello che ha fatto e guarda avanti con la consueta ironia: «Mi godo gli ultimi vent’anni, anche trenta».
E quando il gioco finale dell’intervista arriva ai numeri, tutto torna inevitabilmente al punto di partenza. Dieci? «Totti». Cinquanta? «Gli anni di Totti». Cento? Il centenario della Roma. Perché cambiano le mogli, gli allenatori, i presidenti e perfino le proprietà della Roma. Ma per Francesco Totti, evidentemente, certi numeri continuano a essere una faccenda molto personale.
Calcio
Totti-Roma, scoppia la guerra sulla maglia numero 10: «Vendute per anni senza royalties». E il ritorno del Capitano salta ancora
Tre incontri e nessun accordo per riportare Francesco Totti dentro la Roma alla vigilia del Centenario. Dietro lo strappo non c’è soltanto il ruolo che dovrebbe ricoprire l’ex capitano, ma anche il denaro incassato con le maglie Totti numero 10 vendute dal club dopo il suo ritiro: solo nell’ultima stagione sarebbero state circa 15mila
Proprio nel giorno dei suoi 50 anni, mentre Francesco Totti festeggia negli Stati Uniti insieme a Noemi Bocchi e ai figli, dalla sua Roma arriva una notizia destinata a fare parecchio rumore. La pace tra il Capitano e il club giallorosso sembrava finalmente possibile, soprattutto alla vigilia delle celebrazioni per il Centenario. Invece l’accordo resta lontano e dietro il nuovo strappo spunta una questione capace di incendiare il tifo romanista: le maglie con il nome Totti e il numero 10 che la società ha continuato a vendere dopo il suo ritiro.
Dal 2018 a oggi il club avrebbe venduto diverse centinaia di migliaia di maglie Totti, senza riconoscere royalties all’ex capitano. Soltanto nella passata stagione le casacche con il suo nome e il numero diventato un simbolo della Roma sarebbero state circa 15mila.
La questione economica si aggiunge a quella, altrettanto delicata, del ruolo che Totti dovrebbe ricoprire nel club. Il messaggio dell’ex capitano appare chiaro: è disponibile a tornare nella Roma, ma non vuole prestare semplicemente il proprio volto alle celebrazioni del Centenario. Totti vuole un vero incarico dirigenziale.
Tre incontri e ancora nessun accordo con Totti
Negli ultimi mesi il ritorno del Capitano a Trigoria era sembrato molto più vicino. Totti non ha mai nascosto il proprio legame con la Roma e in diverse occasioni aveva aperto alla possibilità di ricominciare. Davanti a un progetto convincente, sarebbe pronto a scrivere una nuova pagina con il club nel quale ha trascorso praticamente tutta la propria vita calcistica.
I contatti ci sono stati e non si è trattato soltanto di approcci informali. La Roma avrebbe incontrato tre volte i rappresentanti di Totti e nessuno dei tre appuntamenti avrebbe prodotto un accordo. Le condizioni proposte dal club non avrebbero infatti convinto l’ex numero 10.
L’ultimo faccia a faccia risalirebbe a meno di un mese fa, con la società rappresentata dal nuovo amministratore delegato Galantic. Chi sperava che quell’incontro potesse chiudere una ferita aperta da anni sarebbe rimasto deluso. Le posizioni, anziché avvicinarsi, si sarebbero ulteriormente allontanate. Proprio durante il confronto sarebbe emersa con forza anche la questione delle maglie.
Migliaia di maglie con Totti e il numero 10, ma niente royalties
Non si discute dell’eventualità di assegnare a un altro calciatore la maglia numero 10, tema che da solo basterebbe a scatenare il tifo romanista. Il problema riguarda invece i ricavi ottenuti vendendo le maglie con il nome Totti dopo il suo addio al calcio giocato.
Francesco ha disputato la sua ultima partita con la Roma nel maggio 2017, ma la richiesta di casacche con il suo nome non si è mai esaurita. Per una parte enorme del pubblico romanista quella maglia non rappresenta semplicemente il ricordo di un ex calciatore. È diventata un simbolo identitario, acquistato ancora oggi anche da tifosi troppo giovani per aver visto Totti giocare dal vivo.
Secondo le cifre emerse in queste ore, nella scorsa stagione sarebbero state vendute circa 15mila maglie Totti numero 10. Dal 2018 a oggi, invece, il totale raggiungerebbe diverse centinaia di migliaia di pezzi. Totti non avrebbe ricevuto royalties su quelle vendite e adesso la vicenda sarebbe entrata direttamente nella trattativa per il suo possibile ritorno.
Prima i conti, poi si parla del ritorno alla Roma
Le parti dovranno quindi affrontare anche il nodo economico prima di poter immaginare una stretta di mano definitiva. Questo non significa che il rapporto tra Totti e la Roma debba necessariamente finire ancora una volta contro un muro. Spiega però perché una trattativa apparentemente naturale si sia trasformata in qualcosa di molto più complicato.
A rendere tutto ancora più delicato c’è il momento scelto per tentare la riconciliazione. La Roma si prepara al Centenario e lavora insieme al Comune all’organizzazione di una serie di eventi. Il Circo Massimo dovrebbe rappresentare uno dei luoghi simbolo delle celebrazioni.
Pensare ai cento anni della Roma senza Francesco Totti appare quasi impossibile. Eppure questo scenario potrebbe concretizzarsi se le parti non riuscissero a risolvere le questioni ancora aperte. Il Capitano non sembra infatti disposto ad accettare un ritorno puramente celebrativo. Ed è proprio qui che emerge l’altro grande ostacolo della trattativa.
Totti non vuole fare la «bandierina» del Centenario
Il punto non riguarda soltanto il denaro o la vicenda delle maglie. Francesco Totti vuole capire che cosa dovrebbe fare davvero nella Roma e quale peso avrebbe all’interno della società.
Dopo avere lasciato il calcio giocato, l’ex capitano aveva già intrapreso un percorso dirigenziale nel club. Quell’esperienza terminò nel 2019 con un addio traumatico. Totti spiegò pubblicamente di non sentirsi coinvolto nelle decisioni e di non avere lo spazio necessario per incidere realmente sulla vita sportiva della Roma.
Sette anni dopo, tornare soltanto come uomo immagine non sembra interessargli. Totti vorrebbe un ruolo dirigenziale completo, con responsabilità concrete e la possibilità di partecipare alle scelte. Un modello più vicino all’incarico che gli ha affidato la Maxima nel basket.
È su questo terreno che Roma e Totti devono ancora trovare una sintesi. Il club avrebbe naturalmente un enorme interesse a riavvicinare il proprio simbolo più importante. L’ex capitano, però, non vuole ridurre il ritorno a fotografie, cerimonie e apparizioni durante gli eventi del Centenario.
Il paradosso nel giorno dei 50 anni
La vicenda assume un significato ancora più particolare mentre Totti celebra il mezzo secolo di vita. La Roma gli ha dedicato sui propri canali un omaggio costruito attraverso la sua lunghissima storia giallorossa. Si parte dalla A di Aalst, legata al primo gol europeo del Dieci, e si arriva alla Z di Zeman, l’allenatore che contribuì in maniera decisiva alla sua crescita.
Nessuno mette quindi in discussione il legame sentimentale. Totti resta il calciatore dei record romanisti, l’uomo che ha indossato soltanto quella maglia e un simbolo della Roma in tutto il mondo. Proprio per questo la distanza tra le celebrazioni pubbliche e ciò che accade dietro le quinte diventa ancora più evidente.
Da una parte il club festeggia il Capitano. Dall’altra, la società e i rappresentanti di Totti non riescono ancora a trovare l’intesa necessaria per riportarlo davvero a Trigoria. Sul tavolo ci sono il ruolo, il potere decisionale e adesso anche i soldi delle maglie numero 10 vendute per anni dopo il suo ritiro.
Il Centenario senza Totti sarebbe un caso enorme
Il tempo per ricucire esiste ancora, ma l’avvicinarsi del Centenario rende ogni mese più pesante. La Roma può celebrare i propri cento anni attraverso campioni, presidenti, allenatori e momenti che ne hanno costruito la storia. Francesco Totti, però, occupa inevitabilmente un posto speciale in quel racconto.
L’ex capitano continua a mandare segnali di disponibilità e non sembra avere alcuna intenzione di rinnegare il proprio legame con la Roma. Chiede però che un eventuale ritorno abbia un significato concreto. Prima di arrivarci, le parti dovranno affrontare anche la partita economica rimasta finora lontana dai riflettori e chiarire la questione delle maglie vendute con il suo nome e il suo numero.
Il paradosso è evidente: la maglia numero 10 che per venticinque anni ha unito Totti e la Roma oggi rischia di diventare uno degli ostacoli alla loro riconciliazione. Tre incontri non sono bastati e l’ultimo avrebbe addirittura aumentato la distanza. Alla vigilia del Centenario, il Capitano resta così ancora fuori da Trigoria, mentre quella pace che sembrava finalmente vicina torna improvvisamente in salita.
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