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Sport

Honda mette all’asta parti del motore della monoposto di Ayrton Senna

Per aumentare la visibilità del marchio, Honda ha deciso di mettere all’asta parti autentiche della McLaren-Honda MP4/5B usata da Ayrton Senna nel 1990. Il pilota vinse con la scuderia giapponese tre titoli mondiali, diventando un’icona immortale della Formula 1.

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    Pezzi di storia a disposizione del miglior offerente.
    Honda ha annunciato che metterà all’asta componenti originali del motore della monoposto guidata da Ayrton Senna nel campionato del mondo di Formula 1 del 1990, uno degli anni più iconici della carriera del pilota brasiliano.

    L’iniziativa si terrà negli Stati Uniti, nell’ambito della Monterey Car Week di agosto, evento tra i più prestigiosi nel panorama internazionale delle auto d’epoca e da collezione. Alcuni accessori saranno anche disponibili online, con prezzi di partenza di alcune migliaia di yen.

    Il progetto, oltre al valore storico e simbolico, ha anche uno scopo strategico. Honda punta infatti a rilanciare l’identità del marchio tra gli appassionati di motorsport, offrendo non solo oggetti da collezione, ma reliquie cariche di significato e memoria sportiva.

    Ayrton Senna, considerato da molti il più grande pilota di tutti i tempi, vinse il suo primo titolo mondiale nel 1988 proprio con la McLaren motorizzata Honda, e successivamente trionfò ancora nel 1990 e nel 1991, sempre alla guida delle leggendarie monoposto progettate a Woking e spinte dal propulsore giapponese.

    Durante una recente conferenza stampa a Tokyo, il presidente di Honda Racing, Koji Watanabe, ha dichiarato che l’azienda sta valutando anche la vendita di interi motori e vetture complete appartenute al passato glorioso del marchio. “Pensiamo che gli appassionati che danno valore alle storie che si celano dietro i motori, le carrozzerie o le parti delle vetture saranno interessati ad acquistarle”, ha spiegato, lasciando intendere che altre aste potrebbero seguire.

    Per Honda, che conserva gelosamente molti dei veicoli da competizione nel proprio museo aziendale, si tratta di un passaggio simbolico, quasi una consegna pubblica della memoria ai fan, per rafforzare la connessione tra il glorioso passato e le nuove generazioni di tifosi.

    E per chi ama la Formula 1, non è solo un affare da collezione: è un’occasione unica per possedere un frammento del mito di Ayrton Senna.

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      Sport

      Terzo intervento per Lindsey Vonn: aggiornamento dall’ospedale dopo il terribile infortunio alle Olimpiadi

      Dopo la frattura alla tibia rimediata nella discesa libera di Milano-Cortina 2026, Vonn condivide un messaggio di speranza, ringrazia i medici, la sua famiglia e i fan di tutto il mondo.

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      Terzo intervento per Lindsey Vonn: aggiornamento dall’ospedale dopo il terribile infortunio alle Olimpiadi

        Una delle figure più iconiche della storia dello sci alpino, Lindsey Vonn, ha aggiornato i suoi fan sulle condizioni di salute dopo l’infortunio subito alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. La sciatrice americana, 41 anni, reduce da una caduta rovinosa nella prova di discesa libera femminile, ha reso noto di aver affrontato con successo un terzo intervento chirurgico alla gamba sinistra e di essere in fase di progressivo recupero.

        L’incidente, avvenuto a pochi secondi dalla partenza della discesa femminile – appena 12-13 secondi nel percorso – ha segnato un momento drammatico per la campionessa, che aveva deciso di competere nonostante un ACL (legamento crociato anteriore) completamente lacerato nove giorni prima durante una gara di Coppa del Mondo.

        Il post dall’ospedale e la reazione dei fan

        In una serie di post pubblicati dal suo profilo Instagram e rilanciati dai media, Vonn ha condiviso foto e parole dal letto dell’ospedale di Treviso, in Italia, dove si trova ricoverata con la famiglia al suo fianco. Nelle immagini apparse online si vede la sciatrice sorridere e mostrare un pollice in su, mentre la gamba è sostenuta da un’ingombrante struttura metallica prevista per stabilizzare la frattura.

        «Ho subito il mio terzo intervento oggi ed è stato un successo – scrive Vonn –. Il significato di “successo” oggi è completamente diverso rispetto a qualche giorno fa. Sto facendo progressi e, anche se sono lenti, so che starò bene». La campionessa ha poi voluto ringraziare pubblicamente «tutto l’incredibile staff medico, gli amici, la mia famiglia e tutte le persone nel mondo per il supporto e l’affetto».

        Sui social network migliaia di messaggi di incoraggiamento sono arrivati da tifosi di ogni parte del globo, molti dei quali hanno espresso ammirazione per il coraggio e la determinazione di Vonn. Tra i messaggi più significativi anche quello di alcuni colleghi atleti, che hanno voluto sottolineare quanto la leggenda dello sci abbia saputo ispirare generazioni di sportivi.

        Una carriera costellata di successi – e di sfide

        Lindsey Vonn non è nuova alle sfide fisiche: nella sua straordinaria carriera ha collezionato 84 vittorie in Coppa del Mondo, una medaglia d’oro olimpica a Vancouver 2010 e numerosi trofei, diventando una delle discesiste più vincenti di sempre. Dopo un ritiro durato quasi sei anni, Vonn aveva deciso di tornare sulle piste proprio per le Olimpiadi di Milano-Cortina, con l’obiettivo di diventare la sciatrice più anziana a medaglia in una prova di velocità olimpica. Purtroppo l’incidente ha interrotto bruscamente quel sogno, ma la stessa atleta ha più volte dichiarato di non avere rimpianti per aver accettato la sfida.

        Il percorso di recupero e le prospettive

        L’infortunio – diagnosticato come frattura complessa della tibia sinistra – ha richiesto più interventi per ricomporre e stabilizzare l’osso, un processo che i medici stessi avevano previsto fin dall’inizio. Le operazioni multiple sono considerate normali nei casi di fratture articolari complesse come quelle riportate da Vonn, soprattutto quando si punta a restituire al soggetto una funzionalità il più possibile completa.

        I prossimi giorni saranno cruciali per monitorare l’evoluzione clinica: fisioterapia, gestione del dolore, e osservazione dell’attecchimento delle riparazioni ossee saranno al centro delle cure. Anche se la strada per tornare alla piena mobilità sarà lunga e impegnativa, Vonn ha voluto mandare un messaggio positivo, sottolineando che il vero successo non è solo il trionfo in gara, ma la capacità di reagire e ripartire.

        Una storia di resilienza

        Al di là dell’impatto sportivo della caduta, il percorso di Vonn in queste Olimpiadi ha suscitato ammirazione per la sua determinazione: competere nonostante un grave infortunio e affrontare con dignità un recupero doloroso sono gesti che trascendono la mera performance atletica. La sua esperienza diventa così un esempio di resilienza e passione per lo sport, ricordando a tutti che, anche nei momenti più difficili, non bisogna perdere la speranza.

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          Calcio

          Alvaro Morata rompe il silenzio sulla crisi con Alice Campello: “Ci amiamo, ma non riusciamo a capirci”

          La rottura tra Alvaro Morata e Alice Campello continua a far discutere. Dopo settimane di indiscrezioni e letture sbilanciate, il calciatore interviene per riequilibrare il racconto pubblico, parlando di dolore condiviso, incomprensioni profonde e di un legame che, nonostante tutto, non si è spento.

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            La telenovela continua, ma questa volta a parlare è uno dei protagonisti. Alvaro Morata ha deciso di intervenire in prima persona per chiarire il clima che accompagna la separazione da Alice Campello, mettendo un punto fermo su una narrazione che, negli ultimi giorni, si era fatta sempre più sbilanciata. L’attaccante spagnolo lo fa con parole misurate, senza accuse né recriminazioni, ma con un messaggio preciso: il dolore non ha una graduatoria.

            “Stiamo soffrendo perché siamo due persone che si amano, ma non si capiscono”, ha spiegato Morata, aggiungendo subito dopo un chiarimento che sembra rivolto più al pubblico che all’ex compagna: “Alice non sta passando un momento peggiore del mio, perché molti dicono che sia lei a soffrire di più. Voglio chiarire che stiamo male entrambi”.

            Una precisazione che pesa, perché arriva dopo settimane in cui la rottura è stata raccontata quasi come una storia a senso unico, con ruoli assegnati e una distribuzione automatica delle colpe e delle fragilità.

            Una crisi raccontata dall’esterno
            Da quando è emersa la fine della relazione tra Alvaro Morata e Alice Campello, il racconto mediatico si è nutrito soprattutto di silenzi, immagini social e interpretazioni. In assenza di dichiarazioni dirette, ogni gesto è diventato un indizio, ogni post un messaggio cifrato. In questo vuoto si è insinuata una lettura semplificata: lei fragile, lui distante. Una narrazione che Morata ha deciso di correggere.

            Le sue parole non negano il dolore, anzi lo mettono al centro. Ma rifiutano l’idea che uno dei due stia “soffrendo di più”, come se la fine di una relazione potesse essere misurata a colpi di empatia pubblica. “Stiamo male entrambi” è una frase che suona quasi banale, e proprio per questo è difficile da accettare in un contesto che chiede sempre un colpevole e una vittima.

            Amarsi senza capirsi
            Il passaggio più significativo del chiarimento di Morata è forse quello sull’incomprensione. “Ci amiamo, ma non ci capiamo” è una sintesi che racconta una crisi adulta, lontana dalle rotture rumorose o teatrali. Non c’è tradimento dichiarato, non c’è scandalo, ma un logoramento silenzioso che spesso è il più difficile da gestire.

            È anche il tipo di frattura che lascia spazio al rispetto reciproco, ma non offre soluzioni immediate. Perché quando l’amore c’è ancora, ma manca la capacità di parlarsi davvero, ogni tentativo di ricucitura rischia di diventare un’ulteriore fonte di dolore.

            Il peso del giudizio pubblico
            Nel suo intervento, Morata sembra voler mettere un argine anche a un altro aspetto: il giudizio esterno. Dire che “molti dicono che sia lei a soffrire di più” significa riconoscere che la crisi non è rimasta confinata alla sfera privata, ma è diventata un tema di discussione collettiva. E come spesso accade, la collettività ha sentito il bisogno di schierarsi.

            Il calciatore non lo fa per ribaltare i ruoli, ma per rifiutare l’idea stessa di una classifica del dolore. In una separazione, suggerisce, non ci sono vincitori né perdenti, e soprattutto non c’è un copione che possa essere recitato per soddisfare l’opinione pubblica.

            Una storia che non si chiude con una frase
            Le parole di Morata non chiudono la vicenda, ma ne cambiano il tono. Spostano l’attenzione dal gossip alla complessità emotiva di due persone che, pur non riuscendo più a stare insieme come prima, continuano a riconoscersi un legame. È un tentativo di riportare la storia su un piano umano, lontano dalle semplificazioni e dalle tifoserie.

            Per ora, non c’è un epilogo. C’è solo la consapevolezza di una sofferenza condivisa e di un rapporto che non si è trasformato in ostilità. In un panorama mediatico che vive di polarizzazioni, anche questo, paradossalmente, diventa una notizia.

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              Calcio

              Ronaldo non gioca più: sciopero, protesta o guerra di soldi? Il caso CR7 scuote il calcio

              Assente contro l’Al-Ittihad e sostenuto dai tifosi a Riad, CR7 sarebbe in rotta con il club e con il sistema del calcio saudita. Ufficialmente pesa il caso Benzema, ma dal Portogallo filtra l’ipotesi più delicata: ritardi nei pagamenti. E sullo sfondo resta l’obiettivo dei mille gol e del Mondiale.

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                Cristiano Ronaldo non gioca. Non perché sia infortunato, non perché sia squalificato, non perché debba rifiatare. Cristiano Ronaldo non gioca perché ha scelto di non farlo. E quando il calciatore più famoso, discusso e pagato del pianeta decide di sparire dal campo, la notizia non è l’assenza in sé: è il segnale che manda.

                Per la seconda partita consecutiva Cristiano Ronaldo non è sceso in campo con l’Al-Nassr. L’ultima assenza, contro l’Al-Ittihad, pesa più delle altre perché arriva senza spiegazioni mediche e senza comunicazioni convincenti. Ufficialmente non c’è alcun problema fisico. E allora la domanda diventa inevitabile: può “scioperare” un calciatore? Sì, può farlo. E Ronaldo lo sta facendo a modo suo, senza proclami, ma con il gesto più rumoroso che esista per un fuoriclasse: non giocare.

                A Riad la reazione dei tifosi è tutt’altro che ostile. Sugli spalti compaiono cartelli con la scritta “missing”, scomparso. Al settimo minuto di gioco, lo stadio si alza e mostra il numero 7. È un atto di sostegno, non di protesta. Ronaldo non c’è, ma resta il centro emotivo della scena. Questo racconta molto del suo peso specifico: anche quando manca, occupa lo spazio. Anche quando tace, parla.

                La versione che circola con maggiore insistenza chiama in causa gli equilibri del calcio saudita. Il nodo sarebbe il ruolo del Public Investment Fund, il fondo sovrano che finanzia e orienta il sistema calcistico nazionale. La scintilla, secondo questa lettura, sarebbe stato il trasferimento di Karim Benzema verso l’Al-Hilal, grande rivale dell’Al-Nassr. Un’operazione che avrebbe alterato gli equilibri competitivi e che Ronaldo non avrebbe digerito, interpretandola come una scelta calata dall’alto e poco rispettosa delle ambizioni della sua squadra.

                La risposta della Saudi Pro League è stata fredda e diretta: nessun giocatore è più importante di un club o del sistema. Una frase che suona come una linea di confine. Il progetto saudita viene prima dei singoli, anche se quei singoli hanno contribuito a costruirne l’immagine globale. Ronaldo, di fatto, è stato il volto che ha aperto le porte del calcio saudita al mercato mondiale, ma il sistema sembra voler ribadire che nessuno è intoccabile.

                Poi c’è il retroscena che rende la storia molto meno romantica e molto più concreta. A parlarne è A Bola, quotidiano sportivo portoghese storicamente vicino all’entourage di CR7. Secondo questa ricostruzione, dietro l’assenza non ci sarebbe solo una protesta sportiva, ma una questione economica: ritardi o problemi nei pagamenti dello stipendio. Cifre fuori scala per il calcio europeo: circa 20 milioni di euro al mese, 200 milioni a stagione. Se questa versione trovasse conferme, il quadro cambierebbe radicalmente. Non più capriccio da superstar, ma tensione contrattuale di altissimo livello.

                In questo contesto il silenzio diventa una forma di pressione. Ronaldo non attacca pubblicamente, non rilascia interviste polemiche, non incendia i social. Semplicemente non gioca. Ma la sua assenza pesa sul prodotto, sull’audience, sull’immagine del campionato. Senza Ronaldo, la Saudi Pro League perde una parte della sua attrattiva internazionale. Ed è un elemento che tutti, a Riad, conoscono bene.

                La sensazione è che la frattura sia reale, anche se non ancora dichiarata. Ronaldo ha obiettivi personali chiarissimi. Vuole arrivare al prossimo Mondiale da protagonista e vuole toccare quota mille gol in carriera. Oggi è a 961. Gli mancano poche reti per un traguardo simbolico che nessun altro ha mai avvicinato con questa continuità. Per farlo ha bisogno di giocare, di essere centrale, di sentirsi al centro del progetto tecnico.

                Esiste anche una clausola rescissoria. Ma qui entra in gioco l’ultima grande incognita: chi investirebbe oggi 50 milioni di euro su un calciatore di 41 anni? Ronaldo resta una macchina mediatica e un atleta ancora competitivo, ma comporta costi enormi e una gestione complessa. Non è solo un acquisto sportivo, è un’operazione industriale.

                Il paradosso è evidente. Il calcio saudita ha voluto Ronaldo per legittimarsi agli occhi del mondo. Ronaldo ha scelto l’Arabia per restare centrale e continuare a vincere. Se una di queste due condizioni viene meno, il matrimonio scricchiola. E in questo momento i segnali vanno tutti nella stessa direzione: tensione, distanza, silenzi pesanti.

                Per ora c’è solo un dato certo. Ronaldo non gioca. E quando Cristiano Ronaldo smette di giocare, non è mai solo una scelta tecnica. È un messaggio. E nel calcio globale di oggi, i messaggi di CR7 raramente sono casuali. Anche quando non dice una parola. Anche quando resta fermo. Anche quando sparisce. Perché a volte, per uno come lui, l’assenza fa più rumore di qualsiasi gol.

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