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Lady Diana e la notte a Bologna: il Grand Hotel e le lasagne a mezzanotte con Pavarotti

Una notte memorabile di Lady Diana al Grand Hotel Majestic Baglioni di Bologna, dove la principessa del Galles incontrò il celebre tenore Luciano Pavarotti.

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    Quasi tutte le celebrità che hanno trascorso almeno una notte a Bologna sono state ospiti del Grand Hotel Majestic “già Baglioni”. Sfogliando il “libro d’oro” si possono leggere le loro firme, ma il migliore custode di queste memorie è il direttore Tiberio Biondi, da trent’anni in hotel, che conserva preziosi aneddoti.

    Era il 12 settembre 1995 quando Lady Diana, cara amica del tenore Luciano Pavarotti, arrivò a Bologna per partecipare al concerto benefico “Pavarotti & Friends”. Il loro rapporto, nato nel 1991 durante un concerto a Hyde Park, Londra, era segnato da stima reciproca e valori umanitari condivisi. Nonostante il lungo viaggio, Lady D accettò l’invito di Pavarotti e giunse al Grand Hotel Majestic.

    Preparativi per un’ospite speciale

    Per l’occasione, il direttore Tiberio Biondi e il suo staff si prepararono meticolosamente. L’intero piano nobile fu riservato alla principessa e al suo entourage, che occupò una decina di camere, inclusa la Royal Suite Giambologna, ribattezzata Suite Lady Diana. Lo staff chiese di trasformare una suite adiacente in stireria e un’altra in guardaroba per le scarpe, un mistero visto il breve soggiorno.

    Richieste particolari e un oggetto misterioso

    Un’altra richiesta bizzarra fu quella di una toilette da trucco. Non avendone una, il direttore acquistò un pezzo d’antiquariato che tuttora si trova nella suite presidenziale. Per garantire la sicurezza della principessa, il piano nobile fu letteralmente “blindato” con guardie del corpo all’interno e all’esterno della suite.

    L’accoglienza calorosa e la timidezza di Lady Diana

    Quando Lady Diana arrivò all’hotel, fu accolta da una folla di fan, fotografi e giornalisti. Il direttore ricorda perfettamente il momento in cui scese dall’auto: il caloroso applauso della folla la fece arrossire, nonostante fosse abituata ai riflettori, dimostrando una timidezza inaspettata.

    La serata del concerto e il ritorno affamato

    Dopo le prove del concerto e la cena di gala, Lady Diana tornò in hotel affamata e ordinò un tipico piatto bolognese: lasagne alla bolognese. La principessa gustò il piatto nella sua suite, lasciando il piatto perfettamente pulito, un segno del suo apprezzamento.

    Un’eredità che perdura

    Il Grand Hotel Majestic Baglioni ha conservato il ricordo di quella notte speciale, dedicando una suite alla principessa. L’hotel ha investito nella sua storia, diventando un albergo-museo che custodisce tesori di grande valore storico-artistico, come il tratto di strada romana accanto alla sala colazione e il Caffè Marinetti, in onore del padre del Futurismo.

    Un hotel ricco di storie

    Lady Diana è solo una delle tante celebrità che hanno soggiornato al Grand Hotel Majestic. Da Maria Carey, che trasformò una suite in scarpiera, a Paul McCartney, che richiese una cena privata improvvisata, l’hotel ha ospitato numerosi personaggi illustri, garantendo loro privacy e comfort.

    Il ricordo di Lady Diana aleggia ancora nella suite che l’ha ospitata, e il Grand Hotel Majestic “già Baglioni” continua a essere un simbolo di lusso e storia, testimone di momenti unici e incontri indimenticabili.

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      Mondo

      Trump e quel livido viola sulla mano: mistero sulla salute del presidente tra gonfiori, trucco e smentite

      La Casa Bianca parla di semplici “strette di mano” e di aspirina, ma il gonfiore alle caviglie e la diagnosi di insufficienza venosa alimentano nuove speculazioni sulla resistenza fisica del presidente più discusso del mondo.

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        Donald Trump, 79 anni, non è nuovo a polemiche, ma questa volta non c’entrano né la politica né i comizi incendiari. Stavolta al centro dell’attenzione c’è un dettaglio fisico: un livido viola, vistoso, comparso sulla mano destra del presidente. L’ematoma, immortalato dai fotografi durante l’incontro con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung nello Studio Ovale, ha immediatamente fatto il giro del mondo.

        Trump di solito copre le imperfezioni con un velo di fondotinta: stavolta, però, il segno era troppo evidente per passare inosservato. Una macchia che ha alimentato il tam tam sui social e che ha risvegliato vecchi sospetti sulla sua salute.

        La portavoce della Casa Bianca, Caroline Leavitt, si è affrettata a minimizzare: «Si tratta solo di una lieve irritazione dei tessuti molli, causata da frequenti strette di mano e dall’uso quotidiano di aspirina». Una spiegazione ribadita anche dal suo medico personale, il dottor Ronny Jackson, che ha assicurato: «Il presidente gode di buona salute».

        Eppure il livido non è l’unico segnale che fa discutere. Già il mese scorso la stessa Casa Bianca aveva rivelato che a Trump è stata diagnosticata una “insufficienza venosa cronica”, responsabile del gonfiore alle caviglie. Una condizione che di certo non mette a rischio immediato la vita, ma che per l’opinione pubblica suona come un campanello d’allarme: soprattutto per un uomo che ha appena riconquistato lo Studio Ovale e che si presenta come simbolo di forza e resistenza.

        Nelle foto trapelate, oltre al livido sulla mano, spiccano i piedi gonfi nelle scarpe lucide. I detrattori ne fanno motivo di ironia, i sostenitori parlano invece di “attacchi strumentali”. Ma l’immagine resta: quella di un leader che non riesce più a mascherare i segni del tempo, nonostante il fondotinta e la retorica muscolare.

        Per i suoi avversari,non è più l’uomo in grado di reggere la pressione di un secondo mandato. Per i suoi fan, invece, il livido è solo un dettaglio: “anche gli eroi stringono mani e portano cicatrici”. La verità, come spesso accade con Trump, resta sospesa tra propaganda, ombre e immagini che parlano da sole.

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          Mondo

          Caviglie gonfie e lividi sulle mani: mistero Trump, la rete impazzisce di nuovo per la salute del presidente

          Una foto basta. Una caviglia un po’ troppo gonfia, un livido dimenticato sul dorso della mano. E il web si incendia. L’ultimo mistero firmato Donald Trump nasce così: uno scatto rubato durante una partita di calcio e centinaia di teorie che esplodono in rete come popcorn sotto pressione. Sta bene o no? È solo il caldo o c’è sotto qualcosa di più serio?

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            Succede tutto in poche ore. Il presidente – 79 anni portati come può – viene fotografato sugli spalti del mondiale per club in New Jersey. Gamba destra visibilmente gonfia, andatura rigida. A quel punto la rete si divide tra diagnosti improvvisati e commentatori professionisti del sospetto. Chi grida al diabete, chi alla trombosi, chi ipotizza una circolazione da rottamare. E poi ci sono i lividi: piccoli ematomi sulle mani, già notati in passato, oggi di nuovo protagonisti.

            La Casa Bianca prova a spegnere il fuoco: “Trump gode di ottima salute, lavora giorno e notte, i segni sono solo effetto di troppe strette di mano”. Niente aghi, niente flebo, solo protocollo sociale. Ma il popolo digitale non ci crede. E non dimentica. Nel 2016 il suo medico personale lo aveva definito “il presidente più sano della storia”. Frase scritta da Trump stesso, poi ammessa pubblicamente. Nel 2019, visita improvvisa al Walter Reed Medical Center e nuove illazioni. Oggi, stesso copione.

            Il problema è il personaggio: Trump ha costruito la sua immagine sull’idea di forza, vitalità, invincibilità. E ogni acciacco, ogni piega nel fisico, diventa un varco nella narrazione. Certo, a 79 anni qualche cedimento è fisiologico. Ma non per lui. Non per l’uomo che si dichiara geneticamente perfetto, che snobba l’esercizio fisico, si nutre di fast food e invoca la Coca Cola col vero zucchero.

            In piena campagna elettorale, ogni immagine pesa. Il confronto con Biden – più fragile ma clinicamente sorvegliato – è inevitabile. Trump si affida al carisma, ma il suo corpo è diventato terreno di scontro: simbolico, grottesco, iper-politico. Le foto restano lì, a raccontare una verità che nessun comunicato può negare. E stavolta, il gonfiore alle caviglie non è solo un dettaglio: è un indizio. O forse un pretesto. Ma in ogni caso, è già un caso.

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              Elon Musk nel mirino dell’Europa: maxi-multa da 1 miliardo per X?

              L’Unione Europea prepara la scure contro Elon Musk e il suo social “X”: secondo fonti interne, Bruxelles potrebbe infliggere una sanzione superiore al miliardo di dollari per violazione del Digital Services Act. Tra i punti contestati: contenuti illeciti, scarsa trasparenza e un approccio troppo “libero” alla disinformazione. Musk grida alla censura, ma intanto si apre un potenziale scontro istituzionale senza precedenti tra Bruxelles e uno degli uomini più ricchi (e influenti) del pianeta.

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                Altro che tweet. Elon Musk si prepara a una battaglia a colpi di avvocati con l’Unione Europea, che ha messo nel mirino X, la piattaforma social ex Twitter, per presunte violazioni al Digital Services Act (DSA). Secondo fonti autorevoli, Bruxelles starebbe valutando una multa da oltre un miliardo di dollari, la più pesante mai inflitta sotto la nuova legge europea per i servizi digitali.

                Il motivo? Disinformazione, contenuti illeciti, scarsa trasparenza sugli inserzionisti e utenti “verificati” senza reali controlli. Insomma, X – secondo le accuse – sarebbe diventata una sorta di centro di smistamento per fake news, odio e propaganda, con buona pace della moderazione promessa.

                Non è solo una questione di soldi: il caso è simbolico, perché rappresenta il primo banco di prova per il DSA, e Bruxelles sembra intenzionata a fare di Musk un esempio. O meglio, un monito. Il fatto che Elon sia anche un notorio supporter di Donald Trump non aiuta: i regolatori europei temono che qualsiasi concessione venga letta come un cedimento politico in un contesto già teso tra USA e UE.

                Dal canto suo, Musk non ci sta. Dopo la pubblicazione dell’indiscrezione, X ha reagito duramente: “È censura politica, un attacco alla libertà di espressione”, ha dichiarato il colosso tech, promettendo di “fare tutto il possibile per difendere la libertà di parola in Europa”.

                Un accordo, tuttavia, resta ancora sul tavolo. Se X decidesse di apportare le modifiche strutturali richieste – migliorando il controllo sui contenuti e aumentando la trasparenza – la sanzione potrebbe essere evitata o ridimensionata. Ma Elon, si sa, non è esattamente tipo da compromessi.

                E mentre l’UE costruisce un secondo dossier ancora più esplosivo, che accusa la piattaforma di essere strutturalmente dannosa per la democrazia, Musk ribadisce la sua posizione: pronto a sfidare l’Europa in tribunale e in pubblico, anche a costo di uno scontro istituzionale senza precedenti.

                Una cosa è certa: con o senza dazi, censure o meme, questa guerra digitale è appena iniziata. E promette fuochi d’artificio.

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