Curiosità
Babbo Natale: la storia del santo che diventò un simbolo universale
Dalla generosità di San Nicola di Bari alle leggende moderne: scopriamo le radici storiche, culturali e religiose che hanno trasformato un vescovo del IV secolo nell’iconica figura di Santa Claus.
Babbo Natale, con il suo abito rosso e la barba bianca, è un personaggio intramontabile del periodo natalizio. Ma dietro questa figura fiabesca si cela una storia affascinante che affonda le radici in un uomo realmente esistito: San Nicola di Bari. Chi era davvero questo santo che, attraverso le leggende e le tradizioni, ha ispirato l’iconico Santa Claus? Ricostruiamo insieme la storia di un personaggio che ha attraversato secoli, cambiando aspetto ma rimanendo simbolo di generosità e spirito natalizio.
La figura di San Nicola di Bari
San Nicola nacque intorno al 270 d.C. a Patara, nell’odierna Turchia. Vescovo di Myra, un’antica città dell’Asia Minore, divenne famoso per la sua carità e il suo impegno nel difendere i più poveri e i più deboli. La sua vita è costellata da leggende che lo ritraggono come un uomo dall’animo buono, pronto a intervenire per risolvere le difficoltà altrui, come quella di tre giovani ragazze destinate alla miseria, alle quali donò una dote per evitar loro un matrimonio forzato. A Bari, nel XI secolo, furono trasferite le sue reliquie, dove ancora oggi sono conservate nella basilica che porta il suo nome. Questo fatto contribuì a rafforzare la sua fama, che presto si diffuse in tutta Europa, specialmente nei Paesi Bassi, dove la figura di San Nicola assunse una nuova identità: quella di Sinterklaas, l’ispirazione principale per il moderno Babbo Natale.
L’evoluzione della figura di Babbo Natale
Nel corso dei secoli, la figura di San Nicola ha subito molte trasformazioni. Nei Paesi Bassi, Sinterklaas è ritratto come un anziano vescovo che porta doni ai bambini. Ma è solo grazie all’influenza culturale degli Stati Uniti che, attraverso l’immaginario collettivo, Sinterklaas si trasforma nel moderno Santa Claus. La figura che oggi conosciamo come Babbo Natale è il frutto di numerosi adattamenti. L’abito rosso, il pancione e la barba bianca sono, infatti, dovuti a diverse tradizioni, inclusa quella della Coca-Cola, che nel XX secolo ha ulteriormente contribuito a consolidare l’immagine di Babbo Natale come lo conosciamo oggi.
La scienza ricostruisce il volto di San Nicola
Recentemente, grazie alle moderne tecniche di ricostruzione facciale, è stato possibile riscoprire il volto autentico di San Nicola. Un team di esperti, guidato dalla professoressa Caroline Wilkinson, ha utilizzato un cranio attribuito al santo, conservato nella basilica di Bari, per realizzare una ricostruzione. Il risultato ci restituisce l’aspetto di un uomo anziano con tratti marcati e una robusta struttura facciale, lontano dalla figura idealizzata che abbiamo oggi di Babbo Natale. La ricerca non si è limitata a un mero esercizio scientifico, ma ha anche avuto il fine di riportare l’attenzione sulla figura storica di San Nicola, al di là delle reinterpretazioni culturali che l’hanno trasformata nel moderno Santa Claus.
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Curiosità
Estate, sole, corna a volontà: è davvero la stagione dei tradimenti?
L’estate è da sempre la stagione delle passioni, dei colpi di sole e dei colpi di testa. Con l’aumento delle temperature aumentano anche le infedeltà, o almeno così dicono i sondaggi. Ma cosa c’è davvero dietro al picco di tradimenti estivi? E soprattutto: è colpa del bikini, del mojito o dell’aria condizionata?
C’è chi aspetta l’estate per andare in vacanza, chi per fare il cambio armadio e chi, più disinvolto, per cambiare partner. E non parliamo solo dei single: secondo numerosi studi – e anche secondo la tua amica che “ha un’amica” – durante i mesi estivi i tradimenti aumentano vertiginosamente.
Ma come mai? Semplice: fa caldo e si ragiona meno. Le endorfine galoppano, l’ormone dell’infedeltà fa stretching e il senso di colpa si scioglie come il ghiaccio nel mojito. Se poi aggiungiamo le classiche “crisi da ombrellone”, dove lui fissa la bagnina e lei flirta col barista, il cocktail è pronto. Agitare bene e servire su un lettino a due piazze.
Secondo alcune agenzie investigative (che d’estate fanno gli straordinari), il 60% dei tradimenti coniugali avviene proprio tra giugno e settembre. Il motivo? Libertà temporanea, viaggi senza il partner e la miracolosa sparizione della tuta felpata in favore di parei trasparenti e shorts assassini.
A tutto questo si aggiunge la “sindrome da estate adolescenziale”, ovvero la convinzione diffusa che a luglio valga tutto, tanto poi a settembre si torna alle buone abitudini, come se si potesse mettere un paio di corna sotto l’ombrellone e lasciarle lì a fine stagione.
Non che l’inverno sia esente da marachelle, intendiamoci, ma l’estate ha dalla sua quella luce perfetta per i selfie… e per i peccati. Si esce di più, si beve di più, si chatta di più. Le app di dating ringraziano e intanto si moltiplicano le “scappatelle da weekend” e gli “errori da aperitivo”.
La morale? Nessuna. Solo un consiglio spassionato: mettete la protezione solare e magari anche quella emotiva, ché i colpi di sole passano, ma quelli di scena… restano nei messaggi salvati.
Curiosità
In Giappone spopolano i “crying cafè”: i locali dove si va per piangere
Nati a Tokyo e diffusi in tutto il Giappone, i “crying cafè” offrono ambienti accoglienti in cui i clienti possono dare libero sfogo al pianto. Non solo un’esperienza emotiva, ma un fenomeno sociale che affonda le radici nella cultura nipponica e nei dati preoccupanti sulla solitudine.
Sedersi a un tavolino, ordinare una tisana e lasciarsi andare alle lacrime senza sentirsi giudicati. È l’esperienza che offrono i cosiddetti crying cafè, locali sempre più diffusi in Giappone, dove il pianto diventa non un momento di debolezza, ma un atto catartico. Una tendenza che, dal 2020, è passata da curiosità di nicchia a fenomeno consolidato, con nuove aperture sia a Tokyo che nelle città di provincia.
Come funzionano i bar delle lacrime
Il pioniere è stato il Cafè Mori Ouchi di Shimokitazawa, con un cartello programmatico all’ingresso: “Solo persone negative”. La regola è semplice: ordinare almeno una bevanda, dopodiché è possibile restare e piangere in tranquillità. L’ambiente è progettato nei minimi dettagli: luci soffuse, musica malinconica, film drammatici e libri commoventi. Il personale è formato per offrire ascolto empatico, fornire fazzoletti e perfino asciugamani caldi per ridurre il gonfiore agli occhi.
L’idea si è estesa anche al settore alberghiero. Alcuni hotel, come il Mitsui Garden Yotsuya di Tokyo, propongono le crying rooms, camere attrezzate con selezioni di pellicole e comfort per favorire le lacrime, disponibili soprattutto per le ospiti donne.
Le origini: il rui-katsu
Alla base di questo fenomeno c’è il rui-katsu (letteralmente “caccia alle lacrime”), un movimento nato formalmente nel 2013 grazie a Hidefumi Yoshida, autoproclamato “maestro delle lacrime”. Yoshida organizza sessioni collettive in cui i partecipanti, esposti a contenuti emotivi come poesie e cortometraggi, vengono incoraggiati a piangere. La sua filosofia si basa su studi scientifici: il pianto libera ossitocina ed endorfine, riduce i livelli di stress e aiuta a eliminare il manganese in eccesso, minerale associato a stati di ansia e irritabilità.
La solitudine in Giappone
Il successo dei crying cafè non sorprende se si guarda al contesto sociale. Il Giappone è uno dei Paesi con i più alti tassi di solitudine. Secondo un’indagine del Cabinet Office, quasi il 40% dei cittadini dichiara di sentirsi spesso o sempre solo. Tra i più colpiti ci sono i giovani e gli anziani, vittime di isolamento, carichi di lavoro opprimenti o lutti familiari.
Il fenomeno degli hikikomori — ragazzi che scelgono di ritirarsi dalla vita sociale e restano chiusi in casa per mesi o anni — riguarda ormai oltre un milione di persone. Solo nei primi tre mesi del 2024 si sono registrati più di 22mila kodokushi, ovvero anziani morti in solitudine senza che nessuno se ne accorgesse.
Lacrime come terapia
Il governo giapponese ha approvato nel 2023 una legge specifica contro la solitudine e l’isolamento sociale, ma la strada appare ancora lunga. Intanto, i crying cafè si propongono come luoghi di rifugio emotivo, spazi protetti in cui il pianto diventa una pratica terapeutica.
Così, mentre in Occidente la socialità viene spesso celebrata attraverso locali rumorosi e conviviali, in Giappone qualcuno sceglie di ordinare una tisana, chiudere gli occhi e lasciarsi andare alle lacrime. Perché piangere, a volte, può essere la più semplice delle cure.
Curiosità
La banconota da 0 euro esiste davvero: da souvenir turistico a mania per collezionisti, alcune valgono 500 euro
Costa pochi euro nei musei e nei siti turistici europei, ma alcune versioni rare o con errori di stampa vengono rivendute online a cifre altissime. Dietro il fenomeno c’è l’intuizione del francese Richard Faille.
Vale zero euro. Eppure alcune copie vengono vendute online a 500 euro o più. La banconota da 0 euro, nata come semplice souvenir turistico, è diventata negli ultimi anni un vero oggetto di culto per collezionisti e appassionati di numismatica.
A colpire non è soltanto l’idea curiosa. È soprattutto la qualità dell’oggetto. Perché questa particolare banconota non è un gadget qualunque: utilizza infatti gli stessi materiali e molte delle stesse tecnologie di sicurezza delle vere banconote europee.
Cos’è la banconota da 0 euro
L’idea nasce nel 2015 dal francese Richard Faille, già noto negli anni Novanta per aver creato monete celebrative destinate a musei, monumenti e luoghi turistici.
Il passo successivo fu ancora più ambizioso: creare una vera e propria banconota-souvenir che ricordasse in tutto e per tutto quelle emesse dalla Banca Centrale Europea, ma con un valore chiaramente simbolico.
Per realizzarla, Faille si rivolse alla tipografia specializzata Oberthur Fiduciaire, una delle aziende che collaborano con la Bce per la produzione delle vere banconote.
L’autorizzazione della Bce
Proprio perché l’aspetto dell’oggetto richiama molto da vicino quello della valuta ufficiale europea, serviva il via libera della Banca Centrale Europea.
Francoforte autorizzò il progetto ritenendo che il grande “0” stampato al centro della banconota fosse sufficiente a evitare qualsiasi rischio di confusione con denaro autentico.
Come viene realizzata
La particolarità della banconota da 0 euro sta proprio nella sua produzione. Non si tratta di semplice carta stampata.
Viene infatti realizzata con carta di puro cotone, la stessa usata per le vere banconote. Presenta filigrane, ologrammi, strisce di sicurezza, microscritture, numerazioni progressive uniche, elementi visibili ai raggi ultravioletti e inchiostri speciali.
Anche il colore non è casuale: richiama il viola delle vecchie banconote da 500 euro, uscite dalla produzione nel 2019 ma ancora valide come moneta legale.
Dove si trova
Le banconote da 0 euro si trovano soprattutto in musei, monumenti, attrazioni turistiche e negozi di souvenir in tutta Europa.
Ogni versione cambia grafica e soggetto: alcune celebrano città famose, altre monumenti, personaggi storici, eventi culturali, icone pop o anniversari speciali.
Esistono perfino edizioni limitate e personalizzate, elemento che ha contribuito ad alimentare la febbre dei collezionisti.
Quanto costa davvero
Normalmente una banconota da 0 euro costa tra i 2 e i 3 euro. Alcune edizioni particolari arrivano a 8 o 10 euro già al momento della vendita nei circuiti ufficiali.
Ma il vero salto avviene nel mercato secondario. Alcune versioni prodotte in quantità limitata oppure caratterizzate da errori di stampa sono finite al centro delle aste online.
Il caso più famoso riguarda una banconota dedicata alla città tedesca di Kiel, venduta su eBay per circa 500 euro.
Perché piace così tanto ai collezionisti
Il successo nasce da una combinazione perfetta: estetica delle vere banconote, tirature limitate, forte componente turistica e possibilità di collezionare centinaia di varianti diverse.
In pratica funziona come una via di mezzo tra numismatica, gadget da viaggio e memorabilia pop.
E in un’epoca in cui il collezionismo torna di moda — dalle figurine ai videogiochi retro fino alle carte sportive — anche una banconota che vale zero riesce paradossalmente a valere moltissimo.
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