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Speciale Sanremo 2026

C’è Sanremo al telefono: quasi 2 milioni di italiani scelgono il Festival come suoneria del cellulare

Secondo un’indagine commissionata da Facile.it a EMG Different, quasi 2 milioni di persone hanno scelto un brano sanremese come suoneria. In testa Olly con Balorda nostalgia (180 mila), seguito da Giorgia con La cura per me (152 mila) e Arisa con La notte (118 mila).

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    Sanremo non finisce mai davvero. Si spegne il palco, si smontano le scenografie, si archiviano le polemiche. Ma poi, all’improvviso, suona un telefono. E da quella tasca, da quella borsa, da quella scrivania d’ufficio parte un ritornello che racconta una storia precisa: il Festival continua a vivere nella quotidianità di milioni di italiani.

    Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, 1,9 milioni di persone hanno impostato una canzone del Festival di Sanremo come suoneria del cellulare. Un numero che fotografa un legame culturale che va oltre la classifica finale, oltre la vittoria ufficiale, oltre la settimana televisiva. Perché Sanremo, nel tempo, diventa colonna sonora personale.

    In cima a questa speciale classifica c’è Olly con Balorda nostalgia, scelta da quasi 180.000 italiani come suono delle chiamate in arrivo. Un dato che racconta quanto il brano abbia intercettato una generazione che vive il Festival non solo davanti allo schermo ma anche nello smartphone. Subito dietro, distanziata di pochissimo, Giorgia con La cura per me: oltre 152.000 telefoni squillano con la sua voce. Un risultato che conferma la capacità dell’artista di attraversare le edizioni e rimanere nella memoria collettiva.

    Sul gradino più basso del podio – ma con un peso simbolico fortissimo – c’è Arisa con La notte. Più di 118.000 suonerie per un brano del 2012, definito da molti la “vincitrice morale” di quell’edizione. Sono passati 14 anni dall’uscita, ma il tempo, evidentemente, non ha intaccato la forza emotiva della canzone. Anzi, l’ha trasformata in un classico contemporaneo.

    Il dato più interessante, però, è che non sono solo le canzoni vincitrici a conquistare le tasche degli italiani. La storia del Festival è piena di brani che non hanno trionfato all’Ariston ma hanno vinto altrove: nelle radio, nelle playlist, nelle vite delle persone. Vita spericolata di Vasco Rossi, che nel 1983 si classificò penultima, è oggi un inno generazionale. Musica leggerissima di Colapesce e Dimartino non vinse nel 2021, ma è diventata un tormentone nazionale. E poi evergreen come Piazza Grande di Lucio Dalla o Maledetta primavera di Loretta Goggi, che continuano a risuonare a distanza di decenni.

    La suoneria è un gesto piccolo ma rivelatore. Non è solo una scelta estetica: è un modo per dichiarare un’identità, un gusto, un ricordo. Quando un telefono squilla con un pezzo sanremese, racconta qualcosa di chi lo possiede. È nostalgia, è appartenenza, è ironia, è amore per un ritornello che non si è mai davvero spento.

    Il Festival, in questo senso, è molto più di una gara canora. È un archivio emotivo collettivo. Ogni edizione lascia tracce che si depositano negli anni. E anche quando le polemiche si dissolvono e i riflettori si spengono, resta quella melodia che, all’improvviso, interrompe una riunione o una cena tra amici. Sanremo in tasca, letteralmente.

    Il dato dei 1,9 milioni dice anche un’altra cosa: il Festival continua a essere trasversale. Non appartiene solo a una generazione o a un target televisivo. Vive nelle cuffie, nelle playlist, nei social e nelle notifiche quotidiane. È popolare nel senso più pieno del termine.

    E forse è proprio questa la sua forza. Non solo la gara, non solo lo share, non solo la classifica finale. Ma la capacità di entrare nella vita reale, di trasformarsi in un suono che accompagna le giornate. Sanremo può finire sul palco. Ma per quasi due milioni di italiani continua a squillare.

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      Prove generali all’Ariston, la vigilia che non perdona: primi “verdetti” dei giornalisti accreditato

      Alla vigilia di Sanremo, l’Ariston si riempie per le prove generali: non è ancora gara, ma l’aria è già quella dei giudizi. Tra sedute “clandestine” nelle prime file, scenografie che cambiano volto al palco e un’orchestra distribuita su tre piani, arrivano anche i primi segnali sui brani: Ditonellapiaga costretta a ripetere per problemi di acustica, standing ovation per Sal Da Vinci, veterani freddi e debuttanti appesi a un parere.

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        “Vi preghiamo di restare seduti e non lasciare oggetti nei corridoi.” Se perfino una frase così da aeroporto diventa necessaria, significa che la vigilia di Sanremo è ufficialmente iniziata. All’Ariston, nelle prove generali, la musica conta già. Ma contano anche le sedie. Soprattutto le sedie. Perché le prime nove file sono riservate ai discografici, mentre lo spazio dietro è dedicato ai giornalisti. Eppure, chissà perché, quelle prime file esercitano un magnetismo irresistibile: qualcuno prova a sedersi davanti “clandestinamente”, con quella faccia innocente di chi si è perso e si è ritrovato proprio lì, nel posto migliore. È una delle poche trasgressioni fin qui tentate in un Festival che, almeno a sensazione, sembra più rilassato del solito.

        Il teatro, alla fine, è quasi pieno. E l’effetto è quello che Sanremo produce sempre quando smette di essere un programma e torna a essere un luogo: la platea respira, reagisce, misura. Gli applausi – quelli potenti e quelli di cortesia, quelli convinti e quelli un po’ dimessi – diventano un termometro immediato dell’accoglienza dei brani. Non è ancora la serata dei “paganti”, ma il pubblico accreditato anticipa già qualcosa: una specie di prova generale del giudizio, un assaggio di come potrebbe andare nelle cinque serate al via stasera alle 20,40

        Chi non c’è mai stato spesso resta sorpreso: l’Ariston dal vivo sembra più piccolo di come appare in televisione. È tutta una questione di prospettive, ma anche di regia: in tv il teatro si dilata, dal vivo si capisce quanto ogni dettaglio sia incastrato al millimetro. E infatti le certezze di questa vigilia passano soprattutto dalle “diavolerie” sceniche: sfondi che cambiano pelle, video, giochi di luce ad altezza cantante, pannelli e schermi che fanno sparire le celebri scale all’inizio delle performance. Qualcuno porterà anche dei ballerini, ma quella – come direbbe la scaletta – è un’altra storia.

        Poi c’è l’orchestra, che quest’anno è sistemata ai due lati del palco e suddivisa su tre piani. Una scelta che modifica l’impatto visivo e, per molti, aumenta anche l’ansia da prestazione: l’orchestra non è solo accompagnamento, è un mare che può esaltarti o travolgerti. E la grande preoccupazione di tanti artisti, in queste ore, è proprio quell’interazione: entrare, reggere il pezzo, non farsi mangiare dal suono.

        I cantanti arrivano sul palco a un ritmo non esattamente frenetico, e non per colpa loro: tempi organizzativi, incastri tecnici, la macchina che deve girare senza strappi. La prima è stata Arisa, poi via via tutti gli altri. E qui Sanremo mostra il suo lato più umano, quello che la diretta tende a lucidare: la mimica tradisce tutto. C’è chi non riesce a nascondere la tensione, chi la vive con una rilassatezza quasi provocatoria, e chi è ancora in quel limbo tipico delle vigilie importanti: non ha deciso se essere terrorizzato o euforico.

        Ogni prova è anche un piccolo romanzo. Per problemi di acustica, Ditonellapiaga è costretta a ripetere la performance: il classico intoppo che non spacca il Festival, ma ti ricorda che la perfezione è una superstizione. Per Sal Da Vinci, invece, scatta una sorta di standing ovation. E a quel punto lo schema si ripete: discografici e uffici stampa dei vari artisti non trattengono la tensione e chiedono ai giornalisti un parere, possibilmente confortevole. È un rito parallelo, fatto di sguardi e domande buttate lì con finta nonchalance: “Com’è andata?” “Ti è piaciuta?” “Funziona?” Come se bastasse una frase detta nel foyer per spostare l’asse di un Festival.

        I veterani, com’è prevedibile, mostrano spesso un distacco da professionisti: l’aria di chi queste cose le ha viste e riviste, e sa che tra prova e diretta c’è di mezzo il caos controllato di Sanremo. Tra quelli meno strutturati, invece, il pendolo oscilla: un minuto scetticismo, un minuto dopo euforia. È la psicologia dell’Ariston, che non cambia mai: ti fa sentire enorme e minuscolo nello stesso istante.

        E poi c’è il nodo artistico: non tutti i brani vivono allo stesso modo su quel palco. C’è chi sembra aver scelto il pezzo perfetto per esaltare la vocalità, costruito apposta per far capire “chi sono” in tre minuti. E chi, al contrario, appare un po’ a disagio, troppo lontano dalle situazioni live in cui è cresciuto artisticamente. Il palco dell’Ariston è un ambiente a parte: non perdona l’abitudine al playback mentale, non ti regala nulla se sei nato per un altro tipo di performance.

        Tra i più rilassati, si nota Francesco Renga. Probabilmente è solo questione di abitudine: quando hai macinato anni di palchi e di dirette, l’Ariston resta importante, ma smette di sembrare un tribunale. Non saranno più i tempi delle pellicce strappate e dei disturbatori alla Cavallo Pazzo, ma la tensione qui resta sempre un’ombra defilata sullo sfondo. Perché Sanremo è Sanremo: cambia l’epoca, cambiano le polemiche, cambiano i look e le scalette. Ma quel momento, la vigilia, conserva la stessa verità. Tutti fanno finta di essere tranquilli. E quasi nessuno lo è davvero.

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          Sanremo 76: Conti promette tempi rapidi, ma tra Tiziano Ferro e Sandokan l’orologio sarà il vero giudice

          Carlo Conti scherza con Nicola Savino: “Io all’una sono già a letto”. Il DopoFestival spinge a restare svegli, ma la scaletta è imponente: 30 artisti in gara, medley di Tiziano Ferro, Laura Pausini “logorroica” e il doppio Sandokan. L’obiettivo è evitare le notti oltre le due dell’era Amadeus.

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            “Nicola, io all’una sono già a letto”. Carlo Conti la butta sul ridere, punzecchiando Nicola Savino alla vigilia di una delle serate più impegnative della storia recente del Festival. Savino incassa, mentre Aurora Leone – che con lui, Federico Basso e il maestro Enrico Cremonesi compone il cast del DopoFestival – invita sui social: “Restate che tanto Carlo Conti va spedito e non si fa troppo tardi”.

            Il punto è proprio questo: quanto durerà davvero la prima serata con 30 cantanti in gara? Ufficialmente si parte alle 20.40 su Rai 1 e, da programmazione, alle 1.20 si dovrebbe passare la linea al DopoFestival. Sulla carta, una chiusura “umana”. Nella realtà, una corsa contro il tempo.

            La scaletta è monumentale. Trenta Big uno dopo l’altro, senza risparmio. E poi i super ospiti: Tiziano Ferro con un medley delle sue hit e il nuovo singolo “Sarò un grande”; Kabir Bedi, il Sandokan di ieri; Can Yaman, quello di oggi; Laura Pausini, che si è autodefinita “logorroica”, con il rischio – delizioso per il pubblico – di allungare i tempi con un racconto in più. È un equilibrio delicato tra spettacolo e cronometro.

            Conti, rispetto ai suoi predecessori, ha sempre rivendicato una gestione più “asciutta” della serata. L’obiettivo dichiarato è evitare gli orari monstre dell’era Amadeus-Fiorello, quando si oltrepassavano spesso le due di notte. E infatti il calendario delle prossime serate è costruito con una certa razionalità: domani saliranno sul palco i primi 15 Big e le quattro Nuove Proposte; nella terza serata toccherà agli altri 15 Big e ai due finalisti delle Nuove Proposte. Per entrambe, si punta a chiudere intorno all’1.20. Più lunghe, inevitabilmente, la serata cover di venerdì e la finale di sabato, che dovrebbero terminare poco dopo l’1.40.

            Stasera, però, è la prova del fuoco. Perché tutti i 30 artisti devono esibirsi. Ed è qui che il ritmo diventa decisivo: niente tempi morti, niente pause dilatate. Ogni minuto risparmiato su una presentazione è oro puro.

            Ecco l’ordine di uscita dei cantanti di stasera:

            Ditonellapiaga – Che fastidio!
            Michele Bravi – Prima o poi
            Sayf – Tu mi piaci tanto
            Mara Sattei – Le cose che non sai di me
            Dargen D’Amico – Ai Ai
            Arisa – Magica favola
            Luchè – Labirinto
            Tommaso Paradiso – I romantici
            Elettra Lamborghini – Voilà
            Patty Pravo – Opera
            Samurai Jay – Ossessione
            Raf – Ora e per sempre
            J-Ax – Italia starter pack
            Fulminacci – Stupida sfortuna
            Levante – Sei tu
            Fedez e Marco Masini – Male necessario
            Ermal Meta – Stella stellina
            Serena Brancale – Qui con me
            Nayt – Prima che
            Malika Ayane – Animali notturni
            Eddie Brock – Avvoltoi
            Sal Da Vinci – Per sempre sì
            Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
            Tredici Pietro – Uomo che cade
            Bambole di pezza – Resta con me
            Chiello – Ti penso sempre
            Maria Antonietta e Colombre – La felicità e basta
            Leo Gassmann – Naturale
            Francesco Renga – Il meglio di me
            Lda e Aka 7even – Poesie clandestine

            Una scaletta che alterna generazioni, linguaggi, mondi sonori. Dal pop più classico al rap, dal cantautorato alla contaminazione urban. Il rischio, quando la lista è così lunga, è l’effetto saturazione. Il vantaggio, invece, è che ogni artista può trovare il proprio spazio, senza l’ansia del confronto diretto immediato con metà cast.

            Il vero tema, però, resta il tempo. Perché Sanremo è anche questo: una maratona televisiva che tiene insieme musica, spettacolo e narrazione. E se Conti promette di “andare spedito”, la variabile umana – l’ospite che si emoziona, la battuta che si allunga, l’applauso che non si spegne – è sempre pronta a cambiare il ritmo.

            Alle 20.40 si parte. Alle 1.20, secondo scaletta, dovrebbe finire la musica. In mezzo ci sono 30 canzoni, tre super ospiti di peso, due Sandokan, e una Laura Pausini che ha già avvisato di non essere sintetica.

            Il cronometro è pronto. E, come ogni anno, sarà lui il vero protagonista silenzioso della serata.

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              La lettera di Gianni Morandi che emoziona Sanremo: “Per tutti sei Tredici Pietro, per noi resti il nostro bambino”

              Poche righe, nessuna retorica: Gianni Morandi scrive al figlio Pietro, in gara al Festival con “L’uomo che cade”, e lo accompagna con parole semplici e potenti. Un padre che guarda il palco più famoso d’Italia e vede ancora il bambino sulle sue spalle.

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                A Sanremo si canta, si polemizza, si calcolano gli share. Ma ogni tanto, nel rumore di fondo del Festival, arriva una nota diversa. Più bassa, più intima. E fa più rumore di un ritornello.

                Gianni Morandi ha scelto di non fare un discorso, di non salire in cattedra, di non trasformare l’emozione in spettacolo. Ha fatto una cosa molto più disarmante: ha scritto al figlio. Pietro, per il pubblico Tredici Pietro, debutta questa sera sul palco dell’Ariston con “L’uomo che cade”, brano che parla di inciampi, cadute e ripartenze. E mentre il figlio si prepara a salire su quel palco che il padre conosce come pochi altri, Morandi pubblica un messaggio che è insieme privato e universale.

                Il testo è semplice, quasi spoglio. Nessuna enfasi, nessun effetto speciale. Solo memoria e orgoglio.

                “Riguardo questa foto e mi sembra ieri.
                Tu sulle mie spalle, piccolo, con il mondo davanti agli occhi.

                Stasera salirai sul palco di Sanremo.
                La mamma ed io ti guarderemo emozionati, in silenzio.
                Per tutti sei Tredici Pietro.
                Per noi resti il nostro bambino.
                Comunque andrà, sarà un orgoglio vederti lì, con il tuo coraggio e la tua verità.

                Ti vogliamo bene.
                Mamma e Papà.”

                Dentro queste righe c’è tutto: il tempo che passa, il mestiere che si eredita ma non si impone, la differenza tra il nome d’arte e il nome di casa. “Per tutti sei Tredici Pietro. Per noi resti il nostro bambino.” È la frase che sintetizza il doppio binario di chi cresce sotto uno sguardo pubblico: l’artista che si costruisce un’identità propria e il figlio che, per qualcuno, resterà sempre quello sulle spalle del padre.

                Il debutto di Tredici Pietro a Sanremo non è una comparsata simbolica. “L’uomo che cade” è un brano che racconta fragilità e riprese, un pezzo sospeso tra cantautorato e urban, linguaggio generazionale e confessione adulta. Non è un omaggio al cognome, ma un tentativo di stare in piedi con le proprie gambe, anche a costo di inciampare.

                Ed è forse questo che Morandi sottolinea quando parla di “coraggio e verità”. Parole che pesano più di qualsiasi consiglio tecnico. Perché chi conosce il Festival sa che l’Ariston è una lente d’ingrandimento: amplifica tutto, anche le insicurezze. E allora un padre che dice “comunque andrà” non sta facendo una premessa prudente. Sta mettendo una rete sotto il filo.

                Nel sistema Sanremo, dove tutto diventa narrazione – look, polemiche, ospitate, share – questa lettera introduce un’altra dimensione. Non c’è strategia, non c’è marketing. C’è una foto riguardata, un ricordo, un palco che si avvicina. E due genitori che promettono di guardare “in silenzio”.

                È un dettaglio che dice molto: in un Festival che vive di parole, loro scelgono il silenzio. Non per distacco, ma per rispetto. Per lasciare spazio a chi deve cantare.

                Sanremo è anche questo: il momento in cui una storia privata diventa collettiva. Il figlio di uno dei volti più amati della musica italiana che prova a scrivere il proprio capitolo. E un padre che, invece di raccontare sé stesso, racconta lui.

                Il resto lo farà il palco. Ma intanto, tra una prova e una scaletta, quella frase resta sospesa sopra l’Ariston: “Per tutti sei Tredici Pietro. Per noi resti il nostro bambino.”

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