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Cronaca

E’ tempo di programmare le ferie? Sì ma quante e come utilizzarle?

Le ferie sono un diritto irrinunciabile per il lavoratore e devono essere gestite in modo da conciliare le esigenze dell’azienda con quelle del dipendente.

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    Di quante ferie può godere un lavoratore? Secondo l’art. 2109 del Codice Civile e l’art. 10 del d.lgs. n. 66/2003, un lavoratore ha diritto a un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a quattro settimane. Questo periodo deve essere goduto per almeno due settimane consecutive, su richiesta del lavoratore, nell’anno di maturazione. Le restanti due settimane possono essere utilizzate nei 18 mesi successivi.

    Come si maturano

    Si maturano proporzionalmente al servizio effettivamente prestato, considerando un dodicesimo del periodo annuale per ogni mese di lavoro. Le frazioni di mese di almeno 15 giorni valgono come mese intero. Anche durante le assenze come maternità, paternità, infortunio e malattia continuano a maturare.

    Bisogna sempre concordarle e comunicarle

    Devono essere concordate con il datore di lavoro, che deve tenere conto delle esigenze aziendali e degli interessi del dipendente. Non esiste un periodo di preavviso stabilito per la loro richiesta, ma il datore di lavoro deve comunicare il periodo con congruo anticipo.

    L’annoso problema delle ferie forzate

    Se un lavoratore rifiuta di usufruirne, il datore di lavoro può invitare il dipendente a prendere un periodo di vacanza entro un tempo stabilito (in genere il 31 dicembre) per evitare sanzioni. In extrema ratio, il datore di lavoro può imporre ferie forzate.

    E se durante le ferie mi ammalo?

    Se un lavoratore si ammala durante le vacanze, deve informare il datore di lavoro e seguire tutte le normali procedure amministrative necessarie. Il datore di lavoro può richiedere all’Inps di verificare lo stato di malattia per accertare la compatibilità tra malattia e ferie.

    Rinunciare? Non si può

    L’art. 36 della Costituzione italiana stabilisce che il lavoratore non può rinunciare alle ferie, che sono fondamentali per il recupero delle energie psico-fisiche e per la vita privata.

    Si può essere richiamati a lavorare

    Il richiamo sul posto di lavoro è regolamentato dai contratti collettivi, che stabiliscono le condizioni economiche e le causali. E’ naturale che il lavoratore ha diritto a recuperare il periodo di ferie non goduto.

    Se non le faccio me le paghi? Solo alla fine del rapporto di lavoro

    Quelle non godute non possono essere monetizzate se non in casi specifici previsti dalla legge, come la cessazione del rapporto di lavoro. Il datore di lavoro che non rispetta le regole sulle ferie rischia pesanti sanzioni pecuniarie.

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      Italia

      Mentre il mondo trema tra missili e macerie, a Palazzo Chigi la guerra della premier è contro il re dei paparazzi

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      Mentre il mondo trema tra missili e macerie, a Palazzo Chigi la guerra della premier è contro il re dei paparazzi

        Anni passati a consumare le suole delle scarpe tra i corridoi dei tribunali e le redazioni di provincia insegnano a fiutare la differenza tra una sciabolata finto-giornalistica mirata a distruggere una reputazione e il classico, vecchio, intramontabile rumore di fondo del pettegolezzo politico. Quello che andrà in scena giovedì 21 maggio a Palazzo Chigi, tuttavia, è un cortocircuito che scavalca i confini del giornalismo ed entra di diritto negli annali della curiosità istituzionale.

        Le porte della presidenza del Consiglio si apriranno per trasformarsi temporaneamente in un’aula di giustizia. Una trasferta in piena regola per la magistratura milanese: la giudice Nicoletta Marcheggiani, il pm Giovanni Tarzia, il cancelliere e persino il procuratore capo Marcello Viola varcheranno il portone romano per raccogliere la testimonianza della parte civile, la premier Giorgia Meloni. Di fronte a lei ci sarà l’imputato per diffamazione aggravata, l’ex re dei paparazzi Fabrizio Corona, accompagnato dal legale Ivano Chiesa, insieme al direttore di Dillinger News Luca Arnaù (difeso da Alessio Pomponi). Un trasloco logistico reso necessario dal fatto che Corona ha legittimamente rifiutato la videoconferenza per la premier, e Meloni ha esercitato la facoltà di essere ascoltata nella sede del Governo. Grande assente, o quasi, il co-querelante Manlio Messina, l’ex assessore siciliano che in queste ore affronta altre “frizioni” politiche, avendo appena rotto i ponti con Fratelli d’Italia e con il commissario dell’Isola, Luca Sbardella.

        Fin qui la cronaca giudiziaria e i suoi rituali. Ma basta che un lettore attento vada a rileggere l’ormai celebre “corpo del reato” – l’articolo pubblicato su Dillingernews.it il 20 ottobre 2023 dal titolo “E se il cuore di Giorgia Meloni fosse già occupato? Dalla Sicilia ci raccontano che…” – si accorge che il confine tra reato penale e fuffa estiva si fa sottilissimo. Anzi, quasi inesistente.

        Un ritratto (fin troppo) lusinghiero

        L’accusa mossa dalla Procura è che Corona e Arnaù abbiano confezionato una notizia falsa a tavolino per fare “clickbait” nel giorno più sensibile, ovvero quando la premier annunciava l’addio allo storico compagno Andrea Giambruno. Ma leggendo il testo riga per riga, balza all’occhio un dettaglio macroscopico: manca l’ingrediente fondamentale della diffamazione, ossia l’offesa alla reputazione.

        Manlio Messina, descritto nell’articolo come il presunto nuovo amore, viene letteralmente incensato: “Bello, bravo e in gran carriera”, “un politico di razza, di sicuro avvenire”, e persino “incorruttibile”. Difficile trovare un danno d’immagine in un ritratto del genere, che somiglia più a un profilo celebrativo che a una polpetta avvelenata. Per Giorgia Meloni, d’altro canto, si parla teneramente di un “cuore spezzato” che cerca di “riportare l’amore”. Ipotizzare una relazione sentimentale tra due adulti consenzienti, per quanto uno dei due sia sposato (circostanza che il pezzo liquida con un punto di domanda), nella giurisprudenza in materia di cronaca rosa non ha mai configurato un insulto o un’attribuzione di condotte disonorevoli.

        Il trionfo del condizionale

        Un altro pilastro del giornalismo di difesa è la continenza verbale e la natura dubitativa. L’articolo di Dillinger è un capolavoro di prudenze stilistiche. Non c’è una sola affermazione categorica. Si scrive: “ci regalano un nome e una suggestione che per adesso non è nulla di più che una voce maligna”. E ancora: “Vero, falso? Semplici dicerie o scoop del momento?”. Gli autori ammettono persino di non avere in mano nulla: “Anche se manca la pistola fumante di un qualcosa di più…”.

        Il pezzo si aggrappa alle foto pubbliche su Instagram in cui i due esponenti di Fratelli d’Italia appaiono abbracciati (del tutto normali tra colleghi di partito di lunga data) e conclude con il proverbiale “Vox populi, vox Dei”.

        La giustizia ostaggio del circo mediatico

        In un Paese civile, la giustizia dovrebbe occuparsi di cose serie. Quello di Dillinger News è stato un classico esempio di giornalismo urlato, basato sul nulla, utile solo a drenare traffico web sfruttando il trend del momento. Una sgrammaticatura professionale, se vogliamo, smentita dai fatti e dai diretti interessati ventiquattr’ore dopo.

        Veder schierati i vertici della Procura di Milano e trasformare il cuore delle istituzioni italiane in un set da “processo dell’anno” per un articolo che si commenta e si sgonfia da solo, lascia un retrogusto amaro. La diffamazione è un reato grave che distrugge le vite; questo pezzo era solo un pettegolezzo venuto male. Ma giovedì i riflettori si accenderanno comunque a Palazzo Chigi, per regalare a Fabrizio Corona l’ennesimo, clamoroso palcoscenico che, forse, non meritava nemmeno.

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          Cronaca

          “Sono uscito sapendo che sarei morto”: il racconto choc di El Koudri dal carcere

          Dal carcere emergono i primi frammenti di racconto del 31enne accusato di aver travolto i passanti in centro e ferito chi tentava di fermarlo. Il legale prepara la richiesta di perizia psichiatrica, mentre gli inquirenti escludono al momento la pista terroristica.

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          Salim El Koudri

            C’è una frase, pronunciata con voce flebile nel colloquio con il suo avvocato, che più di ogni altra riassume il buio di questa vicenda: «Sapevo che quel giorno sarei morto».

            È da qui che ripartono le indagini sul caso di Salim El Koudri, il 31enne accusato di aver seminato il panico sabato pomeriggio nel centro di Modena, lanciando la propria auto contro i passanti lungo via Emilia e tentando poi di colpire con un coltello alcune persone che cercavano di bloccarlo.

            Il racconto che arriva dal carcere, riferito dal difensore Fausto Gianelli, restituisce l’immagine di un uomo smarrito, incapace di fornire una ricostruzione lineare di quanto accaduto. Risposte brevi, spesso ridotte a cenni del capo, frasi sconnesse e un’apparente difficoltà a mettere in fila i ricordi.

            Secondo quanto trapela dal colloquio, El Koudri avrebbe riferito di essere uscito di casa quella mattina portando con sé un coltello da cucina, convinto di non fare ritorno. Un’affermazione pesante, che spinge la difesa a preparare una richiesta di perizia psichiatrica per accertare le sue condizioni mentali al momento dei fatti.

            A chi gli ha comunicato la gravità delle condizioni di alcuni feriti, il 31enne avrebbe reagito con poche parole: «Che cosa tremenda». Una reazione che, secondo chi lo ha incontrato, sarebbe apparsa quasi scollegata dalla piena consapevolezza dell’accaduto.

            Emergono intanto nuovi elementi sul suo passato recente. El Koudri avrebbe raccontato di essersi rivolto nel 2022 a un centro di salute mentale, lamentando stati persecutori e avviando un percorso farmacologico poi interrotto nel 2024. Circostanza che, secondo quanto riferito, non sarebbe stata nota neppure ai familiari.

            La famiglia, descritta dal legale come «travolta dal dolore», avrebbe espresso anzitutto preoccupazione per le vittime. In particolare per la donna gravemente ferita, che ha riportato conseguenze devastanti nell’impatto.

            Tra i dettagli più sorprendenti emersi dal colloquio in carcere c’è la richiesta avanzata dal detenuto: una Bibbia e la possibilità di parlare con un sacerdote. Un gesto che ha alimentato interrogativi, anche se il difensore ha escluso qualunque percorso religioso strutturato o collegamenti ideologici.

            Sul fronte investigativo, la Procura distrettuale di Bologna e gli inquirenti modenesi continuano a lavorare a stretto contatto. Al momento non emergono elementi concreti che facciano pensare a una matrice terroristica. Il fascicolo resta incardinato a Modena con accuse gravissime, tra cui strage e lesioni aggravate.

            Il profilo biografico di El Koudri aggiunge ulteriori elementi di complessità. Nato in provincia di Bergamo, cittadino italiano dal 2009, cresciuto nel Modenese, laureato in Economia aziendale, descritto da chi lo ha conosciuto come uno studente brillante e senza particolari segnali di allarme.

            Ed è forse proprio questo il dato che più inquieta: la frattura improvvisa tra un’esistenza apparentemente ordinaria e un gesto che ha sconvolto un’intera città.

            A Modena, intanto, restano le sirene, il sangue sull’asfalto e quella domanda che nessuna perizia potrà cancellare del tutto: cosa si spezza, dentro una persona, prima che accada l’impensabile?

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              Mondo

              Bitcoin nel mirino dei computer quantistici? Il conto alla rovescia che agita la rete

              Tra allarmi, scenari futuribili e qualche inevitabile esagerazione, il dibattito sulla sicurezza delle criptovalute torna al centro della scena. L’ipotesi che un computer quantistico possa violare le chiavi crittografiche accende il confronto tra scienziati e investitori.

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              Bitcoin nel mirino dei computer quantistici? Il conto alla rovescia che agita la rete

                Se pensavate che la vostra “chiave privata” fosse più sicura dei segreti di Fatima, è il momento di fare un respiro profondo. John Martinis, l’uomo che ha appena aggiunto un Premio Nobel per la Fisica (2025) sulla mensola del caminetto, ha lanciato una bomba che fa tremare i portafogli digitali di mezzo pianeta: il computer quantistico potrebbe polverizzare la crittografia Bitcoin in soli 9 minuti.

                Il timer dell’apocalisse digitale

                Non è la trama di un film di Christopher Nolan, ma il calcolo di uno dei massimi esperti mondiali di supremazia quantistica. Secondo Martinis, la potenza di calcolo dei nuovi processori a qubit è ormai prossima a rendere obsoleti gli algoritmi che proteggono la blockchain.

                In particolare, il fisico ha sollevato il velo sulla vulnerabilità di certi indirizzi:

                • I “Vecchi Depositi”: Gli indirizzi Bitcoin più datati (quelli legati alle chiavi pubbliche riutilizzate o esposte) sono i primi sulla lista dei desideri dei futuri pirati quantistici.
                • L’Effetto Domino: Non è solo una questione di criptovalute. Martinis avverte che l’intera infrastruttura di Internet — dalle transazioni bancarie alle cartelle cliniche — dovrà migrare verso protocolli di crittografia post-quantistica nei prossimi 5-10 anni.

                “Siamo in una corsa contro il tempo,” ha commentato Martinis con la calma di chi sa contare i fotoni. “Non è questione di ‘se’, ma di ‘quando’ le serrature matematiche di oggi diventeranno fragili come cracker.”

                Investire nel ferro (quantistico)

                In questo scenario da “fine del mondo 2.0”, Martinis vede però un’opportunità dorata. Mentre molti fuggono verso l’oro fisico, il fisico suggerisce che questo sia il momento perfetto per investire nell’hardware.

                La transizione richiederà un potenziamento massiccio dei server mondiali. Chi riuscirà a produrre i chip resistenti agli attacchi quantistici o, meglio ancora, a scalare la produzione di processori criogenici, si troverà in mano le chiavi del nuovo regno digitale.

                Fact-Checking: Tra scienza e realtà

                Per onor di cronaca, è bene fare una piccola precisazione “terrena”: mentre Martinis è una colonna portante della fisica mondiale (celebre per il suo lavoro con Google sulla supremazia quantistica), ad oggi la comunità scientifica ritiene che servano milioni di qubit stabili per “bucare” Bitcoin, un traguardo che richiede ancora sforzi ingegneristici titanici.

                Tuttavia, con un Nobel in tasca e 9 minuti sul cronometro, ignorare l’avvertimento di Martinis potrebbe essere l’errore più costoso della storia dell’informatica. Uomo avvisato, Satoshi salvato.

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