Politica
Dal tuffo di Vannacci allo zaino-presepe: il 2025 politico che non avremmo mai voluto vedere (ma che ci ricorderemo benissimo)
Se è vero che ogni anno ha il suo “peggio”, il 2025 ha deciso di complicarci il lavoro: più che una classifica, un catalogo sterminato. Con una costante di fondo: la sensazione che la politica italiana abbia trascorso dodici mesi in equilibrio instabile tra reality show, cabaret involontario e un senso di smarrimento collettivo che neppure il più ottimista dei commentatori riesce a mascherare.
Si comincia il primo giorno dell’anno, con quello che ormai è diventato un format: il tuffo a mare del generale Roberto Vannacci. Il rito virale, mezzo goliardata mezzo autopromozione permanente, inaugura simbolicamente un 2025 in cui la sobrietà istituzionale resterà, per lo più, un optional.
Pochi giorni dopo arriva la tv di Stato a dare il tono: a Viva Puccini, programma Rai costruito intorno alla figura di Beatrice Venezi, fa irruzione una imitazione di Corrado Augias che oscilla tra l’omaggio malriuscito e la parodia involontariamente crudele. Nel frattempo, sui social, una card che ritrae il presidente Trump, Giorgia Meloni ed Elon Musk in abiti imperiali da antichi romani sintetizza in un’immagine la deriva mitomane del discorso pubblico: potere, social e nostalgia pop buttati nello stesso frullatore.
Social, sindaci e compleanni infiniti
L’ordinario calendario dell’impudicizia procede spedito. A Roma il sindaco Roberto Gualtieri, evidentemente sedotto dal richiamo dei social, imbraccia la chitarra e accompagna prima Boy George e poi gli Stereotipe, in una sorta di parodia folk del Giubileo: più che “città eterna”, sembra la versione municipale di un talent show.
Nel frattempo il linguaggio politico si adegua al clima generale. Il 2025 consacra l’uso sistematico di “rosiconi” come insulto jolly per qualsiasi critica. “Sfigati” resta in catalogo come variante di retroguardia, ma comunque gettonata. Sullo sfondo, il compleanno a puntate di Matteo Renzi che festeggia i 50 anni come se fossero un tour: feste multiple, comparsate e un interminabile giro di eventi che sembrano la versione birthday del suo eterno ritorno al centro del palco.
Tra una torta e un selfie, scopriamo che Riccardo “Riccardone” Bossi, figlio del Senatùr, ha beneficiato del reddito di cittadinanza: il sussidio nato per i più fragili che, nella sua fase terminale, diventa simbolo plastico di un’Italia dove le etichette valgono più delle biografie.
Intanto il premier albanese Edi Rama, tra doni, sorrisi, inchini e complimenti, si sdilinquisce nei confronti di Giorgia Meloni, che chiama “Her Majesty”. Un cortocircuito simbolico che dice molto della nuova grammatica del potere nel Mediterraneo: lusinghe, scenografie, reciproci tornaconti, con la gestione dei migranti sullo sfondo.
Sul versante istituzionale, il presidente del Senato Ignazio La Russa ritiene doveroso spiegare agli italiani – in video – come ci si comporta a un tavolo di burraco; l’ex sindaca Virginia Raggi, già volto “puro” del Movimento 5 Stelle, approda invece al mondo del glamour come “Speaker” dell’agenzia Celebrity. E siamo ancora a gennaio.
Papere lessicali, latrati e buchi neri di memoria
Posto che il concetto stesso di “peggio” è altamente soggettivo – per qualcuno è intrattenimento, per altri sintomo di decadenza – bisogna riconoscere che la materia prima abbonda. E supera, come avrebbe detto Andreotti, “il necessario e il soverchio”.
Nel 2025 entra di diritto nel cronicario delle brutture l’espressione “presidente del Coniglio” pronunciata in aula da Elly Schlein: scivolone lessicale che pare uscito dalla penna di un copy malandrino. L’episodio viene prontamente seguito dal richiamo al “salto quantico” che la segretaria del Pd invoca per il suo partito: metafora ambiziosa, ma di scarsissimo conforto per un elettorato già parecchio frastornato.
Sul fronte opposto non si scherza. L’onorevole Augusta Montaruli, sorella d’Italia, sceglie di sottolineare le proprie argomentazioni in tv con una serie di “Bau! Bau! Bau!” indirizzati all’avversario. La scena, al confine tra cabaret e bullismo da cortile, entra immediatamente nel repertorio virale del 2025.
Ma il Peggio non è sempre ridanciano. Nella stessa cornice temporale, la testimonianza vaga e imbarazzata dell’ex consigliere diplomatico del governo Renzi al processo per l’uccisione di Giulio Regeni ricorda che la zona grigia tra responsabilità politiche, omissioni e memoria selettiva resta uno dei punti più dolorosi della nostra comunità nazionale.
Borse, tarocchi e campagne mid-luxury
Il sistema mediatico, stretto tra produzione e consumo, ritrova presto il suo habitat naturale: la rissa glamour. Scoppia la guerra delle borse tra Francesca Pascale e la ministra del Turismo Daniela Santanchè. Al centro del contendere, due preziose bag che Pascale sostiene di aver ricevuto in dono nel 2014 e che, una volta portate a riparare, sarebbero risultate false. Santanchè querela, il racconto dilaga tra social e talk: è l’iper-kitsch che si spalma sul futuro giudiziario, tra accuse di tarocco e nostalgia del Cav.
Intanto, sullo sfondo delle grandi questioni irrisolte del Paese, nasce un movimento centrista che si chiama Drin Drin; l’influencer napoletana Rita De Crescenzo sfila nei cortei per la pace; il vicedirettore del Dis va in pensione a 51 anni per decreto ad personam della presidente del Consiglio.
Tra un decreto e un meme, Giorgia Meloni invia a Carlo d’Inghilterra un barattolone di Nutella con biglietto annesso: suggerimento di consumo “dopo essersi messo un comodo pigiama”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dal canto suo, decide di omaggiare il vicepresidente Usa J.D. Vance con una confezione di mozzarelle. Vance, per chiudere il cerchio, si presenta in Vaticano in cerca di una sorta di investitura carolingia. Papa Francesco lo congeda regalando ai figli alcuni ovetti Kinder: diplomazia dolce, ma non troppo.
Dal balletto di Valditara al teschio di Sechi
La civiltà dell’immagine, moltiplicata da schermi ovunque, produce visioni che rasentano l’allucinazione. Il ministro Valditara balla in un liceo, in un esperimento di “prossimità” che sembra pensato più per i social che per la scuola. Piero Fassino viene sorpreso mentre si “inguatta” una bottiglietta di Chanel al duty free di Fiumicino.
Maurizio Gasparri invita Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia, e il rapper, che evidentemente si abitua in fretta al nuovo contesto, si fa immortalare – un po’ imbronciato – con una maglia gialla Nesquirt accanto a un Tajani perennemente giulivo.
A Trento, un leader universitario sfila con una t-shirt “Barbie Brigate Rosse”, sintesi perfetta dell’epoca in cui qualsiasi icona, anche la più tragica, può essere inghiottita dall’estetica del gadget. Matteo Salvini tenta l’ennesimo rilancio del Ponte sullo Stretto, questa volta come infrastruttura “strategica e militare” per ottenere fondi Nato. L’Alleanza, però, non abbocca.
Alla festa di Libero, Mario Sechi apre declamando un pezzo di Amleto con tanto di teschio in mano. Nel programma Rai assegnato con ostinazione a Pino Insegno, irrompe come ospite l’influencer Ruttovibe, che esegue il Valzer delle candele… a suon di rutti.
A quel punto, discutere di “cultura della colpa” nordica e “cultura della vergogna” mediterranea appare quasi un esercizio accademico. Il grande tema, semmai, è la progressiva anestesia dello sguardo: lo spettacolo permanente delle stoltezze finisce per esercitare una strana attrazione, normalizzando l’iper-kitsch come rumore di fondo.
Tra calcio del cuore, campi in Albania e orgoglio di pasta
Non bastasse, il 2025 riesce a trasformare in farsa anche i buoni sentimenti. Alla Partita del Cuore, un gol in fuorigioco di Elly Schlein diventa metafora pronta all’uso: la rete “irregolare” che riaprirebbe le porte della coalizione a Matteo Renzi.
Intanto i costosissimi centri per migranti in Albania, presentati come fiore all’occhiello dell’accordo con Rama, si svuotano fino a diventare – nei fatti – una sorta di canile di lusso.
Nel frattempo spuntano l’orrido monumento pesarese al casco di Valentino Rossi, i buoni benzina e i pacchi di pasta che tornano protagonisti delle campagne elettorali, come se nulla fosse cambiato dagli anni Ottanta.
La sottosegretaria Matilde Siracusano definisce “orgasmica” la seduta del Parlamento in cui viene approvata la riforma della Giustizia: l’ennesima prova che l’ammiccamento permanente ha ormai colonizzato tutti i registri del discorso pubblico.
A tenere insieme il tutto, una colata di retorica nazional-sovranista: lo spot delle Ferrovie sugli italiani “popolo d’acciaio” e l’inno Vai, Italia! di Mogol, cantato da Al Bano col panama in testa per promuovere la cucina italiana all’Unesco. Intanto, nel mondo reale, al Festival dell’Unità di Lodi scoppiano risse tra extracomunitari; nel duello Meloni-Schlein si passa da Mascetti di Amici miei a Wanna Marchi nel rimpallo delle citazioni; a Firenze infuria, in notturna, la LeopolDance.
Presepi nello zaino e salti sul palco
Il cinema trova la sua coppia simbolo in Giulio Base e Tiziana Rocca, a capo di una casa di produzione che si chiama Agnus Dei, in perfetto equilibrio tra sacro, pop e branding.
L’estate ci aveva già regalato l’immagine del generale Vannacci immerso in acqua con la testa di un pescione in mano; l’autunno porta in dote il pasticcio dei santi: il ripristino della festività di San Francesco a scapito di Santa Caterina da Siena scatena un gigantesco gioco dell’oca tra calendari, patronati e identità simboliche.
Nel giro di pochi giorni arriva anche lo scambio di persona: il Nobel Giorgio Parisi inserito per errore in una commissione del ministero della Salute al posto di un omonimo; a Roma, nella Galleria Alberto Sordi, va in scena Orgoglio Pasta, iniziativa gastro-governativa che sembra un incrocio tra televendita e sagra di provincia, con il ministro Lollobrigida in prima fila.
Sempre a proposito di orgoglio, entra nella storia degli slogan “Vota Tiero e vanne fiero” del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Emilio Tiero, finito ai domiciliari. Alla buvette di Montecitorio arriva il gelato in coppetta: il questore Trancassini lo presenta come “un atto di giustizia”, perché al bar dei dipendenti il cono freddo era già disponibile. Giustizia sociale, ma in freezer.
Il presidente della Lazio Claudio Lotito fa benedire da un sacerdote il campo di allenamento per porre fine alla scia di infortuni; in Campania, alle elezioni, l’ex ministro Gennaro Sangiuliano posa con cappellino rosso “Make Naples Great Again”; nel video finale di campagna, i big del centrodestra si lanciano in una saltellante danza di guerra, il classico “chi non salta…” esibito come rito identitario. Lo sguardo è catturato soprattutto dal balzo ripetuto di Tajani, versione politica di un Orso Yoghi allegro.
Poi, immancabili, le lacrime di coccodrillo sull’astensione: un italiano su due non vota più, ma il sistema continua a pensare che bastino Nutella, mozzarelle e selfie a colmare il divario.
A chiudere il cerchio, lui, ancora lui: Roberto Vannacci, che dopo tuffi, pescioni e dirette infinite inaugura lo zaino-presepe. Oggetto perfetto per riassumere un anno in cui sacro e gadget, istituzioni e marketing personale, tragedia e farsa si sono fusi in un’unica, interminabile story.
Se davvero al Peggio non c’è mai fine, qualche ragione strutturale, più che caratteriale, dovremo pure trovarla. Nel frattempo, non resta che archiviare il 2025 per quello che è stato: un grande, stordente reality nazionale travestito da politica. E augurarsi – con un filo di scaramanzia – che il nuovo anno riesca almeno a sorprenderci… in meglio.
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Politica
Giorgia Meloni pronta a entrare nella Casa del GF: notte da ospite dopo il podcast di Fedez e l’accordo con Pier Silvio Berlusconi
Una presenza destinata a far discutere e, se confermata, a cambiare per sempre il rapporto tra politica e intrattenimento televisivo. Giorgia Meloni sarebbe pronta a entrare nella Casa del Grande Fratello per una partecipazione speciale che prevederebbe una permanenza di un’intera notte insieme ai concorrenti.
L’indiscrezione arriva da fonti vicine agli ambienti Mediaset e parla di un accordo raggiunto dopo settimane di contatti riservati. A spingere per l’operazione sarebbe stato Pier Silvio Berlusconi, convinto della necessità di portare nel reality eventi capaci di segnare una svolta narrativa.
Una notte nella Casa per raccontarsi
Secondo quanto trapela, la presenza della premier non si limiterebbe a un semplice ingresso simbolico. Il format studiato prevederebbe momenti di confronto diretto con i concorrenti, dialoghi sulla vita privata e professionale e una serie di interventi pensati per mostrare un lato meno istituzionale della leader.
L’obiettivo sarebbe quello di costruire una narrazione più personale, già emersa durante la recente partecipazione al podcast di Fedez, che ha registrato numeri importanti e un forte impatto mediatico.
Il ruolo decisivo di Pier Silvio Berlusconi
Dietro l’operazione ci sarebbe una strategia precisa: rafforzare il legame tra informazione, racconto e intrattenimento, puntando su figure capaci di catalizzare l’attenzione del pubblico trasversale.
Pier Silvio Berlusconi avrebbe seguito in prima persona le trattative, portata avanti dal direttore generale Paolo Loasso, considerandole un banco di prova per un nuovo modo di fare televisione generalista, sempre più orientata a contaminare generi e linguaggi.
I dettagli organizzativi e il nome in codice
La macchina produttiva sarebbe già in movimento. Tra gli autori circola un nome in codice utilizzato per identificare l’operazione: “Progetto Lampuga”. Un’etichetta interna, utilizzata per mantenere il massimo riserbo su un’iniziativa considerata estremamente delicata.
Al momento non ci sono conferme ufficiali né da Palazzo Chigi né da Mediaset, ma il livello di definizione dell’operazione lascia pensare che qualcosa si stia realmente muovendo.
Se l’ingresso dovesse concretizzarsi, sarebbe una prima volta assoluta per la televisione italiana. E non solo.
Politica
Meloni da Fedez, ma Mr Marra la smentisce in diretta: “Io voto NO” e il podcast diventa un caso politico
Doveva essere un’operazione di comunicazione, è diventata un boomerang mediatico. Dopo l’ospitata di Giorgia Meloni nel podcast di Fedez e Mr Marra, è proprio il co-conduttore a smarcarsi: “Io domenica voterò no”. E il dibattito esplode.
Giorgia Meloni va da Fedez per parlare al pubblico giovane, ma a far rumore è quello che succede dopo. L’intervista al Pulp Podcast, attesissima e discussa per giorni, si trasforma in un caso politico quando Mr Marra decide di rompere la linea e dichiarare apertamente la sua posizione: «Io domenica voterò no». Una frase secca, senza giri di parole, che ribalta completamente la narrazione.
L’intervista che accende le polemiche
Il confronto tra la premier e i due conduttori era già finito sotto la lente per il presunto mancato contraddittorio. Critiche respinte dallo stesso Marra, che ha spiegato le condizioni dell’intervista: «Non mi pare proprio che non ci siano state domande. Va analizzato il contesto: non eravamo a casa nostra e avevamo quaranta minuti. Dovevamo fare di necessità virtù. Io ho fatto tutte le mie domande».
Una difesa che non ha spento le polemiche, anzi. Perché a rendere il quadro ancora più esplosivo è stata proprio la sua presa di posizione personale sul referendum.
“Io voto no”: la frase che cambia tutto
Nel corso della trasmissione online Non è la tv di FanPage, Marra ha chiarito senza ambiguità il suo orientamento: «Io domenica voterò no». Una dichiarazione che stride con la linea sostenuta da Giorgia Meloni durante l’intervista e che ha immediatamente acceso il dibattito sui social.
Secondo lo stesso Marra, l’effetto dell’intervista potrebbe essere stato opposto rispetto alle aspettative: «Chi ci ha guardato potrebbe anche aver deciso di votare no perché non gli sono piaciute le risposte di Meloni». Un passaggio che, più di altri, ha dato la misura del cortocircuito comunicativo.
Inviti agli altri leader e il nodo pluralismo
Il co-conduttore ha poi voluto chiarire un altro punto chiave: l’accusa di aver dato spazio solo alla premier. «Avevamo invitato Schlein, Conte e Salvini con un preavviso maggiore rispetto a Meloni, addirittura dai tempi di Muschio Selvaggio», ha spiegato, sottolineando come il tentativo di garantire pluralismo ci sia stato.
E sul peso reale del podcast ha ridimensionato le critiche: «Le visualizzazioni non si trasformano automaticamente in voti, non è un’equazione». Parole che però non bastano a chiudere la discussione.
Nel finale, Marra rivendica anche la propria identità politica: «Sono un uomo di sinistra e da anni denuncio la pessima gestione della comunicazione da parte della politica italiana». Una posizione netta che, invece di spegnere il caso, lo rilancia.
L’effetto finale è evidente. L’operazione mediatica pensata per rafforzare un messaggio si trasforma in un terreno di scontro. E il podcast, da spazio di dialogo, diventa arena politica.
Politica
Vasco Rossi accende il caso referendum con una frase cult: “C’è chi dice no”. E i social esplodono
Vasco Rossi ricorda l’uscita di C’è chi dice no e infiamma i social: per molti è un segnale contro il referendum sulla separazione delle carriere. Nessun endorsement esplicito, ma fan e comitati leggono il messaggio come un assist politico.
Basta una frase, e con Vasco Rossi succede sempre la stessa cosa: il rock diventa detonatore. Stavolta il Blasco ha pubblicato sui social un messaggio all’apparenza semplice, quasi da anniversario musicale: «C’è chi dice no esce il 19 marzo 1987… e dopo 39 anni rimane sempre attuale». Il punto è che il calendario non perdona e neppure la politica. Perché quel richiamo cade a ridosso del referendum sulla riforma della giustizia in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo, e così il post ha immediatamente acceso interpretazioni, entusiasmi e sospetti.
Il post di Vasco Rossi e il corto circuito politico
Formalmente non c’è alcun invito esplicito al voto. Vasco non scrive “votate no”, non cita il quesito, non entra nel merito della separazione delle carriere. Però il web, si sa, non aspetta il timbro notarile. In pochi minuti il post è stato letto da molti follower come una strizzata d’occhio chiarissima alla campagna del no. Nei commenti si è visto di tutto: chi ha scritto “attualissimo”, chi ha moltiplicato i “no” come in un coro da stadio, chi gli ha chiesto di fare “l’ultimo sforzo” e dire apertamente come voterà. Insomma, il solito meccanismo: Vasco lancia un sasso musicale e la politica ci costruisce sopra un comizio.
I comitati si aggrappano al Blasco
A cogliere la palla al balzo non sono stati solo i fan. Anche i comitati contrari alla riforma hanno fatto girare rapidamente lo screenshot del post, trasformandolo in una sorta di manifesto non dichiarato. È la forza simbolica di Vasco, che da decenni riesce a entrare nella pancia del Paese con una canzone molto più di tanti leader con tre conferenze stampa.
E così C’è chi dice no, nato come album nel 1987, torna a circolare come slogan perfetto per una battaglia politica del 2026. Non perché lui l’abbia detto apertamente, ma perché il titolo basta e avanza per incendiare l’immaginazione di chi vuole leggerci dentro un messaggio.
I precedenti contro Salvini e il gelo con il governo
Che Vasco non sia nuovo a uscite che sfiorano o colpiscono la politica, del resto, non è una novità. Già in passato aveva usato altri suoi brani per attaccare figure di governo, in particolare Matteo Salvini, punzecchiato pubblicamente con Basta poco e con quella battuta diventata inevitabilmente virale sull’essere “solo un po’ ignoranti”.
Poco prima, aveva anche dedicato Asilo Republic alla premier Giorgia Meloni, in un altro cortocircuito tra repertorio rock e messaggio politico. Per questo il nuovo post ha fatto tanto rumore: non arriva nel vuoto, ma dentro una storia recente in cui Vasco ha già mostrato di non avere troppi problemi a infilare il coltello nel dibattito pubblico. Stavolta lo ha fatto davvero? Oppure si è limitato a ricordare un album e il resto ce lo hanno messo fan, oppositori e professionisti della dietrologia? Il bello, o il guaio, è proprio questo: con Vasco basta poco. E no, non è solo il titolo di una canzone.
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