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Televisione

Una serie che ci trasporta nell’antica Roma

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    C’è voglia di “antichità” fra gli spettatori… o almeno così parrebbe. Vivendo i fasti di civiltà antiche, attraverso produzioni tele-cinematografiche da sogno, impreziosite da cast stellari. In attesa del Gladiatore 2 di Ridley Scott, con Paul Mescal e Pedro Pascal – a distanza di ventiquattro anni dall’uscita del primo iconico film con Russell Crowe – arriva Those About to Die che sbarca dal 19 luglio su Prime Video, lungo 10 episodi.

    Roma antica, quando era lei a dominare il mondo

    Si tratta di un dramma storico creata dallo scrittore candidato all’Oscar Robert Rodat (Salvate il soldato Ryan) e diretto da Roland Emmerich (Independence Day), ambientato nell’antica Roma del 79 a.C., quando la città era la più ricca del mondo, animata da un grande flusso di schiavi che la raggiungeva come manodopera.

    Cibo e spettacoli violenti per controllare la plebe

    L’annoiato popolo romano, sempre più violento, viene gestito dal potere con due modalità: cibo gratuito e intrattenimento spettacolare con gare di bighe e scontri fra gladiatori. Si tratta del più volte citato panem et circensem, locuzione coniatadal poeta Giovenale, che sintetizzava le aspirazioni della plebe. Valida anche in epoca contemporanea, in riferimento a strategie politiche demagogiche…

    Un cast guidato da una leggenda del cinema

    Il cast di questa nuova serie è guidato da una leggenda del cinema: Sir Anthony Hopkins, due volte premio Oscar, nel ruolo dell’imperatore Vespasiano, Iwan Rheon (Il Trono di Spade) in quello di Tenax, Tom Hughes come Tito Flaviano e Sara Martins-Court (Delitti in Paradiso) che impersona Cala. Vedremo anche Jóhannes Haukur Jóhannesson (Il Trono di Spade) nel ruolo di Viggo, Jojo Macari (Sex Education) Domiziano, Gabriella Pession (Crossing Lines) nel ruolo di Antonia, Dimitri Leonidas (Rosewater) come Scorpus.

    Il plot

    La trama sviscera il mondo corrotto dei gladiatori, ed esplora un “lato nascosto” dell’Impero Romano. Approfondendo quello che era lo show business agli albori, pensato per intrattenere le masse dando a loro ciò che desideravano di più: il sangue. Una società, quella romana, dove non c’erano vie di mezzo. Avidità di denaro, violenza, lotte di potere e corruzione sono alla base dell’avvincente sceneggiatura.

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      Televisione

      Ventura-Perego, gelo a Rai2: Paola Barale prende il posto e le parole che fanno rumore

      Simona Ventura fuori, Paola Barale dentro: il nuovo assetto del programma accende il gossip. E la replica di Paola Perego non passa inosservata.

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        Altro che semplice cambio di poltrona. A Citofonare Rai2 l’aria sembra essersi fatta decisamente più fredda, e non solo per il nuovo assetto in studio. Al posto di Simona Ventura ora c’è Paola Barale accanto a Paola Perego, e il passaggio, almeno a giudicare dalle parole della conduttrice, non è stato esattamente indolore.

        Il cambio che accende il retroscena
        Quando una coppia televisiva si rompe, difficilmente è solo una questione di palinsesto. E qui il sospetto cresce. Ventura prende un’altra direzione, approda a Mediaset e lascia spazio a un nuovo equilibrio. Fin qui la versione ufficiale. Ma il modo in cui Perego racconta la vicenda lascia spazio a più di una lettura.

        La frase che non passa inosservata
        “Lei ha scelto un’altra strada, ci sta. Ha scelto di andare a Mediaset e fare un altro percorso. È finita così.” Poche parole, ma sufficienti per dare la misura del clima. Nessuna polemica esplicita, nessun attacco diretto, ma quel “è finita così” suona come una chiusura netta, senza margini di interpretazione. Un modo elegante, ma freddo, per archiviare una collaborazione che aveva funzionato.

        Barale al posto giusto nel momento giusto
        Nel frattempo, Paola Barale entra in scena e prova a costruire una nuova dinamica con Perego. Un cambio che, inevitabilmente, sposta equilibri e attenzioni. Il pubblico osserva, confronta, misura. E mentre la nuova coppia cerca la sua identità, il nome di Ventura resta lì, sullo sfondo, come un riferimento difficile da cancellare.

        La sensazione è che la partita non sia del tutto chiusa. Perché in televisione, si sa, le storie finiscono… ma spesso tornano. E questa, a giudicare dal rumore che sta facendo, potrebbe non aver detto ancora l’ultima parola.

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          Televisione

          Carlo Conti spiazza tutti: De Martino “da sostenere”, Savino “erede”. Ma i conti non tornano

          Carlo Conti indica Nicola Savino come “erede” ma parla di sostegno a Stefano De Martino per Sanremo. Una doppia lettura che lascia perplessi.

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            Ma che sta a dire? La domanda circola veloce dopo le dichiarazioni di Carlo Conti a Belve, dove il conduttore prova a disegnare una mappa del futuro della tv… finendo però per creare più di una contraddizione. Da una parte Stefano De Martino, “partito fortissimo” e sostenuto apertamente. Dall’altra Nicola Savino, indicato come l’erede “più vicino”. Il risultato è un cortocircuito che non passa inosservato.

            De Martino da spingere, Savino da ereditare
            Conti lo dice chiaramente: “Stefano De Martino è partito fortissimo”. E fin qui, nulla da obiettare. Poi aggiunge il passaggio sul Festival di Sanremo: “Avevo già deciso. Volevo dare forza a Stefano, anche un gesto d’affetto”. Parole che suonano come un’investitura, quasi un passaggio di testimone emotivo. Ma subito dopo arriva la virata: “L’erede che sento più vicino è Nicola Savino”. E qui il quadro si complica.

            Il nodo dell’“erede” che non convince
            Perché definire Savino “erede” apre una questione più semantica che anagrafica. Non si parla di un volto emergente, ma di un professionista con un percorso consolidato e, soprattutto, non così distante per età. Più che un passaggio generazionale, sembra una scelta di affinità stilistica. Ma il termine “erede”, in questo contesto, finisce per suonare stonato, quasi fuori fuoco.

            Tra affetto e strategia televisiva
            C’è poi l’altro livello, quello umano. Conti parla di “gesto d’affetto” nei confronti di De Martino, lasciando intendere una volontà di accompagnarlo, di dargli spazio. Un discorso che ha una sua coerenza, se letto in chiave di crescita e posizionamento. Ma accostato alla definizione di Savino come erede, crea una sovrapposizione difficile da tenere insieme.

            Nel mezzo, una battuta che non passa inosservata: “Amadeus? Spero torni in Rai”. Un altro tassello che aggiunge complessità a un panorama già affollato. Alla fine resta una sensazione: più che chiarire le gerarchie, Conti le ha rese ancora più sfumate. E il dibattito, inevitabilmente, è appena iniziato.

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              Televisione

              Lo Stato delle Cose chiude col botto: Giletti contro Garofano, scintille in diretta e finale da thriller

              Tra nostalgia e tensione, Lo Stato delle Cose saluta il pubblico con un confronto durissimo. Il faccia a faccia tra Giletti e Garofano diventa il momento cult.

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                Lo Stato delle Cose cala il sipario e lo fa senza risparmiare colpi. Altro che finale morbido: l’ultima puntata si trasforma in un duello televisivo che ha il sapore del cinema, di quelli in cui la tensione cresce scena dopo scena fino all’esplosione finale. E a prendersi il centro della scena sono Massimo Giletti e il generale Garofano, protagonisti di uno scontro che lascia poco spazio alle interpretazioni.

                Il botta e risposta che infiamma lo studio
                Tutto parte da una frase che è già diventata virale. Garofano, senza troppi giri di parole, taglia corto: “Dottor Giletti lei non merita nessuna risposta… forse non mi seguiva”. Un attacco diretto, frontale, che in studio crea immediatamente tensione. Giletti non lascia passare e replica con altrettanta fermezza: “Non è normale dire a un conduttore che non la segue, è come dire che se io contestassi tutti gli errori che sono stati fatti li imputassi a lei…”. Il tono si alza, lo scambio si fa serrato, e la sensazione è quella di assistere a qualcosa che va oltre il semplice confronto televisivo.

                Indagini sotto accusa, vent’anni dopo
                Il cuore dello scontro arriva subito dopo. Garofano difende il lavoro svolto: “Io credo che le indagini le abbiamo fatte scrupolosamente ed esaustivamente”. Ma Giletti affonda il colpo con una frase che pesa come un macigno: “Se siamo qui dopo vent’anni a discutere io credo che le indagini siano state fatte coi piedi”. Una linea netta, senza sfumature, che riporta al centro il tema più delicato: il tempo trascorso e i dubbi che, evidentemente, non si sono mai davvero spenti.

                Un finale che lascia il segno
                Nel frattempo, fuori dallo studio, il pubblico reagisce. C’è chi già si dice “orfano” del programma, segno che Lo Stato delle Cose è riuscito a costruire un rapporto solido con i suoi spettatori. Ma è proprio questa ultima puntata a fissare il ricordo più forte: non una chiusura nostalgica, ma un finale teso, quasi cinematografico, dove le parole diventano colpi e ogni frase resta sospesa nell’aria.

                Il programma si ferma qui, almeno per ora. Ma il dibattito, a giudicare da quello che si è visto in studio, è tutt’altro che finito.

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