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Speciale Sanremo 2026

Morgan si sfila da Sanremo, niente ritorno sul palco dopo l’affaire Bugo

Sfuma il rientro di Morgan al Festival dopo il caso con Bugo nel 2020. Duetto cancellato in scena: Chiello canterà da solo “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco, con accompagnamento al pianoforte e arrangiamento interno.

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    Quando sente aria di Sanremo, Morgan riesce sempre a spostare l’attenzione su di sé. Questa volta però lo fa facendo un passo indietro. Il cantante non salirà sul palco dell’Ariston nella serata delle cover, venerdì 27 febbraio, dove avrebbe dovuto duettare con Chiello in “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco. Ci sarà, ma dietro le quinte. Il contributo, dice lui, sarà tecnico.

    L’annuncio arriva direttamente dai suoi canali social. “La mia partecipazione come ospite di Chiello al prossimo Festival di Sanremo non sarà sul palco, ma da dietro le quinte, il mio contributo sarà tecnico. Amo profondamente il brano che Chiello ha scelto per la serata delle cover, ‘Mi sono innamorato di te’ di Luigi Tenco, e so che è un pezzo estremamente intimo che ha bisogno di un’unica voce, di un’unica anima, di un solo cuore. Per questo la mia presenza non sarà in scena, lasciando che sul palco si esprima pienamente il talento di Chiello”.

    Una scelta che di fatto cancella il suo ritorno in carne e ossa sul palco del Teatro Ariston a sei anni dall’affaire con Bugo. Era il 2020 quando Morgan, in gara con “Sincero”, cambiò il testo in diretta provocando l’uscita di scena del collega e una delle pagine più surreali nella storia recente del Festival. “Dov’è Bugo?” diventò in poche ore un tormentone social, un meme destinato a restare.

    Il duetto con Chiello avrebbe rappresentato un ritorno simbolico. Un rientro nella casa madre del pop italiano dopo anni di polemiche, esclusioni e dichiarazioni incendiarie. Invece, niente passerella. Sul palco, durante la performance, Chiello sarà accompagnato al pianoforte da Saverio Cigarini. L’arrangiamento è stato curato da Saverio Cigarini insieme a Fausto Cigarini, che dirigerà anche l’orchestra.

    La mossa arriva in un contesto già carico di tensioni. Morgan non aveva risparmiato critiche all’edizione 2025 del Festival guidato da Carlo Conti, tornato nel doppio ruolo di conduttore e direttore artistico. “Mi fa davvero schifo. Insopportabili i cantanti, zero originalità, zero ironia, zero autenticità”, aveva commentato, rincarando la dose sulle canzoni in gara: “una più orrenda dell’altra, musicalmente vuote, inesistenti. I testi roba che dire involuta, inutile e allucinante è poco: i pensierini delle elementari sono molto più brillanti e mia figlia di quattro anni che strimpella al toy piano a confronto di Sanremo è Stockhausen”.

    Parole che avevano fatto rumore e che rendevano ancora più curioso il suo eventuale ritorno sul palco. Ora la retromarcia. Nessun duetto in scena, nessuna rivincita pubblica. Morgan resta nell’orbita del Festival ma sceglie l’ombra, lasciando Chiello solo a confrontarsi con Tenco e con il peso di una cover che, inevitabilmente, attirerà ancora più attenzione proprio per quell’assenza.

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      Sanremo, dopo Pucci scoppia il “caso Tony Pitony”: la Rai incassa e il Festival diventa un ring tra moralisti e provocatori

      La Stampa attacca la presenza a Sanremo di Tony Pitony, cantante mascherato noto per brani politicamente scorretti e immagini “esplicite”. Ma il confronto con il caso Pucci appare stiracchiato: il comico si è auto-escluso e nessuno lo ha censurato, mentre Pitony vive di provocazione artistica e arrangiamenti che, piaccia o no, sanno funzionare. Intanto la Rai, tra polemiche e ascolti, si ritrova con l’ennesima miccia accesa.

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        Dopo il “caso Pucci”, ecco che Sanremo trova un nuovo carburante per la sua macchina perfetta: lo scandalo. Questa volta il bersaglio è Tony Pitony, il cantante mascherato (Elvis di periferia, diciamolo) diventato famoso per canzoni politicamente scorrette, titoli che fanno sobbalzare le nonne e un immaginario che, secondo La Stampa, non sarebbe solo volgare: sarebbe proprio pornografico. L’articolo lo dice senza troppi giri: il problema non sarebbero le parolacce, ormai “chi ci fa caso”, ma le immagini che quei testi dipingono, con una “predominanza fallica” descritta come nemmeno “nei peggiori spogliatoi di Caracas”.

        E fin qui, scandalizziamoci pure. È il gioco. Sanremo campa anche di questo: indignazione a turni, a rotazione, come le luci della platea. Solo che qui la questione è più sottile, perché La Stampa prova a mettere Pitony nello stesso recinto del caso Pucci. E il paragone, a essere gentili, scricchiola.

        Il caso Pucci non è una censura: è una ritirata

        Partiamo dal punto che molti sembrano dimenticare con comoda amnesia: Andrea Pucci si è auto-escluso. Non è stato “zittito”, non è stato “cacciato”, non è stato epurato in diretta nazionale. Ha scelto di rinunciare, e lo ha fatto rivendicando la sua versione. Quindi sì, si può discutere del clima, delle pressioni, della polemica diventata politica, perfino dell’intervento della premier nel dibattito. Ma tecnicamente non siamo davanti a un atto di censura: siamo davanti a un comico che si sfila.

        Mettere sullo stesso piano quella vicenda e la presenza di Tony Pitony a Sanremo significa forzare la trama per farla tornare nel format “Rai cattiva / artisti imbavagliati”. Il Festival è tante cose, spesso contraddittorie, ma in questo caso non c’è un plot unico. C’è un comico che dice “io non ci sto” e un cantante che ci sta eccome, anzi, vive proprio per stare al centro dell’occhio del ciclone.

        Tony Pitony, la provocazione come mestiere e come algoritmo

        Tony Pitony non nasce per fare il bravo ragazzo. Nasce per far parlare di sé. È un prodotto artistico e insieme una creatura da social: ti scandalizza, ti fa ridere, ti infastidisce, ti incuriosisce. Lo ascolti per capire “fin dove arriva”, e nel frattempo l’hai già condiviso. Funziona così, che piaccia o no.

        La Stampa sostiene di non poter citare le frasi più discusse dei suoi brani. E questo dice già tutto. Il punto, però, è un altro: Pitony non è un cantautore “tradizionale” che inciampa in una battuta. È uno che costruisce deliberatamente un immaginario sopra le righe, con riferimenti sessuali e provocazioni che scatenano reazioni immediate. È il suo linguaggio, la sua cifra, il suo marchio. E se oggi riempie locali e fa sold out, non è perché la gente non capisce: è perché capisce benissimo il gioco e decide di starci dentro.

        In più – e qui sta la parte che molti evitano perché non fa comodo alla indignazione – musicalmente il personaggio non è improvvisato. Anche chi lo detesta lo ammette: melodie accattivanti, arrangiamenti curati, stilemi contemporanei, quel modo di cantare che sta nell’aria del tempo. Il risultato è una provocazione confezionata bene, non un audio scadente buttato online. E in un Festival dove spesso si sentono “canzonette trite e ritrite” (per citare lo spirito del dibattito), questo dettaglio pesa.

        La Rai e il paradosso: scandalo sotto traccia e poi boom mediatico

        La domanda che l’articolo solleva è semplice: com’è possibile che un personaggio così “detonante” arrivi a Sanremo senza che nessuno alzi il sopracciglio, mentre ci si scanna sul caso Pucci? La risposta sta nel manuale di sopravvivenza del Festival: le polemiche non si distribuiscono per gravità, ma per opportunità. E soprattutto: esplodono quando conviene, non quando nasce la miccia.

        Pitony, intanto, non andrebbe a Sanremo con le sue hit più controverse, ma in un contesto “controllato”, nella serata cover e in coppia con Ditonellapiaga. Traduzione: lo metti in scena, lo incastri, lo rendi gestibile. Ma non troppo. Perché se lo rendi davvero gestibile, perdi la parte che fa notizia. Il Festival, come sempre, gioca sul filo.

        E qui entra Fiorello, che lo ha intercettato e “normalizzato” alla sua maniera: la scandalosità dei testi liquidata con la formula classica, quella che in Italia funziona come un lasciapassare culturale: è arte. L’arte giustifica tutto. Battuta, risata, sipario. Solo che fuori dallo studio la questione rimane: dov’è il confine tra provocazione e degrado del linguaggio pubblico? E soprattutto: chi lo decide?

        L’argomento si allarga perché l’anno scorso, su altri artisti e altri testi, si erano già consumate polemiche pesanti, con esclusioni e ripensamenti clamorosi. Stavolta, invece, il sistema sembra assorbire tutto. Forse perché il “politicamente scorretto” è diventato una moneta. Fa rumore, fa click, fa conversazione. E quindi fa ascolti.

        Alla fine il punto non è Tony Pitony. Il punto è Sanremo, che riesce sempre a trasformare qualunque scelta in una partita ideologica: satira contro moralismo, libertà contro censura, arte contro buon gusto, provocazione contro decenza. In mezzo, la Rai: che in questi giorni inciampa su tutto, ma quando c’è da incassare un caso mediatico sembra improvvisamente lucidissima. E se dopo Petrecca “cosa vuoi che sia”, come ironizza l’articolo, la risposta è semplice: è proprio questo il problema. Che ormai lo scandalo non fa più paura. Fa palinsesto.

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          Speciale Sanremo 2026

          Carlo Conti alza il sipario sull’addio: «Questo sarà il mio ultimo Sanremo». E demolisce la voce su Giorgia Meloni

          Ospite a Il pomeriggio di Radio2, Carlo Conti mette un punto: «Questo sarà il mio ultimo Sanremo». Rivendica la musica come cuore del Festival, parla di ritmo e tempi televisivi, racconta la sua routine notturna e il figlio Matteo “in trasferta” a Sanremo. Poi la smentita più rumorosa: la presenza di Giorgia Meloni alla prima serata è «fake troppo grossa che rasenta la fantascienza». Intanto, nel backstage del toto-successore, rimbalza l’ipotesi Stefano De Martino e Fabrizio Ferraguzzo (manager dei Måneskin) per il 2027

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            Il Festival è una macchina che macina rumore prima ancora di macinare musica.E Carlo Conti, che di quella macchina conosce ogni bullone, ha scelto di farla inceppare nel punto più delicato: il futuro. Ospite a Il pomeriggio di Radio2, con Savino Zaba e Diletta Parlangeli, nel pieno delle prove della nuova edizione, il direttore artistico e conduttore ha fatto ciò che a Sanremo si fa raramente: ha parlato come se fosse già il giorno dopo. E lo ha fatto con una frase che, in tempi di mezze smentite e mezze promesse, suona come una chiusura a chiave.

            «Questo sarà il mio ultimo Sanremo, voglio dire, quando arrivi a cinque sono già abbastanza. Va bene anche che ogni tanto ci sia questa alternanza, portare idee nuove, entusiasmo nuovo, sonorità nuove. È una delle forze del Festival che ha periodicamente questi cambi di passo».
            Punto. Firma. E consegna ai curiosi la frase perfetta per aprire la caccia al dopo-Conti, perché Sanremo è così: non finisce mai, cambia pelle e riparte subito, come un animale notturno.

            Ma Conti non si limita al colpo di scena. Riporta la discussione al suo territorio preferito, quello dove – dice lui – quando passa il fumo resta la sostanza. E anche qui l’immagine scelta è di quelle che si ricordano: «La cosa fondamentale è la musica. Quando poi va via tutto questo fumo che si crea intorno prima del festival, rimane questa bellissima bistecca sulla griglia che è la musica, con il contorno di belle cose intorno».
            È un modo elegante per dire: fate pure casino, ma alla fine contano le canzoni. E infatti aggiunge: «Spero, come è successo negli anni passati, che poi queste canzoni siano trasmesse in radio e diventino parte integrante delle nostre giornate». È la versione Conti del “non mi interessano le polemiche”: non le nega, semplicemente le mette a dieta.

            Poi entra nel dettaglio che ai fan della scaletta interessa quasi più della classifica: i generi, i tempi, il ritmo. E qui Conti si diverte, perché è il suo mestiere: tenere insieme trenta brani, ospiti, monologhi, stacchi, orchestra e quel cronometro che a Sanremo è più temuto del giudizio della sala stampa. «Quest’anno c’è una varietà ancora maggiore nei generi: tanti brani lenti d’amore e di sentimenti che raccontano storie personali, ma c’è anche il rock, i ritmi latini, il country, il rap puro. Tante sfumature diverse che forse lo scorso anno non avevo avuto la fortuna di avere».
            Traduzione: più colori, più rischi, più possibilità che qualcuno si lamenti comunque.

            E siccome il Festival non perdona chi si annoia, Conti la butta sul personale con una frase che sembra una battuta, ma è un manifesto di conduzione: «Vengo dalla radio, quindi il ritmo è fondamentale. Se mi annoio rischio di fare auto-zapping da solo». Qui si capisce perché insiste sul ruolo del conduttore come “regista in scena”: «La differenza fra condurre un programma e presentarlo è proprio questa: il conduttore detta i tempi, è una sorta di regista in scena. Il mio ruolo è dare ritmo e la scansione giusta delle cose che accadranno sul palco».
            È Conti che, con un sorriso, ricorda a tutti che Sanremo non è una festa comandata: è un equilibrio precario tra spettacolo e resistenza fisica.

            Sui tempi, non fa promesse miracolose. Al contrario, mette le mani avanti con la sincerità di chi conosce il mostro: «La prima sera, il venerdì e il sabato, avendo tutti e 30 i brani, supereremo l’una… ma c’è anche il Dopofestival e non voglio dare la linea troppo tardi».
            E quando gli chiedono delle notti sanremesi, il racconto è quasi surreale per quanto è “normale”: «Come finisco vado subito in albergo, riesco ad addormentarmi immediatamente e la mattina mi sveglio. Magari non sono otto ore ma sette e me le dormo tutte di filata».Uno che, in mezzo al frastuono più chiacchierato d’Italia, dorme come un sasso. Invidiabile, più che credibile.

            Il lato privato, a Sanremo, è sempre un test: o ti umanizza o ti espone. Conti sceglie la prima strada, con la scena più tenera e comica insieme: il figlio Matteo. «Mio figlio Matteo verrà qui per una settimana, è felicissimo solo perché non andrà a scuola. Ma si è raccomandato: non gli devo presentare nessuno dei cantanti, è molto distaccato da questo… credo che andrà a pescare».
            Cioè: tuo padre dirige il Festival, e tu vuoi solo scappare coi pesci. Il miglior antidoto al “Sanremo-centrismo” mai sentito.

            Fin qui la versione Conti: musica, mestiere, disciplina, ritmo. Poi, però, arriva la parte che fa esplodere davvero il termometro del gossip politico-televisivo. Perché, in questa edizione, Conti è stato anche ospite ad Atreju, e intorno a Sanremo – come sempre – si è provato a infilare una narrazione che non c’entra con le canzoni. La voce più grossa? La presenza di Giorgia Meloni alla prima serata. E Conti la abbatte senza neanche prendersi il gusto dell’ambiguità: la bolla come «fake troppo grossa che rasenta la fantascienza».
            Non un “non mi risulta”, non un “vedremo”: proprio una smentita che sa di liberazione, come quando si chiude la porta a una festa indesiderata prima che inizi.

            E mentre Conti chiude il suo capitolo, il mercato delle ipotesi apre il successivo. Qui entra in scena il retroscena che rimbalza già da settimane: per il Festival dell’anno prossimo, “come Candela dixit”, si parla del ticket con Stefano De Martino in conduzione e Fabrizio Ferraguzzo, manager dei Måneskin, come direttore musicale. È la tipica trama sanremese: una frase, un’ipotesi, un nome che fa rumore, e subito sembra tutto inevitabile. Conti non commenta direttamente, ma il suo addio annunciato è benzina: quando il posto si libera, anche solo per davvero “nel futuro”, tutti iniziano a misurare la poltrona.

            C’è un’ultima cosa che spicca proprio perché manca: nessuna parola sul caso Pucci. Silenzio totale. E il silenzio, a Sanremo, non è mai neutro: è scelta, prudenza o semplice “non è questo il momento”. Conti, fedele alla sua linea, resta sul perimetro che controlla: musica, ritmo, lavoro, e quel gesto netto con cui ha separato il Festival dal teatrino delle “presenze eccellenti”.

            Il resto lo farà, come sempre, la marea: i rumor sui successori, le fantasie sui colpi di scena, i titoli in anticipo e le smentite in ritardo. Conti intanto ha detto la cosa più sanremese e meno sanremese possibile: mi fermo. E l’ha detta senza tremare. Ora tocca agli altri riempire il vuoto. Con idee nuove, entusiasmo nuovo e – inevitabilmente – un nuovo giro di fumo.

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              Speciale Sanremo 2026

              Rita Pavone punge Sanremo: “Si cantano solo le canzoni di 30 anni fa”. Ma i successi recenti la smentiscono

              Rita Pavone attacca il Festival di Sanremo: “La gente canta solo le canzoni di 30 o 40 anni fa”. Una stoccata che riapre il dibattito sulla memoria musicale della kermesse. Eppure brani recenti come “Innocenti Giovani” di Achille Lauro e “La Cura per Te” di Giorgia dimostrano che anche le nuove edizioni lasciano il segno.

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                A volte, nel dubbio, forse sarebbe meglio tacere. O quantomeno informarsi. Rita Pavone ha scelto invece di affondare il colpo contro il Festival di Festival di Sanremo con una riflessione che suona come una sentenza: “Tutti cantano Sanremo sì, ma inevitabilmente la gente canta solo i brani dei Sanremo di allora. Ricorda a memoria quelli di 30/40 anni fa, e non quelli dello scorso anno. I più recenti risalgono al 1997. Fatevi una domanda e datevi una risposta”.

                Una frase che ha il sapore dell’amarcord polemico, ma che rischia di scivolare nella semplificazione. È vero: nello spot ufficiale della kermesse compaiono molte canzoni “datate”, inni generazionali che fanno parte del Dna collettivo. Ma ridurre il presente a un vuoto creativo è un’altra storia.

                Il peso della nostalgia

                Sanremo vive di memoria. È inevitabile. Le edizioni degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta hanno prodotto brani entrati nell’immaginario nazionale. Quelle canzoni sono diventate rituali familiari, colonne sonore di epoche precise. È naturale che vengano riproposte negli spot: funzionano, evocano, uniscono.

                Ma la nostalgia non è la prova di un declino. È una leva emotiva. E la televisione, si sa, lavora di memoria condivisa. Questo non significa che le edizioni più recenti non abbiano lasciato tracce profonde.

                I successi recenti che riempiono le piazze

                Basta uscire dai social e guardare cosa accade nei concerti, nelle radio, nelle playlist. “Innocenti Giovani” di Achille Lauro e “La Cura per Te” di Giorgia, solo per citare due esempi dello scorso anno, vengono cantate a squarciagola dal pubblico. Non sono reliquie del 1997. Sono attualità.

                E non si tratta di casi isolati. Negli ultimi dieci anni il Festival ha prodotto brani che hanno dominato streaming e classifiche, diventando hit radiofoniche e tormentoni estivi. La memoria musicale oggi non si misura più solo con il passaparola, ma con numeri digitali, visualizzazioni, condivisioni.

                Sanremo cambia, il pubblico pure

                Il punto forse è un altro: il modo in cui si consuma la musica è cambiato radicalmente. Trent’anni fa una canzone aveva mesi per sedimentare. Oggi vive in un ecosistema veloce, dove tutto corre. Ma questo non significa che non venga ricordata. Significa che viene ricordata in modo diverso.

                Dire che “i più recenti risalgono al 1997” è una provocazione che fa discutere, certo. Ma rischia di ignorare una generazione che associa il proprio immaginario musicale a edizioni molto più vicine nel tempo.

                Sanremo resta uno specchio dell’Italia musicale. Con le sue nostalgie, i suoi picchi creativi, le sue polemiche cicliche. E forse la vera domanda non è se il pubblico canti solo il passato, ma perché ogni anno, nonostante tutto, continui a cantare Sanremo.

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