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Cronaca Nera

Luana, Rosa, Nadia: chi sconta il carcere a vita in Italia

Un viaggio drammatico tra le storie di dolore e violenza delle 38 donne condannate al “fine pena mai”. Da Rosa Bazzi, coinvolta nella strage di Erba, alle sorelle Zani, fino a Maria Licciardi, boss della camorra, le vite spezzate di chi ha commesso crimini atroci.

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    Nel silenzio opprimente delle aule giudiziarie, il destino di Alessia Pifferi prende una svolta drammatica. Condannata all’ergastolo dai giudici di Milano per aver lasciato morire di stenti la figlia Diana di soli diciotto mesi, Alessia sarà presto trasferita nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Questa struttura carceraria, priva di sbarre e celle, ospita nel reparto femminile “Arcobaleno” altre donne che hanno ucciso i propri figli, offrendo loro un percorso di recupero e cura.

    Le statistiche del Ministero della Giustizia

    Secondo i dati aggiornati al 30 aprile del Ministero della Giustizia, sono 2.649 le donne presenti nelle carceri italiane, su un totale di 61.297 persone recluse. Di queste, 20 hanno almeno un figlio di meno di dodici mesi al seguito, gran parte ospitati negli istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) di Torino, Milano, Venezia, Cagliari e Lauro in Campania. Con Alessia Pifferi, sono 38 le ergastolane, mentre 72 devono scontare una condanna superiore ai 20 anni, spesso per reati legati al terrorismo o alle mafie. Dodici di loro sono sottoposte al regime di isolamento del 41bis, vivendo in uno stato di assoluta segregazione.

    Storie di disperazione e malavita

    Dietro ogni ergastolo si cela una storia di violenze e dolore. La 36enne Luana Cammalleri è in carcere per aver ucciso il marito insieme all’amante. Melita Aina, 74enne di Fagnano Olona, è stata condannata per aver orchestrato l’omicidio del consorte con l’aiuto di complici tunisini fuggiti all’estero. Rosa Bazzi, insieme al marito Olindo Romano, sconta l’ergastolo per la strage di Erba, un caso che ancora divide l’opinione pubblica tra “innocentisti” e “colpevolisti”. Anche Veronica Panarello, che strangolò il figlio di 8 anni a Santa Croce Camerina nel 2014, è una delle madri condannate per infanticidio, pur avendo evitato l’ergastolo con una condanna a 30 anni. Le sorelle Silvia e Paola Zani, rispettivamente di 30 e 22 anni, sono condannate per l’omicidio della madre Laura Ziliani, ex vigilessa di Temù, strangolata e gettata in un fiume.

    Il regime duro del 41bis

    Non ci sono solo madri assassine. Dodici donne, ritenute pericolosissime, sono sottoposte al regime di isolamento del 41bis. Tra loro, Nella Serpa, una boss della ‘ndrangheta, e Maria Licciardi, nota come “Lady Camorra”, che ha orchestrato traffici di droga e racket delle estorsioni a Napoli. Nadia Desdemona Lioce, figura di spicco delle Nuove Brigate Rosse, è tra le detenute più sorvegliate per i suoi crimini contro lo Stato, così come le brigatiste Laura Proietti e Diana Blefari, condannate per gli stessi delitti.

    Queste storie, intrise di disperazione e crimini efferati, ci ricordano la complessità delle vite dietro le sbarre, vite segnate da scelte irrevocabili e da un sistema che cerca, tra mille difficoltà, di trovare una strada per la redenzione e la giustizia.

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      Cronaca Nera

      Su Satnam Singh siamo perfettamente d’accordo con Selvaggia Lucarelli

      La giornalista critica duramente il servizio sulla morte di Satnam Singh, bracciante indiano abbandonato dopo un incidente sul lavoro. La vicenda ha scatenato un’ondata di indignazione sui social, mettendo in luce gravi problemi di sfruttamento e caporalato nel settore agricolo italiano.

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        Questa volta siamo perfettamente d’accordo con Selvaggia Lucarelli. La nota giornalista e opinionista ha duramente criticato il servizio del Tg1 sulla morte del bracciante indiano Satnam Singh, che è stato trovato senza vita dopo essere stato abbandonato per strada dal suo datore di lavoro, un imprenditore agricolo di Latina che lo sfruttava pagandolo in nero.

        La morte di Satnam Singh: il servizio surreale del Tg1

        Il servizio del Tg1 ha suscitato indignazione perché ha dato spazio alle giustificazioni del datore di lavoro, Renzo Lovato, che ha parlato di una “leggerezza costata cara a tutti”. Lovato, già indagato per caporalato, è accusato di omissione di soccorso, violazione delle disposizioni in materia di lavoro irregolare e omicidio colposo.

        Il servizio del Tg1 non ha sottolineato adeguatamente la crudeltà della vicenda e le condizioni disumane a cui Singh era sottoposto, suscitando le critiche di Selvaggia Lucarelli e di molti utenti sui social.

        Lo sdegno di Selvaggia Lucarelli e la reazione dei social

        Selvaggia Lucarelli ha espresso tutta la sua amarezza su X, definendo il servizio del Tg1 “vergognoso” e criticando duramente il modo in cui è stata trattata la vicenda. “Lo fanno lavorare senza contratto regolare, lo mollano per strada col braccio mozzato e la leggerezza è del lavoratore, leggerezza che È COSTATA CARA A TUTTI. Ma la vergogna” ha scritto Lucarelli, raccogliendo il consenso di tantissimi follower.

        Barbarie che ignora ogni gesto di umanità

        I commenti sui social hanno sottolineato come questo episodio rappresenti non solo uno sfruttamento, ma una vera e propria barbarie che ignora ogni gesto di umanità. Molti utenti hanno criticato il Tg1 per aver trasmesso l’intervista al datore di lavoro, accusando il telegiornale di voler distogliere l’attenzione dalle colpe dell’imprenditore.

        Sotto inchiesta

        Nel frattempo si è scoperto che il titolare della cooperativa Agrilovato, Renzo Lovato, padre di Antonello Lovato, l’imprenditore agricolo che ha abbandonato, senza chiamare i soccorsi, il bracciante indiano Satnam Singh davanti casa dopo un incidente sul lavoro nella sua azienda che gli è costato la vita, è indagato da cinque anni per reati connessi al caporalato.

        Il procedimento giudiziario, un altro rispetto a quello che riguarda la morte del bracciante 31enne, conosciuto come Navi, deceduto in ospedale dopo aver perso il braccio destro, amputato da un macchinario avvolgiplastica, è stato rivelato da Enrico Mentana al TgLa7.

        L’uomo, che dopo l’incidente aveva accusato Satnam Singh di aver “commesso una leggerezza che ha fatto male a tutti”, è sospettato dalla procura di Latina di avere sottoposto “i lavoratori, almeno sei, a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno” corrispondendo loro una retribuzione inferiore a quella stabilita dal contratto nazionale.

        Sfruttamento dei lavoratori

        Secondo le accuse, inoltre, Lovato, avrebbe violato la “normativa sull’orario di lavoro, sulla sicurezza e sull’igiene dei luoghi di lavoro” e avrebbe sottoposto i lavoratori “a condizioni di lavoro e a situazioni alloggiative degradanti”. I fatti risalgono al periodo che va da novembre 2019 a maggio 2020: con Renzo Lovato sotto indagine ci sono anche altre due persone, responsabili di una cooperativa agricola.

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          Cronaca Nera

          Un “sistema Verona”: le mani della ‘ndrangheta sugli appalti dell’Arena

          Mani della ‘ndrangheta sugli appalti dell’Arena di Verona. Un’inchiesta di Report svela come la criminalità organizzata abbia influenzato gli appalti delle scenografie, coinvolgendo noti politici di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

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            A raccontare con documenti esclusivi il “sistema” è Report su Rai Tre con un’inchiesta di Andrea Tornago e Walter Molino, che hanno raccolto i verbali del pentito di mafia Domenico Mercurio.

            Appalti per il montaggio delle scenografie

            L’inchiesta parte dagli appalti per il montaggio delle scenografie, affidati per anni a una rete di imprese che, secondo la procura Antimafia di Venezia, con un giro di fatture gonfiate, arricchiva le cosche Grande Aracri di Cutro e Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, tra le più potenti ‘ndrine calabresi.

            Una rete di cooperative di facchinaggio

            Nel mirino degli inquirenti è finita così la Eurocompany di Giorgio Chiavegato, una rete di cooperative di facchinaggio con un fatturato di 26,7 milioni di euro. Dopo un anno di carcere e arresti domiciliari, Chiavegato è in attesa del processo ed è accusato di false fatturazioni e altri reati fiscali, con l’aggravante di aver agevolato la ‘ndrangheta.

            Riciclare il denaro sporco della ‘ndrangheta

            “Intorno a Chiavegato e alla sua Eurocompany ruotavano una serie di società e cooperative sparse tra Veneto e Calabria che emettevano fatture gonfiate o per lavori mai svolti, consentendo di riciclare il denaro sporco della ‘ndrangheta. A gestire l’affare per conto delle ‘ndrine Domenico Mercurio, imprenditore di Crotone trasferitosi a Verona, collettore di interessi tra criminalità organizzata, imprese e politica.

            ‘Ndrine al nord

            Mercurio viene arrestato nel 2020 e decide di collaborare con la giustizia”, racconta Report, sottolineando come tutto questo avveniva “negli anni in cui Flavio Tosi è sindaco e presidente dell’ente lirico”. Report tira fuori un verbale molto delicato di Mercurio: ”Ogni mese io porto 150 mila euro in contanti dentro una busta. Chiavegato divide il denaro: il 25% lo mette da parte per le spese delle campagne elettorali per conto di Tosi.

            Del restante 75% lui si tiene una parte; una parte la dà ai politici che dentro al Comune truccano le gare d’appalto a favore di Eurocompany e una parte va a Elio Nicito e a Casali”.

            “Siete dei diffamatori seriali”

            Si tratta di politici locali molto noti: Casali è appena diventato consigliere regionale di Fratelli d’Italia dopo che Daniele Polato è stato eletto a Bruxelles lasciandoli il posto in consiglio. Tosi, intervistato dai giornalisti di Report, replica: “Siete dei diffamatori seriali”. E sostiene la non attendibilità di Mercurio, che però per i magistrati è attendibile.

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              Cronaca Nera

              Così Filippo Turetta progettò la morte di Giulia

              Prima di compiere il femminicidio, Filippo Turetta aveva preparato una lista dettagliata di oggetti e azioni necessarie. Un piano meticoloso che getta nuova luce sul terribile evento.

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                Durante le indagini sul femminicidio di Giulia Cecchettin, gli inquirenti hanno scoperto una lista scritta da Filippo Turetta: «Fare il pieno, controllare sportelli, ferramenta, lacci di scarpe, calzini, sacchetti immondizia, nastro adesivo, legare sopra caviglie e sopra ginocchia, spugna bagnata in bocca, coltello». La lista non si limitava agli strumenti del delitto, ma comprendeva anche azioni da compiere, come fare il pieno di carburante, suggerendo una pianificazione meticolosa e premeditata.

                Questo ritrovamento mette in evidenza la natura deliberata e calcolata dell’omicidio, smentendo qualsiasi ipotesi di un atto impulsivo. Gli oggetti elencati, combinati con le azioni programmate, dipingono un quadro di fredda determinazione e di un’attenzione ossessiva ai dettagli, che aggiunge un ulteriore strato di orrore al crimine.

                La premeditazione del delitto

                La scoperta della lista è una prova schiacciante della premeditazione di Turetta. Gli investigatori ritengono che l’omicidio di Giulia sia stato il culmine di un piano studiato nei minimi particolari, con l’obiettivo di controllare e sopprimere ogni possibilità di fuga o resistenza da parte della vittima.

                Un caso che scuote l’opinione pubblica

                Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha profondamente scosso l’opinione pubblica, già sensibilizzata dal crescente numero di casi di violenza sulle donne. La scoperta della lista di Turetta aggiunge un elemento di orrore e mette in luce la necessità di interventi più efficaci per prevenire tali tragedie. Il dettaglio con cui l’omicidio è stato pianificato evidenzia quanto sia fondamentale riconoscere e intervenire tempestivamente in situazioni di rischio.

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